Borghi dimenticati: Avise

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La musica delle cose. (Altro mischione di musica maltempo e ripartenze varie)

Sorry Uri, I know, taking pictures was as usual strictly forbidden, but in this one it is highly difficult to recognise anyone, let alone you.

Please be sure that I really enjoyed the concert, although for two hours or so I had that lingering, saddening feeling of a presence: my late husband Francesco questioning every single note. As I have said, I loved the concert, but it was no jazz (that was why I loved it anyway).

Ho avuto una epifania venerdì al concerto di Uri Caine: il fantasma di mio marito che aleggiava su di me e sul (grande) musicista, con tutte le sue idiosincrasie musicali che mi tornavano alla mente. Obbiettivamente, in tutto questo tempo, una delle cose con cui mi è stato più difficile confrontarmi è stata la musica, che prima occupava praticamente tutto il tempo della mia vita e ora è stata sostituita dal miagolio dei gatti ( e ne ho due che chiacchierano molto). Il prossimo passo è quindi venire a patti con la musica e con il kipple che nonostante gli sforzi non ha smesso di accumularsi.

La notizia buona è stata il tornare ad essere, dei festival, alla versione abituale seppure con mascherine e disinfettante: anche lo Stresa Festival. Peccato che le indicazioni presenti sul biglietto in tono pure un po’ minaccioso (mascherina Fpp2 obbligatoria, temperatura, distanziamento) nei fatti siano passati alla categoria boh. Nessuno del personale ci ha preso la temperatura – d’accordo era all’aperto ma le sedie erano a malapena un metro l’una dall’altra. Quanto alle mascherine, c’era di tutto, dalle performanti, alle chirurgiche a niente del tutto, come il mio vicino. Risultato, ho tenuto la Fpp2 leopardata tutta la sera.

Alle 23 dell’inizio del week end i bar a Stresa erano in chiusura o deserti (cosa già sperimentata). La barista del chiosco all’imbarcadero alla classica domanda “Si riparte?” ha più o meno allargato le braccia, dicendo che un po’ più di gente si vedeva solo nei week end. La Svizzera, credo, sia responsabile in larga parte degli stranieri che ho incrociato, essendo vicinissima al Lago Maggiore, e anche ben servita dai mezzi pubblici. Anche il meteo ci ha salvati, Stresa era praticamente l’unico luogo non tempestato dalla grandine le Piemonte orientale. Naturalmente un luogo non è un esempio accettabile: a Orta, ad esempio, ho constatato che la presenza di turisti fosse molto più consistente e questo in un giorno feriale.

Anche il Piemonte sta ripartendo: il distretto dei laghi con una sinergia maggiore, forse. Resta da vedere come funziona il resto del comparto.

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Apoteosi

Se vi state chiedendo cosa ci fa una pagoda thailandese o laotiana in mezzo alle montagne dell’Ossola…potete continuare a chiedervelo.

Questo è unanimamente considerato, dalla critica almeno, come il capolavoro di Portaluppi: la centrale di Crevoladossola (1923-’24) che porta il suo nome: io quando l’ho vista, al termine di una giornata tardoinvernale abbastanza impegnativa ( e questo dimostra che sono una storica, ma non dell’archittettura) ho proprio pensato “Ma è una pagoda…”

Sconta, in realtà, rispetto alle altre, quello di trovarsi in un luogo assai poco pittoresco, un’ansa scura dopo la confluenza tra Toce e Devero, sotto lo sperone di Crevoladossola.

Come Verampio, è molto imponente, ma di una imponenza diversa: se Verampio rappresenta l’aspetto favolistico dell’architettura delle centrali, Crevola rappresenta la potenza di una nuova religione: ecco perché la cupola centrale rimanda effettivamente ad una pagoda stilizzata, ma senza alcun rimando estetizzante all’esotico, è una fiamma che nasce dai trasformatori (il simbolo decorativo che abbiamo visto sovente negli altri itinerari, e che presente anche qui) e quindi dalla mano dell’uomo. E’un edificio barocco, ben lontano dalla semplicità funzionale degli Arts and Craft da cui tutto il movimento delle centrali monumentali è partito: è ampio nelle dimensioni (due corpi laterali e una cupola), con edifici collaterali, come la casa del direttore e i magazzini e un sistema di chiuse per l’acqua (ora nelle vicinanze c’è una zona naturalistica che è accessibile dal parcheggio nelle vicinanze), riccamente decorato, molto colorato, assolutamente visibile. La sua presenza segnala la forza e la modernità dell’uomo. La vittoria della macchina umana sulla natura.

Da questo punto di vista lameno la natura in questo periodo si è presa una bella rivincita: l’acqua del Toce è arrivata sino a Verampio, la strada del Devero è allagata, contrariamente alle intenzioni di Portaluppi che voleva sposare bello naturale e umano, l’uomo ha fatto molti danni.

Su una nota più leggera, la mia ricerca storica sulla simbologia delle centrali di Portaluppi è appena apparsa sull’ultimo numero di QSC Quaderno di storia contemporanea, n.69,2021 e online c’è anche l’intervento da cui tutto è più o meno partito, gatta Pipisita compresa (il suo esempio migliore di catbombing).

Per arrivare a Crevola, si esce dalla superstrada per il Sempione all’uscita Crevoladossola, si ripassa sotto la superstrada e alla rotonda si prende a destra lungo via Edison, che termina direttamente davanti alla centrale (che tra l’altro si trova tranquillamente su Google Maps)

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#Ripartenze 3

Intanto, qui il numero 2 e qui il primo, tutti e due dedicati a Bressanone, in realtà.

Il natio Mandrognistan (Ville) si è appena candidato a ospitare, il prossimo anno, l’Eurovision Song Contest o come si chiama – quello che hanno vinto i Maneskin, per intenderci. Sul giornale sabaudo di oggi c’è un intervista alla nostra assessora alle manifestazioni, che ne parla seriamente e con grave sprezzo del ridicolo. Anche la giornalista ne parla seriamente elencando le cose che servono (tipo un anfiteatro alto sette metri, o da 7000 posti – confesso di non aver letto del tutto l’articolo): quali che siano, noi non le abbiamo, non avendo nemmeno più un teatro. Era molto che non scrivevo più del nostro teatro, e di teatro in generale. Ma il nostro teatro continua ad essere un sogno ( e tanto di cappello a chi comunque fa teatro anche in piccoli spazi) e se nelle grandi città ci sono già molte occasioni, per il teatro e i lavoratori dello spettacolo (penso ad esempio al “Franco Parenti” a Milano e al recente Dialoghi della vagina nei Bagni Misteriosi- scomodissimi i gradini su cui il pubblico era seduto, mi ha riferito chi c’è stato, ma enorme la gioia di essere lì), in quelle più piccole, o medie come Mandrognistan Ville le cose si muovono molto più lentamente.

I Bagni Misteriosi (foto Ornella Giacobone)

Asti ha spostato Astiteatro 2021 a settembre, con molta fiducia nel futuro, e in Valle D’Aosta sono ripresi i Concerti sotto le stelle. E ci sono le manifestazioni “tradizionali “ da Umbria Jazz a Stresafestival ( che vengono organizzate con una tempistica molto lunga), a cui darò il mio personale contributo di spettatrice, sotto la grandine, temo , viste le previsioni per venerdì.

E poi ci siamo noi ( why not) che portiamo- o almeno ci proviamo- presentazioni e storie anche nei centri cosiddetti “minori”

Oggi presentazione a Ovada

(Nella foto il direttore dell’Isral Luciana Ziruolo, Chiara Colombini e Barbara Berruti di Istoreto)

Addenda (di oggi): l’assessora nostra è agli Eventi, us sa mai che si offendano se non appropriatamente indirizzati; e oltre a tutto quanto ci vogliono anche 2000 posti letto (volendo io ne ho due, con gatti, astenersi allergici): come dicevo, un gran sprezzo del ridicolo (i social sono pieni di “no ma noi facciamo sul serio”: è un mondo difficile).

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Su e giù per la val Formazza

Ho fatto questo itinerario in auto, ma almeno da Valdo è parte di un più lungo cammino, il cammino del Gries, come si vede dal cartello indicatore nelle storie di sabato scorso.

Che lo si faccia a piedi o in auto in questo modo si ha la consapevolezza di quanto la Val Formazza sia, dal punto di vista dello sfruttamento idrico, un sistema integrato, lo era in passato e lo è ancora , quando una centrale nuova, poco sopra Valdo, ha sostituito i due snodi più piccoli di Valdo stesso e Sottofrua.

A metà valle, la centrale di Cadarese, subito prima del paese, è ancora in esercizio e perfettamente conservata, anche giardino e fontana, sempre presenti per l’impostazione monumentale data da Portaluppi, sono meglio conservate che altrove. La struttura è più massiccia, quasi riminiscente di una abitazione Walser e con le consuete decorazioni di lampi e fiamme

e di trasformatori usati come elementi decorativi. I due edifici successivi sono in condizioni più decadenti: quello di Valdo, che conserva ancora tutti gli elementi originali e che si trova in mezzo al paese, è stato sicuramente utilizzato come deposito; a Sottofrua, in una posizione molto scomoda, se siete in auto, subito prima delle gallerie, non è facile riconoscere come ex centrale elettrica quella che ora è una casa vacanze di una organizzazione religiosa.

Dale fotografie è facile notare gli elementi comuni a tutte le centrali elettriche di Portaluppi, soprattutto nella decorazione delle finestre. Nella foto a destra, anche se schiacciata dalla prospettiva del grandangolo, si vede la grande cascata del Toce, che già da inizio secolo fu sfruttata per la produzione di energia idroelettrica. Ancora oggi, in estate la cascata viene aperta o chiusa secondo un orario preciso, che trovate facilmente su internet.

Se siete fortunati da trovare un modo per parcheggiare l’auto, proprio dalla centrale dismessa di Kastel a Sottofrua è possibile allacciarsi al sentiero che risale sulla sinistra (idrografica) sino alla cascata, molto remunerativo e panoramico. Ci si ritrova sull’ampio piazzale dove c’è l’albergo Cascata, un altro edificio progettato da Portaluppi, e dove c’è la passerella panoramica che si sporge sulla cascata.

Arrivati a Riale non è finita: l’intero bacino alle spalle delle case ospita diversi laghi artificiali, tutti facilmente raggiungibili dal fondovalle: il lago di Morasco, il lago del Toggia e il lago del Castel. Alla diga di Morasco, una targa ricorda (o meglio ricordava quando ci sono stata sette anni fa) proprio l’operato di Portaluppi nella zona.

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Spiegazione

Sabato vi siete visti una presentazione che termina con il mio faccione e uno spoiler (d’epoca: è uno dei disegni originali di Portaluppi, che si trova sul sito della Fondazione – sulla questione delle foto ho già detto e vi rimando qui). Tra sabato e domenica ho saputo della scomparsa di una cara amica di mia madre, del malore che ha colpito Lorenzo Scandroglio, che è una persona che, professionalmente e non, stimo moltissimo, e domenica a Verrès anche dell’incidente sul Monte Rosa. Le ultime due cose hanno in comune la difficoltà di fornire soccorso nelle zone di montagna, non solo in montagna, ma quando ci si trova in emergenza sanitaria, di qualunque tipo, in zone non facilmente raggiungibili. E qui non intendo solo un rifugio di montagna raggiungibile solo a piedi. Ero a Bormio, due settimane fa, per un lungo week end di camminate terme e relax, in cui c’è stato anche un pomeriggio di shopping a Livigno (e badate, io non ho niente contro lo shopping a Livigno, o altrove, rimarco solo che Livigno potrebbe essere più open riguardo alle taglie: se lo fosse avrei speso molto di più). Però mentre Luisa provava dei profumi diversi in un grande negozio (io avendo in mente due cose precise sono stata molto più rapida), ho chiacchierato con l’addetta alle vendite che mi aveva servito, e che mi ha raccontato come a Livigno abbiano vaccinato gli ultrasessantenni, per fortuna, facendo un hub in paese, poi però abbiamo lasciato i giovani dai cinquant’anni in giù senza notizie e con la prospettiva di dover andare a Sondalo, in ospedale, per la vaccinazione: tra andata e ritorno più due ore di strada di montagna, ampia e ben tenuta, ma non confortevolissima. Quando le ho detto che avevo già fatto due dosi di Astrazeneca mi ha guardato con invidia (e ha anche chiesto informazioni su effetti collaterali e altro, che sono stata per felice di fornire). Stiamo parlando di una persona costantemente a contatto con il pubblico, che ricordava mascherina e disinfettante a chi entrava e che aveva un bimbo piccolo (lo abbiamo incontrato più avanti nel pomeriggio). Senza commenti che non siano insulti per la premiata ditta Fontana e C.

Altra questione, sempre di tipo sanitario, di cui avevo avuto il sospetto – sospetto che è diventato certezza in questi giorni. Il numero unico di soccorso 112 ha inglobato anche il soccorso alpino. Questo significa che la tua telefonata può essere rimbalzata in diversi centralini: il Monte Rosa, ad esempio si estende su due valli piemontesi, una in Val d’Aosta e una svizzera. Questo inevitabilmente rallenta tutto, e nel rallentamento fai in tempo a passare a miglior vita. Parlo purtroppo per esperienza personale: quando mio marito si è sentito male e io ho chiamato il 112, mentre facevo il Cpr, che mia fortuna ho imparato a fare molti anni fa, non crediate so fare solo quello, al telefono ho domandato varie volte quanto tempo ci avrebbero messo ad arrivare: in linea d’aria la sede della Croce Rossa dista cento metri dalla mia vecchia casa. Sono arrivati da Castellazzo. Nulla da ridire su di loro, anzi, però…mia madre, che era stata portata in ospedale d’urgenza prima dell’avvento del numero unico, era stata soccorsa in dieci minuti.

Come avrete capito sul numero unico del soccorso ho molte riserve, per non dire gentilmente che lo considero una sciocchezza. (tranquilli, torneremo a temi più leggeri nel week end)

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Da Cadarese alla cascata del Toce

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In cerca di Portaluppi (II): deviazione, gli Orridi di Uriezzo

Dalla centrale elettrica di Verampio è possibile fare una deviazione naturalistica, e allo stesso tempo continuare ad apprezzare le centrali di Portaluppi.

Siccome alla centrale ci sono arrivata in auto, ho poi potuto parcheggiare in uno slargo proprio davanti alla centrale, a fianco del maneggio. Avevo già visto come un’altra centrale si trovasse a poche centinaia di metri e così ho proseguito lungo la strada, che dopo poco diventa sterrata, verso la centrale di Crego, che è più piccola, ma è visibilissima da lontano, soprattutto per la lunga condotta forzata che porta l’acqua dall’invaso situato in alto sulla montagna (lì, lo ammetto, non ho ancora capito se è raggiungibile o no, e da dove) dove si trova un secondo edificio. La centrale si trova oltre il ponte sul Toce, su un piccolo slargo e si può osservarla da tutti i lati, perché non è recintata. E’ ancora in funzione e da fuori si sente il ronzio delle macchine.

La decorazione è simile a quella di Verampio, anche se la centrale è stata costruita successivamente. Le grandi finestre hanno decorazioni pittoriche simili a rose dei venti, differenti e simmetriche, e finestrine simili a bifore. A fianco, molto danneggiata, la casa del direttore, con ancora tracce della decorazione originale. Come già detto le centrali elettriche all’epoca erano un sistema compiuto che prevedeva non solo gli edifici funzionali, ma anche quelli residenziali per dirigenti e maestranze.

Tornando lungo lo sterrato e seguendo le indicazioni si può arrivare alla marmitta del Toce e agli Orridi di Uriezzo, con una facile camminata di una quarantina di minuti (saranno molti di più se vorrete soffermarvi a ogni singola cascata)

Ci sono tre itinerari per raggiungere i diversi canyon quasi completamente privi di acqua. Il più noto parte dalla Parrocchiale di Baceno e scende a costeggiare lo sperone roccioso su cui è costruita la chiesa (dall’interessante facciata affrescata); il secondo è quello che sale da Verampio, costeggiando come dicevamo la centrale di Crego, raggiunge con una breve deviazione le marmitte dei giganti di Uriezzo (da lì attraversando il ponte pedonale si può tornare indietro facendo un anello, prestando attenzione alle greggi e ai cani da guardiania, ci sono i cartelli) e si unisce all’itinerario precedente all’Orrido sud. L’ultimo orrido, quello di Balmasurda è più a nord e non ci sono ancora arrivata. Tra l’altro ci sono indicazioni da Premia per scendere, ma come sempre il parcheggio è difficoltoso. Cercherò ancora.

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Relax

Dato che talvolta il caldo dà alla testa, ho deciso di passare un sabato andando a rilassarmi in spiaggia. Non si tratta di un tradimento rispetto ai miei principi. A tutti gli effetti, andare al mare ora metterebbe a durissima prova i nervi, a meno di non partire all’alba, altra durissima prova. Così come sempre abbiamo volto il cofano verso nord, ai laghi, ma non il lago Maggiore, per non incorrere nella Mezza maratona di Baveno, con conseguente chiusura di strade e altri inconvenienti. Abbiamo optato per il lago d’Orta, ma siccome io odio il percorso dai parcheggi al centro di Orta, tappa successiva dopo il sole, ho cautamente suggerito di prendere l’altra sponda, quella forse ingiustamente meno famosa.

Lì ci siamo come al solito persi, il che è giustificabile rispetto al fatto che ci muovevamo in territorio sconosciuto, e alla fine ci siamo fiondati in un parcheggio semideserto (a metà pomeriggio non lo era più, ovviamente) dove abbiamo mangiato un ottimo gelato al food truck presente, Luisa ha sconvolto una signora del posto dicendo di voler andare a prendere una pashmina, e alla fine siamo approdati alla spiaggia più vicina. Dove il relax era palpabile.

Pensate. A pochi metri da noi un gruppetto di bambini ha giocato in acqua per ore, divertendosi presumo, senza che noi praticamente li sentissimo. Le uniche conversazioni che ho udito riguardavano l’abilità della mamma anitra con i suoi ormai cresciuti paperotti (eh, guarda, li ha salvati poi tutti, che brava). Sopra di noi, la mole quasi minacciosa del santuario della madonna del Sasso, tutto intorno paesini ben tenuti e pieni di fiori, che abbiamo attraversato per andare a cena a Omegna. Dove se non costruivano gli orrendi palazzoni datati del periodo d’oro di rubinetti e affini (siamo ancora adesso in zona Alessi) era sicuramente meglio. Se il vostro stomaco regge i fritti il locale che si chiama Siamo fritti fa per voi (il mio stomaco ha retto benissimo, e ho pure bevuto, perché una volta tanto non ho guidato io- lo so non è del tutto un deterrente, come sapete). Se siete più sul tradizionale la trattoria La Speranza, vicino al cinema della SOMS, aveva un aspetto e un menu assai invitanti e il cuoco pareva pure simpatico, ma iniziava a servire alle sette e mezza e Luisa aveva fame, troppa fame.

E no, dove si trova esattamente la nostra spiaggetta non ve lo dico nemmeno sotto tortura. E’ un segreto.

Mamma anitra con un anatrino
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In cerca di Portaluppi

In questi mesi ho studiato, per il mio lavoro, il lavoro dell’architetto Piero Portaluppi in val d’Ossola. La sua presenza consiste, principalmente in un certo numero di centrali elettriche, che da sole costituiscono un esempio interessantissimo di archittettura inizio secolo, quella che noi genericamente chiamiamo liberty o art nouveau, ma sono anche, per chi si interessa di montagna un esempio interessantissimo di integrazione tra uomo e natura: una forma di turismo un po’ diversa dal solito.

Iniziamo … dall’inizio, cioè dall’edificio che sin dalle origini è, ed è ancora al centro del sistema idroelettrico della val Formazza. La centrale di Verampio, che si trova tra Crodo e Baceno, sotto uno sperone roccioso ed è perfettamente invisibile dall’altro della provinciale della val Formazza, talmente invisibile che ho dovuto cercarla su due mappe diverse per essere sicura di trovarla, ed è strano, perché si tratta di una edificio particolarmente imponente, che ancora adesso è lo snodo di sistema che porta l’energia elettrica a noi mandrognistani (fu costruita apposta, tra l’altro: se salta Verampio, come nel migliore dei film catastrofici hollywoodiani, siamo al buio)

Come è anche evidente dalle fotografie, a Verampio le misure di sicurezza sono abbastanza stringenti e non è possibile, ad esempio, avvicinarsi abbastanza al giardino per notare i suoi effetti geometrici.

Dedicata a Ettore Conti, il committente, che era anche lo suocero di Portaluppi, e iniziata nel 1910, questo edificio è un vero e proprio castello medievaleggiante, con tanto di torre e bifore: un castello di fiaba, dove, si sposano funzione e bellezza e dal mondo moderno viene la fata elettricità: infatti Conti e Portaluppi litigarono praticamente su tutto, tranne che su una cosa, usare i materiali del luogo. Cattedrale dell’elettricità sì, ma costruita di pietra dell’Ossola e lose; i simboli sono scoperti (negli edifici Arts and Craft la simbologia è più mediata) e tutt’intorno si costruisce un piccolo mondo; non solo la centrale ma la casa del direttore, delle maestranze, i depositi, gli edifici di servizio (questi per lo più sono abbastanza rovinati, con una sola eccezione, il sistema che Portaluppi edificò vicino a casa nostra, a Molare).

Che dire, sembra abbastanza incongrua nella sua opulenza, rispetto al territorio circostante, ma lo ammetto, mi piace (il che probabilmente dimostra che di architettura non ne capisco più di tanto). Ho scoperto, mentre facevo ricerche, che esiste una vera e propria passione turistico escursionistica per dighe e centrali elettriche, cosa che non mi aspettavo assolutamente. Vedremo, nel prossimo episodio, come coniugare arte e natura in un bell’itinerario che parte proprio da Verampio

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