A Finale lo sanno (e lo fanno)

Come già ho detto, questa è un’estate strana. Tanto strana che sono andata al mare.

Ora, direte, cosa c’è di strano nel fare ciò che fa il 90% dell’italica stirpe? Ma perché sinora manco se mi pagavano, Al più a giugno o a settembre, a natale persino, ma ho fatto conti vari e sono secoli – cioè da ben prima del Covid che il mare d’agosto non mi vede, al più il lago, i tumpi, quel che volete.

Però a maggio, quando eravamo stati a Finalborgo e io non ero riuscita a convincere la mia amica a camminare, la signora della Gioielleria Vitulano, che aveva cose molto belle e pezzi di aniquariato nepalese, ci aveva parlato della Notte dei tarocchi intorno a ferragosto e noi all’unisono avevamo detto: Veniamo!

E non era stata una vana promessa, a giugno Luisa ha trovato un delizioso monolocale sempre in centro a Finalborgo, ma ho il sospetto che non legga con attenzione le descrizioni e ha prenotato. Una fortuna: provate a trovare una stanza libera in quel week end. Così la prima cosa che abbiamo fatto arrivando, in pratica, è stato di presentarci alla signora dicendo :”eccoci” – e scoprendo tra l’altro che lei aveva organizzato la manifestazione sin dalle sue origini. Una bella manifestazione: sia che si siano studiosi o interessati ai tarocchi, come me, che sono anche figlia d’arte (mia nonna leggeva carte e fondi di caffè) o che lo si prenda come un gioco piacevole, i “lettori”, da quello che ho potuto capire, erano bravi e competenti – e alcuni di loro hanno continuato imperterriti anche sotto un violento acquazzone.

Per cui se ne avete voglia, questo week end c’è una festa medievale – in realtà è iniziata ieri e proseguirà sino a domenica- e qui trovate tutte le informazioni.

Se capitate in zona, ricordate che almeno a partire da due notti di soggiorno, vi sarà consegnata una carta con la quale potrete viaggiare gratuitamente sui mezzi pubblici, da e per il mare, e sino a Savona e Loano con gli autobus di linea. Che passano, come abbiamo avuto modo ampiamente di scoprire, e sono puntuali.

Così abbiamo lasciato l’auto -probabilmente nell’unico spazio libero e gratuito rimasto in paese – e abbiamo inquinato meno, risparmiato sui prezzi folli della benzina e non ci siamo nemmeno stancate…non solo, abbiamo trovato una spiaggia semideserta, e all’ombra, anche qui grazie al nostro padrone di casa, e con una fermata d’autobus proprio davanti. C’erano trentotto gradi in giro, quindi all’ombra si stava bene. Spiaggia Libera. A Finale come a Albisola e Cogoleto, ci sono molte spiagge libere, o comunali con doccia e spogliatorio, dove se vuoi puoi anche affittare l’ombrellone oppure no ( e con prezzi assolutamente normali)

Il borgo vivace

Concludendo: fare turismo sostenibile si può, offrire alternative alla triade spiaggia aperitivo ristorante si può (divertirsi anche)

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Piccola polemica?

Dai che una piccola polemica ci vuole, siamo quasi alla fine dell’estate, tra 32 giorni andiamo a votare e potrei dover partire per il Nepal in tutta fretta, o forse andare in pensione (no, tutto sommato il Nepal mi pare più probabile).

Avrete seguito sui social e anche sui giornali “importanti”, la dichiarazione del gestore del Rifugio “Willy Jervis” in Val Pellice sulla fuga di clienti già prenotati che hanno scoperto con raccapriccio che le stanze del rifugio non avevano bagni privati.

Ma va? Allora, è anche vero che personalmente preferisco stanze con il bagno, e che aver scoperto, ad esempio, che il nostro b&b di Finalborgo, questa primavera, aveva il bagno in comune mi aveva lasciato un po’ così. Ma io sono una persona anziana, che si aspetta da un albergo un minimo di comodità, tanto più se si trova in un centro abitato, tanto più in un centro abitato abbastanza famoso. Ma appunto, io sono una persona anziana e mi ricordo di quando anche in situazioni alberghiere di un certo pregio, il bagno stava in fondo al corridoio, e bisognava evitare le ore di maggiore affollamento. Ma non mi pare di ricordare di aver assistito a tentativi di arrembaggio della porta. Per non parlare delle residenze universitarie in cui nella coda alle docce si intrecciavano flirt (in Francia – in Italia stavo in un convento di suore).

Soprattutto, non mi sarei aspettata molte comodità in un rifugio alpino, se non un posto per riposarmi dopo aver fatto la fatica di arrivare sin là. Mi è capitato di soggiornare in gruppo in un luogo ibrido con tende e baita nella valle del Gran San Bernardo. A parte le misure di sicurezza inesistenti, per cui i responsabili attualmente finirebbero davanti a un giudice – vi dico solo che una delle tende fu travolta da una vacca in fuga, senza conseguenze per fortuna per le persone e la vacca – i bagni e soprattutto le possibilità di lavarsi erano ridotte veramente ai minimi termini. I genitori di un’amica venuti a prenderla perché andavano in vacanza qualche giorno prima del rientro, dopo una settimana in cui era piovuto ininterrottamente, riferirono a mia madre, che sì stavamo tutti bene, ma, come dire, puzzavamo un po’ di cane bagnato. Perché avevamo sì l’acqua corrente, ma captava quella del ruscello a monte. Adesso con l’acqua della Dora ci si va in spa, ma sta sempre intorno ai dieci gradi di temperatura. E questo, in qualche modo giustificava la puzza. Bei tempi.

Ora, un rifugio non è un resort a cinque stelle. Leggendo la polemica mi è tornato alla mente Tartarino di Tarascona, che arriva ansimante e carico al Rigi Külm scoprendo che si tratta di un grande albergo moderno comodamente raggiungibile in carrozza e cabinovia. Adesso al contrario, si pretende si arrivare in auto al rifugio e di trovarci tutte le comodità della città come dell’après ski invernale champagne compreso.

Come ho già detto varie volte, questo non è andare in montagna, è proprio un’altra cosa. Il Covid, costringendoci nei nostri confini ci ha messo davanti a prospettive e ambienti a cui la maggior parte nelle persone, che frequentano la montagna come fonte di divertimento, non hanno mai pensato, e forse è meglio se tornano alle loro abituali attività ( e non mi riferisco ovviamente a chi in montagna ci va in tutte le stagioni o soprattutto ci vive)

Foto do Elisabetta Merlo ( un rifugio non coinvolto nella polemica ma ci arrivi solo a piedi)
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Un ricordo di “Willy” Jervis

Siccome ho dedicato la settimana al Parco Nazionale del Gran Paradiso, non posso non rebloggare questo bell’intervento di Marco Travaglini.

(foto Wikipedia)

Willy Jervis, partigiano dell’Olivetti

Ivrea gli ha dedicato una la via sulla quale si affaccia il cuore del sogno industriale degli Olivetti, con la “fabbrica di mattoni rossi” di Camillo e la “fabbrica di vetro” di Adriano con le finestre che riflettono i profili delle montagne che circondano la città dalle “rosse torri”. La stessa arteria che il grande architetto e urbanista Le Corbusier non esitò a definire “la strada più bella del mondo”. William Jervis, più noto come Guglielmo o come Willy, ingegnere olivettiano e antifascista, alpinista e partigiano era nato a Napoli l’ultimo giorno del 1901. Venne al mondo nella città dal golfo dominato dal Vesusio per puro caso. Come ricorda un bell’articolo che gli dedicò L’Ora del Pellice  “il padre Thomas, un milanese di origini inglesi, ingegnere e dirigente aziendale” si trovava a Napoli per ragioni di lavoro e si ruppe una gamba. “La moglie Bianca Quattrini lo raggiunge per sostenerlo, ma il travaglio la sorprende nella città partenopea, dove il 31 dicembre 1901 dà alla luce il piccolo Willy. I legami della famiglia Jervis con la Val Pellice sono stretti. Il nonno di Willy, un importante geologo britannico che come lui si chiamava William Paget Jervis, aveva sposato una donna valdese di Torre Pellice, Susanna Laura Monastier. Anche Thomas Jervis, il padre di Willy, pur vivendo abitualmente a Milano, era frequentemente in visita alle Valli valdesi”. Guglielmo Jervis studiò a Torino, Firenze e al Politecnico di Milano dove si laureò in ingegneria nel 1925. Terminato il servizio militare fu assunto alla Frigidaire, azienda milanese di frigoriferi dove lavorò per sei anni. Attivo nel movimento giovanile valdese, Jervis collaborò alla redazione della rivista Gioventù Cristiana e nel 1932 sposò una ragazza fiorentina conosciuta a Torre Pellice, anch’essa valdese: Lucilla Rochat. Nel 1934 il giovane ingegnere passò alle dipendenze della Olivetti. Dopo un breve incarico come direttore della filiale di Bologna, Adriano Olivetti lo chiamò nella sede di Ivrea, affidandogli il compito di pianificare e coordinare la formazione professionale degli operai meccanici della prestigiosa fabbrica di macchine per scrivere. Intelligente, schivo, riservato e, al tempo stesso, estremamente concreto e dinamico, l’ingegner Jervis nutriva una grande passione per l’alpinismo. Amava le montagne, le ascensioni in roccia e fece parte del Club Alpino Accademico Italiano, la sezione d’eccellenza del sodalizio, il fiore all’occhiello del CAI formato da alpinisti che si erano distinti per le loro imprese sportive. Deciso oppositore del fascismo dopo l’armistizio dell’ 8 settembre fu tra i primi a organizzare la resistenza armata nella zona di Ivrea. Mettendo a frutto la sua abilità alpinistica e la conoscenza delle lingue, accompagnò più volte gruppi di profughi ebrei e di sbandati in Svizzera, dove entrò in contatto con esponenti dell’esercito e dei servizi segreti militari inglesi dell’OSS che gli affidarono importanti missioni di collegamento con i partigiani italiani. Ricercato da fascisti e nazisti, Jervis raggiunse Torre Pellice e le valli valdesi dove proseguì l’attività partigiana assumendo il nome di battaglia di “Willy”. Commissario politico delle formazioni piemontesidi Giustizia e Libertà, l’ingegnere olivettiano si distinse per coraggio e altruismo, organizzando anche il primo lancio di armi ai partigiani nel gennaio del ’44, un episodio importante che Giorgio Agosti ricordò così: “In quell’alta Val d’Angrogna che aveva visto accendersi i fuochi dei valdesi che difendevano la loro libertà contro le truppe francesi e piemontesi, Jervis ebbe la gioia di accendere i fuochi che accolsero il primo lancio di armi effettuato dagli alleati nelle alpi occidentali”. Un paio di mesi dopo, la mattina dell’11 marzo, Jervis fu fermato da una pattuglia delle SS sul ponte di Bibiana perché sprovvisto dei documenti di circolazione della sua motocicletta. Portato in caserma, prima di essere interrogato, tentò inutilmente di disfarsi del materiale compromettente e venne trasferito e rinchiuso per cinque mesi nelle Carceri Nuove di Torino in attesa della condanna a morte. Torturato a lungo, non rivelò alcuna informazione che potesse nuocere al movimento partigiano. Nonostante le dure restrizioni della vita carceraria riuscì clandestinamente a scrivere delle lettere alla moglie. Nella notte tra i 4 e il 5 agosto 1944, insieme ad altri quattro compagni, venne portato a Villar Pellice e fucilato sulla piazza del paese che oggi, in memoria del suo sacrificio, ne porta il nome. Il corpo di Willy Jervis, a spregio e monito, fu poi impiccato a un albero. Il giorno dopo, sul luogo dell’esecuzione, fu ritrovata la Bibbia tascabile che portava sempre con sé sulla quale aveva inciso con uno spillo l’ultimo suo pensiero: “Non piangetemi, non chiamatemi povero. Muoio per aver servito un’idea”. Dopo la sua morte, considerando il suo ingegnere un “caduto sul lavoro”, Adriano Olivetti si offrì di mantenere la famiglia di Jervis, chiedendo alla vedova Lucilla Rochat “l’onore di provvedere” a lei e ai figli. Nel 1950 Jervis venne decorato alla memoria con la medaglia d’oro al valor militare. A lui sono dedicati  due rifugi alpini (uno a Ceresole Reale, in Valle Orco sulle Alpi Graie; l’altro a Bobbio Pellice, in val Pellice nelle Alpi Cozie). Un testo fondamentale per approfondire la sua storia è “Un filo tenace. Lettere e memorie 1944–1969”, che raccoglie la corrispondenza con la moglie Lucilla e Giorgio Agosti, pubblicata da Bollati Boringhieri a cura di Luciano Boccalatte, con l’introduzione di Giovanni De Luna e la postfazione del figlio di  Jervis, Giovanni, importante psichiatra e collaboratore di Franco Basaglia, scomparso nel 2009. Un altro libro importante è “Willy Jervis. Una vita per la libertà”, scritto da Lorenzo Tibaldo per i tipi della Claudiana.

Marco Travaglini

(Giornalista, autore di narrativa e saggistica, fa parte del GISM, il gruppo italiano scrittori di montagna. Il tempo dei maggiolini (Impremix Visualgrafika) e Bosnia, l’Europa di mezzo. Viaggio tra guerra e pace, tra Oriente e Occidente (Infinito Edizioni) sono i suoi ultimi libri. E’ stato presidente dell’Orto botanico “Alpinia” di Stresa (Vb) e de “Il Brunitoio”, officina di incisione e stampa in Ghiffa (Vb).
Esperto delle politiche di sviluppo della montagna e del turismo, dal 2005 al 2010 è stato Consigliere regionale del Piemonte, eletto nell’VIII° legislatura.)

Jervis è stato uno dei miei eroi (gli eroi di una bambina che veniva da una famiglia moralmente calvinista e fieramente antifascista non sono le principesse Disney, che comunque allora non c’erano, ma Robespierre, Napoleone – a otto anni si possono avere le idee confuse – e appunto Willy Jervis. E Walter Bonatti, ma lui fa storia a sè. Unica concessione al protofemminismo che quando io ero bambina era di là da venire era che mi faceva strano che non ci fossero ragazze come Bonatti). Quindi grazie a Marco, che mi ha ricordato anche un po’ di passato, e anche due luoghi che a me piacciono molto, come le valli Valdesi e il Parco nazionale.

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100 e non sentirli

Quest’anno ricorre il centenario della fondazione del Parco nazionale del Gran Paradiso.

Basterebbe questo e non ci sarebbe nulla da dire o da aggiungere e il Sito del parco vi dà tutte le informazioni necessarie .

Qui è dove vi do la lista delle escursioni che mi piacciono sulle milioni di possibilità che ci sono

1. Passeggiata domenicale: il giro del lago di Ceresole, tristemente basso, adatto a bambini, anziani, cani (al guinzaglio), insomma tutti.

2. I laghi di Rosset, e in generale i laghi intorno a Ceresole, molto ben segnalati e con un panorama mozzafiato ( ricordate che per tutto agosto la zona è chiusa al traffico, ma la navetta è molto comoda)

3. Il colle della Galisia, che ho fatto da entrambi i lati. Dalla val d’Isère (pont St. Charles) il sentiero è evidente e segnalato, e frequentatissimo . Dal lato del lago Serrù è molto più lungo. Ricordo tra l’altro, molti anni, fa che con mia madre avevamo fatto un lungo tratto fuori sentiero. Quindi mi rivolgo a voi, se avete indicazioni più fresche

In ogni caso sapere che il parco è vivo e ci permette il godimento ( ci e pure alle generazioni durure dopo di noi, sperabilmente) di un ambiente ancora intatto. E di cui siamo tutti responsabili (l’estate sta finendo e io sono seria)

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Regalino di Ferragosto

youtube.com/watch

Nuovo videino sul Canale Alpslover

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Questa è un’estate strana (“sei diventata nera, nera nera…”)

Mare senza mare

Questa è una estate strana, o forse, chissà, è l’inizio di una nuova fase.

Come sapete, io sono una solitaria che va in montagna. Nel senso che in quella solitudine io trovo, in generale, la mia pace. Ebbene, questa estate no. Non sono ancora andata in montagna da sola nemmeno una volta dal Pian della Mussa. Un mese e mezzo fa, ormai. Quasi un record.

Allo stesso tempo mi accorgo che non sto pensando. Ossia mi manca quel tempo in cui la mia testa va a ruota libera, il mio corpo pensa solo al sentiero e a non inciampare e ad arrivare in cima . Questo non pensare ha poi delle conseguenze. Sono distratta, non riesco a concentrarmi ( e dovrei), inciampo ( l’ultima volta nel termosifone dello studio del mio direttore- poi vi spiegherò come si può inciampare in un termosifone di ghisa che è solidamente attaccato al muro…) , scrivere figurarsi ( e devo, perché ho due scadenze che non si risolvono da sole)

Comunque a dimostrazione di ciò sono andata a fare il bagno. La prima volta sono andata al lago sulla mia solita spiaggia “segreta” di Orta. Segreta, oddio. Ho il sospetto che non lo sia più. C’erano le papere fiduciose e c’era il mondo, ed erano solo i primi di luglio. Poi ho fatto un salto ad Arenzano al carnaio. Nel tardo pomeriggio, arrivando cioè quando tutti stavano andando via e il carnaio era un po’ meno carnaio. Ma sempre troppo per la mia misantropia. C’è da dire che il carnaio è friendly in molti modi, nel senso che è ormai l’emblema della globalizzazione genovese e puoi vedere ogni forma colore e sapore ( e non è la Costa Smeralda) . Quella volta ho anche scoperto il parco di Arenzano, che in milioni di anni non avevo mai visitato: un’orgia di pini.

Dopo tutto ciò, con grande sprezzo del pericolo, ho accettato un invito di mia cugina e della sua amica Orisya ad andare ad Albisola, che era la mia spiaggia quando lavoravo ad Acqui molti ma molti anni fa. A settembre o a giugno ( sono misantropa da tempi non sospetti)

Io ho portato due pesche un po’ d’acqua e un cambio. Loro il pranzo completo il pareo l’ombrellone. Livello pro.

Problema numero uno: l’ombrellone vola. Lo avrete capito, siamo in una spiaggia libera. Albisola è probabilmente uno dei pochissimi posti in Liguria dove la spiaggia libera e gli stabilimenti sono 50/50. Bello, ventilato, acqua pulitissima e l’ombrellone volava davanti ai sogghigni di variegato pubblico multietnico ( fatti i c…tuoi non si applica ai vicini di ombrellone in generale e in particolare in una spiaggia libera). Insomma, metà in acqua, metà aggrappati all’ombrellone

Poi siccome i fatti i c… tuoi non si applica nemmeno a noi, ho scoperto ad esempio che c’è una cospicua fetta di mondo che applica la regola delle due ore ( non puoi fare il bagno, non sono passate due ore – tale e quale a mia madre)

E sì, oltre alla vista sul porto (di Savona) , ci sono le meduse. Ma dopo averla incontrata la mattina, l’ho evitata con successo per il resto della giornata- la stronzetta mi ha dato la caccia, praticamente.

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Un week end di…

Dato che solitamente agosto è il mese delle ferie, delle sagre e di manifestazioni varie, chi sono io per non darvi i giusti consigli? per la cronaca io al momento sono ancora al lavoro e ora che ho una tenda da sole nuova di zecca posso arrostirmi o stare all’ombra su terrazza beach.

Ad Aosta c’è la tradizionale Foire d’été, versione estiva e più turistica della St.Ours che si svolgerà il sabato 6. Il sito della Fiera parla del tratto tra piazza della Repubblica e piazza Chanoux e dintorni, dove comunque sino al 7 c’è anche l’Atelier de Métiers. Da mangiare e da bere ovviamente ce n’è, c’è persino un mercatino dei sapori

A Verrès, sempre domenica 7 c’è il mercatino dell’antiquariato, che è uno dei più graziosi tra quelli che frequento, nelle vie del centro storico, quindi con il non trascurabile vantaggio di essere all’ombra. Molti degli espositori sono davvero simpatici e sono per lo più della zona o del Canavese. Le foto si riferiscono all’edizione del mese scorso. Ho sempre incontrato persone che conoscevano la storia di ogni oggetto che vendevano. In particolare nella foto in alto a sinistra, quello che pare una roncola in realtà è un …accessorio da pozzo! (Ossia un gancio per appendere i secchi: io per prima cosa ho pensato a qualcosa che servisse ad appendere dei salami – il cuore va sempre lì)

Come diceva il venditore, non si finisce mai di imparare e di essere curiosi, di quella che è una parte importante di civiltà contadina che sta scomparendo.

Se mai invece passaste dal natio Mandrognistan, sempre in tema di tradizioni popolare dal 5 al 7 agosto torna la tradizionale festività della Madonna della Neve a Novi Ligure, anche questa una storica fiera estiva. Ci sono tante bancarelle, il Festival del gelato (che di questi bisogna mangiare in fretta per vederselo sciogliere) e molte escursioni organizzate sul territorio. Se volete saperne di più, potete consultare il sito del Piccolo: https://novionline.ilpiccolo.net/

Invece se vi interessa di più la cultura, questa sera a Cabella Ligure prosegue la rassegna organizzata dall’Isral, l’Istituto sorico per cui lavoro, che si intitola “Dalle storie alla storia” : si parlerà di antropologia e di emigrazioni grazie a un volume appena pubblicato Migrazioni. La chance della diversità. Ma ci sarà anche da mangiare e da bere, tranquilli.

Intanto il caldo non ci dà tregua, quindi vi ci vuole davvero molta molta forza ‘animo per andare in giro…

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Mille e non più duemila /due donne , un cane spiaggiato, una 500 July edition.

Dopo qualche giorno, di permanenza a Bormio (a Valdisotto, lo so, ma come ho già detto arrivi su in una ventina di minuti anche col cane) abbiamo attuato una modalità che, mi rendo conto, può fare inorridire i puristi, ma cercava semplicemente di adattarsi al caldo.

Ossia, passeggiata mattutina non tardi, come hanno fatto anche i miei cugini su a Courma, pranzo, ripartenza verso le quattro e mezza- cinque del pomeriggio e ritorno alla bisogna. Tanto io avevo la frontale ( eh sì, il cappello no, ma la frontale sì) e avendo una casa si cenava all’arrivo, dopo Tobia, ovviamente, e dopo la doccia.

Ovviamente questo è possibile se sei autonomo con i mezzi, ai laghi di Cancano , dove abbiamo inaugurato il metodo, non avremmo potuto prendere tutte le varie navette, che terminano il servizio alle 18 circa. Ma avendo camminato un paio d’ore lo stesso, secondo il principio del va dove ti portano i piedi, a noi va bene lo stesso.

Tra l’altro la maggior parte delle volte abbiamo finito di essere io Lulù e il cane, quindi tasso di assembramento zero, quasi sempre (è il bello della montagna, bellezza).

Stesso principio per il nostro giro ( in senso classico: un anello) a Bormio 2000. Veramente io sarei andata in funivia sino a Bormio 3000, ma qui si ha paura dell’altezza ( abbiamo telefonato al veterinario per avere il permesso di portarci il cane- tanta pazienza, il veterinario ). A Bormio 2000 abbiamo preso lo sterrato sino alla località Laghetti, abbiamo proseguito a mezzacosta sino a San Nicolò ( o meglio, noi eravamo a mezzacosta e San Nicolò era sotto in Valfurva) e poi per non fare la stessa strada al ritorno abbiamo tagliato per le immacolate piste da sci.

C’era vento. Tanto vento

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Una cosa proprio come una volta

Sabato scorso a Bormio è successa una cosa che non credevamo possibile: ci siamo svegliate con il suono della pioggia che picchiettava il vetro delle finestre in mansarda. Un suono che nel natio Mandrognistan abbiamo praticamente scordato e ora c’è anche l’ordinanza del sindaco che comincia a razionare il consumo di acqua…

La sera prima, di ritorno da una favolosa cena a casa di un’amica conosciuta per lavoro, io e Luisa, dopo aver portato fuori Tobia, che era stato buonissimo e aveva giocato tutta la sera con la meravigliosa Ester Joséphine di tre anni, c’eravamo sedute in terrazza a guardare le stelle. In camicia di cotone leggerissimo Luisa, in abito a fiori di lino e cotone io: a Bormio, vi ricordo. C’era un filo di brezza e tornando avevamo visto, sulla Valfurva, della vampate, quelle che il mio mitico ragionier Salluard definiva “di calore”. In realtà nella notte avevamo sentito tuonare, avevamo pensato “che bello” e ci eravamo rimesse a dormire.

La pioggia sui tetti

Dopo un po’ il tempo era cambiato repentinamente, la mattina seguente pioveva a dirotto, e un autoarticolato si era semiribaltato uscendo dal parcheggio della Levissima: c’erano i carabinieri, i pompieri e una coda gigantesca. Osservando le operazioni di messa in sicurezza, con svuotamento del rimorchio, avevamo anche controllato le previsioni meteo, giusto per sapere cosa fare, e scoperto che lì a mezz’ora avrebbe smesso di piovere (ci sono siti e app molto precise in proposito, e cioè NON ilmeteo.it). La nostra escursione ai Forni era da considerarsi rimandata (a data da destinarsi abbiamo poi capito, e pace). Siccome uno dei nostri itinerari alternativi era il forte di Oga, abbiamo pensato, proviamoci. Il forte è chiuso sino al prossimo dicembre per lavori di restauro e consolidamento, così aveva detto l’ufficio turistico a Bormio, ma naturalmente è sempre raggiungibile. Ci si arriva attraverso una comoda (a posteriori) strada asfaltata, a siccome Lulu non sapeva quanto comoda e quest’anno abbiamo la sua auto, l’abbiamo lasciata sopra al paese nel primo slargo disponibile e non privato e siamo salite a piedi. Io ho portato la giacca impermeabile, Lulu no perché non sarebbe piovuto sino alle 13. In una quarantina di minuti e varie soste siamo arrivati al forte e nel frattempo la Valfurva era chiusa da nuvoloni e altri stavano salendo da Tirano. A quel punto io ho scattato qualche foto (il giro delle fortificazioni, secondo due ragazzi che abbiamo incontrato e mentre Tobia e la loro cagnolina facevano amicizia, si può completare in una ventina di minuti) e ho sentito una goccia.

No no scendiamo scendiamo, ci vorranno venti minuti e siamo appena in tempo. Così, in effetti, che aspetto ha il forte di Oga non lo sappiamo e comunque questo non ci ha salvato dal’acquazzone che è iniziato seriamente a cinque minuti all’una e anche scendendo a passo di carica, ci siamo bagnate da capo a piedi. Ho pure corricchiato, ma sempre a debita distanza da Tobia, non si sa mai che mi avvoltoli nel suo guinzaglio – capita spesso perché lui solitamente procede a zigzag.

In realtà io mi sono bagnata solo a metà perché la mia vecchia Technique Extrème ha svolto egregiamente il suo lavoro, ma è appunto una giacca e quindi da metà coscia in giù l’acqua gocciolava dai pantaloni. Lulu con grande sportività ha fatto come sempre si faceva in passato, ossia si è spogliata in auto, è rimasta in biancheria e si è messa la giacchetta impermeabile che anche a suo dire non avrebbe retto l’acquazzone. Poi siamo state lì a sentir la grandine cadere.

Il forte di Oga merita sicuramente e il panorama giustifica la passeggiata (in cima alla strada c’è anche un ristorante dove saggiamente avremmo dovuto fermarci). Ho dimenticato di dire che tranne i due ragazzi non abbiamo incontrato nessuno – neanche a farlo apposta finiamo di essere sempre io lei e il cane.

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Sentieri, sempre sentieri

Vi omaggio di questa fontana fresca che si trova a Isolaccia, in Valdidentro, che è uno dei posti che Lulù preferisce.

Ora, abbiamo scoperto che il sentiero Viola arriva sino…in Val Viola almeno, quindi anche questo è un sentiero frazionabile o un bel giro da fare in bicicletta se siete di quelli che la fatica preferiscono spartirla su due ruote. Oltretutto pedalare nelle ciclovie ha L’ indubbiò vantaggio di essere molto meno pericoloso che fare la stessa cosa su strada (due incidenti in due giorni, abbiamo visto).

Comunque, se non vi basta il sentiero Viola, da Bormio verso la Valfurva c’è il sentiero Frodolfo ( che è un torrente, non una persona). Inizia come trafficata passeggiata lungo il torrente ai piedi di Bormio e arriva in città vecchia. Trafficata vuol dire un mucchio di bambini e cani a passeggio e giravolte varie con Tobia, il che è sempre una fatica perché non sai mai cosa gli passa per la testa quando vede un altro cane maschio – con le signorine anche a quattro zampe di solito è piacione, cioè annusa gentilmente.

Se si arriva sino a Uzza, si può,passare dall’altro,lato della strada tornando verso Bormio, facendo così un anello ( delle quattro cappelle, credo si chiami) . Se no passo dopo passo e sempre rimanendo a fianco del torrente si può arrivare sino a Sant’Antonio in Valfurva. Il sentiero poi sale a mezzacosta e sempre rimanendo nella pineta arriva a Santa Caterina, e scende in paese. Si tratta comunque di un itinerario che in larga parte è all’ombra dei pini. E sì ci sono tanti cani anche lì. Tra l’altro a Sant’Antonio c’è un centro visite del parco nazionale dello Stelvio, con un’esposizione molto interessante e che i bambini troveranno molto piacevole (ne dove ho trovato un bel cappellino, perché pur avendone una mezza dozzina a casa – Helly Hansen, Lafuma, Sportler, cotone egiziano, Bula e qualche berretto a visiera che tengo per ricordo, li ho dimenticati tutti a casa, e con queste temperature si cuoce anche il cervello).

E come vedete, Tobia è un cane d’acqua dolce

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