Città di montagna in autunno. A Bressanone sono belle anche le fioriere.

Non scherzo ovviamente.

Questa composizione di erica e ciclamini aveva veramente dei colori favolosi, ma anche gli alberi presenti in città, in una domenica in cui era tutto completamente chiuso, sembravano messi lì per valorizzare il colore degli edifici.

Adesso, immagino, sarà caduta la neve, ci saranno le casette del mercatino natalizio (state attenti, anche là fuori) e tutta la città avrà assunto quell’aspetto festoso che ha sempre in questo periodo dell’anno. Tuttavia, anche in una domenica piovosa, e veramente autunnale, passeggiare per il centro storico – la piazza, il Duomo, la torre bianca, la Hofburg, le viuzze porticate – rivelava una autentica magia, la possibilità di scoprire la città a passo lento, quasi vuota, che si svelava in tanti piccoli bellissimi scorci.

Come sapete, io amo flaner, per questo non sempre metto racconti turistici dei luoghi in cui cammino. Mi piace l’idea di perdermi per guardare le cose con occhi sempre diversi. Nei miei luoghi del cuore è così, perché rivelano aspetti, quando sono turisticamente vuote, che non sempre si rivelano al primo sguardo. (ora la Camera di Commercio di Bressanone vorrà la mia testa ma tant’è)

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Eliski, pratica che fa del Piemonte un’unicità a livello europeo: nel peggio.

Lo dico subito, ho “rubato” il titolo a un bell’articolo apparso su alpidoc.it che mi ha segnalato su Twitter l’amico @BeppeLeyduan, e anche se da un po’ non scrivo di questioni politiche su questo sito, qui invece sento di doverlo fare, in tutte le vesti e i ruoli che abitualmente indosso: di ricercatrice e formatrice, di esperta di montagna e di fruitrice (escursionista e ciaspolatrice) della montagna.

Quello che mi stupisce, e mi stranisce, dei provvedimenti su cui l’assemblea piemontese sta discutendo, è l’assoluta mancanza di senso comune, e di visione politica che possa andare al di là delle clientele politiche momentanee.

Vediamo chi viene beneficiato da questo provvedimento: società di trasporto aereo, amanti (?) dell’eliski- quindi persone dotate di buone disponibilità finanziarie, rifugisti, guide alpine? Sono così tanti? Da compensare, per comuni come Formazza, che in questi anni hanno puntato su un turismo “lento” e sostenibile, la perdita di credibilità, di appeal internazionale e di turisti (e dei conseguenti introiti).

Personalmente, in un luogo in cui si pratica l’eliski non andrei nemmeno se mi pagassero; in un luogo in cui si pratica l’eliski e la caccia (che è un’attività che mi disgusta, come in generale mi disgustano le persone che la praticano) nemmeno. Non solo, farei attivamente polemica – e già lo faccio – contro quei comuni e istituzioni e privati che attivamente le promuovono. Tra l’altro, se chi mi legge conosce altri esempi virtuosi e in linea con quanto faticosamente la Comunità europea e le istituzioni internazionali stanno facendo per il turismo sostenibile, oltre a Balme, me lo può segnalare? Sarebbe interessante costruire una rete di informazioni in proposito, non soltanto piemontese.

Intanto, gli abitanti dei sei comuni in cui è possibile andare in (eli)taxi -c’è anche questo – ai rifugi e cioè Alagna, Formazza e Macugnaga nel VCO; Sauze d’Oulx, Cesana e Sestriere nel Torinese e il recuperato Sauze di Cesana, non hanno niente da dire? . I militanti che si battono contro l’alta velocità non hanno niente da dire?. La maggior parte di noi nemmeno sa cos’è, un eliski, e nemmeno è interessata, per cui, perché dobbiamo essere vittime di una minoranza? Già sciare è diventata un’attività sempre più costosa e di altissimo impatto, sia per l’inquinamento che produce, sia per la difficoltà di praticarla a causa dei cambiamenti climatici (a Courmayer, ad esempio, l’inizio della stagione è stato rimandato proprio a causa dello scarso innevamento: se osservate le webcam su LoveVdA si vede chiaramente come ad esempio, il fondo val Ferret, dove dovrebbe terminare la pista di fondo, sia praticamente libero). Le “sciure” torinesi – e uso volutamente l’espressione dialettale lombarda molto più cara a noi periferici del Mandrognistan – due passi in seggiovia al Sestriere possono ben farli, no, tanto lo sbocco pista è a portata di SUV.

In più il rumore delle pale spaventa gli animali, dato che si possono sorvolare anche le aree protette. Ora. Rispetto a questa piccola minoranza, quanti siamo noi elettori?. Anche elettori leghisti, neh, perché non credo, come dicevo prima, che tutte le attività del territorio piemontese siano favorite da questa rivoluzione.

Termino citando Virgilio Giacchetto: “Qui da noi in Valle d’Aosta abbiamo un chiaro esempio: la pratica ultra decennale dell’Eliski nella Valgrisenche, valle ricca di stupendi itinerari scialpinistici, non ha certo portato quello sviluppo diffuso che molti si aspettavano. Anzi si è capito che l’Eliski significa guadagno per pochi a scapito di altri. Tutta quella fascia di turisti che amano la tranquillità che sa regalare la montagna, non scelgono certo come meta per le proprie vacanze un luogo dove il rombo dell’elicottero è presenza costante per tutta la giornata. Tant’è che una parte della popolazione si sta finalmente opponendo a questa pratica dannosa.” Dritto, chiaro e fuori dai denti (potete leggere tutto l’articolo qui, corredato di splendide foto).

Ribadisco NE VALE LA PENA?

Sestriere, cementificato già così

( e grazie @BeppeLeyduan, attento correttore di refusi- avercene, lettori così)

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Nugae (più o meno)

Mentre aspetto che la terza dose (dopo due Astrazeneca mi aspetto che mezza dose di Moderna sia più o meno acqua fresca) e dopo un pomeriggio di lavoro necessario, ma noiosissimo, (costruzione di una mailing list di duecento nomi…) intanto che cuoce la cena, fuori piove e Cinorosino si addormenta sotto la lampada, penso, alla fine, che sono abbastanza fortunata e che ho tutto quello che è necessario, e di più. Anche le amiche, che mentre dicevo che avevo voglia di andare a vedere un mercatino come quello di trento, mi interrompono e mi rispondono che invece è meglio che vada a camminare in qualche bel posto, ma sperduto, anziché andare a sfidare la fortuna dove i contagi sono più alti. Non ha tutti i torti, dato che qui non siamo messi poi malaccio, e al mio hub vaccinale, vivaddio quello vicino a casa dato che ho prenotato io sul sito, oltre a persone fragili e terza età come me, c’erano ragazzini delle medie accompagnati da mamme e papà e persino nonni (con delega).

Però, in questo momento in cui penso di essere più o meno in pace, nel giro di due settimane sono mancati due carissimi amici. Prima Mario, e qui l’unica cosa che consola me e sua figlia è il fatto, che anche in un momento tremendo come questo, che abbia serenamente mancato a casa sua, nel suo letto, e dopo una serena vecchiaia; poi un caro amico mio e di Francesco, lui purtroppo appena più vecchio di noi. Un amico con cui abbiamo condiviso tante storie, e nel nostro caso anche tanto lavoro e riunioni e progetti. Ai funerali tutta la tristezza di questi cinque anni mi è piombata addosso. Ricordando le nostri camminate sui luoghi di memoria, in particolare un maggio particolarmente caldo a Monte Sole, accompagnati da un ex partigiano che di buon passo dalla Scuola di pace alla vetta ci aveva stroncato felicemente, noi e quaranta studenti molto giovani e già belli e morti (prof, ha ottant’anni ed è tutto vivace e noi a venti siamo bell’e morti).

Cammina con le ali della memoria, amico mio.

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Città (di montagna) in autunno: Merano

Sono andata a Merano più di una volta, e lo ammetto, mi sono limitata a passeggiare lungo il fiume e a girellare nella parte vecchia della città, e pranzare lungo il fiume (e ho scoperto che il posto in cui abbiamo pranzato la prima volta io e Francesco è ancora lì al suo posto , cosa di questi tempi non scontata). Il mio punto di riferimento era la chiesa Luterana, così tranquilla e immersa negli alberi, ora già ricchi di splendide sfumature.

Allora non sapevo in realtà che il lungo Passirio era stato costruito come passeggiaata terapeutica per i turisti, e in origine era vietata agli abitanti, che andavano nei prati della zona sud, dove poi il fascismo costruì l’ippodromo che esiste tutt’ora. E poi non avevo visto Sissi, l’ur influencer, la cui presenza, una sola stagione, era riuscita a dare un impulso notevole al turismo medico, quello delle acque. Non avevo visto le terme, non il palazzo liberty che adesso è un centro culturale, e nemmeno il modernissimo edificio attuale (le mie amiche sono andate e si sono divertite moltissimo e quindi, ovviamente, mi sento di consigliarle, per tutte le informazioni potete andare qui e ricordate il Bonus Terme qui come ovunque è esaurito. Ma anche le terme sono nella mia bullet list, insieme a molte altre cose)

Se camminare per chilometri a mezza costa, semi in piano, ancora non vi basta… ah, attenzione, in estate può fare molto caldo- il centro storico, gotico, la chiesa di San Nicolò, che presto scaccerà il Krampus (e sì ci hanno confermato che dietro la maschera nei paesi ci si danno botte da orbi e si regolano vecchi conti)

Ma, ci sono anche le ombre, dietro questa superficie turistica luccicante, c’è la storia quasi dimenticata della comunità ebraica meranese, deportata nel primo immediato periodo dell’occupazione tedesca (Trentino e Trieste diventano zone di operazione) è stata completamente sterminata . Ed è grazie agli ebrei tedeschi che la cultura del turismo termale si è diffusa nel meranese approfittando delle fonti già note dal medioevo: lo testimoniano le pietre d’inciampo disseminate in città. E una statua, dalla iconografia mistica (nota come la fanciulla che prega), seminascosta in un cortile, accanto ad una lapide, che ricorda le vittime innocenti (il cortile si trova dove una volta c’era una caserma).

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A passo lento

Uno degli aspetti che maggiormente mi piace del camminare, in generale, e del camminare in montagna in particolare, è poter assaporare la lentezza. In particolare questa settimana, che lavorativamente è stata improntata a una certa frenesia, mi ha fatto venir voglia di una parentesi “lenta”, quanto meno per poter dedicarmi a un po’ di meditazione in movimento.

Mercoledì, approfittando della festa ( a Mandrognistan Ville era la festa del santo patrono, il nostro eremita longobardo, le cui vicende più note coinvolgono un sermone alle oche, e una risposta sagace agli emissari di non so più quale re longobardo, che era inutile che si preoccupassero che tanto il nipote del re era già morto, il che più che una profezia era Mandrogno buonsenso). Dicevo mercoledì era festa, pure noi abbiamo fatto festa ( qualcuno se n’è pure dimenticato, ma ricordate, diventare nonni fa rinsceminire) e io avevo una riunione su Meet. Meet è il male, l’incarnazione del demonio ecc, e non sono riuscita a collegarmi nemmeno con il telefono. Così sono andata in montagna

Ci sono dei tratti della via francigena che è possibile percorrere a passo lento, perché apparentemente non portano da nessuna parte, e quindi si prestano a essere percorsi quando non si hanno preoccupazioni di durata o desideri di performance sportive.

Un bel tragitto attraversa Arnad, dalla parrocchiale verso il villaggio, e risale alla casaforte e poi al castello dei Challant. È un percorso quasi completamente su asfalto, ma consente di ammirare case ancora fiorite ( ditelo alle rose che l’estate è finita), gatti che prendono il fresco e soprattutto alberi meravigliosamente rossi.

Come ho detto , non c’è fretta, le persone ti salutano, una bambina fa i compiti nell’ ufficio di un geometra, la mamma chiama uno dei gatti, ci sono castagne cadute su un sentiero, e fiori dappertutto – il clima è più o meno impazzito, e anche se dopo la pioggia, ho camminato in un’ora abbastanza calda da sudare. Non credo che arriverò a vedere i risultati delle politiche ambientaliste, speriamo di non arrivare a vedere la catastrofe.

Adoro il tempo di novembre, tuttavia. Anche la nebbia ( che non abbonda più nemmeno a Mandrognistan Ville).

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Se non sapete cosa fare

Se non sapete cosa fare sabato pomeriggio ( e sino al 12 dicembre), la mia amica Lia Giachero ha curato questa mostra di Giancarlo Soldi per i suoi 90 anni. Originario di Ovada, è collagista e autore di questi teatrini parlanti e viventi.

Ci vediamo sabato pomeriggio alla Gipsoteca”Luigi Aghemo” via Ottone Calcinara, 12 a Tortona. Io ci sarò ( sarà un’occasione per vestirmi da donna, ogni tanto). Perché non di sola montagna vive la donna.

E poi piove, suvvia

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Ciao, Mario

Io sono la figlia dell’altro Mario. E a pensarci bene, non ci potevano essere due persone più diverse. Mio padre, che faceva dell’understatement una religione (noi? eroi? al massimo eravamo dei rubagalline) e Mario, che se doveva scegliere, per qualsiasi cosa, sceglieva la più eclatante evidente esibizionistica. Mario, che è stata una presenza fissa e per la verità quasi clandestina nella mia infanzia, perché arrivava tardi, e poi ripartiva presto (per Moncalieri? o comunque un posto che a me sembrava lontanissimo). Però, con l’evidente attrazione che hanno gli opposti, sono stati amici per tutta la vita (io e sua figlia, per dirne una, siamo diventate amiche molto più tardi e sempre “grazie” a lui): perché sapevano, infallibilmente, da che parte stare.

Ciao, Mario

(Mario Giachero, 1927-2021)

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Città (di montagna) in autunno: Bolzano, seconda parte

Ci sono cose che sfuggono agli itinerari turistici classici, ma che è, invece, giusto (ed educativo) scoprire. Dico educativo, perché io, e pure voi che mi leggete, cerchiamo un approccio diverso al muoversi. Viaggiare, appunto, e non accodarsi al turismo di massa. Il mondo è grande, e ora (il Covid ha fatto anche cose buone, almeno per chi è capace di guardarsi dentro) siamo costretti a fissare le cose con occhi diversi

Una parte del mondo alpino italiano è stato oggetto di lotte e conquista e di una vera battaglia per la sua anima. Che oltre alla conquistata autonomia ha portato divisioni profonde tra le due comunità , quella italiana e quella tedesca.

Non è un caso che Bolzano sia stata, urbanisticamente, molto modificata nel primo dopoguerra, specie nella parte meridionale, dove il fascismo costruì diverse manifatture e le case per gli operai (le cosiddette semi rurali, non solo perché di trovavano ai margini della campagna ma perché ogni unità abitativa di cinquanta metri quadri a famiglia aveva il suo orto.)

Le case sono state demolite ma il vivace quartiere ha lottato per conservarne una come memoria della vita precedente. Prima un quartiere a maggioranza italiana (di provenienza largamente veneta), attirata dalle facilitazioni e dal lavoro che veniva offerto, ora un quartiere multietnico in senso molto ampio, che si è messo in gioco in una mostra fotografica, che è ancora visitabile nella casa semirurale, dove gli abitanti ci “mettono la faccia”, letteralmente. (Per raggiungerlo, autobus n.3 dal centro, o cercate Semirurali Park, via Bari, angolo via Mandrognistan Ville, cioè Alessandria, e non d’Egitto, la toponomastica locale riporta nomi di città italiane e nemmeno questo è casuale)

Il lager (o ciò che ne resta)

A dieci minuti di strada dal Parco delle Semirurali proseguendo lungo via Bari, e svoltando a destra in via Resia, subito dopo un negozio di articoli sportivi, un passaggio conduce ad alcuni pannelli che illustrano la storia del campo di transito di Bolzano, e dei suoi internati. No, il campo non è costituito dalle case non bellissime che si vedono in foto, il campo, o meglio ciò che ne rimane dopo la sua demolizione negli anni Sessanta, è il muro di cinta, rimasto proprio per la sua funzione, quella di delimitare il terreno di proprietà del Demanio militare. Muro che è servito da porta per i bambini che abitavano all’interno dei cortili e giocavano a calcio, senza sapere, e che ora è oggetto di custodia e restauri. Di fronte, un muro di vetro proietta i nomi degli ottomila deportati accertati nel campo (ma potrebbero essere molti di più, di cui si è persa ogni traccia): ci vogliono ventiquattr’ore perché appaiano tutti.

Dopo di che sempre con il bus n.3 siamo tornati in centro, fermandoci davanti al tribunale (in caso di stanchezza, i locali consigliano il Cafè Konditorei Stofner subito di fronte in corso Italia). Non è tanto il Tribunale, tipico palazzo razionalista, il vero punto di interesse, ma l’edificio di fronte, ora sede degli Uffici finanziari, e già casa del Fascio. Su di essa campeggia un gigantesco bassorilievo sulla storie e le lotte del Fascismo, al centro del quale troneggia Mussolini a cavallo. Un interessante approfondimento si trova qui, ad opera della nostra “guida”, il prof. De Michele della Libera Università di Bolzano, che analizza ognuno dei pannelli, e la storia dello scultore Hans Piffrader i cui primi bozzetti erano molto meno paludati di quello che i supervisori al progetto volevano. Ancora incompiuto nel 1943, nel dopoguerra la Soprintendenza ai monumenti di Trento propose inutilmente la rimozione dell’opera di Piffrader, per evitare le «sfavorevoli reazioni dell’elemento allogeno». Per molti anni la situazione rimase immutata, fino a quando nel 1957 anche le tre tavole mancanti vennero sistemate sulla parete.

L’uomo eccetera

Dopo anni di polemiche nel 2017 un’apposita commissione decise di sovrapporre al monumento una installazione, con una frase di Hannah Arendt, Nessuno ha il diritto di obbedire -Niemand hat das Recht zu gehorchen ( che, a voler essere pignoli, in tedesco è stata riportata in modo impreciso – è tratta da un’intervista del ’64 con lo storico Joachim Fest in cui dice più o meno che secondo Kant obbedire non è un diritto). La piazza, che è al centro del piano regolatore voluto nel 1935 da Marcello Piacentini, è parte di un unico intervento che ridisegna Bolzano come nuova città italiana (anche Corso Italia fa parte del progetto. ) A poca distanza da lì, piazza della Vittoria (analoga ad interventi fatti in altre città, come Genova, ad esempio, che ha la stessa struttura) con il Monumento alla Vittoria, costituiva l’inizio ideale della Bolzano italiana. Il monumento, attualmente è visitabile solo all’interno, perché all’esterno è stato chiuso per il crollo di un cornicione, che al momento non è stato ancora ripristinato.

Piacentini era molto fiero del suo monumento che presentava secondo lui un nuovo modello di colonna “littoria”. Nelle edicole all’interno ci sono le statue dei martiri dell’irredentismo (Battisti, Chiesa, Sauro). Dalla foto a sinistra si può dedurre anche il danno che non ne consente la riapertura esterna (dopo un lungo periodo di militarizzazione) Alle mie spalle, lo spettacolo delle Dolomiti al tramonto, di cui il monumento sancisce in qualche modo la conquista (tra l’altro sostituendosi a un incompiuto monumento ai Kaiserjäger, che viene distrutto). Anche qui un’installazione, un intervento semplice che non altera la struttura permette di rileggere e ricontestualizzare la retorica esibita dal monumento, come tutto l’allestimento museale interno che ne ripercorre la storia.

Come si vede, guardare la storia e il paesaggio con occhi diversi è molto interessante : sì, parlo anche di paesaggio, perché qui le montagne non sono inerti, ma si caricano di significati che sono portati dall’uomo.

Di questo, ringrazio chi mi ha dato la possibilità di conoscere questa realtà: l’Istituto nazionale “Ferruccio Parri”, la Libera Università di Bolzano e l’Isral, il mio istituto, che mi ha permesso di partecipare (quando lavoro e passione si uniscono, e come non mi stanco di dire, sono molto fortunata.)

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Città (di montagna) in autunno:Bolzano

A Bolzano ci sono sempre andata in estate, e vi avverto, fa caldo. È una conca, ben chiusa entro montagne e boschi ( e castelli, anche). Invece nelle mezze stagioni ( non ci sono più le mezze stagioni, signora mia) è quanto mai gradevole.

È il tempo del raccolto del vino e delle castagne, le mele da queste parti sono abbondanti – basta uscire dalla città per imbattersi in campi e campi, e c’è la ciclabile, in leggera discesa, che arriva sino a Riva del Garda.

Quando arrivati e siete sopravvissuti ai tir della A22 e alle uscite particolarmente aggrovigliate, vi trovate in centro e nelle vicinanze della stazione dove si trova la maggior parte dei parcheggi. Dalla stazione la centrale piazza Walther Von der Vogelweide dedicata al menestrello considerato uno dei fondatori della lingua tedesca, dista davvero due passi. E da lì si arriva alla splendida cattedrale, purtroppo danneggiata dall’ultima guerra ( si vede molto chiaramente il muro esterno rimaneggiato). Oltre alla crocifissione affrescata, sul muro esterno, c’è anche l’immagine del poveretto cui è caduta in testa la campana. Povero campanaro ( un caso da manuale di karma negativo).

Alle spalle della cattedrale le fondamenta della chiesa di San Nicolao, distrutta dai bombardamenti.

Alle spalle c’è la città medievale, di cui la via Portici costituiva il fossato delle mura. Il centro medievale ha bellissime case alte e strette, alcune con le facciate dipinte come a Innsbruck , e negozi di altissima qualità e prezzi corrispondenti. Lo stesso si può dire delle altre strade commerciali come via della Mostra e via degli Argentieri. Tutte convergono nella scenografica Piazza delle erbe, dove negli stalli si trovano verdure e specialità, esposte in maniera molto scenografica.

Ma da vedere c’è anche altro, e ne parleremo.

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Sono Tornate le San Marco

Anni fa scrivevo un po’ (tanti) anni fa: “Addio vecchi scarponi SanMarco. Mi è rimasta in mano, letteralmente, la suola mentre tornavo dall’Alpe Baranca, in Valsesia. Non potrei dire da quanto tempo li avevo, sicuramente da prima del ’92 P.M. (Prima del Matrimonio). Non è che sia particolarmente sentimentale riguardo alle cose (non a tutte), ma questi scarponi erano un guanto, gli unici, nel rapporto molto tormentato che ho avuto con gli scarponi da montagna – e con molte altre cose importanti – che non mi abbiano mai, dico mai, fatto neanche una ciocchetta, una piccola vescica. E sì che ho dovuto sbarazzarmi di scarponi anche di marche note, che mi riducevano le estremità ad un’unica screpolatura purulenta. Per la verità già questo inverno avevo temuto che fosse venuta la loro ultima ora, una piccola crepa nella tomaia laterale di ritorno da un’escursione con le racchette. Così, approfittando dei saldi, ho comperato un paio di Tecnica, che dopo un certo numero di prove, e giri in negozi specializzati e outlet, mi sembravano morbidi e sostenuti allo stesso tempo, sebbene forse un po’ troppo rigidi sulla caviglia. Purtroppo, come accade secondo il metodo degli universali di Hume,* la bontà di uno scarpone, o dovrei dire la sopportabilità, si può verificare solo a posteriori e dopo un’escursione di parecchie ore (in cui, per non dover patire medievali torture, si appesantisce lo zaino con un altro paio di scarpe rodate).  Ma il mio vero problema è che la SanMarco è scomparsa dai negozi, almeno qui, e forse dalla storia dell’attrezzistica sportiva. E questo è tragico. Ricordo di aver passato vari spezzoni di escursioni solitarie facendo l’apprezzamento di questi scarponi con perfetti sconosciuti. La SanMarco era un must per gli escursionisti con piedi problematici.”

E’ vero, ho avuto altre scarpe dopo di loro, fa molto biblico dirlo così; alcune anche comode – le Tecnica con cui le ho sostituite, le Salomon low di cui ho già consumato due paia – altre meno, tipo le Merrell che stanno come calzature di emergenza in auto nel caso mi bagnassi fino alle caviglie, rigide come un pezzo di plastica, e che personalmente mi danno l’impressione che un bel dì, dopo magari uno sbalzo di temperatura, si romperanno in mille pezzi come capita solo con le suole di corda (che però non si rompono, si sfaldano).

Ebbene, poco tempo fa sulla mia tl di Instagram è comparsa…la pubblicità delle San Marco… Sono tornate… https://www.sanmarcoshoes.com/

C’è un modello, Vintage, che ricorda i miei vecchi scarponi e quello in foto:

che viene definito “urban trekking”, che solo una forma feroce di autocontrollo (e il pensiero delle spese condominiali) mi ha impedito di comperare. San Marco ora è un marchio di proprietà di HEAD Technology GmbH and HEAD Sport GmbH (saranno quelli delle racchette da tennis?) ed è utilizzato sotto licenza da Garsport SRL, una ditta di Volpago del Montello, in Veneto. Come prima.

In effetti questa è una vera e propria Madeleine: Proust aveva i biscotti, io ho gli scarponi (e, sì anche il gelato con il miele della Maison de Filippo “dove andiamo oggi?” “a mangiare il gelato!” e tre km andata e altri tre al ritorno e il gelato era bell’e digerito; quindi ci volevano le scarpe, se no il piacere del gelato era rovinato dalle vesciche, quindi… tout se tient)

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