Vacanze di Natale ecc. Retro -Nizza

Come sapete, uno dei motivi per cui amo la Costa Azzurra non è la costa (o meglio, non è “solo” la costa), ma tutto l’entroterra. Ho già esplorato una parte della valle del Roya, quella che è stata colpita, lo scorso anno dalla tempesta che ha devastato Tenda, Breil e le zone limitrofe.

Devo ancora approfondire la conoscenza dell’entroterra nicese, il parco del Mercantour e la zona del Var (che non è ovviamente la cosa che fa scoprire all’arbitro se avete fatto goal voi o se lo ha fatto Dybala, ma è un fiume. Anzi è IL fiume che separava, un tempo, la Francia dal Piemonte).

Come sempre, non sapendo da che parte cominciare e avendo chiesto all’oracolo, ossia alla guida Lonely Planet, e ad amici e conoscenti, tra i vari itinerari, ho scelto les Gorges du Daluis e ho messo il navigatore. Ora come sapete, io con i navigatori non ho un rapporto ottimale (dopo quella volta che a Wiesing ci indirizzò felimente davanti ad un muro), e comunque controllo sempre l’itinerario.

Già sapevo che la strada era lunghetta, e ad un certo punto ho avuto la vaga sensazione di aver sbagliato strada. Poco male, ho pensato, ora mi dice di tornare indietro (“Ricalcolo”). Non lo ha fatto, io mi sono tenuta i dubbi e ho cominciato a salire. Era una giornata splendida, faceva un caldo che da solo era la miglior esemplificazione del tracollo climatico che stiamo vivendo (riscaldamento spento e finestrino aperto ) e io continuavo a salire attraversando foreste mediterranee disabitate, e paesini deserti. Non un’anima in giro. Nemmeno un cinghiale, e questo invece mi pareva ancor più inquietante. Alla fine, riconosco nel passo St. Raphaël un luogo che avevo trovato sulla mappa, la strada scende, e mi ritrovo finalmente nella valle del Var, e con la strada invasa dai caprioli. Io li vedo da lontano e rallento, il suvvone che ho davanti no e rischia di finire fuori strada per un pelo. La departimentale è una strada a scorrimento veloce (ho scoperto che ho perso un’ora, quasi, vagabondando nella zona di Interesse naturalistico delle prealpi marittime, dove dovrò tornare, naturalmente, ho incrociato panorami insuperabili) e la gente se ne va infischiandosene abbastanza dei limiti di velocità e dei centri abitati.

Dei paesi che ho attraversato, mi sono fermata, come avevo comunque in mente di fare, solo ad Entrevaux, per via del suo centro medievale racchiuso nelle mura e per la sua cittadella fortificata da Vauban. Deserto, tranne per un tale evidentemente alterato che picchiava contro una porta chiamando una donna.

Finalmente inizio ad arrampicarmi lungo la strada che porta alle gole, in un paesaggio che ricorda in tutto e per tutto la Val Borbera, e mi fermo in un parcheggio, alle porte di Guillaumes, dove riconosco le indicazioni per il point sublime. Prima prosegui lungo la strada asfaltata per raggiungere il punto detto del Volto di Donna, da dove si vede ben dall’alto il canyon scavato dal torrete Daluis, poi torno indietro per fare il sentiero che raggiunge una serie di punti panoramici. In realtà, dato che il vagabondaggio ha fatto trascorrere le ore pomeridiane, non sono arrivata sino al punto più alto, perchè ho temuto che il buio calasse troppo in fretta. In compenso, nel punto mediano ho incontrato finalmente un’anima viva, un uomo che come me era lì per fotografare, e che mi ha salutato un po’ sorpreso . Come vedete, tasso di distanziamento livello pro.

Naturalmente al ritorno non ho messo il navigatore e sono tornata a casa senza incidenti.

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Vacanze di Natale ecc: La lunga strada

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Vacanze di Natale (ecc.) 3 Bord de mer definitivo ( e affini)

E poi, più della Croisette, della passeggiata a mare di Rapallo o di Viareggio, c’è la Promenade, con le sue sedie blu e gli hotel e gli hoover, i monopattini i bambini che giocano e i cani chic che vanno a spasso.

È lunga. Sono 7km in tutto e non credo che il turista medio voglia farsela tutta, a meno che non sia un runner. Arriva in pratica sino all’aeroporto .

Mi è accaduto , molto tempo fa di fare a piedi tutto il Newskij Prospect di San Pietroburgo- che ancora si chiamava Leningrado, pensate al tempo che è passato – e alla fine ero solo stanca, probabilmente anche se avessi incontrato Pietro il Grande redivivo non ci avrei fatto caso.

La promenade non è così lunga, il Prospekt è di circa 11 km e dal centro porta a quella che era allora una periferia sul mar Baltico, eppure mi è sempre capitato di associarli anche se ammetto di non aver mai capito bene che cosa me li faccia associare, se non il fatto che a Nizza c’è una basilica russa, come c’è a Sanremo, per i russi facoltosi che venivano nell’ Ottocento e che hanno ripreso a venire, Covid permettendo. Misteri del mio subconscio.

A fianco dell’Hotel Negresco, che non ha bisogno di menzioni, se avete visto una volta Caccia al ladro, nei giardini del Palais Masséna*, entrando sulla destra lungo il muro di cinta, c’è il memoriale delle vittime dell’attentato del 14 luglio 2016. In quel periodo c’era a Nizza una cara amica, che stava frequentando un corso di specializzazione. Quando sentimmo le notizie, Francesco mi disse di chiamarla subito, cosa che ovviamente non feci, lasciandole un whatsapp in cui le chiedevo semplicemente se stava bene e se dovevo fare qualcosa. Mi rispose solo, “ Tutto ok, chiamami domani”. Il giorno dopo restammo al telefono due ore; in cui mi raccontò di come “ per caso” avessero deciso di sentire il concerto di musica rock dopo i fuochi artificiali sulla spiaggia, incamminandosi in direzione opposta a quella del camion dell’attentatore, che avevano ben visto dietro di loro, prima che fosse colpito dalla polizia, mentre loro scappavano nella folla. Di come un tassista magrebino li avesse raccolti e riportati a casa sulle colline, senza volere nemmeno un centesimo. Di come alla fine, lei e il suo ragazzo , si fossero resi conto di tenersi ancora per mano, e che questo, probabilmente, aveva impedito che si separassero nella calca.

Le Negresco

Se siete a Nizza, non potete fare nello stesso giorno la Promemade e il centro, e il Vieux Nice, a meno di non dare un’occhiata senza vedere nessuno dei tre. Io che Nizza la conosco bene, ad esempio, non ho ancora visto il museo Matisse, e i reperti romani. Nizza è grande, non solo perché è la città metropolitana della regione PACA, È proprio estesa, dalla collina al mare, e si finisce per percorrere notevoli distanze a piedi. E poi, la luce della riviera sulla Promemade ha ispirato innumerevoli artisti, fermarsi e guardare è un utile esercizio.

Lezioncina di Storia. Massena era un generale di Napoleone, che era nato a Nizza , che strano (c’è la piazza, il palazzo, un liceo, e pure la statua nei giardini). C’è anche una splendida, e molto piemontese, piazza Garibaldi, che era di Nizza pure lui, che allora era piemontese ( e infatti si arrabbiò molto quando Cavour la cedette ai francesi. Sempre Nizza).

La sedia blu
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Entr’act: Adventures in nebiun

Invece di proseguire nella serie sulla Costa Azzurra, anche per rivivere questo bel periodo appena trascorso, vi racconto di cosa si può fare nel natio Mandrognistan, dove notoriamente non si sale ma si sprofonda (letteralmente come vedremo).

Sabato sera avevo una cena con amici a Tortona, quindi, sospettando che la nebbia mattutina si sarebbe trasformata in nebiun condito con galaverna (ossia in spessa nebbia bagnata ghiacciantesi al contatto con il suolo – come direbbe uno che sa di metereologia) il pomeriggio e la sera, avevo rinunciato all’idea di andare a fare escursioni fuori Alessandria. Tuttavia, mentre ero bella tranquilla a scrivere nel primo pomeriggio, mi chiama mia cugina, mi dice “ma sei a casa? andiamo a camminare?” Vuoi dire di no? Appunto.

Così prendo l’auto, scopro che c’è stato un qui pro quo (pensava andassi direttamente da lei a piedi); stabilito questo, mi ha portato dietro la zona commerciale a fianco del Tanaro, dove si aprono alcune piste sterrate (che già qualche amico mi aveva segnalato come promettenti). Scopo ultimo: andare a piedi sino a Solero ( e farsi riportare indietro da un suo amico che vive lì – il quale, messo al corrente della cosa da Millina, ha risposto più o meno Ma te tei màta ). In ogni caso con chi poteva mettere in pratica l’allegro progetto?

Allora: trattasi di percorso ciclabile/pedonale, che non attraversa assolutamente la pericolosissima statale Asti Torino, ma corre parallelo alla analoga ferrovia, superandola, all’inizio, grazie a un sottopasso che si trova in via Vecchia Torino. Sono circa 7 km, assolutamente fattibili da vecchietti e affini e una passeggiata per una veterana del CAI come lei. In ogni caso mi dice di andare in esplorazione perché fa comunque troppo freddo (siamo ben felicemente sotto lo zero), e poi devo andare a cena ( e questo implica un po’ di tempo per trasformarmi da un ammasso di maglioni a un essere umano elegante).

E poi c’è il nebiun: se nel mio quartiere il sole splendeva alto e forte, all’altezza del ponte Tiziano (l’altro ponte, meno famoso del suo omologo Meyer), si traforma in un “lampo giallo al parabriz” come diceva il poeta (di noi Mandrognistani, a tutti gli effetti) e si traforma in una pallina galleggiante in un mare di nebbia.

Scendiamo, e scopro di aver dimenticato i guanti. Grave errore. Meno male che il giaccone ha tasconi profondi. Saliamo su quello che è a tutti gli effetti l’argine del Tanaro, che scorre poco lontano. Ci accoglie un cartello relativo alla costruenda pista ciclabile i cui lavori di asfaltatura dovrebbero terminare …nel dicembre 2021. A vedere e soprattutto provare, direi che non sono mai iniziati. Dopo cento metri, il fango si fa pesante ( ed è effetto dell’umidità) e non si vede pressoché nulla. Ma proprio nulla. Ovviamente non c’è nessuno, neanche qualche altro solitario fachiro che porta fuori un qualche cane altrettanto fachiro (quelli di Luisa, mi racconta il giorno dopo, il sabato hanno stazionato tutto il giorno tra cucina e divani – e sono cani da caccia).

Camminiano a passo abbastanza sostenuto, più che altro per evitare l’umidità che ti si insacca nelle ossa.

Ci fermiamo solo per ammirare i ghirigori che la brina traccia sulle piante, vestendole di un gelido biancore.

Camminiamo senza sapere bene dove siamo sino a quando appare evidente che il sole sta tramontando. Solo al ritorno, dopo un po’, ci rendiamo conto di aver oltrepassato di un bel tratto l’area commerciale del Bennet, le luci accese e i fari delle auto ci danno un’idea del complesso che all’andata avevamo completamento perso, credendo che fosse oltre il viadotto autostradale mentre in realtà è sotto.

In ogni caso abbiamo inanellato i nostri cinque km, andare a piedi a Solero, magari in primavera, pare fattibilissimo, ho dovuto buttarmi sotto la doccia per scaldarmi appena arrivata a casa, da allora ho un vago sospetto di mal di gola, che nemmeno la paranoia più totale mi fa attribuire al Covid.

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Vacanze di Natale ecc. 2. Bord de mer

Camminare /correre lungo il mare è sicuramente meglio che dietro un canale di scolo; e anche questo l’ho già detto. Per cui, quelli che possono camminare/correre in luoghi ameni un po’ li invidio. Li invidio tanto, in effetti. Magari non giungerei agli estremi di farlo a torso nudo (appena visto, dintorni di Nizza) o in cannottierina e short (passeggiata a mare di Mentone), ma prima che le temperature scendano un po’, devo dire che in questa fine anno le temperature sono state molto più che anomale. In tutto il periodo in cui sono stata in Costa Azzurra ho abbandonato il cappotto, ho cercato di arrangiarmi in ogni modo con quello che avevo, e ho sempre sempre sudato – al punto da chiedermi se alla fine non correvo il rischio di ammalarmi, ma non di covid.

Vi segnalo quelle che sono, in zona, le mie camminate lungo il mare preferite.

La prima, ovviamente, è quella di Mentone. Dalla spiaggia di Garavan si arriva tranquillamente sino a Roquebrune. Sono circa tre km, a secondo del punto d’inizio, e oltre che dai vecchietti come me è frequentata da runner di tutti i generi.

La seconda è quella di Cap Martin. Se avete le gambe potete partire direttamente da Mentone, se non ce la fate, potete lasciare l’auto in uno dei parcheggi di Roquebrune, vicino al mare o nel piazzale vicino al Palais de Carnolès. E’ bellissima specie al tramonto e costeggia diversi punti panoramici sugli scogli, molto selvaggi e mediterranei. Allontanandosi dal mare e facendo un giro lungo le viuzze della collina (non c’è un itinerario preciso, l’ultima volta ho seguito google maps a piedi e mi sono persa, come al solito – lo so, ho dei problemi con i navigatori) si arriva al Cabanon di Le Corbusier, che non si visita – o meglio, si visita con visita guidata, prenotabile solo online, e con Greeen pass obbligatorio per le persone di più di 12 anni ( tutte le informazioni necessarie qui ). Io l’ho visto con Francesco da fuori, ed è bello comunque , specie se siete appassionati di architettura contemporanea.

La terza è quella di Cap Ferrat. Io ho fatto la promenade des Fossettes, che è molto bella, e si conclude con un’aerea traversata su una spiaggetta bellissima, la Paloma beach; mi dicono che la traversata vera e propria del Capo, sino al faro, sia ancora più bella. E quindi ho ancora luoghi da scoprire e miglia da percorrere… (semicit). Per entrambe si lascia l’auto nel parcheggio a Saint- Jean- Cap- Ferrat, sperando di trovare posto (il più grande è vicino al porto turistico) e si va verso sud. Da visitare, villa Ephroussi de Rothschild (prenotazioni sul sito), che più Liberty non si può, e che credo si veda – almeno da quello che si capisce dal trailer- nel nuovo film di Downton Abbey. Nulla di strano, è una location letteraria per eccellenza e pure Scott Fitzgerald ne parla in Tender is the night senza menzionarla (capito perché mi piace tanto questa zona?)

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Vacanze di Natale ( senza cinepanettone, con mascherina, e in solitaria: una serie)

Sul perché abbia deciso di camminare al mare ho già detto ( in questo post di non molto tempo fa). Posso dire, come aggiunta, poiché me ne sono resa conto solo vivendolo, che invecchiando sono sempre più simile a mio padre, che camminava in montagna in estate, trascinandosi dietro la famiglia e gli amici, e camminava al mare in inverno – o per lo meno nell’ entroterra- sempre trascinandosi dietro la famiglia e per lo più gli stessi amici.

Ho infatti memoria sempre più nitida di molte vacanze di Natale trascorse a Sanremo, in una pensione, credo, di amici o parenti dei Zaccone del Bar Sport, in un posto che già si arrampicava sulle alture Sanremesi – sia mai che non ci sia salita da fare, ma da cui si sentiva abbastanza bene la ferrovia che era al di sotto, tant’è vero che andavo a letto con il Trans Europe Express, che si fermava in stazione più o meno alle dieci e un quarto- dieci e mezza, già una concessione rispetto al ferreo orario del sonno di casa. Poi naturalmente c’è stato Chiavari, dove la salita Bacezza si faceva sia in estate sia in inverno, in questo secondo caso più volentieri, e tra i due un alberghetto di Rapallo, il più vicino alla passeggiata a mare, che credo esista tutt’ora, dovrò controllare, dove a Capodanno si facevano delle feste carine, o per lo meno è lì che mi ricordo di aver visto i miei genitori tutti allegri, eleganti e in tiro, come quando uscivano in città. Insomma, giovani.

In Costa Azzurra, o meglio, a Mentone, ci siamo approdate io e mia madre, un po’ di anni fa, perché Monaco e Nizza facevano parte del bagaglio solito di chi svernava a Sanremo, compreso il Casino, dove venivano spesso gli amici di mio padre a giocare e dove lui li accompagnava volentieri, per la compagnia, sostanzialmente, perché il gioco in sé lo annoiava a morte, il che spiega perché mia madre, di solito molto apprensiva, lo lasciava partire senza particolari patemi per le nostre finanze. Papà, se andava bene, puntava un gettone da 5000 lire, vinceva o perdeva e finiva tutto lì, poi stava a parlare con i croupier e i giocatori incalliti nella sala da fumo o stava a guardare. Quel che preoccupava mia madre era la macchina sportiva con cui andavano a Sanremo o StVincent, con tempistiche da pilota di formula uno.

Il vieux village

Fondamentalmente, ci siamo fermate per la spiaggia, ampia, e libera, ancorché sassosa. Molto sassosa. Adesso per fortuna un po’ di sabbia riportata c’è, ma agli inizi, c’era davvero da rimetterci le caviglie.

Poi ci siamo innamorate della città vecchia e delle sue viuzze, e soprattutto della vista dalla cima del Castello, ossia dalle rovine del torrione che sta in cima alla collina del cimitero ( il fatto che si chiami salita al Castello e in effetti il castello non ci sia di solito fa imbestialire il turista di passaggio, e chi non è avvezzo alle scorrerie dei saraceni che dalla base di Saint Tropez- mica stupidi – risalivano sino alla Val Bormida.)

Poi ci ho portato Francesco ed è piaciuta anche a lui. Poi c’era (c’è ancora) la possibilità di ammirare un manufatto di Le Corbusier praticamente a due passi – le prime volte gli piaceva ancora camminare.

Dal punto di vista gastronomico, lo ammetto, non sono molto ferrata. Quando andavamo io e mia madre facevamo un picnic in spiaggia e di solito era il momento delle sue polpette di melanzane, che adesso ancora mi faccio. Il picnic sulla spiaggia era una cosa che a Francesco dava particolarmente fastidio perché lo associava ai boy scout, una cosa strana perché né io né lui li abbiamo mai frequentati.

Il nostro posticino era La Mandragore, che si trova in uno slargo di rue St Michel, in una deliziosa piazzetta. Io adesso vado spesso al Cafè Italiano (si chiama così, non è un refuso) a due passi dai giardini Biovès, dove fanno un caffè eccellente, che è l’unica cosa che quando espatrio mi manca, che per di più non costa un rene come di solito succede.

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Buon 2022

Buon anno, e che sia meno weird (che a sto punto tradurrei non tanto come strano, ma come assurdo) del 2021. Lo dice Margaret Atwood, e sottoscrivo in pieno

Il gatto mangia albero

A dire la verità, non è chiarissimo che cosa si debba augurarci, dato che nell’anno passato siamo continuamente caduti dalla padella alla brace e poi siamo finiti direttamente in forno: l’elenco delle cose che dobbiamo augurarci è così deprimente ( salute, lavoro, bollette) che preferisco augurare a tutti di avere il superfluo: musica libri vestiti arte champagne al chiaro di luna e tante montagne.

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Vacanze di Natale (senza cinepanettone ma con mascherina)

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Post Christmas

Cari tutti, quando leggerete ciò io sarò a riposarmi da qualche parte, e ci vedremo/sentiremo nel nuovo anno, sempre che non mi / ci prenda qualcosa, ma del resto ho prenotato un tampone per il ritorno, che ormai non si è più sicuri di niente.

Ho santificato il post Natale facendo un salto ad Aosta per il Marché Vert Noel, con il cugino piacione, santificato naturalmente con un pranzo alla sempre meritoria Trattoria di Campagna di Sarre.

Poi siamo andati al mercatino ben mascherinati: quest’anno oltre alla consueta collocazione intorno al teatro romano, alcuni stalli si trovano nella piazza dell’arco Romano chiusa al traffico.

Gli espositori sono più o meno gli stessi, alcuni si possono trovare anche alla Fiera di St.Orso o a quella di Donnas. Abbiamo girovagato tra i banchetti, comperato il formaggio che il cugino cercava, guardando gli oggetti, bevuto un vin brulé per scaldarci (ma faceva sempre meno freddo che qui)

Non so se è stato l’effetto tristezza dopo Natale, se è l’effetto tristezza del mercatino, o l’effetto tristezza complessivo del momento in cui viviamo, ma l’impressione che ho avuto è stata di un evento mlto sottotono rispetto al passato. Certo non è il Natale dello scorso anno, ma dell’inverno (quello di Game of Thrones, che durava secoli) non siamo ancora fuori.

Acquisti del giorno: una calamita con il castello di Sarre (appunto)

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Auguri (con la morale, come sempre)

Prima di tutto gli auguri, questo post viene pubblicato il giorno di Natale e io sono una donna, sono italiana, sono una madr..ah no, ma forse madre di gatto e zia putativa e gnagna conta per qualcosa (sorvolo sulla religione).

Siccome intanto che digerite il cappone, qui al nord (al sud sinceramente non so, illuminatemi), è giusto che pensiate a cose serie, vi racconto una favola natalizia con la morale.

Incipit: in terza elementare avevo scritto nei compiti delle vacanze che dopo il pranzo avevo pensato al significato profondo del Natale. Il suggerimento veniva da mio padre, e la maestra accanto al tema scrisse, giustamente, “non ci credo” e io ci rimasi male e ricordo che quel voto fu oggetto di discussione in famiglia. Non ricordo ovviamente che cosa avevo fatto in realtà, probabilmente ero andata a fare una passeggiata al gelo in riva al Tanaro con mio padre, che alle feste comandate si annoiava moltissimo.

Sottolineo che alle elementari negli anni Sessanta le maestre, immagino quelle molto severe come la mia, ma non solo, ti davano dei TEMI da fare come compiti delle vacanze, anatema.

Comunque, dopo l’inizio con il Natale passato, c’erano gatti anche lì, perché dai miei nonni a Masio ce n’era sempre un numero variabile, ma mai meno di tre, passiamo al Natale presente.

La storia inizia online, precisamente su Twitter, dove nella mia bolla si parla principalmente di gatti e di montagna (ma che strano…). Comunque la scorsa settimana, nella mia TL una delle ragazze che seguo ha pubblicato una foto del suo gattone Panchito dentro a un #saccoscaldagatto, tutto contento. Come l’ho visto, ho pensato, questo è perfetto per la mia bimbona che attualmente passa le sue giornate attaccata al termosifone in cucina, o nel suo cesto strategicamente posizionato per guardar fuori – solo che adesso che siamo nel nebbiun ha poco da vedere. Così c’è stato un frenetico scambio di messaggi via Twitter, e Cristina, la bravissima ragazza di Bari che li fa per hobby, ha acconsentito a farmene due, uno per la bimbona e uno per Cinorosino, che sono i due gatti abitudinari – Fanny di solito occupa abusivamente posti altrui, e attualmente va a dormire in bagno sopra la biancheria pulita (e sopra al cuscino peloso con cui l’ho coperta).

A fare i due sacchi Cristina ci ha messo poche ore, a spedirmeli un po’ di più: proporzionalmente la spedizione da Bari al natio Mandrognistan costava un terzo del valore del pacco, ma le app in cui si vende di tutto (e su cui io non sono riuscita a vendere mai nulla) non prevedono sacchi scaldagatto come merce vendibile, e alla fine ho detto lascia perdere ti pago la spedizione ordinaria. Così io ho fatto il bonifico, lei ha spedito, e io ho aspettato fiduciosa il pacco (fiduciosa come si aspetta un pacco spedito da Poste italiane, naturalmente, cioè facendo gli scongiuri)

Martedì, con un tempismo che ha stupito persino me, il pacco è atterrato in ufficio ( i nostri pacchi personali arrivano tutti in ufficio, che è l’unico posto in cui qualcuno li ritira, se non noi, le bravissime ragazze del piano di sopra, e viceversa, naturalmente, e non vengono lanciati in mezzo alla strada). Ho chiacchierato con il postino e mi ha detto che aveva cinque gatti (il mondo è pieno di insospettabili gattari).

Arrivata a casa, Cinorosino si è buttato nella scatola, ovviamente, Fanny ci ha girato intorno, e io cercavo di imbonire la bimbona su quanto fosse bello e caldo il sacco. Il suo sguardo diceva chiaramente “Vuoi che muoro?” Ok, sentivano l’odore dei gatti di Cristina. Così ho foderato il cesto con uno dei sacchi e ho messo l’altro sul mio letto, dove di solito va a dormire Cinorosino. Alle nove si era bello che accomodato e gli ho scattato la foto che vedete, artisticamente trasformata, di sopra.

Sono andata a dormire e nel mio letto c’è stato il solito viavai. Mercoledì mattina arrivando in cucina, la bimbona era molto molto vicina al cesto, ma naturalmente non mi ha dato nessuna soddisfazione. Ho controllato bene: qualcuno aveva dormito nel cesto. Io ho naturalmente provato a parlare con lei (e non state lì a sindacare, please, parliamo tutti con cani gatti conigli criceti), ma si è limitata a guardarmi.

Morale, non provate nemmeno a indovinare i regali di Natale, ci sarà sempre qualcuno che non vi darà mai soddisfazione.

Morale doppia (della vigilia): Fanny ha occupato l’altro sacco manu militari. Quindi, #tricolorinapower forever e riciclate i regali di Natale sgraditi

Ah, la foto in mezzo è stata graziosamente fornita da Svizzera Turismo (@MySwitzerland)

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