Perché vado (manifesto per una montagna sostenibile)

In realtà questo articolo non nasce dal niente, ma è a tutti gli effetti una risposta a un articolo di @BeppeLey che è comparso sul sito Camosci Bianchi – tra l’altro non ricordavo affatto cosa fossero le zone xerotermiche, ma come è noto la mia formazione scientifica ha “qualche” lacuna.

In più raccolgo qualche suggestione che ho letto qua e la, perché in questo periodo, lavoro tanto, salute boh, montagna poca, stream of sfiga conclamato (devo fare qualcosa di molto esoterico, perché qui non importa se Saturno Mercurio o tuo zio vanno avanti e indietro, a quest’epoca dell’anno ne capitano di ogni colore)

Due on the road: papà (Bardonecchia circa 1954) e io ( Stubaital, 2016)

Sessantadue anni separano le due foto. Sinceramente non so che ci facesse mio padre in soprabito e gilet in una foto evidentemente sovraesposta, tanto che nemmeno la digitalizzazione l’ha potuta migliorare più di tanto. (tra l’altro, lui e mia madre erano ancora fidanzati, si sarebbero sposati l’anno dopo) Nello stesso rullino c’è una foto di Fausto Coppi in bicicletta e in azione e quindi sospetto che non fosse tutto sommato in gita di diporto, ma fosse lì come cronista sportivo de Il lavoro di Genova o dell’Umanità ( mio padre era socialdemocratico in tempi in cui esserlo non era una brutta parola – invecchiando era diventato molto più “estremista” – un po’ come me)

Eppure andare in montagna con lui, che pure era uno sportivo e poteva stroncare le velleità di gente molto più giovane di lui semplicemente accelerando la cadenza del passo. Era stato un atleta da giovane, poi si era preso la polmonite, una cosa non infrequente quando non c’erano gli antibiotici. Adesso si parla di ecologia , di rispetto. Ho cominciato ad andare in montagna da bambina, quando non c’era ancora il traforo, ma fortunatamente in Val Veny e in Val Ferret avevano inaugurato dei pullman, i miei genitori andavano al col Ferret facendo tutta la strada da Courmayeur (via La Saxe, pont Pailler, Plampincieux, Lavachey e subito prima dell’Arnouva c’era la casetta della guardia di Finanza, casomai ci venisse voglia di contrabbandare qualche capra al di là del confine). Non abbiamo mai buttato via una sola cartaccia. O si faceva una buca, e poi la si copriva bene. O si riportava giù tutto, così che lo zaino dell’andata e del ritorno erano pesanti pressapoco uguali. Mia madre portava anche la tovaglia da picnic, le posate, e, unica concessione all’outdoor, bicchieri di plastica, rosa – ma il quartino di rosso di mio padre rigorosamente nella bottiglia di vetro, e l’acqua e il thermos di caffé. Non mi pare di ricordare che si sia mai rotto niente

Prima andavo perché dovevo. I miei avevano una compagnia di “camminatori”. “Camminatori” non alpinisti ( mio padre anche quello, di nascosto da mia madre per lo più). Non villeggianti, che passeggiavano in paese, andavano a bere l’acqua alla fonte Vittoria a Dolonne (le Terme sono una cosa più recente) e giocavano a Tennis. Così le tre attività principali erano esaurite, camminare, scalare, giocare a tennis. Turismo slow (i mantra di mio padre, i piemontesi capiranno, erano “sa t’ai da curi” e “buta nen al man per tera”, di solito rivolto a mia madre che raccoglieva fiori. Vipere sempre viste, ma non mi hanno mai fatto particolarmente paura (se tu fai la tua cosa, loro fanno la loro e tutti sono felici – ribadisco, ho più paura adesso dei cani da guardiania lasciati soli, prima c’era il cane, ma di solito anche il pastore).

Farsi sei ore di strada di media non era divertente, e infatti come tutti ho avuto la mia ribellione adolescenziale e sono andata al mare. Sono tornata in montagna dopo la laurea, nel 1985 (Sportroccia, qualcuno ricorda? Io ero là, in Valle Stretta, e a Bardonecchia con la Paola, la migliore amica di mio padre, che era molto ma molto più in forma di me). Tra l’altro quello è a parer mio, l’anno in cui le cose sono cambiate e sono arrivati gli sport da (in) montagna: arrampicata, e poi mountain bike, corsa, ultratrail per finire con i raduni di jeep sotto le Pale di San Martino e le folle oceaniche dei concerti.

In ogni caso, dopo quella volta, to cut a long story short, i lost my mind, per dirla con gli Spandau Ballet: la meravigliosa sensazione che si prova quando sei arrivato dove volevi arrivare (che non è necessariamente la cima…), capisco quelli che in vita loro vogliono arrivare in cima all’Everest per guardare dall’altra parte, anche se io non ho ambizioni del genere. Per arrivarci si attua quella che secondo molti è una pratica zen, si sposta il focus da tutto quello che ti preoccupa all’adesso, ai muscoli, tendini, nervi che ci vogliono per camminare. E poi pof, alla fine arriva anche la soluzione al problema che ti assilla. Non ne puoi più fare a meno (specie se vivi a Calcutta, ma un po’ più umido).

Non ho soluzioni, ovviamente, se non quella di farla semplice. By fair means, dicevano. E riportate a casa la monnezza. Se no, andate a Rimini (semi autocit. – peraltro anche Rimini fortemente rivalutata dopo il soggiorno di lavoro di questa primavera)

Fine

To cut a long story short, appunto
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Sentieri mai percorsi

C’è una ragione per cui Mieming, lo avete visto dalle foto aveva colpito la mia immaginazione mentre stavamo andando a Neuschwenstein ( un altro posto adatto a colpire l’immaginazione. In realtà credevo che quel dolce altopiano pieno di verde fosse a Reutte, parecchi chilometri più avanti. Invece quando me lo sono trovato davanti mi sono resa conto che era molto più vicino all’autostrada di quanto ricordassi. Siccome non avevo la carta con me ( ovvero avevo quella sbagliata), ho lasciato fare al caso. Sono tornata indietro, ho lasciato la macchina in un parcheggino che avevo notato, ho guardato i cartelli dei sentieri e ho lasciato fare. Si chiama Sonnenplateu per una ragione: c’è il sole, e dappertutto è pieno dei soliti gerani dopati.

Poi, ci si può lasciare prendere dal puro e semplice piacere del camminare. Il rundweg, il circuito, percorribile sia a piedi sia in bicicletta, è il numero 17, ma si ramifica in innumerevoli rivoli, a seconda se di vuole risalire la collina per avere una vista dall’alto o perdersi in giro nelle frazioni, o farsi un bagno nell’ennesimo laghetto balneabile (6€ il biglietto per l’intera giornata o 4 per il solo pomeriggio, e c’è tutto – anche se domenica era chiuso alla balneazione, ma il bar era aperto c’erano le panchine e i bambini che giocavano sull’altalena)

Il cartello che ho fotografato è sufficientemente chiaro. Mieming è un insieme di frazioni, il rundweg è la linea rossa tratteggiata che esce dai contorni della cartina, io ho fatto, Zein, See, Weidach e ritorno sulla provinciale, la Mötzerstrasse, che per altro non occorre attraversare perché le stradine passano sotto. Ho camminato due ore ( e non da sola) in assoluta beatitudine contemplando i campi d’orzo pieni di papaveri. Qui la campagna è sacra ( ci sono cappelle ed edicole dappertutto) ed è tenuta in ordine spettacolare.

Per arrivare a Mieming, si prende la A12 verso Bregenz, si esce a Mötz e si segue la strada per il Fernpass per pochi chilometri. I cartelloni che indicano il Sonnenplateau di Mieming sono dappertutto e ci sono ovviamente anche locande e ristoranti.

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Basta guardare

Mieming Sonnenplateu Rundweg

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24 mila gocce

È cominciata che non sapendo che pesci prendere, ho iniziato lo Jochleinsteig ( uno dei possibili itinerari per salire in vetta al Paschekofel, la montagna di Innsbruck con la Nordkette, da una parte e dall’altra della valle. Quando la pioggia è diventata battente ( ero partita con un pallido sole), ho pensato, d’accordo anche oggi non è giornata, e sono tornata indietro. Arrivata nuovamente alla stazione dell’ovovia, ha smesso di piovere. Ovviamente.

Così ho preso lo Zirbenweg, che è il sentiero balcone che percorre le due Montagne, il Pascherkofel e lo Glungezer, in mezzo a praterie di rododendri, nonostante la temperatura non proprio mite ( stamattina, l’aria condizionata impostata sulla temperatura del natio Calcutta Mandrognistan si è trasformata in riscaldamento). Sono arrivata sino a Boscheben, cioè il luogo da dove sarei scesa dallo Jochleitensteig.

Poi si è rimesso al brutto. Intanto ho camminato due orette e mezzo nella pace più totale, salutando famiglie, bambini, cani e giapponesi ( tutti con quell’aria da chissà se ci prendiamo la pioggia).

Nota di colore: ho trovato in vari luoghi le istruzioni su come comportarsi con i cani da guardiania, ma mai su come comportarsi con le mucche. Sino ad oggi. Bilingui. Qui le mucche sono libere di scorrazzare per i prati non recintati, per cui ti consigliano di stare lungo i sentieri, se loro invadono i sentieri ( e lo fanno) girare intorno il più al largo possibile. Le madri proteggono i vitellini ( logico), quindi lasciare in pace tutti, tenere i cani al guinzaglio, corto, e controllare se mentre brucano danno segni di nervosismo. Soprattutto, non guardare mai le mucche negli occhi. Le mucche. Negli occhi.

Lei non ha guardato negli occhi me.

Note. Lo Zirbenweg è il sentiero 350, ed è segnalato benissimo. Esiste un biglietto combinato ( Rundwanderticket) valido per le due funivie, Pascherkofel e Glungezerbahn, che comprende anche il biglietto del bus per tornare alla funivia di partenza: costa 27,50 euro per gli adulti e 17 per i bambini. Mucche non comprese.

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In cammino

Questa volta vi propongo un #postserio per fare un po’ rete con chi la montagna (in questo caso l’Appennino) la vive 365 giorni l’anno per davvero. La mia Irene Zembo, geologa , ricercatrice, guida naturalistica certificata AIGAE Associazione Italiana Guide Ambientali Escursionistiche , escursionista e runner (e pure mamma di una splendida bambina) organizza bellissime attività escursionistiche e non in Val Borbera.

C’è un’escursione nella sua lista che mi piacerebbe molto fare (se non fossi la vecchiaccia che sono), perché amo molto il torrentismo ed è quella programmata per il prossimo 27 luglio: Torrentismo lungo le Strette tra storia e geologia. Mi piace molto il torrentismo, ma l’ho praticato un po’ soltanto da sola. Il torrente Borbera per la sua conformazione è perfetto

Potrei fare un lungo discorso, ma vi lascio direttamente il link al suo programma, così sentirete tutto l’entusiasmo di Irene oppure potete visitare il suo sito BorberAmbiente

nota (anzi due)

Lo scorso anno parlavamo proprio dei pericoli insiti in un certo tipo di escursioni, e del fatto che praticamente chiunque può improvvisarsi accompagnatore escursionistico. Ecco qui ci sono esperienza, professionalità e lavoro in sicurezza. Ho lavorato in passato con Irene e ha condotto a fare una bellissima esperienza un gruppo di professori sedentari, proprio sul Borbera quindi…

Secondo, potete portarci i bambini e considerato il caldo prossimo venturo una bella escursione con i piedi a mollo …perché no?

#post in collaborazione, perché collaboro a far conoscere una realtà che merita solo di crescere, e come sapete, qui si consigliano solo cose tried and tested dalla sottoscritta. Tra l’altro Irene ha contribuito a diffondere la Val Borbera all’interno dell’escursionismo femminile. Considerato che turisticamente parlando il mio territorio non fa molto per valorizzarsi (eufemismo, fa meno di zero, come ho notato frequentando gli eventi di settore), spero di fare un servizio ai miei venti lettori.

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Ci andavano per curarsi la tisi (invece io…)

Il proprietario e fondatore dei Giardini Hanbury, a due passi dal confine, ha fatto quello che molti vittoriani facevano: cercavano di curarsi la tisi, e nel frattempo invitavano architetti e paesaggisti a rifargli il giardino

La tisi ovviamente non guariva a nessuno, ma a noi sono rimasti meravigliosi giardini che ora che sono diventati un dipartimento dell’università di Genova sono tenuti piuttosto bene ( chi li ha visti alla fine degli anni Ottanta ricorda che erano in pessimo stato)

Mettiamo subito in chiaro: i giardini mi piacciono, ma essendo notoriamente non proprio un pollice verde, non ho una particolare passione per le piante, e soprattutto, le mie competenze in fatto di botanica si riducono proprio alle basi ( e in montagna sono andata per anni con un libro per riconoscere le piante e un altro per riconoscere le rocce – poi ho smesso per le ovvie ragioni di opportunità e di peso sulle spalle) In ogni caso, lo ammetto, all’ennesima distesa di succulente (credevo ormai di aver ricordato la differenza tra aloe e cactus, ma a distanza di pochi giorni, nada, nisba, scomparsa nel nulla) mi sono davvero sentita come il ragazzino incontrato all’ingresso, che cercava disperatamente l’uscita…

In realtà , per chi ha già problemi di asma e stava combattendo con la bronchite incipiente, un giardino pieno di pollini non è proprio il massimo della vita. in compenso è stata una passeggiata ottima da un punto di vista fisico (se soffrite il caldo, però, vi sconsiglio l’esperienza in piena estate e al pomeriggio, il senso di discesa è da est verso ovest e avreste il sole proprio in faccia. Questo vale ovviamente anche per le foto). Il giardino si trova lungo il fianco della collina di Mortola e dalla strada scende verso il mare. L’itinerario di visita segue ovviamente lo stesso andamento – anche se al momento l’accesso al mare non è aperto. Quindi si scende per la visita e si risale per uscire. Ci sono frecce di colore diverso, rosso per scendere, blu per salire, ed è virtualmente impossibile, o così dicono, perdersi. Noi ad un certo punto non abbiamo più trovato le frecce, ma siamo risalite lo stesso (sperando in realtà che le due simpatiche signore della biglietteria si ricordassero di noi e non ci chiudessero dentro – non c’era moltissima gente) .

Non è una visita breve: contate almeno un’ora e mezza per tutto il giro, che si allunga invariabilmente se vi fermate a fotografare le tartarughe nella vasca, le ninfee, la Nike di Samotracia in blu o villa Hanbury e i suoi mosaici.

Due ultime considerazioni: come si diceva, sono andata due giorni al mare come la Regina Vittoria, per respirare meglio e mi è venuta la bronchite. Secondo, nel natio Mandrognistan c’è gente che ti ruba la biancheria sporca dall’atrio di casa. Così è.

Ah e ragazze, mettete un po’ alla volta anche i nomi in italiano sul cartellino delle piante: quelli in latino sono così belli, ma pensate a noi poracce che non sappiamo distinguere una rosa da una foca

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Piccola guida

Avendo ormai una certa dimestichezza con le Langhe, posso dire che essenzialmente rimane un problema di fondo, che condiziona, pesantemente la vita di chi ci abita , e non solo di chi ci va per turismo. La questione dei collegamenti resta prioritaria, e devo dire purtroppo. Mi è capitato anni fa, molto prima del boom del turismo, dell’attribuzione Unesco, delle auto con tarda straniera che percorrono queste strade ogni giorno dell’anno. Dovevamo andare a Cuneo per lavoro e trascorremmo un buona porzione di viaggio dietro a trattori e macchine agricole varie, di solito grandi come una casa a due piani. Non avevamo fretta, ma la domanda che aleggiava su di noi (non sul mio collega serenamente addormentato) era “ma come fanno questi tutto l’anno” Il luogo è davvero remoto.

Domenica scorsa, al mercato di Cherasco, la mia amica ha fatto esattamente la stessa osservazione, e noi avevamo fatto una coda per via di un incidente presso Pollenzo tra una moto e un ‘auto. “Come fanno con la scuola, il lavoro, l’Università?

E Cherasco è un luogo turisticamente interessante, pieno di gente, per il mercato dell’antiquariato. Ma tutti o quasi siamo venuti in auto (per rendersene conto, basta, su Google Maps, cercare l’itinerario e spuntare l’opzione “treno”: i tempi sono biblici).

In più, in mezzo alla campagna giace intonso un tronco di autostrada che finisce nel nulla tra Alba e Mondovi. Terminatela! A vedere i tronconi che sono ben visibili soprattutto dall’alto delle colline mi sembra più impressionante la cattedrale del deserto tagliata a metà senza nessun rispetto per la popolazione e i bisogni della stessa.

Sono come sapete sufficiente ambientalista per riconoscerei mutamenti climatici e l’effetto dell’antropizzazione ( se non lo riconosci sei Trump), ma allo stesso tempo l’atteggiamento degli ambientalisti radicali alla Greta mi convince poco. Non si può essere moralisti al punto da pensare che i nostri comportamenti da soli possano cambiare radicalmente le cose, sono una componente del problema e della soluzione. Dubito che potrebbe dire a due miliardi di cinesi ehi smettete di produrre e di arricchirvi… MA la scienza sta studiando sistemi per riconvertire l’anidride carbonica, il che è probabilmente la strategia di lungo termine vincente.

Ma per tornare a più lieti pensieri, togliere le auto dai meravigliosi paesini che costituiscono la Langa non è meglio? I centri storici sono ormai tutti pedonalizzati, in modo da poter ammirare i palazzi storici che sono l’eredità migliore del mondo sabaudo…

la piazza di La Morra
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