Le montagne su Torino

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Mi sono accorta che le montagne su Torino erano vicinissime, per la prima volta, aspettando il mio relatore di tesi al quinto piano di Palazzo Nuovo (il palazzo delle Facoltà Umanistiche che era già orrendamente vecchio -nuovo quando io ero una studentessa negli anni Ottanta). Dalle finestre del suo studio, che era esattamente di fronte alla Mole Antonelliana,  grazie alla prospettiva di una città assolutamente quadrata potevi vedere direttamente il Rocciamelone. Da qualunque parte ci si pone, sono lì, e i nuovi grattacieli (il palazzone della Regione, il San Paolo) sembrano fare concorrenza alle cime, cercando di arrampicarsi sino al cielo, specie quando è terso. 

Le alpi sono lì, dietro ogni angolo. Per vederle bene, basta salire (è a due passi da Palazzo Nuovo), sino al Monte dei Cappuccini, che si chiama monte, non a caso. Da lì, specie sulla terrazza del Museo della Montagna dedicato al Duca degli Abruzzi, proprio dietro la Mole Antonelliana (ancora!) si può completare la vista circolare dell’anfiteatro di montagne che circondano Torino. Se la giornata è tersa, e siamo in inverno, come ora, la neve sulle cime luccica come cristallo. Se la giornata non è tersa, comparirà sempre,  in direzione sud ovest il grattacielo della Regione Piemonte, avvolto in una caligine gallina. Caligine che persiste, a mia memoria, da tempi non sospetti, e privi di palazzoni: lo smog. La vocazione principale di questa città è stata di essere una Company Town, cosa che conosco bene dato che il mio nativo Mandrognistan*  ha costruito  la sua storia sull’essere l’altra  Company Town del Piemonte, quella dei cappelli.

Paradossalmente, il Genius loci, la Montagna delle montagne,  per essere adeguatamente apprezzata deve essere osservata dalla periferia, al di là della tangenziale, dove, tradizionalmente, per i torinesi finisce il mondo: al di là, sunt leones o orsi, se si preferisce mantenere il criterio che Torino è  un centro spostato un po’ in là e noi tutti gli altri, siamo periferia pur essendo più o meno alla stessa latitudine , con l’eccezione di Cuneo. Se non sapete cosa vuol dire essere periferia, non ci conoscete, nemmeno la Lombardia è così Milanocentrica, ed è tutto dire. La foto del Monviso che vedete, e che è di  Alberto Giovenzana, è stata scattata lo scorso anno, prima che tutti ci chiudessimo più o meno in casa, dal casello autostradale di Carmagnola, dopo un pomeriggio di camminate con tempo assai uggioso, che si era concluso con una soste al mercato antiquario di Carmagnola, e lì, subito prima del ritorno, il Monviso, che era stato più o meno nascosto tutto il pomeriggio, si era palesato con un’improvvisa e sfacciata esibizione di rosa.

il Monviso dal casello di Carmagnola, appunto

Torino, è lì adagiata in una conca, come una tappa sulla via della Francia e a cavallo delle montagne. Se si volesse percorrere a piedi la lunghissima route royale che porta da piazza Statuto al castello di Rivoli, attraverso corso Francia lo stradone reale, 12,8 km e quasi tre ore a piedi, secondo Google Maps, ebbene si avrebbe davanti , quasi sempre un montagna, anzi una montagnola, anzi una collinetta, pur sempre un rialzo, quello su cui venne costruito il castello di Rivoli, prima fortezza medievale, poi luogo di loisirs a fronteggiare il palazzo reale in città.

Quando penso a Torino, mi vengono in mente altre città di montagna come Grenoble, o Innsbruck, con cui Torino condivide il fatto di avere ospitato le olimpiadi invernali. Lo confesso, sarà poco ecologico, ma ho nostalgia di quelle Olimpiadi, quando io e mia madre andavamo ogni week end a scoprire sport nuovi (l’hockey, il curling) che non avremmo frequentato mai più – vi ricordo che dalle mie parti si pratica a malapena il calcio e il basket- mentre mio marito brontolava, e noi passavamo il tempo a cercare parcheggi, a fare la coda, a fare fotografie analogiche, a comperare gadget, a farci fare l’autografo da atleti famosissimi ma sconosciuti. Sono certa di avere ancora l’autografo della nazionale canadese di hockey maschile, ma una vedovanza e tre traslochi dopo non l’ho più trovato, ma ho ancora una cantina da smontare e non dispero. Sul dopo si può sorvolare. Resta l’Oval, e il braciere olimpico conservato al Museo della Montagna.

Se pensate che sì, manca un po’ lo sci in questo discorso è perchè io verso lo sci ho sentimenti contrastanti (non solo perché in quell’Olimpiadi procurarsi i biglietti per lo sci era impresa impossibile). Ho fatto il tifo per gli atleti italiani dai tempi di Thoeni e Pierino Gros, insieme a mia zia che sciava benissimo (il resto della famiglia era più da alpinismo -escursionismo), e lo faccio tutt’ora. Però oggettivamente lo sfruttamento della montagna a scopi sciistici mi sta stretto, non solo perché arrampicarsi in estate, come talvolta capita, su per le piste è una cosa sfiancante, e brutta, se nessuna erba ci è cresciuta sopra, ma perché anche a Bardonecchia, Cesana o Sestrière (la santa Trinità dello sci torinese) c’è molto altro da fare oltre a scivolare. Lo so, anche lo ski è un affare torinese, da quando nel 1896 l’ingegner Adolfo Kind mostrò agli amici quegli ski comperati in Svizzera e fondò il primo Sci Club, e il CAI, il Museo, Quintino Sella, le esplorazioni in Karacorum del Duca degli Abruzzi eccetera eccetera eccetera… Quest’anno che la neve è abbondantissima non si scia. Lo so, ormai è retorico ricordare che i cambiamenti climatici sono realtà e una nevicata in più o in meno non cambia le cose, ossia la risalita mondiale delle temperature : è retorica, perché parliamo e scriviamo in tanti, ma non cambiano né le politiche generali, né i nostri comportamenti particolari. Ormai anche le organizzazioni governative mettono in evidenza che se non si fa qualcosa alla svelta i danni saranno irreversibili nel giro di quanto, cinquant’anni? Vengo da una famiglia di gente piuttosto longeva, ma mi sembra improbabile propormi come testimone di quel mondo a venire; ma questa mi sembra l’opinione più comune: tanto io non ci sarò più e quindi chi se ne… cosa perderanno le generazioni future: camminare in un giorno feriale nel silenzio della val Troncea; passare ore sedute su una pietra a contemplare gli andirivieni, le corse e i litigi delle marmotte al lago del Moncenisio, che, lo so, tecnicamente è già in Francia, fare lo slalom tra le vipere sul sentiero spaccagambe del colle della Rho, quello vecchio che saliva da Bardonecchia alle Granges la Rho e poi risaliva tutto il lento Pian dei morti sino alla casermetta già in disuso quando io ero adolescente; vedere la pioggia che cade a Malciaussia; l’ultimo tratto del sentiero del Rocciamelone, stando attenti a non guardare troppo proprio il versante di Malciaussia, sperando di arrivare in tempo in cima per farsi abbracciare dall’alba, e non trovare le nubi; scivolare col sedere sui pochi nevai residui scendendo dal Tabor, e potrei continuare.

Anche la devozione popolare passa sui monti. La sacra di San Michele, luogo sacro ed esoterico nel mezzo di un cammino che parte da Mont St. Michel e arriva in Puglia, adagiata su una roccia, incarna , nella pietra, letteralmente, il salire fino al cielo, l’arrampicarsi sino a Dio (se non lo sapete, ma non potete non saperlo, è lì che Umberto Eco ha trovato l’ispirazione per l’Abbazia de Il nome della Rosa). Se siete saliti a piedi – o in bici, o vi siete arrampicati – avrete il premio divino di una vista mozzafiato, anche dei grattacieli. Troverete i simboli dei pianeti e dei segni zodiacali, tutti segni della città magica, e un panorama mozzafiato su tutta la val di Susa. E di fronte l’altro santuario caro a tutti: Superga, la tomba dei Savoia, e del Grande Torino, il cui aereo si schiantò ai suoi piedi il 4 maggio 1949.  Un altro tipo di pellegrinaggio laico, in una città in cui, diciamolo, non sono gli sport invernali a stare sulle prime pagine del quotidiano sabaudo. Salire a piedi a Superga, specie d’estate, può essere una sfida. Ora che l’incuria ha chiuso la tranvia di Sassi, farsi largo nelle stradine poderali sotto il sole sino alla vetta di Superga può essere abbastanza sfiancante: il clima estivo di Torino non è propriamente da montagna e salire sino in cima sotto il sole ha causato ad alcune amiche , molto più giovani ed allenate di me, visioni mistiche estive. Ma superato il baluardo dell’afa, infernale contrappunto della caligine invernale, le montagne sono lì dal Rocciamelone, alle Levanne. E poi le tombe dei Savoia nella cripta sono al fresco e anche il sacrario del grande Torino, nella parte posteriore della chiesa, rimasta incompiuta, si trova dal lato più in ombra. Non per nulla proprio quel luogo fu teatro di una memorabile sfuriata di mio padre, che mi aveva infilato clandestinamente in una gita scolastica, che consisteva nell’immancabile visita a Superga dopo l’altrettanto immancabile visita alla Fiat (stiamo parlando di un periodo antecedente l’autunno caldo). Lì perdemmo uno dei suoi studenti  – non io per fortuna, ma uno che conta che ti riconta non si trovava. Così mio padre chiuse la scolaresca recalcitrante nel pullman e batté palmo a palmo tutta la basilica sinché trovò il malcapitato imbambolato davanti al monumento a Vittorio Amedeo II (il fondatore di Superga,  colui che voleva trasformare Rivoli in Versailles on the Po, re di Sardegna, e incidentalmente colui che ha separato il natio Mandrognistan dalla Lombardia a cui noi, obiettivamente e storicamente, apparteniamo). Anni dopo mio padre  soleva dire che gli avrebbe volentieri spedito un calcione  nel didietro degno di Valentino Mazzola buonanima. Ma ovviamente non si poteva (neanche allora). Tra l’altro sempre in quella memorabile giornata all’intera truppa era stata anche trascinata, credo sia la parola corretta, su per i 131 scalini che portano alla cupola. Se ancora avete fiato, la vista è mozzafiato ed è esattamente speculare  a quella che si vede dalla sacra di san Michele (per amore delle parallele simbologie mistico esoteriche, anche a Superga c’è una colossale statua di san Michele, a guardia delle tombe, mentre sconfigge il diavolo).

Non so se gli abitanti di Torino si vedono come abitanti di una città di montagna (quelli di Innsbruck e Grenoble sì, e anche quelli di Chambery, che con Torino si è a lungo divisa il titolo di capitale): da una rapido sondaggio fatto tra i miei numerosi amici conoscenti parenti coworkers uno solo aveva con entusiasmo risposto sì **. La maggior parte degli altri erano rimasti perplessi, come se non ci avessero mai pensato (la risposta più frequente, con varianti, è stata “ma fa troppo caldo per essere una città di montagna”: vi assicuro che a Innsbruck d’estate fa caldo come a Torino, e a Trento e Bolzano è molto molto peggio). Secondo me la colpa è della Fiat – naturalmente. Ha dominato talmente tanto a lungo l’orizzonte culturale della città da far dimenticare quasi tutto il resto. E’ ora che Torino ritorni a guardare il suo cielo.

Un altro giorno, un’altra ora, ed un momento

Dentro l’aria sporca il tuo sorriso controvento

Il cielo su Torino sembra muoversi al tuo fianco

Tu sei come me

Un altro giorno, un’altra ora, ed un momento

Perso nei miei sogni con lo stesso smarrimento

Il cielo su Torino sembra ridere al tuo fianco

Tu sei come me

(Subsonica, Il cielo su Torino)

* il Mandrognistan è la landa desolata che si stende da Alessandria a Tortona; questo per i nuovi lettori, se ci saranno; altri lo sanno già.

** questo scritto è dedicato al mio amico Flavio Febbraro, scomparso in un incidente di montagna sul Monte Rosa nel 2019: l’unico che mi aveva detto di sì

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A volte ritornano

https://anchor.fm/alpslover/episodes/Seconda-stagione–We-are-back-eln0nq

È tornato il podcast ( in realtà inizia veramente domenica prossima): in previsione di un lockdown più che probabile, ci si attrezza.

Abbiamo anche una nuova immagine copertina che dovrebbe suggerire qualcosa del contenuto.

Di seguito metterò i link a tutti gli episodi:

Primo episodio: https://anchor.fm/alpslover/episodes/Zona-rossa-em6tfe

Secondo episodio: https://anchor.fm/alpslover/episodes/Un-bel-posto-per-seppellire-degli-scarponi-emfs1o

Terzo episodio: https://anchor.fm/alpslover/episodes/Scusate-il-ritardo–Al-Sestriere-en0b86

Quarto episodio: https://anchor.fm/alpslover/episodes/Piemonte-Sabaudo-enfq88

Quinto episodio : https://anchor.fm/alpslover/episodes/Torino—la-mia-citt-ent81n

Sesto episodio: https://anchor.fm/alpslover/episodes/I-nostri-animali-eokjr0

Settimo episodio: https://anchor.fm/alpslover/episodes/A-farsi-benedire-ep35oh

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Tra la via Emilia e il West

Prodromo.

Le scarpe a volte muoiono. Di vecchiaia, a volte, talvolta di inedia (quando non vengono più messe, ad esempio. Io ne ho alcune che contemplo, specie quelle che avevano tacchi svettanti con cui svettavo… senza lasciare una caviglia sui sanpietrini, ma ormai le contemplo e basta). Comunque, succede, le scarpe hanno avuto degna sepoltura, e io ho giocherellato con l’idea di comperarmi un altro paio di mocassini (non che le scarpe mi manchino, per carità). Piccolo problema. Da anni ormai (ho iniziato che stavo all’università) compro quasi solo scarpe Mauro Leone (quasi perché Mauro Leone non fa calzature da montagna o sneakers) e no, non mi regala scarpe per dirlo. Comunque , è di Biella, fa scarpe di pelle (mocassini, stivali, sandali, ballerine, tacco 12 stranissime ecc), che sono belle, alla moda, e che non mi coprono i piedi di vesciche quando le metto. E le posso tenere tutto il giorno. Problemino: nel natio Mandrognistan non le vende nessuno. E infatti solitamente vado a comperarle a Torino, a Milano, o nel negozio della fabbrica a Sandigliano.

Svolgimento: siamo in zona arancione.

Così dopo aver riletto le FAQ del Governo, non averci capito come al solito nulla (posso andare a giocare a tennis fuori dal comune , ma non a fare un’escursione in montagna se non ho montagne  a disposizione, o forse sì?), ho stampato la mia autocertificazione, ho scritto: acquisto di beni e servizi non disponibili nel comune di residenza (ED E’ VERO), ho messo l’indirizzo di Mauro Leone a Sandigliano, e sono  partita baldanzosa. Tra casa mia e il casello, ho incrociato, nell’ordine, guardia di finanza, carabinieri, polizia: mai così tanta gente da quando c’è l’Italia a tocchetti. Ho pensato “finalmente non ho deforestato l’amazzonia per niente”. Il negozio, con il magazzino della fabbrica, è sulla strada Trossi, di solito un’arteriona che attraversa diversi paesi sempre piena di traffico. Non c’era nessuno. E anche il negozio era deserto (tra una cosa e l’altra, mi ha raccontato il direttore, sono stati chiusi tre mesi, e sia lui che il suo collega hanno avuto il Covid). Vi ricordo, che oggi era sabato, nel pieno dei saldi. In questo periodo, di solito, il negozio è gremito; ora patisce il fatto che non possono andarci nemmeno quelli di Biella, dove c’è un altro negozio, e nemmeno noi da fuori, o i turisti, dai laghi ( che ci vengono, o meglio, ci venivano) Comunque. Ho comperato le scarpe, bellissime, in saldo. Poi sono andata a Candelo.

Fuorilegge: il ricetto di Candelo.

Il ricetto di Candelo, un borgo fortificato del XIII secolo perfettamente conservato, patrimonio del Fai, uno dei 100 Borghi più Belli d’Italia eccetera. Se andate sul sito http://www.ricettodicandelo.it/ trovate scritto che il sito suscita “emozioni profonde”. So che amici che lo hanno visitato durante manifestazioni sono rimasti delusi. Io sono rimasta perplessa. Ovviamente non c’era nessuno. Tasso di assembramento: due innamoratini che si baciavano su una panchina vicino alle mura, ovviamente senza mascherina (d’altro canto, provate a baciarvi con).

Il ricetto è una struttura fortificata, in cui il signore raccoglieva i bei di un borgo, e che diventava, all’occorrenza, anche rifugio  per la popolazione. Quello di Candelo è uno dei meglio conservati del Piemonte, e risale, almeno secondo la prima documentazione esistente risale all’epoca di Ottone III, anche se la maggior parte degli edifici è medievale; sappiamo per certo che esisteva nel 1374, quando entrò a far parte dei domini dei Savoia.  Adesso è una meta turistica, perché nei circa 200 edifici, detti cellule, si svolgono mostre, eventi, esposizioni, il mercatino di Natale, quello dei fiori, ecc. Ovviamente adesso niente di tutto questo è possibile, e il luogo era deserto.

Perplessa perché. Se fosse stata turisticissima, con la gente fumigante nella pianura vercellese, lo confesso, avrei gridato alla mercificazione del patrimonio storico artistico. Oggi il silenzio delle vie era abbastanza inquietante ( o forse mi ricordavo di quando Dario Argento ci aveva girato un Dracula con l’ex alunna di mio marito Marta Gattini), dato che appunto l’unica forma di vita erano gli innamorati io e un gatto bianco. Non me ne vogliano gli abitanti, ma era molto più affascinante così, forse, con la neve che incombeva sulla pianura. Sono tornata canticchiando la canzoncina della Freccia Nera – sì avevano girato lì anche quello con Aldo Reggiani e Loretta Goggi di tanti tanti tanti anni fa. Naturalmente ho stracciato le mie autocertificazioni, che nessuno mi ha chiesto, appena tornata dai gatti.

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Menomale che non sono una rivista

Una delle cose che sino ad ora mi ha impedito di trasformare questo sito in una rivista online vera e propria, con tanto di registrazione in tribunale ( a parte il costo di cimentarmi in un’impresa editoriale vera e propria), è l’obbligo della cadenza degli articoli. Obbligo che come vedete cerco di rispettare, anche se qualche volta vado lungo, come adesso. Il perché, che ve lo dico a fare, si chiama lavoro. E dato che per lavoro scrivo, quando alle sei e mezza ho finito di scrivere, i due neuroni rimasti vorrebbero, che so, andare in piscina, anziché riaffacciarsi davanti ad un altro computer per scrivere altre cose. O andare a veder le vetrine, o fare una corsetta nel parchetto dietro Ma, a parte la temperatura, che quest’anno è tornata agli inverni della nostra infanzia lontana, a parte l’effetto criceto al buio del parchetto dietro casa (con mascherina), a parte la tristezza della via dello struscio, parte l’effetto cocooning, e l’unica cosa in cui mi vedo è il trio pigiamone letto buon libro.

Comunque, oggi sono andata in montagna ( fidandomi del fatto di essere in zona gialla, forse, ormai non mi raccapezzo più) e tornando alla macchina per rispondere a un messaggio, ho visto visto nel mio feed di Twitter la notizia comunicata dal team che i due gruppi nepalesi al K2 sono arrivati in vetta , e poi discesi al campo IV, che è una notizia altrettanto importante. Si tratta dei componenti di tre team diversi, che si sono accordati per arrivare insieme in vetta, aspettando il momento giusto.

Ecco i componenti della storica impresa: Nirmal Purja (leader Nims Dai Team) con Gelje Sherpa, Mingma David Sherpa, Mingma Tenzi Sherpa, Pem Chhiri Sherpa, Dawa Temba Sherpa; Mingma G (leader Mingma Gyalje Team) con Kilu Pemba Sherpa, Dawa Tenzing Sherpa; Sona Sherpa (team SST). ( li ho tratti , per dovere di informazione dal sito http://www.mountainblog.it/redazionale/__trashed-4/).

Hanno sicuramente utilizzato ossigeno supplementare, ma come dice anche Simone Moro su La Stampa di questa mattina, questo non toglie nulla alla loro impresa. Scalare il K2 di per sé è un’impresa, nemmeno lo Sperone Abruzzi, la via degli italiani della spedizione Desio, è una passeggiata (la normale nepalese dell’Everest, ad esempio , a parte l’altitudine ha una sola vera difficoltà alpinistica, l’Hillary Step). L’unica vera fortuna è il corridoio di bel tempo che ha consentito loro di attrezzare la via.

Il K2 ieri

Come si vede, tempo e cielo cristallino, e a giudicare dalla foto ( postata dal team di Nirmal Purje) non c’è molta neve, soprattutto nella parte alta della montagna- il che non significa che faccia caldo.

Personalmente mi sembra una buona notizia. Gli sherpa vivono di montagna, e ora potranno rivendicare uno storico traguardo ( solo io penso che i commenti di Messner al riguardo siano insopportabilmente colonialistico snob? Anche qui da La Stampa, Montagna tv ecc. che lo vanno sempre a cercare…La Tamara Lunger che è al campo base del K2 con un’altra spedizione no, eh?

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Porterà jella?

Lo scorso anno, giorno più giorno meno, stavamo riposandoci sulle rive del lago d’Iseo, pronte per conoscere i Bobolini di Mont’isola (sono una colonia di gatti, ricordate?) e IO AVEVO GIà INIZIATO A PROGRAMMARE IL GRANDE PIANO DEL 2020. Avevo comperato la guida, avevo prenotato l’appuntamento per il passaporto e predisposto una serie di cose da fare sulla mia agenda bullet in vista di quello che doveva essere il premio per aver raggiunto la data fatidica dei sessanta: un viaggio per esplorare montagne extraeuropee. Nella fattispecie , in Canada.

Come è andata a finire, lo sapete tutti. Il passaporto è finito in un cassetto. E ora che destreggiamo con il giallo rosso arancione, fare progetti sembra un’utopia. E certo non credo che nel ’21 si potrà andare in giro come se niente fosse. Non si può nemmeno uscire dal proprio comune. Ho un amico che aveva ottenuto un contratto di lavoro eccellente in un’università cinese. Doveva partire agli inizi di marzo. Si era messo a studiare il cinese mandarino. Aveva fatto una carrettata di indagini cliniche, per avere il visto. E’ ancora qui. Aspetta che si riaprano le frontiere: il contratto ce l’ha ancora… speriamo.

La pagina bullet ce l’ho ancora, per programmare le escursioni, ormai tutte rigorosamente in regione (mi hanno regalato due deliziose guide escursionistiche della Valsesia e del Biellese e devo metterle a frutto – ho già scoperto che alcune escursioni el ho già fatte, andando come piace a me, a caso). Quindi questi primi articoli del 2021 saranno dedicati… a noi, cioè al Piemonte.

Due giorni fa, al telefono, Luisa mi diceva”Ti ricordi della casa di Bressanone? Scommetto che se telefoniamo adesso possiamo prenotarla: era il posto più rilassante in cui sia stata in vita mia” verissimo, tra l’altro. Sono stata entusiasticamente d’accordo. Già così, sembra un gigantesco atto di fede.

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Una piccola storia natalizia

Giulio e i cani

C’era una volta il Giulio, Mirta e Tobia. In realtà ci sono sempre,perchè passano i loro pomeriggi tutti insieme, il Giulio nel mezzo, con un cane per lato. Alla fine non si capisce chi fa pet therapy a chi.

Luisa mi ha mandato la foto, una delle molte in cui i cani stanno lì a sorvegliare lo zio, o a far colazione con lui in attesa di un grissino che arriva puntualmente.

Da un po’ di tempo faccio parte della community virtuale Hitrecord, una media company online fondata dall’attore americano Joseph Gordon- Levitt dove ho partecipato a qualche progetto collettivo; soprattutto fotografia paessaggistica. Uno dei prompt, un paio di settimane fa, si intitolava “Vita con i cani”. Io non ho cani…però più guardavo quella foto e più pensavo che era perfetta. Così l’ho postata, spiegando ovviamente che non era mia, e raccontando la storia di Tobia, di Mirta, e anche di Giulio. Ho ricevuto una valanga di like. O meglio, li ha ricevuti Giulio, in realtà.

E’ diventato famoso dall’altra parte dell’oceano. Io e Luisa gli abbiamo raccontato la storia. Lui è stato molto cool. “Ma pensa te” ha detto. A 87 anni, non è mai troppo tardi per diventare una star del web.

E niente, mi pareva una bella storia natalizia da raccontare

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Esci, cammina, ripeti

Una delle cose che preferisco, della montagna in generale, è la ripetizione. Tornare nei posti che amo di più significa scoprire ogni volta cose nuove e approfondire. La superficialità del turismo di massa non fa per me.

In questo week end di “ libera uscita”, mentre tutti si sono fiondati, anche nel natio Mandrognistan, nelle vie dello shopping, con quel meccanismo, un po’ provinciale, per cui dalla provincia sono venuti nel capoluogo, e i Mandrognistani, potendo, si sono riversati in altre più grandi città, io, seguendo felicemente la mia asocialità, me ne sono andata dove sapevo di non trovare nessuno, o quasi ( in tutto, otto persone in un’intera giornata, compresi un bambino e un cane)

Ero già stata sul Montorfano, un mio must del periodo natalizio, sino alle casermette della Linea Cadorna, per un sentiero che adesso, passando in macchina per andare a Mergozzo, ho trovato sbarrato: credo che siano le cave, presenti sul fianco della montagna, che si stiano mangiando sia quell’itinerario sia la palestra di roccia.

Comunque sia questa volta sono andata sino alla frazione denominata Montorfano, che si raggiunge proseguendo sulla statale per Verbania e svoltando prima della stazione ferroviaria. L’interesse per la frazione sta nella chiesa di San Giovanni Battista, una bella chiesa romanica costruita a sua volta sui resti di ben due basiliche paleocristiane, le fondamenta sono ben visibili, che sono una testimonianza dell’evangelizzazione della val d’Ossola nell’alto Medioevo.

Da lì, parte il sentiero che sale in vetta : ho in progetto di arrivarci alla prossima zona gialla, questa volta mi sono accontentata del primo belvedere, poi sono scesa perché volevo fare il sentiero del lungo lago, il sentiero Azzurro e non avevo voglia di fare il ritorno con l’eventuale buio (perché avevo scordato, tanto per cambiare, la frontale). In realtà il sentiero , panoramicissimo e molto remunerativo, si è rivelato nulla più che una piacevolissima passeggiata di meno di un’ora, rallentata soltanto dalla coperta di foglie di quercia e castagno, che in questa stagione sono scivolosissime: sotto, infatti, il sentiero lastricato era originariamento lo scivolo, o parte di esso, che serviva per trascinare il granito sino al trasporto, via fiume, lago, navigli, a Milano ( lo si vede nella seconda foto dall’alto). Si arriva nella parte alta di Mergozzo, da cui poi si scende in centro.

A tornare ci ho messo venti minuti in salita (perché in salita si scivola meno).

A Mergozzo non c’era praticamente nessuno, qualche bar aperto, ma non, o almeno così mi è parso, il mio locale preferito, cioè La Fugascina, sulla piazza. Così sono andata in panetteria a comperarmi la fugascina con la minuscola, che sono biscotti burrosissimi e sicuramente poco dietetici, ma chi se ne importa. E sono tornata a chiudermi in casa.

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Noi no

Come si vede, non ci sono assembramenti in vista. Perché come già avevo preannunciato, nella mia domenica di evasione legalizzata da DPCM, avevo tutta l’intenzione di approfittare della natura. Poi sabato mi ha telefonato Lulù e mi ha ingiunto di fare un salto da lei “ perché non ci vediamo da un sacco di tempo”. Vero, in effetti non ci siamo più viste da settembre ( vedersi non sono i dieci minuti a fine lavoro, ma passare un pomeriggio, una giornata). E poi, mi ha comperato gli agnolotti.

Dopo gli agnolotti e dopo aver adeguatamente controllato il Giulio, che in questi giorni ha qualche problemino di pressione, abbiamo preso auto e cani e siamo scesi a Viguzzolo, che è a tre km da dove sta lei ma è un altro comune, quindi off limits sino a oggi.

L’ itinerario parte dalla Pieve romanica, che consiglio di visitare (è aperta grazie all’amore dei volontari locali, ovviamente non in questo periodo in cui i musei sono chiusi), in via Marconi. Si parte in direzione di Castellaro e poi si svolta subito a destra dove si trova l’edificio della Bocciofila (strada vicinale del Castelletto). Si prosegue e all’incrocio si va a sinistra sempre sulla stessa strada, asfaltata ma stretta. La strada è in lievissima salita e si inoltra nei campi. Svariate stradelle la intersecano ( conducono a cascine e stalle) ma si tiene sempre la destra.

Arrivati al quadrivio di Regione Valcarrara ( cartello ) si svolta a destra in strada vicinale di Berzano e si torna verso Viguzzolo. In questa zona ci sono alcune ville padronali interessanti. Ritornati in paese, si svolta in via Circonvallazione, si supera il Bar Milano, che a detta di Lulù fa le pizze migliori del circondario, e poi si gira di nuovo a destra in via Marconi. Da quelle parti una scritta ancora perfettamente leggibile ricorda che la cosa migliore da donare alla Patria è la figliolanza. Tra me lei non abbiamo donato alla patria alcunché.

In ogni caso, abbiamo incontrato una decina di persone tutte a distanza e ben mascherinate, e abbiamo camminato godendoci la vista su Monleale e le sue colline. Dopo il the, la cena di cani e gatti e la nostra, ho spalato ghiaccio dal cruscotto della Mégane per una decina di minuti, e sono tornata nel natio Mandrognistan in tempo per il coprifuoco contando gli alberi di Natale nei giardini. A San Giuliano ci sono persone che da anni prendono le decorazioni natalizie piuttosto sul serio, ma niente di paragonabile al proprietario della villa di Nazzano la cui cascata di luce si vedeva benissimo dal giardino di Luisa, dieci km in linea d’aria circa.

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Five years ago

Cinque anni fa… ieri era la giornata della montagna e non posso fare altro che postare una foto del mio amato Monte Bianco in una luce particolare. Io sono ancora qui, come molti, in una condizione di semi arresti domiciliari anche autoimposti, e non posso non temere ( e però anche guardare con un filo di speranza) il liberi tutti di domenica. Dove vorrei andare io, tuttavia, non ho mai trovato nessuno nemmeno in tempi normali…quindi forse…

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Throwback

Il Piemonte è davvero uno dei luoghi più bellli in cui vivere. Peccato non poterci andare. (Ovviamente chi ha scritto il DPCM ignora che in Piemonte c’è il comune più piccolo d’italia, Moncenisio – dove mi piacerebbe andare, perché sotto la neve è delizioso – ci sono stata anni fa e al ritorno ho avuto un incidente in autostrada).

Vorrei tornare su a Riale, anche se ora la cascata del Toce è chiusa, ma il pianoro innevato è bellissimo. Anche solo attraversarlo a piedi, a lato della pista di fondo, ti dà l’impressione di trovarsi in Norvegia, in Siberia, a Shangri La

Eh sì, qui non c’era la neve

Ma anche quando avevo trovato la neve e il Toce era un rivolo e i ghiaccioli si attaccavano alla balaustra panoramica, e il vento ti portava via, era stato una favola (otto anni fa, per la precisione.

Ero scesa a Domodossola che era quasi sera, o forse erano solo le quattro e mezza, ma eravamo già precipitati nel buio dell’ora solare e la piazza Mercato, che è lunga e stretta, e seguendo le istruzioni del navigatore a momenti mi perdevo.

E non sembra nemmeno una piazza. Ma venivo da due o tre ore di strada, perché avevo lasciato l’auto alla cascata e poi ero andata piedi sino alla piana e alla chiesetta, su e giù, e poi sino alla fine della zona pianeggiante che poi si arrampicava sino al primo bacino artificiale, dove non ero arrivata quella volta, ma in estate , come si vede dalla galleria.

Domodossola era viva, attiva, piena di gente , e io avevo passato un’oretta nella libreria all’angolo della piazza (cosa hai fatto a Domodossola,? Ho comperato libri e cartine – non solo a Domodossola, in realtà). La particolarità della piazza, che non si vede benissimo dalle foto fatte con il mio vecchio cellulare, sono gli edifici dipinti , come le case della città vecchia di Innsbruck.

Ricordiamoci di queste belle cose, perché torneremo a muoverci – force questo regalo sarà nella calza della Befana.

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Plenilunio postatomico

Comincio a sentire quella spiacevole ansia che chi è malato di montagna come me inizia a percepire quando è da troppo tempo separato dal suo bene. Per l’esattezza dal…rapido check nell’archivo fotografico…ops 1 novembre scorso. 29 giorni. Nemmeno un mese.

Aver cambiato colore da oggi, e aver visto diminuire abbastanza consistentemente il numero di contagi nel natio Mandrognistan (ma non il numero di persone di mia conoscenza contagiate, in quarantena, e in almeno quattro casi purtroppo morte) non serve a nulla. Siamo sempre confinati nel nostro comune sotto il livello del mare. Tecnicamente, non posso andare nemmeno al cimitero (ai cimiteri) che sono tutti ben al di là del comune.

Sul mio solito pranzo di Natale ho già fatto una croce , perché sono i miei ospiti a venire da fuori solitamente, e io non potrei andare da loro in ogni caso. Qui potrei forzare un po’ la mano ai congiunti, anche perché continuano a invitarmi a pranzo, e in questo sono fuorilegge da un po’: considerate che mi tolgo la mascherina praticamente davanti alla loro porta, dopo tre piani di scale. Uno dei congiunti mi ha aiutato con la cantina sabato mattina e sia io sia lui avevamo la mascherina, che poi in casa non ci mettiamo. Va beh.

Sulla Messa di mezzanotte, l’unico veramente fissato da queste parti è monsignor vescovo. E’ la messa dei Vip (sindaco prefetto questore e quelli che vogliono farsi vedere): c’eravamo andati con mio marito e il cugino Alberto il primo anno del suo insediamente, a sentire il pontificale cantato anche da mia cugina. Poi ne abbiamo fatto a meno: eravamo andati a letto, tra una cosa e l’altra, alle tre. Mia cugina e il coro continuano a cantare stoicamente il pontificale, ma io sono stata dispensata da anni. Gli altri partono tra le 21 e le 22. Monsignor vescovo sta guarendo dal covid e chissà che quest’anno rinunci alla messa fiume. Il coro, dal canto suo, assai responsabilmente da mesi evita di schizzare droplets sui fedeli contingentati.

Oggi avevo intenzione di comperare qualche regalo di Natale, e sono passata in auto all’esterno della via principale, della vasca, dello struscio, così ci capiamo. Ho dato un’occhiata e ho lasciato perdere, e mi sono rifugiata, a comperare la lettiera dei gatti ma non i regali di Natale, in un anonimo supermercato di periferia, dove c’era molta meno gente (quello che vedete in foto è il parcheggio).

Prometto, però, che dopo Santa Lucia, quand la giornà as longa al pas dla furmia, scappo. Evado

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