Le montagne su Torino

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Mi sono accorta che le montagne su Torino erano vicinissime, per la prima volta, aspettando il mio relatore di tesi al quinto piano di Palazzo Nuovo (il palazzo delle Facoltà Umanistiche che era già orrendamente vecchio -nuovo quando io ero una studentessa negli anni Ottanta). Dalle finestre del suo studio, che era esattamente di fronte alla Mole Antonelliana,  grazie alla prospettiva di una città assolutamente quadrata potevi vedere direttamente il Rocciamelone. Da qualunque parte ci si pone, sono lì, e i nuovi grattacieli (il palazzone della Regione, il San Paolo) sembrano fare concorrenza alle cime, cercando di arrampicarsi sino al cielo, specie quando è terso. 

Le alpi sono lì, dietro ogni angolo. Per vederle bene, basta salire (è a due passi da Palazzo Nuovo), sino al Monte dei Cappuccini, che si chiama monte, non a caso. Da lì, specie sulla terrazza del Museo della Montagna dedicato al Duca degli Abruzzi, proprio dietro la Mole Antonelliana (ancora!) si può completare la vista circolare dell’anfiteatro di montagne che circondano Torino. Se la giornata è tersa, e siamo in inverno, come ora, la neve sulle cime luccica come cristallo. Se la giornata non è tersa, comparirà sempre,  in direzione sud ovest il grattacielo della Regione Piemonte, avvolto in una caligine gallina. Caligine che persiste, a mia memoria, da tempi non sospetti, e privi di palazzoni: lo smog. La vocazione principale di questa città è stata di essere una Company Town, cosa che conosco bene dato che il mio nativo Mandrognistan*  ha costruito  la sua storia sull’essere l’altra  Company Town del Piemonte, quella dei cappelli.

Paradossalmente, il Genius loci, la Montagna delle montagne,  per essere adeguatamente apprezzata deve essere osservata dalla periferia, al di là della tangenziale, dove, tradizionalmente, per i torinesi finisce il mondo: al di là, sunt leones o orsi, se si preferisce mantenere il criterio che Torino è  un centro spostato un po’ in là e noi tutti gli altri, siamo periferia pur essendo più o meno alla stessa latitudine , con l’eccezione di Cuneo. Se non sapete cosa vuol dire essere periferia, non ci conoscete, nemmeno la Lombardia è così Milanocentrica, ed è tutto dire. La foto del Monviso che vedete, e che è di  Alberto Giovenzana, è stata scattata lo scorso anno, prima che tutti ci chiudessimo più o meno in casa, dal casello autostradale di Carmagnola, dopo un pomeriggio di camminate con tempo assai uggioso, che si era concluso con una soste al mercato antiquario di Carmagnola, e lì, subito prima del ritorno, il Monviso, che era stato più o meno nascosto tutto il pomeriggio, si era palesato con un’improvvisa e sfacciata esibizione di rosa.

il Monviso dal casello di Carmagnola, appunto

Torino, è lì adagiata in una conca, come una tappa sulla via della Francia e a cavallo delle montagne. Se si volesse percorrere a piedi la lunghissima route royale che porta da piazza Statuto al castello di Rivoli, attraverso corso Francia lo stradone reale, 12,8 km e quasi tre ore a piedi, secondo Google Maps, ebbene si avrebbe davanti , quasi sempre un montagna, anzi una montagnola, anzi una collinetta, pur sempre un rialzo, quello su cui venne costruito il castello di Rivoli, prima fortezza medievale, poi luogo di loisirs a fronteggiare il palazzo reale in città.

Quando penso a Torino, mi vengono in mente altre città di montagna come Grenoble, o Innsbruck, con cui Torino condivide il fatto di avere ospitato le olimpiadi invernali. Lo confesso, sarà poco ecologico, ma ho nostalgia di quelle Olimpiadi, quando io e mia madre andavamo ogni week end a scoprire sport nuovi (l’hockey, il curling) che non avremmo frequentato mai più – vi ricordo che dalle mie parti si pratica a malapena il calcio e il basket- mentre mio marito brontolava, e noi passavamo il tempo a cercare parcheggi, a fare la coda, a fare fotografie analogiche, a comperare gadget, a farci fare l’autografo da atleti famosissimi ma sconosciuti. Sono certa di avere ancora l’autografo della nazionale canadese di hockey maschile, ma una vedovanza e tre traslochi dopo non l’ho più trovato, ma ho ancora una cantina da smontare e non dispero. Sul dopo si può sorvolare. Resta l’Oval, e il braciere olimpico conservato al Museo della Montagna.

Se pensate che sì, manca un po’ lo sci in questo discorso è perchè io verso lo sci ho sentimenti contrastanti (non solo perché in quell’Olimpiadi procurarsi i biglietti per lo sci era impresa impossibile). Ho fatto il tifo per gli atleti italiani dai tempi di Thoeni e Pierino Gros, insieme a mia zia che sciava benissimo (il resto della famiglia era più da alpinismo -escursionismo), e lo faccio tutt’ora. Però oggettivamente lo sfruttamento della montagna a scopi sciistici mi sta stretto, non solo perché arrampicarsi in estate, come talvolta capita, su per le piste è una cosa sfiancante, e brutta, se nessuna erba ci è cresciuta sopra, ma perché anche a Bardonecchia, Cesana o Sestrière (la santa Trinità dello sci torinese) c’è molto altro da fare oltre a scivolare. Lo so, anche lo ski è un affare torinese, da quando nel 1896 l’ingegner Adolfo Kind mostrò agli amici quegli ski comperati in Svizzera e fondò il primo Sci Club, e il CAI, il Museo, Quintino Sella, le esplorazioni in Karacorum del Duca degli Abruzzi eccetera eccetera eccetera… Quest’anno che la neve è abbondantissima non si scia. Lo so, ormai è retorico ricordare che i cambiamenti climatici sono realtà e una nevicata in più o in meno non cambia le cose, ossia la risalita mondiale delle temperature : è retorica, perché parliamo e scriviamo in tanti, ma non cambiano né le politiche generali, né i nostri comportamenti particolari. Ormai anche le organizzazioni governative mettono in evidenza che se non si fa qualcosa alla svelta i danni saranno irreversibili nel giro di quanto, cinquant’anni? Vengo da una famiglia di gente piuttosto longeva, ma mi sembra improbabile propormi come testimone di quel mondo a venire; ma questa mi sembra l’opinione più comune: tanto io non ci sarò più e quindi chi se ne… cosa perderanno le generazioni future: camminare in un giorno feriale nel silenzio della val Troncea; passare ore sedute su una pietra a contemplare gli andirivieni, le corse e i litigi delle marmotte al lago del Moncenisio, che, lo so, tecnicamente è già in Francia, fare lo slalom tra le vipere sul sentiero spaccagambe del colle della Rho, quello vecchio che saliva da Bardonecchia alle Granges la Rho e poi risaliva tutto il lento Pian dei morti sino alla casermetta già in disuso quando io ero adolescente; vedere la pioggia che cade a Malciaussia; l’ultimo tratto del sentiero del Rocciamelone, stando attenti a non guardare troppo proprio il versante di Malciaussia, sperando di arrivare in tempo in cima per farsi abbracciare dall’alba, e non trovare le nubi; scivolare col sedere sui pochi nevai residui scendendo dal Tabor, e potrei continuare.

Anche la devozione popolare passa sui monti. La sacra di San Michele, luogo sacro ed esoterico nel mezzo di un cammino che parte da Mont St. Michel e arriva in Puglia, adagiata su una roccia, incarna , nella pietra, letteralmente, il salire fino al cielo, l’arrampicarsi sino a Dio (se non lo sapete, ma non potete non saperlo, è lì che Umberto Eco ha trovato l’ispirazione per l’Abbazia de Il nome della Rosa). Se siete saliti a piedi – o in bici, o vi siete arrampicati – avrete il premio divino di una vista mozzafiato, anche dei grattacieli. Troverete i simboli dei pianeti e dei segni zodiacali, tutti segni della città magica, e un panorama mozzafiato su tutta la val di Susa. E di fronte l’altro santuario caro a tutti: Superga, la tomba dei Savoia, e del Grande Torino, il cui aereo si schiantò ai suoi piedi il 4 maggio 1949.  Un altro tipo di pellegrinaggio laico, in una città in cui, diciamolo, non sono gli sport invernali a stare sulle prime pagine del quotidiano sabaudo. Salire a piedi a Superga, specie d’estate, può essere una sfida. Ora che l’incuria ha chiuso la tranvia di Sassi, farsi largo nelle stradine poderali sotto il sole sino alla vetta di Superga può essere abbastanza sfiancante: il clima estivo di Torino non è propriamente da montagna e salire sino in cima sotto il sole ha causato ad alcune amiche , molto più giovani ed allenate di me, visioni mistiche estive. Ma superato il baluardo dell’afa, infernale contrappunto della caligine invernale, le montagne sono lì dal Rocciamelone, alle Levanne. E poi le tombe dei Savoia nella cripta sono al fresco e anche il sacrario del grande Torino, nella parte posteriore della chiesa, rimasta incompiuta, si trova dal lato più in ombra. Non per nulla proprio quel luogo fu teatro di una memorabile sfuriata di mio padre, che mi aveva infilato clandestinamente in una gita scolastica, che consisteva nell’immancabile visita a Superga dopo l’altrettanto immancabile visita alla Fiat (stiamo parlando di un periodo antecedente l’autunno caldo). Lì perdemmo uno dei suoi studenti  – non io per fortuna, ma uno che conta che ti riconta non si trovava. Così mio padre chiuse la scolaresca recalcitrante nel pullman e batté palmo a palmo tutta la basilica sinché trovò il malcapitato imbambolato davanti al monumento a Vittorio Amedeo II (il fondatore di Superga,  colui che voleva trasformare Rivoli in Versailles on the Po, re di Sardegna, e incidentalmente colui che ha separato il natio Mandrognistan dalla Lombardia a cui noi, obiettivamente e storicamente, apparteniamo). Anni dopo mio padre  soleva dire che gli avrebbe volentieri spedito un calcione  nel didietro degno di Valentino Mazzola buonanima. Ma ovviamente non si poteva (neanche allora). Tra l’altro sempre in quella memorabile giornata all’intera truppa era stata anche trascinata, credo sia la parola corretta, su per i 131 scalini che portano alla cupola. Se ancora avete fiato, la vista è mozzafiato ed è esattamente speculare  a quella che si vede dalla sacra di san Michele (per amore delle parallele simbologie mistico esoteriche, anche a Superga c’è una colossale statua di san Michele, a guardia delle tombe, mentre sconfigge il diavolo).

Non so se gli abitanti di Torino si vedono come abitanti di una città di montagna (quelli di Innsbruck e Grenoble sì, e anche quelli di Chambery, che con Torino si è a lungo divisa il titolo di capitale): da una rapido sondaggio fatto tra i miei numerosi amici conoscenti parenti coworkers uno solo aveva con entusiasmo risposto sì **. La maggior parte degli altri erano rimasti perplessi, come se non ci avessero mai pensato (la risposta più frequente, con varianti, è stata “ma fa troppo caldo per essere una città di montagna”: vi assicuro che a Innsbruck d’estate fa caldo come a Torino, e a Trento e Bolzano è molto molto peggio). Secondo me la colpa è della Fiat – naturalmente. Ha dominato talmente tanto a lungo l’orizzonte culturale della città da far dimenticare quasi tutto il resto. E’ ora che Torino ritorni a guardare il suo cielo.

Un altro giorno, un’altra ora, ed un momento

Dentro l’aria sporca il tuo sorriso controvento

Il cielo su Torino sembra muoversi al tuo fianco

Tu sei come me

Un altro giorno, un’altra ora, ed un momento

Perso nei miei sogni con lo stesso smarrimento

Il cielo su Torino sembra ridere al tuo fianco

Tu sei come me

(Subsonica, Il cielo su Torino)

* il Mandrognistan è la landa desolata che si stende da Alessandria a Tortona; questo per i nuovi lettori, se ci saranno; altri lo sanno già.

** questo scritto è dedicato al mio amico Flavio Febbraro, scomparso in un incidente di montagna sul Monte Rosa nel 2019: l’unico che mi aveva detto di sì

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A volte ritornano

https://anchor.fm/alpslover/episodes/Seconda-stagione–We-are-back-eln0nq

È tornato il podcast ( in realtà inizia veramente domenica prossima): in previsione di un lockdown più che probabile, ci si attrezza.

Abbiamo anche una nuova immagine copertina che dovrebbe suggerire qualcosa del contenuto.

Di seguito metterò i link a tutti gli episodi:

Primo episodio: https://anchor.fm/alpslover/episodes/Zona-rossa-em6tfe

Secondo episodio: https://anchor.fm/alpslover/episodes/Un-bel-posto-per-seppellire-degli-scarponi-emfs1o

Terzo episodio: https://anchor.fm/alpslover/episodes/Scusate-il-ritardo–Al-Sestriere-en0b86

Quarto episodio: https://anchor.fm/alpslover/episodes/Piemonte-Sabaudo-enfq88

Quinto episodio : https://anchor.fm/alpslover/episodes/Torino—la-mia-citt-ent81n

Sesto episodio: https://anchor.fm/alpslover/episodes/I-nostri-animali-eokjr0

Settimo episodio: https://anchor.fm/alpslover/episodes/A-farsi-benedire-ep35oh

Ottavo episodio: https://anchor.fm/alpslover/episodes/Elusivo-epdm5f

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Un leggero senso di deja vu

Gatti al sole

Più o meno un anno fa scrivevo cose ispirate (!!) da un certo traguardo anagrafico. Una settimana dopo, scappavo dalla Francia convinta di trovare le frontiere bloccate. Un eccesso di fiducia nelle capacità reattive del sistema, ma avrei dovuto imparare dalla storia che quando abbiamo cercato di invadere la Francia ci siamo bloccati a Mentone. Improbabile anche solo pensare a tanta alta efficienza.

Un anno dopo, il mio terrazzo è sempre senza tende, i gatti pretendono già di passarci sopra i pomeriggi, e a Nizza e Mentone come qui c’è ancora il lockdown, solo che adesso qui si chiama zona arancione, che si differenzia da quella rossa perchè ci sono i negozi aperti, e lì si chiama zona blu di attenzione ( in quest’anno mi sono abbonata alle notizie mattutine di France- info, che è un po’ come l’Ansa, ma con meno refusi, quindi so chi sta peggio tra qui e là)

In quest’anno ho imparato un sacco di cose, proprio nel momento in cui pensavi più o meno di avere già dato. Come dice giustamente una mia amica, per altro più giovane di me, non è che pensavamo a mettere i remi in barca, ma insomma, una serie di cose le davi per assodate. Invece no, abbiamo rivoluzionato, più o meno la nostra vita, io ho speso 90 euro per un abbonamento a una palestra di yoga online, e mi alleno religiosamente tre volte a settimana, ho imparato ad affrontare i cyber fascisti ( sì…) e ringrazio il cielo e i vertici dell’istituto nazionale “Parri” se non mi sono toccati i banchi a rotelle, Ho imparato a far funzionare il mio computer a distanza, a lavorare da casa, ho scoperto che a casa lavoro molto di più di quello che faccio in ufficio, ma in ufficio non mi vengono i crampi causati dalla gatta che pretende di starmi in braccio, mentre mangio dormo e lavoro. Cinorosino è più discreto: stramazza davanti al computer e si addormenta, mentre Pipisita ha avuto un congruo numero di momenti di celebrità (mai come la signora che stirava durante la Summer School).

Ho imparato a calcolare su Maps me dove passano i confini regionali, quando mi tocca fare 90 km, perché potrei andare molto più vicino, ma sarei fuori regione, e nell’anno in cui c’era neve praticamente ovunque ho messo le racchette ai piedi una sola volta, perché il retro pensiero che ti si avvinghia è “se cado e mi faccio male con che coraggio vado al pronto soccorso?” ( e se ben ricordate, mi è accaduto di cadere nei momenti e nei modi più improbabili). Così, vi avverto, esauriti i racconti delle mie fughe pregresse, vi toccherà, come me, viaggiare con la mente. Oggi era l’ultimo sabato, poi di nuovo chiusi in gabbia (sono cambiati due governi, ma l’andazzo è sempre quello. Ovviamente sono andata in montagna, ovviamente mi sono assembrata con me stessa.)

Post scriptum serio. Dopo ottanta mila morti non abbiamo imparato niente. Il COVID ha colpito tantissime persone di mia conoscenza e parecchi in modo abbastanza grave, altri per fortuna meno. Nessuno (beh uno forse) è stato imprudente, tanti lavoravano nella scuola…io mi vaccinerei anche subito, potendo, invece i sessantenni sono in un limbo. Aprite le gabbie, per favore (anche se la mascherina mi sa che me la tengo anche dopo, così non mi prendo il raffreddore).

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Un anno già

un anno di foto

Un anno fa, più o meno, ero ad Arenzano e sentivo parlare la gente, quasi per la prima volta si può dire di questa malattia dei cinesi o qualcosa del genere. Sarei voluta tornare ad Arenzano, ma naturalmente non si può. Sono andata in giro, naturalmente, dato che, ancora per poco, siano in giallo, almeno qui.

Perciò, l’unica cosa che mi sento di fare è mettere qualche foto, di quest’anno (non ho messo altre foto di parenti e affini, perché non mi sento di esporli, mentre invece con Lulu e i gatti non c’è problema).

Foto da sinistra a destra e dall’alto in basso:

  1. Valle Angrogna, ieri
  2. Colli Tortonesi, gennaio 2021
  3. Autoritratto (altrimenti detto selfie)
  4. Pipisita in lavoro agile, dicembre 2020
  5. Mergozzo, gennaio 2021
  6. Arenzano, febbraio 2020 (quel giorno là)
  7. Genova, ponte Morandi, in autunno 2020
  8. Fanny ieri sera
  9. Mandrognistan Ville a fuoco, autunno 2020
  10. La mia finestra, settembre 2020
  11. Lavori da lockdown: il pane, Pasqua 2020
  12. Appennino ligure, ottobre 2020
  13. Chiavari, settembre 2020
  14. Lavori con mascherina (Tavolo Migranti di Casale) in autunno (courtesy “Il Monferrato”)
  15. Cinorosino con orecchie a deltaplano
  16. San Michele di Pagana, settembre 2020
  17. Bere, ubiquitous
  18. Tramonto dalla mia cucina, primavera 2020
  19. Courmayeur, giugno 2020
  20. Gran San Bernardo, settembre 2020
  21. Riordino
  22. Luna piena dalla mia cucina, estate 2020
  23. Noi solo noi, agosto 2020 (a Tremosine sul Garda)
  24. Riordino due (i libri)
  25. Gardone, agosto 2020
  26. Le Serre, Valle Angrogna, luglio 2020
  27. Lago del Moncenisio, giugno 2020
  28. Mentone, marzo 2020, subito prima di scappare
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Bassa (Valsesia)

Nei primi periodi di zona gialla, quando il tempo era incerto (ora è pure peggio, fa bello quando lavoro ed è terribile nel week end), non sapendo cosa fare e non volendo andare troppo lontano sono andata nel parco del monte Fenera, una di quelle cose elusive, piena di indicazioni che finiscono regolarmente nel nulla. In ogni caso, sono rimasta alle sue propaggini, andando ad esplorare il Castello, o meglio il rudere di un Torrione che si vede oltre Prato Sesia.

Lo avevo visto innumerevoli volte, andando in Valsesia, e alla fine , avendo poco tempo, ho deciso che, una volta tanto, potevo fermarmi. Avrei detto che per la sua vicinanza a cavallo di due paesi sarebbe stato un luogo frequentato da joggersi e sportivi; invece oltre a me, solo il vento, in un pomeriggio di tempo bello e freddo solo un po’ brumoso, come si vede dalle foto.

Guardando su Maps.me avevo visto che si poteva salire lasciando l’auto vicino alla parrocchia di Prato Sesia, e così ho fatto; la via principale interna lastricata non presentava indicazioni su come salire alla chiesa che è proprio al di sopra. Così ho preso la prima strada che andava in salita ( casomai). Infatti dopo un po’ c’era un’indicazione e la strada diventava un sentiero. una breve salita , una svolta a sinistra e il panorama si apriva subito sopra le casa e poi verso il monte Rosa. il sentiero, che fa già parte della riserva naturale del Monte Fenera, prosegue in falso piano sino a Romagnano, oppure si può aggirare il costone e riscendere su Prato Sesia, dietro la Parrocchiale. I castelli del Sopramonte erano orginariamente due; il torrione è ciò che rimane del Castello dei Torrielli, a pochi passi dalla chiesetta dedicata alla natività della Vergine, dopo la quale c’è un belvedere da cui si vede tutta la valle.

Se si consulta il sito http://www.pratosesia.com/Itinerari/Itinerario4/Itinerario4.html I quattro passi per il Sopramonte è l’itinerario n. 4 (persino a Prato Sesia hanno un’informazione turistica migliore di Mandrognistan Ville) Si sale davvero in un quarto d’ora, poi si può camminare a piacere. I locali erano nei due bar del paese a bere, e come dar loro torto?

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Esistono

Primo episodio della zona gialla che fu. Il 7 gennaio, avendo preso adeguatamente ferie ( ho ancora due settimane di ferie arretrate del 2020, che non è chiaro quando prenderò e soprattutto per farci che cosa) io e Luisa abbiamo deciso di dedicarci al nostro Piemonte insolito.

La zona gialla ha significato, quanto meno, che siamo riusciti a mangiare qualcosa a Verbania al chiuso, e tranquillamente, dato che la temperatura, nel pomeriggio, è scivolata fatalmente sotto lo zero. Avevamo l’idea di una esplorazione della Val Cannobina, che però abbiamo rimandato ad una temperatura più propizia: abbiamo riconosciuto che nonostante fossimo entrambe adeguatamente coperte non siamo più abituate all’inverno. Questo significa che anche i nostri comportamenti e i nostri corpi hanno perso una naturale capacità di termoregolazione. O forse siamo più vecchie e amen.

In ogni caso, abbiamo camminato lungo il lago e su una pista ciclabile oltre il paese, godendoci gli scorci sul lago. Poi siamo tornate in paese per vedere il santuario e prenderci un caffè. Lì mentre in piazza stavamo godendoci il nostro asporto si sono avvicinati due signori, che ci hanno fatto vedere due palazzi interessanti, un palla di cannone residuo credo, delle guerre di indipendenza quando c’erano gli austriaci al di là del lago ( che in quel punto è vicinissimo). Poi ci hanno chiesto da dove venivano ( tutti a parole conoscono Mandrognistan Ville ), e alla fine, uno dei due ci ha detto che il COVID era tutto un complotto e ha continuato sciorinando pari pari le teorie complottiste di Qanon ( se non le conoscete vi consiglio un giretto sul sito del collettivo WuMing, digitando Qanon nel motore di ricerca: loro ci tengono alla loro privacy, per cui non mi lascia incollare il link qui, fate un po’ di fatica da soli) Mentre parlava pensavo “ Oddio ma allora esistono”, dato che avevo ancora davanti la vista di quello con le corna che assaltava il Campidoglio. Quelli con le corna ci sono anche qui, complotto internazionale di pedofili compreso: però non erano così pittoreschi, erano coppie piemontesi ben vestite di mezza età, prossime alla pensione, probabilmente benestanti. E tant’è molto inquietanti, a posteriori.

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Salvate il soldato Phil

Domenica, zona non ancora gialla, ma precompleanno del Giulio, sono andata da Lulu, e poi, complice l’eccelsa giornata, ci siamo scapicollate su per la collina seguendo stradine secondarie asfaltate, tra paesaggi che sarebbero piaciuti a Pellizza che infatti andava ne plein air a dipingerli.

C’era fango dappertutto, e le rogge erano gonfie d’acqua dopo la pioggia di sabato notte. Stare sull’asfalto era più o meno una necessità, ma anche così non soltanto si possono macinare chilometri, ma soprattutto si gode di una bellezza straordinaria, a due passi o quasi da casa ( irraggiungibile, tuttavia, se confinati in zona arancione)

Lunedì il tempo era bruttino, martedì pure, era la Candelora, dell’inverno semo fora, ma se piove o tira vento, quaranta dì siamo ancora dentro. Mentre mi chiedevo come sarebbe andata, e prima di mettermi a lavorare, mi sono fatta un’occhiata a Twitter come faccio sempre la mattina dopo il giornale e il caffè. L’Associated Press, di tutti, ricordava Grounghog Day, e il fatto che quest’anno si sarebbe tenuto in streaming e senza pubblico, causa COVID. Lo ammetto, sino ad oggi, di Phil e della sua ombra non mi importava più di tanto e il film in sé, che avevo visto ai tempi, non aveva lasciato quel ricordo imperituro. Ma in streaming… vado sulla notizia dell’AP, dice che cominciano alle sei e mezza di mattina EST, vado a controllare a che corrisponde del vecchio mondo ( la mezza ora di Roma).

Lascio lì il sito, faccio le mie cose e poi alla mezza vado a vedere cosa succede, lasciandolo in background. Capisco perché farlo senza pubblico è una notizia: perché gli altri anni, nonostante l’ora mattutina, c’era proprio la folla, che ballava e si agitava e poi ballava e cantava ( e soprattutto beveva, a giudicare dalle riprese) per tutto il giorno e la notte. In tutto questo il povero Phil la marmotta ( addomesticata) veniva lasciato in bella vista sotto i riflettori e con la gente che lo fotografava a tutto spiano – a proposito, c’era tanta gente con le corna anche lì, è proprio una mania. Non credo che Phil c’entri qualcosa con il prevedere il tempo che fa, e così parevano pensare i commenti su You Tube: secondo qualcuno dei 28 mila settecento e rotti connessi ( in America, ricordo, erano le sette del mattino) sono quelli dell’Inner Circle ( la pro loco della Marmotta) che probabilmente tirano a sorte, il che spiega perché due anni fa hanno assicurato l’arrivo della primavera sotto una tormenta di neve che gli portava via la tuba

Anche quest’anno nevicava, ma Phil, portato trionfalmente in giro, ha annunciato “Six more weeks“, accodandosi alle previsioni che parlavano della più brutta tempesta invernale che stava imperversando in tutto il nord est degli Stati Uniti, e quindi anche a Punxutawney, Pennsylvania, patria della tradizione che risale al 1887. A dirla tutta, Punxutawney Phil ha una media del 40% di risultati positivi, non granché per essere il Pronosticatore straordinario di cui si vantano i suoi concittadini. Ma soprattutto, ha senso maltrattare così una marmotta? ( che è un animale timido e non ama stare troppo sotto le luci violente del varietà)

( dal web)

Se tornassimo là dove tutto è iniziato? E cioè Imbolc, la festa celtica di mezzo inverno, quando le luci ricominciano lentamente ad allungarsi? Se per bere, si beveva anche lì…

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Non s’ha da fare

https://www.fieradisantorso.it/

Se volete andare alla Fiera di St. Orso, qui dovete andare… (anche a quella di Donnas, che si è non svolta precedentemente –https://www.fierasantorsodonnas.it/

L’ATELIER DES METIERS

Compatibilmente con le disposizioni Covid-19, nell’edizione 1021 fino a 84 artigiani professionisti in piazza Chanoux e in piazza Plouves. Negli stand è possibile trovare oggetti di ogni genere: capi di abbigliamento realizzati con tessuti tradizionali, sculture, mobili (dalle camere da letto alle cucine, dai bagni alle librerie), porte e vetri, complementi d’arredo, curiosità, suppellettili e molto altro. I materiali rispettano anch’essi la tradizione: legno principalmente, ma anche pietra, rame, ferro e così via.

IL PADIGLIONE ENOGASTRONOMICO

Ospita le aziende del settore agroalimentare della Valle d’Aosta che propongono le specialità della Valle d’Aosta. Tante le categorie rappresentate: i formaggi ed i prodotti lattiero-caseari in genere, le carni, i salumi, gli affettati, i prodotti dolciari e da forno e poi mieli, marmellate, frutta, verdura e naturalmente vini e liquori.
Nelr ispetto delle disposizioni Covid-19, nell’edizione 1021 le normali degustazioni di prodotti e bevande sono vietate ed è consentita soltanto la vendita dei prodotti.

In realtà, come potete leggere dai due paragrafi di comunicato stampa che ho fedelmente riprodotto, e che trovate sul sito, quella che non si fa è l’esposizione nelle strade, i banchetti e le degustazioni, i cori e la musica. Tutto quello che avrebbe reso la Fiera un fiume ininterrotto di persone per due giorni, perché quest’anno, in più, la fiera cadeva nel fine settimana, quando si sarebbero riversati in città turisti da tre regioni almeno e due stati. A vedere dalla diretta streaming sul sito, nel padiglione enogastronomico c’era un po’ di ressa, un po’ troppa per la situazione in cui ora ci troviamo ( e sui dati che le Regioni forniscono c’è decisamente da fare la tara…)

Le vetrine

Ho cercato immagini della Fiera su vari siti e pagine Facebook come Valle D’Aosta nel Cuore, e piazza Chanoux stamattina, con le installazioni della fiera d’antan appariva abbastanza deserta. D’altra parte, anche il trofeo Mezzalama quest’anno non si farà, e si rimanda alla prossima edizione, tra due anni. E sulle Olimpiadi di Tokyo ancora non giurerei ( tra l’altro, se almeno per un anno potessimo sbarazzarci del Festival di Sanremo non sarebbe male). Non so se nel Medioevo con la peste e altre amenità ci si chiudeva tutti in casa: d’altra parte, non sapendo da che parte arrivava l’epidemia, e sapendo invece che se ti ammalavi avrei il cinquanta per cento di probabilità di cavartela, cioè o guarivi o morivi, non credo che uscire o stare facesse tanta differenza. Per i servi della gleba antichi e moderni non ne faceva nessuna.

Quindi in attesa di darci alla pazza gioia da lunedì, così non ci assembriamo nel fine settimana, non ci resta che coccolare i gatti e guardare la tv.

Fiera di St.Orso 2020, prima del diluvio
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Tra la via Emilia e il West

Prodromo.

Le scarpe a volte muoiono. Di vecchiaia, a volte, talvolta di inedia (quando non vengono più messe, ad esempio. Io ne ho alcune che contemplo, specie quelle che avevano tacchi svettanti con cui svettavo… senza lasciare una caviglia sui sanpietrini, ma ormai le contemplo e basta). Comunque, succede, le scarpe hanno avuto degna sepoltura, e io ho giocherellato con l’idea di comperarmi un altro paio di mocassini (non che le scarpe mi manchino, per carità). Piccolo problema. Da anni ormai (ho iniziato che stavo all’università) compro quasi solo scarpe Mauro Leone (quasi perché Mauro Leone non fa calzature da montagna o sneakers) e no, non mi regala scarpe per dirlo. Comunque , è di Biella, fa scarpe di pelle (mocassini, stivali, sandali, ballerine, tacco 12 stranissime ecc), che sono belle, alla moda, e che non mi coprono i piedi di vesciche quando le metto. E le posso tenere tutto il giorno. Problemino: nel natio Mandrognistan non le vende nessuno. E infatti solitamente vado a comperarle a Torino, a Milano, o nel negozio della fabbrica a Sandigliano.

Svolgimento: siamo in zona arancione.

Così dopo aver riletto le FAQ del Governo, non averci capito come al solito nulla (posso andare a giocare a tennis fuori dal comune , ma non a fare un’escursione in montagna se non ho montagne  a disposizione, o forse sì?), ho stampato la mia autocertificazione, ho scritto: acquisto di beni e servizi non disponibili nel comune di residenza (ED E’ VERO), ho messo l’indirizzo di Mauro Leone a Sandigliano, e sono  partita baldanzosa. Tra casa mia e il casello, ho incrociato, nell’ordine, guardia di finanza, carabinieri, polizia: mai così tanta gente da quando c’è l’Italia a tocchetti. Ho pensato “finalmente non ho deforestato l’amazzonia per niente”. Il negozio, con il magazzino della fabbrica, è sulla strada Trossi, di solito un’arteriona che attraversa diversi paesi sempre piena di traffico. Non c’era nessuno. E anche il negozio era deserto (tra una cosa e l’altra, mi ha raccontato il direttore, sono stati chiusi tre mesi, e sia lui che il suo collega hanno avuto il Covid). Vi ricordo, che oggi era sabato, nel pieno dei saldi. In questo periodo, di solito, il negozio è gremito; ora patisce il fatto che non possono andarci nemmeno quelli di Biella, dove c’è un altro negozio, e nemmeno noi da fuori, o i turisti, dai laghi ( che ci vengono, o meglio, ci venivano) Comunque. Ho comperato le scarpe, bellissime, in saldo. Poi sono andata a Candelo.

Fuorilegge: il ricetto di Candelo.

Il ricetto di Candelo, un borgo fortificato del XIII secolo perfettamente conservato, patrimonio del Fai, uno dei 100 Borghi più Belli d’Italia eccetera. Se andate sul sito http://www.ricettodicandelo.it/ trovate scritto che il sito suscita “emozioni profonde”. So che amici che lo hanno visitato durante manifestazioni sono rimasti delusi. Io sono rimasta perplessa. Ovviamente non c’era nessuno. Tasso di assembramento: due innamoratini che si baciavano su una panchina vicino alle mura, ovviamente senza mascherina (d’altro canto, provate a baciarvi con).

Il ricetto è una struttura fortificata, in cui il signore raccoglieva i beni di un borgo, e che diventava, all’occorrenza, anche rifugio  per la popolazione. Quello di Candelo è uno dei meglio conservati del Piemonte, e risale, almeno secondo la prima documentazione esistente, all’epoca di Ottone III, anche se la maggior parte degli edifici è medievale; sappiamo per certo che esisteva nel 1374, quando entrò a far parte dei domini dei Savoia.  Adesso è una meta turistica, perché nei circa 200 edifici, detti cellule, si svolgono mostre, eventi, esposizioni, il mercatino di Natale, quello dei fiori, ecc. Ovviamente adesso niente di tutto questo è possibile, e il luogo era deserto.

Perplessa perché. Se fosse stata turisticissima, con la gente fumigante nella pianura vercellese, lo confesso, avrei gridato alla mercificazione del patrimonio storico artistico. Oggi il silenzio delle vie era abbastanza inquietante ( o forse mi ricordavo di quando Dario Argento ci aveva girato un Dracula con l’ex alunna di mio marito Marta Gattini), *dato che appunto l’unica forma di vita erano gli innamorati io e un gatto bianco. Non me ne vogliano gli abitanti, ma era molto più affascinante così, forse, con la neve che incombeva sulla pianura. Sono tornata canticchiando la canzoncina della Freccia Nera – sì avevano girato lì anche quello con Aldo Reggiani e Loretta Goggi di tanti tanti tanti anni fa. Naturalmente ho stracciato le mie autocertificazioni, che nessuno mi ha chiesto, appena tornata dai gatti.

* È Gastini, naturalmente, e non so se è il mio subconscio o il dannato correttore del Mac

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Menomale che non sono una rivista

Una delle cose che sino ad ora mi ha impedito di trasformare questo sito in una rivista online vera e propria, con tanto di registrazione in tribunale ( a parte il costo di cimentarmi in un’impresa editoriale vera e propria), è l’obbligo della cadenza degli articoli. Obbligo che come vedete cerco di rispettare, anche se qualche volta vado lungo, come adesso. Il perché, che ve lo dico a fare, si chiama lavoro. E dato che per lavoro scrivo, quando alle sei e mezza ho finito di scrivere, i due neuroni rimasti vorrebbero, che so, andare in piscina, anziché riaffacciarsi davanti ad un altro computer per scrivere altre cose. O andare a veder le vetrine, o fare una corsetta nel parchetto dietro Ma, a parte la temperatura, che quest’anno è tornata agli inverni della nostra infanzia lontana, a parte l’effetto criceto al buio del parchetto dietro casa (con mascherina), a parte la tristezza della via dello struscio, parte l’effetto cocooning, e l’unica cosa in cui mi vedo è il trio pigiamone letto buon libro.

Comunque, oggi sono andata in montagna ( fidandomi del fatto di essere in zona gialla, forse, ormai non mi raccapezzo più) e tornando alla macchina per rispondere a un messaggio, ho visto visto nel mio feed di Twitter la notizia comunicata dal team che i due gruppi nepalesi al K2 sono arrivati in vetta , e poi discesi al campo IV, che è una notizia altrettanto importante. Si tratta dei componenti di tre team diversi, che si sono accordati per arrivare insieme in vetta, aspettando il momento giusto.

Ecco i componenti della storica impresa: Nirmal Purja (leader Nims Dai Team) con Gelje Sherpa, Mingma David Sherpa, Mingma Tenzi Sherpa, Pem Chhiri Sherpa, Dawa Temba Sherpa; Mingma G (leader Mingma Gyalje Team) con Kilu Pemba Sherpa, Dawa Tenzing Sherpa; Sona Sherpa (team SST). ( li ho tratti , per dovere di informazione dal sito http://www.mountainblog.it/redazionale/__trashed-4/).

Hanno sicuramente utilizzato ossigeno supplementare, ma come dice anche Simone Moro su La Stampa di questa mattina, questo non toglie nulla alla loro impresa. Scalare il K2 di per sé è un’impresa, nemmeno lo Sperone Abruzzi, la via degli italiani della spedizione Desio, è una passeggiata (la normale nepalese dell’Everest, ad esempio , a parte l’altitudine ha una sola vera difficoltà alpinistica, l’Hillary Step). L’unica vera fortuna è il corridoio di bel tempo che ha consentito loro di attrezzare la via.

Il K2 ieri

Come si vede, tempo e cielo cristallino, e a giudicare dalla foto ( postata dal team di Nirmal Purje) non c’è molta neve, soprattutto nella parte alta della montagna- il che non significa che faccia caldo.

Personalmente mi sembra una buona notizia. Gli sherpa vivono di montagna, e ora potranno rivendicare uno storico traguardo ( solo io penso che i commenti di Messner al riguardo siano insopportabilmente colonialistico snob? Anche qui da La Stampa, Montagna tv ecc. che lo vanno sempre a cercare…La Tamara Lunger che è al campo base del K2 con un’altra spedizione no, eh?

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Porterà jella?

Lo scorso anno, giorno più giorno meno, stavamo riposandoci sulle rive del lago d’Iseo, pronte per conoscere i Bobolini di Mont’isola (sono una colonia di gatti, ricordate?) e IO AVEVO GIà INIZIATO A PROGRAMMARE IL GRANDE PIANO DEL 2020. Avevo comperato la guida, avevo prenotato l’appuntamento per il passaporto e predisposto una serie di cose da fare sulla mia agenda bullet in vista di quello che doveva essere il premio per aver raggiunto la data fatidica dei sessanta: un viaggio per esplorare montagne extraeuropee. Nella fattispecie , in Canada.

Come è andata a finire, lo sapete tutti. Il passaporto è finito in un cassetto. E ora che destreggiamo con il giallo rosso arancione, fare progetti sembra un’utopia. E certo non credo che nel ’21 si potrà andare in giro come se niente fosse. Non si può nemmeno uscire dal proprio comune. Ho un amico che aveva ottenuto un contratto di lavoro eccellente in un’università cinese. Doveva partire agli inizi di marzo. Si era messo a studiare il cinese mandarino. Aveva fatto una carrettata di indagini cliniche, per avere il visto. E’ ancora qui. Aspetta che si riaprano le frontiere: il contratto ce l’ha ancora… speriamo.

La pagina bullet ce l’ho ancora, per programmare le escursioni, ormai tutte rigorosamente in regione (mi hanno regalato due deliziose guide escursionistiche della Valsesia e del Biellese e devo metterle a frutto – ho già scoperto che alcune escursioni le ho già fatte, andando come piace a me, a caso). Quindi questi primi articoli del 2021 saranno dedicati… a noi, cioè al Piemonte.

Due giorni fa, al telefono, Luisa mi diceva”Ti ricordi della casa di Bressanone? Scommetto che se telefoniamo adesso possiamo prenotarla: era il posto più rilassante in cui sia stata in vita mia” verissimo, tra l’altro. Sono stata entusiasticamente d’accordo. Già così, sembra un gigantesco atto di fede.

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