A volte ritornano

https://anchor.fm/alpslover/episodes/Seconda-stagione–We-are-back-eln0nq

È tornato il podcast ( in realtà inizia veramente domenica prossima): in previsione di un lockdown più che probabile, ci si attrezza.

Abbiamo anche una nuova immagine copertina che dovrebbe suggerire qualcosa del contenuto.

Di seguito metterò i link a tutti gli episodi:

Primo episodio: https://anchor.fm/alpslover/episodes/Zona-rossa-em6tfe

Secondo episodio: https://anchor.fm/alpslover/episodes/Un-bel-posto-per-seppellire-degli-scarponi-emfs1o

Terzo episodio: https://anchor.fm/alpslover/episodes/Scusate-il-ritardo–Al-Sestriere-en0b86

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Plenilunio postatomico

Comincio a sentire quella spiacevole ansia che chi è malato di montagna come me inizia a percepire quando è da troppo tempo separato dal suo bene. Per l’esattezza dal…rapido check nell’archivo fotografico…ops 1 novembre scorso. 29 giorni. Nemmeno un mese.

Aver cambiato colore da oggi, e aver visto diminuire abbastanza consistentemente il numero di contagi nel natio Mandrognistan (ma non il numero di persone di mia conoscenza contagiate, in quarantena, e in almeno quattro casi purtroppo morte) non serve a nulla. Siamo sempre confinati nel nostro comune sotto il livello del mare. Tecnicamente, non posso andare nemmeno al cimitero (ai cimiteri) che sono tutti ben al di là del comune.

Sul mio solito pranzo di Natale ho già fatto una croce , perché sono i miei ospiti a venire da fuori solitamente, e io non potrei andare da loro in ogni caso. Qui potrei forzare un po’ la mano ai congiunti, anche perché continuano a invitarmi a pranzo, e in questo sono fuorilegge da un po’: considerate che mi tolgo la mascherina praticamente davanti alla loro porta, dopo tre piani di scale. Uno dei congiunti mi ha aiutato con la cantina sabato mattina e sia io sia lui avevamo la mascherina, che poi in casa non ci mettiamo. Va beh.

Sulla Messa di mezzanotte, l’unico veramente fissato da queste parti è monsignor vescovo. E’ la messa dei Vip (sindaco prefetto questore e quelli che vogliono farsi vedere): c’eravamo andati con mio marito e il cugino Alberto il primo anno del suo insediamente, a sentire il pontificale cantato anche da mia cugina. Poi ne abbiamo fatto a meno: eravamo andati a letto, tra una cosa e l’altra, alle tre. Mia cugina e il coro continuano a cantare stoicamente il pontificale, ma io sono stata dispensata da anni. Gli altri partono tra le 21 e le 22. Monsignor vescovo sta guarendo dal covid e chissà che quest’anno rinunci alla messa fiume. Il coro, dal canto suo, assai responsabilmente da mesi evita di schizzare droplets sui fedeli contingentati.

Oggi avevo intenzione di comperare qualche regalo di Natale, e sono passata in auto all’esterno della via principale, della vasca, dello struscio, così ci capiamo. Ho dato un’occhiata e ho lasciato perdere, e mi sono rifugiata, a comperare la lettiera dei gatti ma non i regali di Natale, in un anonimo supermercato di periferia, dove c’era molta meno gente (quello che vedete in foto è il parcheggio).

Prometto, però, che dopo Santa Lucia, quand la giornà as longa al pas dla furmia, scappo. Evado

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Digitale, digitale.

Come ho detto la scorsa settimana, quasi tutti gli eventi che potevano svolgersi nell’orbe terracqueo sono finiti online (non solo Amazon si sta fregando le mani, ma anche tutti quelli che hanno sviluppato software di comunicazione). Anche i gatti si fregano le zampe (ma come fate a sopravvivere se non avete gatti ?)perché si prendono un supplemento di compagnia con tutto quello che segue.

Comunque, anche la montagna è finita online: non solo sui profili instagram di questo e di quello (gli allenamenti di tamara quest’inverno mi hanno ammazzata), ma anche situazioni consolidate come l’Alpinmesse di Innsbruck è finita online: non la mostra dei materiali, ovviamente, ma gli eventi dell’Alpinforum, a cui l’ufficio stampa mi ha gentilmente invitato. Io ho partecipato, il sabato, a un panel sulla sicurezza alpinistica, e alla sera a una presentazione dello sciatore estremo Vivian Bruchez.

Potete benissimo domandarvi perché io che nemmeno scio mi sia interessata ad uno sciatore estremo…Beh, in realtà volevo tornare, per qualche momento a Chamonix, dove Bruchez vive e lavora. E infatti era collegato dall’ENSA (dove insegna) perché a casa sua internet funziona male. Ooook: non che all’ENSA il collegamento fosse granché. Ragazzi, un’istituzione nazionale che è l’Oxford dell’alpinismo, e ha la stessa puzza al naso, e il collegamento funziona a scatti? In un posto dove ci sono hotel a sei stelle ? voglio vedere se lì internet non funziona. Tra l’altro Kay Rush che da due settimane ha un posticino a Propagandalive ha detto di essere a Chamonix a passare la sua quarantena e si vedeva benissimo.

Amen: l’idea era vedere un po’ la Verte, i Drus, il monte Bianco anche dal nostro lato, perché il signore ha fatto il colle della Brenva con gli sci… e poi ci fa vedere l’Himalaya e il tentativo abortito di scendere dall’Everest con gli sci: troppi i pericoli oggettivi e le condizioni della montagna. Eh sì, la persona mi piace (lo ammetto prima dell’incontro era giusto un nome su qualche fotografia, ma mi sono documentata), come mi piacciono quelli che non antepongono la loro sicurezza al rischio a tutti i costi, all’impresa, alla bella linea. E alla domanda”Quando stai per affrontare una discesa segui la tua intuizione” , lui ha guardato l’intervistatore un po’ stupito, e ha risposto, “No controllo le condizioni della montagna”. E ha aggiunto che una delle poche volte in cui si è trovato nei guai, ma è riuscito a evitare la valanga , è stato proprio perché non si era adeguatamente preparato, e non stava parlando dei materiali.

E poi mi ha portato via l’idea di portare la tecnica dello sci al pubblico simulando i movimenti su una pedana (il prototipo se lo è costruito in cortile).

Se invece siete interessati agli altri laboratori, su sicurezza valanghe e materiali, i video sono sul canale You Tube dell’Alpinforum 2020:

https://www.youtube.com/channel/UCAw5BrnSFKxrdZwJEOiM-jQ

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Zona rossa (musica – Coro dell’Armata Rossa)

<<Questo>> per intenderci. Non che io voglia, ovviamente passare per una nostalgica di Stalin, e ce ne sono in giro, ma siccome, zona rossa qui significa che non puoi fare altro che passeggiare (con mascherina) o correre (senza) in zone che sembrano colpite da una crisi postatomica (vedi le foto di domenica sul mio profilo Instagram), rosico. Capita anche alle migliori.

In particolare, in questo periodo sarei (o meglio avrei dovuto essere) a Innsbruck, alla Alpinmesse, che come tutto è stata rimandata al prossimo anno. L’Alpinforum, che si teneva contestualmente invece no, ovviamente, è emigrato come tutto su Zoom, e mi hanno mandato l’invito (in questo momento sto ascoltando una questione sulla sicurezza e sul rapporto corde/ peso – è una dotta faccenda in tedesco e capisco a molto grandi linee ma stasera è in inglese e andrà tutto molto meglio . Ve lo racconto una prossima volta)

E comunque, Innsbruck mi manca (mi mancano anche molti altri posti fuori dall’Italia, ma Innsbruck mi manca particolarmente)

Markus Mair -photography

La foto che ho scelto, che è tratta dal sito ufficiale di Innsbruck e dalla sua pagina Facebook, mostra una delle cose che ami di più, la città che è a due passi dalla montagna, dai sentieri e anche dalle pareti se è il vostro trip. Ho visto Innsbruck in tutte le stagioni (mi mancano proprio i mercatini di Natale, ma non ci saranno nemmeno quelli da noi, forse lì sì, perché il conto dei contagi è più favorevole, ma tanto saremo tutti chiusi in casa da queste parti, e anche potendo, non credo che gli amici austrici sarebbero tanto contenti di vederci arrivare) e ogni volta c’era una scoperta, un sentiero che non avevo ancora percorso o una natura che si trasformava, il tutto essendo in un luogo che offriva molti altri vantaggi. In ogni caso, trovavo bellissimo il fitness walking lungo l’Inn, che nella parte centrale, quella che costeggia la Altstadt, è fiancheggiata da giardini che in questa stagione hanno uno splendido colore rossiccio.

e in primavera, tutto è di quel tenerissimo verde “che spacca la scorza” diceva una poesia di Salvatore Quasimodo (Specchio), che ho sempre associato alla montagna, veramente.

Verranno tempi migliori.

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Il nostro foliage -2

Prima che ci rinchiudano tutti di nuovo, un modo per onorare il nostro autunno è proprio quello di fare un giro nel nostro Piemonte. Un consiglio, artistico -escursionistico per così dire è fare un salto al castello di Roddi, dove sino al 29 novembre c’è una mostra di Enzo Ferraris (non siamo parenti, ma parenti di parenti , in un certo senso), di dipinti e sculture materiche (fatte di elementi della terra, radici di vecchie viti, verderame, vinaccioli e persino tartufi), con in più l’aggiunta di profumi (la parte elettrica è opera del cugino Fulvio, che ha “imprigionato” il profumo del tartufo – e si sente, ve lo posso assicurare). Il tutto si trova nel castello di Roddi, che io non conoscevo assolutamente, nel senso che da Roddi ero sempre passata sotto, nei nostri giri esplorativi, mentre ora abbiamo risalito la collina – in senso proprio, perché abbiamo trovato lavori in corso, e abbiamo lasciato l’auto in basso, così abbiamo risalito la collina, perché la strada compie cerchi concentrici e il panorama si apre sempre di più sino alla terrazza sulla piazza del castello. Il castello in sé è anche molto interessante, di origine trecentesca, poi trasformato in residenza signorile: avrebbe bisogno di qualche restauro, ma non del tipo che hanno già fatto (scusate): ci sono affreschi del Tre e Quattrocento che meritano una maggiore valorizzazionee sicuramente altri sono da fare emergere dall’intonacatura. Un esempio lo vedete in alto a destra (cavalli arabi). Così in un unico luogo, si possono macinare un po’ di km a piedi, godersi l’arte e il panorama, e non solo quelli: siamo in una zona di grandi vini, e lasciarli lì non ha proprio senso (considerato come siamo messi, non ci resta che bere). In ogni caso, sino a fine ottobre il castello di Roddi è aperto il sabato e la domenica per le visite guidate su prenotazione ( qui trovate le informazioni ) , solo la domenica dalla seconda metà di novembre. La visita si svolge in assoluta sicurezza, e anche a camminare, naturalmente, non si incontrano le folle.

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Corpi non conformi

Ok, vi ho fregato, anche questo è un post serissimo, e anche questo è il frutto delle mie letture estive. Come ho detto, quest’estate ho letto alcuni libri che mi hanno colpito particolarmente, e che sono legati, in qualche modo, da una curiosa catena. Ho “conosciuto” Costanza Rizzacasa d’Orsogna (@CostanzaRdO) su Twitter, per un twit piaciuto o ritwittato da qualcuno che seguo (in realtà non ricordo nemmeno da chi). Il twit rimandava alla sua rubrica sul “Corriere della Sera” (Any -body), in cui diceva cose giustissime in tema di corpi e di body shaming. Nel frattempo ho scoperto che aveva un gatto nero, Milo, cui ha dedicato una favola per bambini (aspetto il bambino giusto a cui regalarla per Natale) e che aveva un libro in uscita. Di solito non compero libri di letteratura italiana, di solito non leggo romanzi italiani (questa estate ne ho letti tre, mettendoci dentro anche Mia sconosciuta): questo l’ho comperato pochi giorni dopo la sua uscita. E ho fatto bene (spero che lo comprino in tanti, e che lei faccia un sacco di soldi). Ribadisco, come sempre, che non mi paga nessuno (ancora!), e ribadisco anche che il libro è molto bello, e ha a che fare con l’ossessione del corpo nel mondo attuale e di come il nostro rapporto con il cibo sia un complesso sovrapporsi di cose diverse: tutte sulle spalle di una bambina, poi donna, che è Costanza, che sono io, ma non è Costanza e non sono io. “Madame Bovary c’est moi”, diceva Flaubert, perché c’è un po’ di sé in ogni cosa che si scrive, e che il lettore fa proprio: ma il giornalista medio in Italia non vuole proprio capire che non si tratta di un’autobiografia. Di flaubertiano c’è che Costanza è una donna curvy, e che il grasso (e lo scrivo volutamente in corsivo), è il grande rimosso, l’orrore, il tabù, ma un tabù che tutti si sentono in dovere di stigmatizzare, criticare, svergognare (lo hanno fatto con Vanessa Incontrada, nuda su una rivista patinata, che è da qualsiasi standard la si prenda una bellissima donna, come, per dire, Kate Winslett; lo hanno fatto con la cantante Billie Eilish, che non mi dice poi granché come musicista, ma mi è sembrata un’adolescente normalissima, alle prese con rotondità che sono ancora, appunto, quelle dell’adolescenza). Costanza in un’intervista televisiva ha detto , tra l’altro, che su quella copertina doveva starci lei. E ha ragione. Sulle copertine devono stare i corpi non conformi : quelli grassi, quelli vecchi (altro grande tabù – a proposito, in rete comincia a circolare uno spot di Jorgos Lanthimos per Tena, che va, proprio, al punto). Su quella copertina devo starci io, che sono grassa (purtroppo, perchè è il risultato di una malattia autoimmune) e pure vecchia ( anche se dal collo in giù, la testa ancora non ci crede, che ho un’età).

Io non sono sempre stata oltre la 50, ma sono sempre stata, come una volta si diceva, una ragazzona, o tanta, se preferite. Metà della mia famiglia è così (tendente alla dea madre Ittita), l’altra metà è fatta da statuine di Tanagra pesanti 40 chili con i vestiti invernali indosso: lo sguardo di commiserazione della mia bellissima zia Ester ancora me lo ricordo adesso. Sono dimagrita veramente, e lo sono rimasta sino alla menopausa, quando durante una vacanza a Bardonecchia mi sono resa conto che faticavo a star dietro a un’amica dei miei che sfiorava i settanta (anni) ed era stata resa zoppa (altro tabù) da un incidente automobilistico.

Il fatto è che menopausa e tiroidite dopo, io vado ancora in montagna. Ma in montagna non vedo tanto corpi non conformi come il mio (e tra l’altro, questo causa qualche problema quando devo procurarmi attrezzature adeguate – in realtà, con quel che ho in casa posso durare per questa e per un pezzo della prossima vita). Al di là del fatto che ho due volte la sua età, Tamara Lunger è svelta e sottile e seguirla nei suoi allenamenti Covid su Instagram , devastante – ma come dicevo, credo che l’età dal collo in giù qui c’entri per qualcosa. Il fatto è comunque , che anche il mondo dello sport non è fatto per le persone robuste (aka grasse ). Non so se lo avete notato, ma andare in un qualsiasi negozio, almeno qui alla periferia dell’Impero e di tutto può essere abbastanza frustrante: il meno che ti può capitare è sentirsi dire che il tale articolo la ditta non lo fa oltre la M e dovergli mostrare il sito della ditta – Patagonia, diciamolo- dove le taglie arrivano alla XL. e aggiungere, pazienza, lo compro online , cosa che ho fatto, e naturalmente nel tal negozio – Arcosport, diciamolo -non ho più messo piede. Adesso, che a sessant’anni ho ampiamente guadagnato il diritto ad essere stronza, sarei stata molto molto più sgradevole.

E non so se ci avete fatto caso, ma non è facile trovare linee sportive per “corpi non conformi”: o meglio, Adidas, Reebok e Nike, giusto per menzionare i tre colossi principali dell’abbigliamento sportivo, hanno tutti una linea di abbigliamento sportivo plus size, e sono belle, con bei colori. L’avessi mai vista dal vivo. Ho conosciuto la loro esistenza da internet, sui grandi siti di e-commerce come Zalando e Asos ( facciamo nomi dai). Così come nomi noti come Tommy Hilfiger o Ralph Lauren hanno tutti abiti e apparel plus (bella forza direte, sono americani). Di cui ho scoperto l’esistenza grazie a internet (autocit.) Armani? Poi voglio vedere se da re Giorgio arriva Lizzo e lui non la riveste da capo a piedi. Bene, io sono Lizzo. Pensaci Giorgio…Perché anche da vecchia devi essere magra e non importa se poi ti riduci ad avere la faccia come quella di Clint Eastwood, perché non c’è chirurgia estetica che tenga. Il mass market non fa eccezione. H&M ha una della linee plus più tristi che abbia mai visto, e non la trovi dappertutto, e sicuramente non in corso Vittorio Emanuele a Milano, Zara non pervenuta, Violeta by Mango solo online.

E comunque, mi sento “fuori di me”, perché non mi riconosco nella vecchiaia, e nemmeno in un corpo che non ha più la tartaruga, soprattutto dopo aver combattuto una vita per tenerla e tonificarla. E per me si pone un’altra autolimitazione: la paura di non essere all’altezza, di non farcela a tenere l’andatura in un gruppo, perché, vadetto, non sempre trovi l’accompagnatore che tiene raccolto il gruppo, che imposta il passo sul più lento… Lo scorso gennaio, quando mi sono attardata per spogliarmi, durante il mio primo cammino, uno degli accompagnatori si è fermato per aspettarmi (dovevo staccare l’imbottito interno, toglierlo, riporlo nello zaino , non una cosa che puoi fare camminando, ma se non lo facevo, mi sarei presa una botta di freddo eccessiva alla fine per il troppo sudore – e per altro è stato lui a suggerirmi cosa mettere e cosa togliere); una delle ragioni pr cui sono sospettosa del CAi di Alessandria – diciamolo- sono i troppi racconti relativi a questo tipo di scarsa attenzione.

Un post lungo, come vedete, che avrete tempo di leggere, visto che da domani ci si sposta solo per gravi ragioni. Quindi oggi, se siete in giro, tra le varie cose che potete fare c’è andare a vedere la mostra di Enzo Ferraris, al castello di Roddi, 5€, la visita guidata .SI tratta di arte natura, fatta con laterra, letteralmente delle Langhe. Ve ne parlerò in un prossimo post, intanto ci prepariamo ad un altro bell’inverno insieme ai gatti…

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Il nostro foliage

Prima di essere di nuovo rinchiusi in casa ( e vedrete che presto o tardi succederà), o prima di piombare nell’oscurità con la fine dell’ora solare, godiamoci qualche escursione autunnale, magari sui nostri Appennini, e approfittiamo per vedere qualche amico, ma sempre meno di sei.

Noi abbiamo approfittato tra congiunti (anche se non conviventi) per farci un giro. Io ho proposto la Badia di Tiglieto nel parco naturale del Beigua; ero andata qualche anno fa (Google mi ricorda nel 2016), ma avevo fatto un giro corto, soffermandomi nella visita dell’abbazia. Dopo aver letto dell’anello su un libro di escursioni autunnali (che non menzionerò, questa volta) abbiamo deciso di effettuare quello che veniva definito l’anello di Tiglieto, classificato turistico, durata un’ora e mezza circa.

Come sempre to cut a long story short abbiamo camminato tre ore ( e stamattina un filino di acido lattico c’era, perdonate l’età). A parte gli orari messi decisamente a caso (quella tempistica va bene se corri, nemmeno se lo usi come itinerario di nordic, in cui i bastoncini offrono oltre che stabilità, propulsione), si tratta decisamente di un giro panoramico ed estremamente remunerativo dal punto di vista del foliage, con tutte le sfumature del verde, del giallo e del rosso, e con una splendida accentuazione dei colori al tramonto. Per imboccare l’itinerario, occorre girare intorno alla basilica – noi siamo stati salutati da Artù, il fagiano addomesticato – aprire il cancello che segnala la chiusura al traffico, e seguire l’itinerario n.6 e la segnaletica gialla del parco del Beigua (bolli e frecce). Non è assolutamente possibile perdersi, perché la segnaletica è abbondante e chiara, e tutte le svolte sono chiaramente indicate. Si inizia nel bosco di castagni e querce, in leggerissima salita con molte svolte, sinché ci si ritrova sulla strada asfaltata che si incontra poco prima del parcheggio della chiesa. La si percorre qualche decina di metri e poi nuovamente si imbocca un sentiero nel bosco che svolta e scende sino ad arrivare all’Orba, che si attraversa su un ponte metallico molto decorativo, ma un po’ traballante e arrugginito (una mano di saratoga non costa tanto, dai).

Da lì si sale con maggior decisione, sempre nel bosco, si attraversano diverse zone umide sempre in saliscendi (attenzione, i ponticelli possono essere alquanto scivolosi) sino a tornare a fiancheggiare l’Orba, in un lungo tratto pianeggiante a picco sui canyon formati dal torrente (ci sono parecchi punti panoramici e il sentiero è quasi sempre protetto da palizzate); si finisce, con un ritorno graduale al mondo umano, a fianco della provinciale da cui si è arrivati. Per non percorrere il tratto sull’asfalto si può seguire il sentiero sino alla fine, attraversando l’Orba un’ultima volta su un magnifico ponte medievale.

A voler ben vedere in estate i canyon del torrente formano dei bellissimi tumpi “locali”, se si ha voglia di sobbarcarsi un pezzo di strada non indifferente.

Sabato era una giornata piacevolmente tiepida e ce la siamo cavata con una tshirt con le maniche lunche e un pile leggero. Unico consiglio: le foglie e il muschio sono bellissimi ma scivolosissimi: disse quella che ha messo il suo riverito posteriore su sasso con muschio, e non da sola. C’è da dire, tuttavia, che attutiscono non poco ogni incidente.

Tasso di assembramento: 2,5 (ossia padre madre e bambina che cercavano castagne abbastanza vicino alla basilica). Poi nada zero nessuno: anche tra congiunti, come cerchiamo di evitare assembramenti noi… deve essere proprio di famiglia.

E’ andata così bene, che n’atra vota turna.

il ponte medievale
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Discussione

Sul blog I camosci bianchi potete leggere questo articolo a firma di Toni Farina, consigliere del Parco Nazionale del Gran Paradiso. Il parco, che ha la bella età di 98 anni, ed è il primo realizzato in Italia, nasce per porre un limite: alla caccia, allo sfruttamento, all’antropizzazione della montagna. Qualcosa che oggi è assolutamente necessario e che quasi cento anni fa appariva quanto meno eccentrico.

Oggi lo sviluppo sostenibile è una necessità, importante come preservare le aree della motagna dallo sfruttamento intensivo e dal turismo di massa. Ma la proposta di Farina, trasformare, simbolicamente, il Gran Paradiso in una montagna sacra, inviolabile e intoccabile, mi lascia perplessa. Ci sono al tre montagne sacre, nel mondo e nella storia (o nel mito) dall’Olimpo dei greci al Kailash, al Nanda Devi. Montagne che “non si possono scalare”: e invece qualcuno, occidentale o meno, non importa, le ha scalate. L’interdizione, come stiamo vedendo anche in questi giorni per ragioni anche più gravi, genera sempre un moto di ribellione, spesso sovente ingiustificato, talvolta giustificato. Il Gran Paradiso, poi, non ha un significato religioso particolare (il toponimo in realtà non rimanda alla religione): dato che si trova nella più antica zona di protezione dell’Italia, aggiungerebbe significato a quanto il Parco già fa.

Servirebbe, a frerare gli sbancamenti, la costruzione di nuove piste da sci? a proposito, in questi giorni stanno costruendo a Courmayeur un terrapieno per proteggere le piste da sci da una probabile frana che già caduta senza molte conseguenze dalle pendici dello Chetif, con il risultato che ruspe e camion scorrazzano per il Plan Checrouit, distruggendo quei pochi alberi sopravvissuti…servirebbe dichiarare il Monte Bianco una montagna sacra? Anche qui, ne dubito.

Bisogna educare alla conservazione e al rispetto, al rifiuto della caccia, e partire dai ragazzi e dalle scuole, magari dalle linee guida della nuova Educazione Civica, e dalle piccole cose, come non lasciare rifiuti in giro e imparare ad affrontare la montagna come qualunque altro ambiente nel modo giusto (questa estate in giro si vedeva di tutto, specialmente gente che in montagna non era mai stata in vita sua e non aveva idea .

La natura tutta è sacra (anche noi siamo natura – niente natura, niente uomo: giova ricordarlo).

(foto di Ornella Giacobone)

Dopo di che , giuro, basta #postseri

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Bisogna dare un senso

In montagna non puoi dire “scusa, ho sbagliato “. Non puoi dirlo, perché di solito se lo pensi è troppo tardi. Puoi pensarlo, se viene il momento di fare i conti con te stesso. Questo è accade nel nuovo libro di Marco Albino Ferrari, Mia sconosciuta (Ponte alle Grazie, 2020), che ha presentato alla libreria Namasté di Tortona giovedì sera (facciamo i complimenti alla Elisa e a Francesca, che hanno messo su uno dei luoghi di cultura migliori della provincia – e che sono una grave minaccia per il mio portafoglio, naturalmente. A Mandrognistan Ville tale attivismo possiamo solo sognarlo), in una serata fresca, ma prima che arrivasse il solito diluvio di ottobre, con le altrettanto solite tragiche conseguenze (impareremo mai?).

Il libro di Marco (con cui ho avuto una magnifica consuetudine di lavoro molti anni fa) è dedicato alla madre, e ha fatto risuonare in me parecchi ricordi: il suo avvicinamento alla montagna, che resta, del libro, lo sfondo necessario, è per molti aspetti simile al mio: l’avvicinamento avventuo , in modo “esclusivo” grazie ad una persona di famiglia, il rifiuto (che non è semplicemente la ribellione adolescenziale, o post adolescenziale) il ritorno, il fare i conti con il passato. Tutte cose che ho già fatto, sono ovviamente più vecchia, e in modo diverso (la Storia, nel mio caso).

Per chi poi è stato a Courmayeur, ci sono tante tracce di una esperienza comune: la ricerca di un alloggio, coa che i miei facevano ogni primavera, sobbarcandosi un viaggio difficile sino a che il ragionier Salluard ci riservò di anno in anno la mansarda all’ultimo piano, riprendendo in pieno lo scenario classista che Courma già allora aveva: gli stagionali nel seminterrato, i signori ai due piani nobili (torinesi e genovesi in primis) noi classe media nelle mansarde – che per noi ragazzi erano comunque una favola.

Questa, oltretutto, è stata l’estate della letteratura italiana, che io leggo pochissimo, di solito, ma che ho riscoperto, grazie ai social come twitter, che è la mecca di chi scrive, più o meno. Oltre al libro di Marco, altri due mi hanno particolarmente colpito , e tanto per dire, con la montagna non c’entrano niente: Febbre di Jonathan Bazzi, che è arrivato alla finale del premio Strega, e Non superare le dosi consigliate di Costanza Rizzacasa d’Orsogna (che ha anche dedicato un libro al suo gatto Milo). un curioso cortocircuito: uno scirttore che segnala un articolo, lo leggi, dici Cavolo, chi è questa che non conosco (io leggo poco il Corriere), cominci a seguirla, scopre che scrive cose giustissime, e che ha un libro in uscita, sei curiosa e lo compri, poi un’ altra segnala Bazzi eccetera. (Ps, li ho segnalati in rigoroso ordine alfabetico) Di uno dei due riparlerò.

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Non sarebbe settembre senza

San Michele di Pagana

Che estate sarebbe senza il mare? Ora, lo so, state su un sito che si intitola A sentimental journey through the Alps e giustamente potreste pensare wtf? ( che se sapete l’inglese non devo tradurre, se non lo sapete non avete mai guardato una serie americana in vita vostra). Comunque è da luglio che la mia amica Lulù me lo ripeteva. Mentre stavamo andando in montagna, per dire. E questo è un paese di santi poeti, ma soprattutto navigatori, che ha affrontato serenamente la seconda ondata di Covid pur di andare al mare. Ora, al mare in agosto adesso non ci andrei nemmeno in situazioni normali e nemmeno se Briatore mi desse dei soldi di persona ( a quattro anni non potevo vivere senza la spiaggia e infatti in quei tempi felici facevamo un mese al mare e uno in montagna, grazie al fatto che i miei genitori avevano le ferie contemporaneamente); a settembre tuttavia si può ragionare; e così visto che Luisa non era riuscita ad andare al mare, quando io ero andata a godermi l’ultimo sole di Courmayeur, perché l’altra sua amica l’aveva lasciata a piedi all’ultimo momento – e si era pure sentita dire eh ma Antonella non è venuta, però, risentendosi non poco, perché , appunto da luglio avevo messo in chiaro che a settembre, se riuscivo ad avere le ferie (a proposito , grazie, le ho avute) sarei andata a camminare in montagna.

Comunque, passare un week end lungo al mare a settembre non è proprio una circostanza sfavorevole e ho lasciato che Lulù prenotasse un alloggio, la Cà d’Aristide, a San Michele di Pagana. Per chi conosce il Tigullio San Michele è nel mezzo: a esattamente venti minuti di strada a piedi puoi arrivare a Santa Margherita come a Rapallo. La Cà d’Aristide è a un minuto di strada dalla spiaggia, ha il cortile per parcheggiare dove stazionavano due gatti (Sono i gatti della casa, ci ha detto la vicina , e infatti avevano ciotole e pure la cuccia) e una bella terrazza. Io ho prospettato una serie di belle camminate per quando non saremmo state in spiaggia, e non ne abbiamo fatta nemmeno una, abbiamo camminato in lungo e in largo tra Rapallo , Santa e Chiavari, posti di cui ho un ricordo piacevolissimo dall’infanzia, in cui torno poco (ricordate che il basso Piemonte è rimasto immobilizzato dai lavori sull’A26 in modo tale che per far sessanta km ci volevano due ore), e che sono sempre felice di vedere, comunque siano ridotti – Rapallo, rispetto al passato, per dirla con la generalessa (una mia lontana parente Galanzino) che abitava dove c’è la fontana delle rane “è proprio giù”.

E poi, signori, lunedì mattina alle nove, in spiaggia c’eravamo noi, le anatre che si vedono in foto e i pesci (tanti – non ricordavo di aver nuotato in mezzo ai pesci, in mare, da anni, e non così vicino a riva). E nessuno. E l’acqua (nonostante il temporale della notte prima) non era nemmeno fredda.

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