E poi c’è il Tor

Franco Collè

E poi, mentre Courmayeur dorme, qualcuno dalla piazzetta dell’Ange ha dato una bella sveglia al mondo, e non solo per la musica a palla e il frastuono dei badochis.

Franco Collè ha vinto il Tor des Géants, versione classica, in un tempo record : 66:43:57. Due volte un superuomo. E sì noi atleti da tastiera abbiamo aspettato le dirette giornaliere del duo Gadin e Parasacco ( ma perché hai le cuffie , eh sto seguendo il Tor), e chapeau proprio a chi c’era stamattina alle due ad intervistare Collè al Malatrà che una guida alpina guidava letteralmente su per una strada che già vista dall’alto ( io il Malatrà l’ho fatto dal lato migliore, cioè dalla Val Ferret a salire) è un notevole purgatorio.

Dietro c’è lo svizzero Russi, a cui ha dato un’ora e poi uno svedese e poi tutti gli altri ( la prima donna è nona assoluta e sta facendo il record femminile) Tranquilli però, che ci sono quelli del Tor des Glaciers, che se è possibile è ancora più lungo, e ne abbiamo almeno sino a giovedì.

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Anniversari

In questi giorni sono accaduti, per puro caso, due anniversari che sono pesanti per tutti, per chi vive di montagna, ma non solo.

Domenica 13 settembre erano giusto dieci anni che Walter Bonatti ci ha lasciato. Per chi era bambino/a negli anni Sessanta i suoi meravigliosi reportage su “Epoca“ erano un appuntamento irrinunciabile e una festa

In famiglia, mia zia nel piccolo paese dove abitava era abbonata ad “Epoca” e a me pareva che con quella rivista irrompesse un mondo più affascinante ed esotico di quello che si poteva vivere a Mandrognistan Ville e dintorni. Poi naturalmente, per chi aveva base a Courmayeur era una figura abbastanza familiare, e ricordo di averlo visto più volte, in anni più recenti anche con Rossana Podestà ( ricordo anche mia madre abbastanza scandalizzata che uno come Bonatti si fosse messo con un’attrice, ma mia madre, cui per altro non faceva nessunissimo effetto il fatto, ad esempio, che fossero tutti e due divorziati, era ovviamente una signora d’altri tempi). Mio padre poi era su a Courma la fatidica estate della tragedia Freney ( noi no, perché io ero a parere di allora troppo piccola per la montagna – ora ho visto neonati in carrozzina sullo Skyway ed è un’esagerazione anche questa). E naturalmente, ogni volta che capitava dalle nostre parti andavo a sentirlo.

Così, come potete ben capire, domenica sera ho visto la docufiction su Rai 1 Sul tetto del mondo. Walter Bonatti e Rossana Podestà. E ho acceso la tv che solitamente a casa mia è spenta o funzionante in streaming. E come potete capire sono partita prevenutissima, anche perché di Bonatti ho tutti i libri, anche quello che Rossana Podestà gli ha dedicato dopo la sua morte, Una vita libera, che sta sul tavolino nello studio insieme ad altri libri fotografici che mi piacciono.

E invece, alla fine, il docufiction non era affatto brutto, anzi raccontava in modo esauriente e anche appassionante non solo la storia d’amore, l’ingrediente necessario per attirare il grande pubblico, ma anche la vita di Bonatti, che emerge davvero con tutte le sue caratteristiche.

Epoca

Sabato poi, era anche un anniversario molto più pesante, i venti anni delle Torri Gemelle.

Tutti ci ricordiamo dove eravamo quel giorno. E anche se la memoria modifica e abbellisce il passato ( ricordate Rashomon?) dove eravamo allora c’è lo ricordiamo bene.

Io in particolare: ero in montagna. Per la precisione ero andata in montagna perché, nei primi giorni di scuola, non ero stata messa in orario e avevo avuto libero il martedì, anziché il mercoledì come al solito. Così io e mia mamma avevamo lasciato mio marito a casa ed eravamo andate in Valsesia. Avevamo lasciato l’auto nel parcheggio dell’Acqua Bianca, ora non si può più nemmeno in bassa stagione, e poi eravamo andate insieme sino alle Caldaie del Sesia. Da lì poi io ero andata a piedi sino al rifugio Barba Ferrero, praticamente senza incontrare nessuno, mentre mia madre restava più in basso. A raccogliere fiori, come sempre.

Era una giornata spettacolare ( da #oggiilcieloèblutrail se mai ce n’è stata una, e devo avere delle fotografie da qualche parte ) Tornando dopo le cinque mia madre che era seduta su una panchina riferisce che la radio ( le avevo lasciato le chiavi della macchina, la Mégane precedente a meggie) aveva parlato di un attentato, ma naturalmente lì in quota andava e veniva, per non parlare dei cellulari. Eravamo tornati, con l’intenzione di fermarci in un negozio a vedere delle maglie. E man mano che la radio ricominciava a captare in Fm la portata della cosa assumeva contorni sempre più tremendi. Le prime immagini le vedemmo nel negozio a Romagnano ( per la cronaca, Federico Cashmere, che non c’è più), perché la commessa aveva acceso la tv. Rimanemmo lì tutte e tre ipnotizzate.

Mio marito, che era a casa a fare le sue cose, non si accorse di nulla sino a sera, quando arrivai io ( e lo cazziai, naturalmente)

Edit del giorno dopo (sorry for the refusi, ma provate voi a scrivere sulla tastiera dell’Ipad con qualcuno che vuole dormire, e no la sua foto non ve la metto – aveva persino la boccuccia aperta)

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Il movimento delle donne solitarie

Comincio con un reblog: https://camoscibianchi.wordpress.com/2021/08/15/il-movimento-delle-donne-solitarie/#more-43807

E ovviamente posto il testo di Emanuela Provera perchè mi riconosco nella maggior parte di quello che scrive.

Certo, io vado sovente in montagna da sola perché sono proprio asociale. E ci sono volte in cui il silenzio in cui è avvolta la montagna è esattamente quello che cerco. Letteralmente, che nessuno mi rompa le scatole.

Perché vivo una vita molto sociale, anche se sono sola con tre gatti , e vi assicuro che interagiscono fin troppo, non sono tre animali che si fanno i fatti loro.

Perché faccio un lavoro sociale, che implica una costante interazione, anche ora che non sono più in classe (un lavoro, quello, che mi ispirava sovente fantasie di eremitaggio).

Perché ho una rete di persone, parenti e amici, che più o meno esplicitamente non mi lasciano mai sola, molto più adesso di prima, in realtà. E, va detto, io con loro sto benissimo

Ma in realtà in montagna è difficile essere soli. Ciò che è raccontato nell’articolo mi accade spesso sui sentieri, parlare con sconosciuti, giocare con bambini, sentirsi raccontare storie da persone incontrate per caso mentre fanno altre cose, come il signore che su a Baceno ci ha spiegato per filo e per segno tutte le caratteristiche del suo orto, aggiungendo che era nemmeno lontanamente paragonabile a quello dello scorso anno: per chi come me spia ansiosamente i suoi gerani e si sente in colpa se il caldo li uccide, è stata una lezione di botanica più valida di tre anni di biologia al liceo. O chi una sera di parecchi (tanti anni fa) mi domandò se andava tutto bene, dato che ero seduta a scrivere a fianco di un sentiero trafficatissimo del TMB. O l’infermiera di Brimingham che mi raccontò la sua vita mentre salivamo verso il Lac Noir in una calda giornata di settembre.

Non si è mai soli in montagna, neanche quando si è con se stessi.

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Tramonti su Malcesine

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Tramonto dietro la punta S. Virgilio

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Detox

Questo fine settimana sarà detox.

Nel senso che siamo in un posto carino ma isolato da internet; in realtà il luogo dove siamo è tutt’altro che remoto, ma sono i misteri degli hub in un’Italia dove far viaggiare i cavi è difficile (scavi e zac salta fuori un’anfora)

Così, dovrete accontentarvi delle foto su Instagram

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Torino da Turista

Lo ammetto, ormai era tantissimo tempo che non tornavo a Torino, mannaggia il maledetto Covid ( in realtà ci sono andata a giugno per lavoro, e anche se dopo abbiamo giustamente passato il nostro tempo in santa pace*, era lavoro). Però sono andata a trovare la mia meravigliosa pronipotina**, che tra una storia e l’altra non vedevo da un anno, dai tumpi della Val Pellice, per intenderci. Così sono andata a trovare Matildina per tener compagnia all’oberata mamma e alla nonna, ora che hanno traslocato in un nuovo alloggio ( a casa di Piero Gobetti, tra l’altro, in un delizioso edificio ottocentesca, con un ascensore, devo dire, abbastanza inquietante – molto Dario Argento prima maniera, di nuovo).

Vedere Torino con occhi di bambino è davvero strano, almeno per me che ho superato l’infanzia da un bel po’. Vedere Torino nel pieno dell’estate, completamente o quasi svuotata dei suoi abitanti, come nei meravigliosi anni sessanta dell’esodo Fiat, e con i parcheggi vuoti e gratuiti, tipo il giorno dei Triffidi, all’inizio è stato un filino inquietante.

Notine sparse: non sapevo che dietro il bastione dell’Arsenale ci fosse un giardinetto con i giochi per i bambini (ormai guardiamo il mondo con gli occhi dei bambini e devo dire che non è male), ma siccome erano al sole nel pomeriggio di un giorno caldo, abbiamo cercato un altro giardinetto all’ombra. Nel quartiere tutte le vie hanno nomi di militari, in ottemperanza al fatto che gli edifici ospitavano gli ufficiali e le loro famiglie ( e in parte succede ancora oggi pare). Dai giardini di via Bertolotti, quando Matildina si è stancata di giocare ci siamo spostati in piazza Solferino a guardare la fontana Angelica e le statue delle stagioni e dei mesi, così lei ha potuto giocare con l’acqua – spruzza spruzza nonna e nagna (io). Che intanto ci chiedevamo il perché di un monumento dedicato a un duca d’Aosta il cui cavallo è valorosamente morto a Novara. Ribadisco: il cavallo (commento: ma è il cavallo quello bravo, non il Savoia). Poi abbiamo trottato a passo di carica sino ai giardini Reali, di cui è stata recentemente restaurata e risistemata una parte consistente. Sono una meraviglia, non spostate le sedie che poi i guardiani si incazzano. Precedentemente all’ora di pranzo nonna e nagna si erano fatte un tour di shopping dal mercato di corso Palestro (il mio preferito), poi via Garibaldi, dove ho avuto il solito attacco di taccuinite da Mujii, poi in via Po (mangiamo un gelato?) a vedere le gigantografie nell’atrio di palazzo degli Stemmi (mettete le didascalie, la prossima volta, che Sandra Milo che fotografa Fellini l’abbiamo riconosciuta giusto noi vecchierrime, e forse qualche studente del DAMS) e poi da Luxembourg, insomma tutti i miei posti.

Tra una cosa e l’altra, il contachilometri ha segnato un trekking di media lunghezza

*leggi shopping (sofisticato: quello di oggi è stato shopping più boho -branché, siamo vicini alla Francia, e al mercato di corso Palestro fai ottimi affari anche con le firme)

** tecnicamente Matildina sarebbe una cuginetta di terzo grado. Capite che preferisco dire la mia pronipotina (quando crescerà preferirò farmi chiamare Nagna, anzichè Ciao, cara cugina di terzo grado). Tra l’altro, fila che è una scheggia: giri l’occhio e lei è già partita. In un posto come Torino centro, abbastanza da farsi venire un attacco d’ansia.

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Due donne un cane morto e meggie: mi sono contrabbandata in Svizzera e fine

Parecchio tempo fa ho contrabbandato mio nipote in Svizzera. Adesso che non ho più un nipote da contrabbandare, è venuto fuori che non potevamo contrabbandare in Svizzera nemmeno il cane (perchè non aveva passaporto sanitario con sé. In realtà lo abbiamo portato in Austria, a suo tempo, senza problemi).

Così sono tornata in Svizzera da sola, perchè volevo rivedere le gole di Gondo (ossia un altro orrido, in pratica) che sono a pochissimi chilometri dal confine (Gondo è il primo paese che si incontra). Con il senno di poi, potevamo contrabbandare chiunque: ai vari posti di frontiera non c’era letteralmente nessuno. L’unico segno di vita è stato il solito criptico e alquanto minaccioso messaggio del ministero della salute svizzero, che mi ordinava di mettermi in quarantena se appartenevo ad uno dei paesi dell’elenco: però il link del messaggio non si apriva (e posso assicurarvi che avevo credito; l’unico svantaggio del mio attuale gestore è che devi avere del credito sulla sim per parlare/ navigare dall’estero perché non è coperto dal piano tariffario italiano. Così adesso saprete qual è il mio gestore di telefonia mobile) In ogni caso sono andata spavalda sino alla caserma costruita da Napoleone (e chi se no, considerato che è passato ovunque, anche dal Sempione), ho lasciato meggie al sole, e mi sono avviata sull’aereo ponticello che attraversa il torrente.

Questo pezzo di strada è parte dello Stockalperweg un itinerario che collega Briga a Domodossola e io ne ho già percorso una parte in territorio svizzero, in tappe successive, da Gondo sino al passo del Sempione. Mi manca la discesa su Briga, e il pezzo italiano nella val Bognanco, ma anche quello è un luogo che vorrei visitare, o rivedere per ragioni di famiglia.

Anche qui, ho avuto un’impressione strana, probabilmente perchè il torrente Diveria, rispetto a quando l’ho visto la prima volta, ha una portata d’acqua inferiore. Comunque la maggior parte dell’itinerario (e questo è il brutto) corre accanto alla statale del Sempione, grazie ad un sistema di scalette metalliche molto panoramiche che non lasciano nulla all’immaginazione.

E’ assolutamente sicuro ma ci sono persone per cui camminare su un visibile strapiombo risulta fastidioso (bambini da tenere per mano, direi): si arriva prima al ponte napoleonico in pietra e successivamente a fort Gondo (ci sono resti di fortificazioni). Si ritorna all’auto lungo lo stesso itinerario, perché camminare a fianco della statale a parer mio non è consigliabile ( e respirare i gas di scarico dei camion no grazie). Risalendo di poche decine di metri oltre il ponte, alla Alte Kaserne, si vedono le rovine di un’antico forno per la calce.

E così abbiamo finito queste vacanze. Ma non di andare in giro, tranquilli, che sta cominciando la stagione migliore per noi escursionisti, l’autunno.

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Due donne un cane morto e meggie: Uriezzo reloaded

Allora, devo proprio fare un mea culpa pubblico: ho toppato. Quando sono andata agli Orridi di Uriezzo, questa primavera, non li ho, in effetti, visti affatto. La descrizione dell’itinerario che ho dato a giugno (cfr: https://alpslover.com/2021/06/26/in-cerca-di-portaluppi-ii-deviazione-gli-orridi-di-uriezzo/) è perfettamente corretta, peccato che degli orridi io abbia visto soltanto la prima “camera” dopo la scala metallica. Mentre Luisa e Tobia rimanevano in basso e io mi aggiravo nella camera per fotografare, sentivo le voci di due signori che ci avevano sorpassato e ci avevano anche chiesto indicazioni. Li avevo visti salire, e poi erano scomparsi. Così ho scoperto un passaggio, molto stretto, e perfettamente buio che conduceva ad un’altra piccola caverna e mediante un’altra scala metallica molto più altra portava ad un ulteriore canyon dove la luce disegnava strani contorni.

Da lì, un altro passaggio molto stretto conduceva ad una ulteriore piccola grotta.

Rispetto al passato, e grazie anche alle copiose piogge di luglio e dei giorni precedenti, il fondo degli orridi trasudava acqua e piccoli rivoli scorrevano ovunque.

Insomma una meraviglia.

Tornando abbiamo trovato gli stessi fotografi che erano agli orridi appollaiati sugli scogli delle Marmitte dei giganti per fotografare. VI PREGO NON FATELO. Scendere è ingannevolmente facile, ma ci sono stati tre incidenti in quello stesso posto, uno dei quali mortale. La corrente del Toce è molto forte, se si cade in acqua e si sbatte contro le rocce le conseguenze possono essere mortali. Noi stesse abbiamo assistito ad un salvataggio con l’elicottero del Soccorso alpino, se pur da lontano.

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Due donne, un cane morto e meggie: il parroco viperario

Abbiamo, come già più volte detto, esplorato quasi tutte le frazioni intorno a Baceno, a piedi e in macchina, per caso o con intenzione. Così siamo capitati per ben due volte a Croveo: la prima volta, seguendo un sentiero consigliatoci dalla nostra padrona di casa Ines, siamo risaliti lungo il Devero, e abbiamo finito per ritrovarci, dopo una bella camminata nel bosco, proprio alla periferia di Croveo, tra muschi e cascate e piccole dighe. Ma siccome era ormai ora di pranzo avanzata, siamo scesi lungo la provinciale dell’Alpe Devero sino alle prime case di Baceno, per poi intrufolarci in mezzo alle viuzze (dove la gente pranzava più o meno la sole) per riprendere la nostra scorciatoria tra i prati e mangiare anche noi in terrazza.

La seconda volta, al termine di un pomeriggio in cui avevamo fatto altro, abbiamo deciso di vederlo con più attenzione e ci si siamo ritrovati in mezzo a persone che prendevano l’aperitivo nel bar sulla piazzetta. Ci siamo fatti un giro, scoprendo che il piccolo paese aveva un numero ragguardevole di antiche case, e un campanile molto molto particolare, staccato dal corpo della chiesa e arrampicato su uno sperone di roccia.

cercate la scalinata ripidissima…

Oltre a questo, dopo aver salutato il parroco che stava appunto chiudendo la suddetta chiesa, abbiamo osservato una statua, per la verità alquanto bruttina (e in questo assai parente prossima del Rattazzi che troneggia nella piazza principale di Mandrognistan Ville) di quello che pareva un prete con tanto di berretta che aveva du bastoni in mano. Abbiamo pensato boh e siamo andati a vedere il resto del paese e in particolare la secentesca casa del Cappellano.

E lì ci è stata raccontata la storia della statua, ovvero di Don Ruscetta, che non aveva in mano due bastoni, ma due vipere, perché era abilissimo nel catturare le bestie (afferrandole con decisione), tenerle in cattività e poi procurare il veleno per l’Istituto Sieroterapico di Milano, procurando così un modesto introito per il paese. Lo racconta Guido Piovene nel Viaggio in Italia , poiché ebbe la fortuna di incontrarlo benché in tarda età, ma ancora piuttosto pimpante.

Non solo, i paesani, che lo apprezzavano per le sue doti di mediatore, dicevano di lui anche un’altra cosa, cioè che fosse un temibile stregone, e che poteva trasformarsi in gatto nero e lanciare potenti malocchi. Lui, racconta sempre Piovene, si schermiva dicendo trattarsi di semplici pettegolezzi.

E qui, essendo nipote di una che bativa la fisica (anche a Croveo si dice più o meno così) e sapendo di fisica io stessa, non posso che essere dalla parte del parroco (valle di streghe, la Val Formazza, tra l’altro, come si evince anche dalla statua).

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