Ok non credevo di doverlo dire, ma ho visto uno dei posti, in montagna, tra i più belli di tutta la mia vita già lunghetta, i laghi di Cancano
Il lago, la diga e le torri di Fraele
Eravamo già state alle Torri di Fraele, due edifici della seconda metà del XIV secolo a guardia di una frequentata mulattiera da cui passavano il sale, il vino e i prodotti delle miniere tra Lombardia, Svizzera e nord Europa, Ma era agosto, sulla stretta strada a tornanti c’era um mucchio di gente e la mia auto era un po’ troppo grande.
Così c’eravamo fermate sotto le torri, io avevo fatto il sentiero, e Lulu con Tobia era rimasta giù.
Questa volta abbiamo optato per una strategia diversa, siamo salite a metà pomeriggio e abbiamo camminato due orette nella solitudine più assoluta. Considerate che abbiamo messo una felpa alle sette di sera mentre facevamo due chiacchiere con una signora di Varese al bar.
Consigliabile? Sì se nei vostri programmi non c’è il giro dei due laghi che – San Giacomo e Fraele insieme con le due dighe- dura quattro ore circa. Tra l’altro ci sono le navette che fanno la spola e facilitano il frazionamento eventuale del percorso. Ad esempio, si può parcheggiare oltre la diga di Fraele, dove c’è l’area picnic, proseguire in falso piano oltre il rifugio e la chiesetta e proseguire sino alla diga ad archi di San Giacomo, prendere la navetta che raggiunge il passo delle scale e la casa dell’AeM e da lì riscendere a recuperare l’auto
Info per occhi buoni ( costa un euro!)
Noi siamo andate dalla palazzina AeM sino alla cappella e un po’ oltre e abbiamo potuto comunque godere una splendida vista sul bacino artificiale, nato nel 1931 allagando prati pascoli e alpeggi. Sono ancora presenti ì villaggio degli operai – uno sembrava occupato da un oratorio . Anche questo è un sistema integrato come quello della val Formazza, ampliato negli anni Trenta
Il paesaggio che circonda gli invasi è lunare , ed è una vera lezione di geologia, con i ripiegamenti calcarei bene in vista ( se dico scemenze scientifiche abbiate pazienza che io sono consapevole dei miei limiti). Non posso pronunciarmi sul livello dell’acqua rispetto al passato , ma la portata è maggiore, guardate le sponde nelle foto.
Siamo comunque in una fase in cui se c’è molta acqua vuol dire che qualche ghiacciaio si sta sciogliendo.
Di tutti i luoghi di montagna in cui sono stata, Bormio occupa un posto speciale perché è il luogo che ho scelto e scoperto io ( non ci sono venuta scortata dai miei, non è il frutto di un compromesso o una specie di compromesso, fatto per convincere/costringere l’uomo della mia vita, aka il mio martirio a farsi almeno dieci giorni di ferie annuali. Intendiamoci, ho conosciuto luoghi magnifici, dove torno sempre volentieri, perché in montagna ci sono sempre cose nuove e nulla in natura rimane a lungo identico a se stesso: quindi alla fine sono soddisfatta di quello che ho conosciuto. Ma appunto Bormio è Bormio)
Una delle cose che preferisco è proprio la assoluta abbondanza di sentieri, che probabilmente non mi basterà una vita ad esplorare.
Sentieri che sono adatti a tutte le scarpe, a chi vuole fare tanta fatica come a chi vuole farsi una semplice passeggiata di un paio d’ore senza ammazzarsi.
Cominciando dal Sentiero Valtellina, 113 km da Bormio a Colico, frequentatissimo dai ciclisti, ma pure da noi terza età: il tratto che passa dietro casa nostra a Valdisotto ti porta in una ventina di minuti all’inizio di Bormio, oppure al cimitero ( non letteralmente , anche se la parte dal lato destro della statale a salire è al sole sino al tardo pomeriggio e di questi tempi cuoci – sì, fa caldo anche qui ma meno ed è ventilato)
Il sentiero Viola è condiviso, e c’è anche la panchina
Due anni fa non eravamo riuscite a fare tutto il sentiero Viola ( eravamo alla chiesa di San Gallo, perché un tratto era chiuso, non ricordo più per quale motivo. Stavolta abbiamo deciso di prenderlo dall’inizio, ossia dal centro sportivo di Bormio ( per imboccarlo bisogna immettersi sul sentiero Valtellina e poi al primo bivio a destra) e lo abbiamo percorso finalmente tutto, a passo di Tobia, che non ha più le quattro zampe motrici, e quindi è molto molto tranquillo, a meno di non incrociare un altro cane che per qualche motivo gli dà sull’anima e allora apriti cielo. Qui in realtà se l’è presa con l’ultimo dei cavalli della fila che vedete in foto, che ovviamente nemmeno lo ha considerato.
Comunque un paio di orette di strada e poi abbiamo scoperto che il supermercato Le Corti non fa orario continuato, alla faccia dei turisti e del fatto che lo scorso week end non c’era un letto disponibile in tutta la valle ( parola del nostro padrone di casa)
Allora, due donne ci sono, il cane sempre più spiaggiato pure ( invecchia anche lui), siamo riuscite a far stare due valigie, due sacche per le scarpe, una cuccia, un sacchetto di cibo per cani e un altro di cibo per umani e il cane in una 500 e siamo partite per la montagna, nella speranza di sfuggire al caldo.
Spoiler, fa caldo anche a Bormio, ma di sicuro meno che a Calcutta on the Tanaro che scala regolarmente le classifiche dei posti più caldi del Piemonte. Per carità per noi il viaggio in sè è già vacanza, così abbiamo passato qualche ora all’outlet Franciacorta ( perché si vive anche di shopping- in realtà il meglio erano le boutique con un’adeguata aria condizionata, dove Tobia si spiaggiava tutto contento ed era difficilissimo portarlo via. Tobia tra l’altro è un cane razzista, fa il piacione con le commesse, specie se giovani e carine, con i bambini, e poi fa il matto con gli altri cani e ringhia agli anziani…)
Comunque al super ho sentito gente del posto lamentarsi per il caldo…
Parliamone?
Il posto per adesso migliore in assoluto è l’Aprica, fresco e verde, tuttavia la sua architettura , ragazzi scusate, ma mette davvero tristezza. Ora siamo qui a programmare il da farsi, partendo stamattina da qui cioè da Valdisotto.
Cari tutti, quando leggerete io sarò evaporata, che mi toccano ancora riunioni varie prima di una meritata settimana di ferie. Eh sì quest’anno cambia tutto, a causa dei miei impegni lavorativi e quindi si torna a ritmi che più hanno a che fare con il passato, cioè quando si partiva con il caldo di luglio. Se vi siete chiesti come mai non ci sono più notizie di concerti e teatro, la realtà è che, essendo boomer, non ho più il fisico per lavorare otto ore e poi scapicollarmi a Asti, Stresa o a casa del diavolo. Senza contare che essendo boomer il pensiero della folla che si accalca non mi piace particolarmente (manco prima, neh) e volendo andare in ferie non vorrei prendermi il covid proprio adesso, che se lo sta prendendo (o ri-prendendo) chiunque io conosca. Però ci sono un paio di cose che vorrei fare, salute soldi e tanto amore permettendo. Invece la settimana di ferie potrebbe prendere una brutta piega, perchè la mia socia ha il raffreddore, dopo tre vaccini e un covid. Speriamo abbia preso il solito colpo d’aria che si becca regolarmente in questo periodo nel passaggio da temperatura frigorifero dell’ufficio all’aria rovente di Calcutta on the Tanaro. Incrociamo le dita e speriamo che lo #streamofsfiga non si sia attaccato anche a lei.
E proprio di Calcutta on the Tanaro, aka Mandrognistan Ville voglio parlare oggi, anche se mi rendo conto che con il termometro fisso tra i 36 e i 38 gradi fare il turista qui non sia proprio il massimo della vita, cioè hai fatto la fatica di chi ha salito l’Alpe di Huez senza avere il panorama, e nemmeno i tifosi.
L’occasione mi è stata data dalla necessità di portare l’auto in officina dopo l'”incidente al pian della Mussa, e siccome mi mancavano pochi km a dover fare la cinghia di distribuzione (un salasso) mi sono accordata per cambiare la ruota e la cinghia nello stesso momento, ho portato l’auto in officina e poi mi sono fatta i quasi tre km tra questa e l’ufficio a piedi ( e poi alla sera, tra ufficio e casa).
Al mattino presto non c’erano ancora le folate di aria calda che caratterizzano queste giornate. Passando sotto la galleria di alberi degli spalti mi ha colpito il rumore incessante delle cicale che cantavano già. Sembra che ci siano cicale nascoste in ogni piccolo pezzo di verde disponibile, sotto gli alberi dei viali, nei giardini, persino tra le rigogliose erbacce del nostro cortile, dove la temperatura alle 13 è ben oltre i quaranta gradi.
Sotto i viali, nonni sfatti e bambini che sembravano aver perso la voglia di saltare.
Proprio questo caldo fa ripensare al fatto che gli alberi mettono al riparo dal caldo – più alberi, meno afa. lo so , state pensando col cavolo dato che la notte non si dorme. Eppure, essendo fuori casa varie volte a orari di solito abbastanza incivili, per la prima volta dalla mia infanzia mi sento rinfrancata dall’estate, anche se il trucco cola e i vestiti si incollano addosso. Soprattutto mi piace l’aspetto semidisabitato che assume questa città in questa stagione, quando sembra che a lavorare si sia rimasti in pochissimi…
Spalto quasi deserto
…e in città sono rimasti i soliti zombi, i disadattati e le persone strambe come noi.
Comunque, se volete farvi un giro nella calura, e ci sono sempre più turisti che lo fanno, non siate timidi, sabato prossimo, dalle 15, c’è il Gay Pride, che torna dopo il Covid. Noi saremo al fresco, sperabilmente, ma per far festa c’è sempre una ragione. (Anche perché, oggettivamente, c’è poco da stare allegri)
Come sapete di tanto in tanto ho attacchi di misantropia , che si acquiscono in particolar modo nel periodo del motoraduno della Madonnina dei centauri: non ho niente contro i centauri in generale, ne conosco anzi parecchi maschi e femmine, nessuno dei quali ama particolarmente quel tipo di adunata (vanno allo Stelvio o a Caponord, ma non in un santuario, e chi può dar loro torto?).
Così mi sono rivolta all’amicizia: ossia mi sono autoinvitata da amici che hanno casa in una frazione di Noasca. Ora, io di solito non mi autoinvito, ma questa volta sono stata abbastanza plateale e devono essersi mossi a pietà. E ho passato un week end splendido (gli itinerari ve li lascio per dopo), anche perché nella loro frazione (8 abitanti fissi in inverno), internet, almeno la mia, si è intasata durante tutto il periodo, come si deduce dal fatto che un post si è caricato due volte, e per due sere ho , letteralmente, guardato le stelle.
Ornella e Sergio, in realtà, sono amici di mio marito, che io ho incontrato attraverso la sua compagnia molti anni fa: allora stavano già insieme e Ornella pareva conoscesse da sempre mio marito. Lui si era sempre meravigliato che del suo gruppo di amici io avessi avuto , da sempre, un feeling particolare per Ornella (e per il grande Longo, ma questa è un’altra storia).
Poi Ornella si era definitivamente stabilita a Milano, lei e Baroni si erano sposati e la vita come sovente succede aveva preso altre strade, ma almeno un paio di volte l’anno si sentivano e Francesco mandava sempre elaborati biglietti a Pasqua e a Natale e penso fosse uno dei pochi che si davano ancora tanta pena ( io ho smesso molto prima)
Però quando Francesco è mancato uno dei primi, sicuramente il primo dei suoi amici che ho chiamato, è stato Longo che a sua volta, ha subito chiamato Ornella.
Poi curiosamente, io ho cambiato lavoro, e ho cominciato ad andare a Milano più spesso e a sentire Ornella di più ( questo prima del Covid naturalmente – adesso per fortuna molte delle riunioni a cui partecipavo si tengono online a ore decisamente più incivili ma almeno a interromperle ci pensano i gatti, non la fuga degli astanti verso la stazione)
E dato che da cosa nasce cosa, sono andata pure a disturbarli a casa loro e a conquistare la loro Fanny che è una gatta viaggiatrice dato che fa la spola tra Milano e la valle Orco ( in realtà è una piemontese trapiantata perché è nata lì).
Potevano non essere gattari? Certo che no
Quindi… ho speso molte parole per ringraziare due amici del cibo, delle chiacchiere, di due notti in cui ho dormito con la coperta, delle stelle, delle passeggiate e sì, di tutto ( anche dell’andare in montagna).
Tre ragazze di cui una molto bella che dà la caccia alle lucertole ( indovinate quale?)
Non avrei voluto scrivere questo. Non avrei voluto leggere che ci sono dei dementi che pensano sia scoppiata una mina (dopo i novax, i proputin, i negazionisti, ci mancavano davero i complottisti) e altri dementi che salgono sul ghiacciaio nonostante il divieto e nonostante la pericolosità intrinseca del luogo…
Torniamo indietro. Avrei voluto iniziare con le panchine, che dalle Langhe sono dilagate in tutto il nord Italia. Invece… Sono stata varie volte al Lago di Fedaia, mai con la Funivia di Malga Ciapela, ma la prima volta che ero passata da quelle parti, molti anni fa, c’era ancora la cestovia che dal lago arrivava a Pian dei Fiacconi (al Rifugio che che poi è stato colpito da una slavina nel 2020) e avevo convinto il riluttante marito ad arrivare sin là. Poi mentre lui leggeva al rifugio avevo iniziato a percorrere la frequentatissima traccia sul ghiacciaio per scattare qualche fotografia.
Mettiamoci d’accordo sulle parole: non si tratta di una escursione. Si tratta di una ascensione su ghiacciaio che si conclude con una ferrata, nel migliore dei casi. Il ghiacciaio nel 2000 o giù di lì era a livello del rifugio più o meno. Adesso il punto in cui si calzano i ramponi è molto più in alto perchè lo strato del ghiacciaio è praticamente scomparso, ma per favore non banalizziamo. Tra l’altro, un giro su You Tube e si ha contezza di cosa sia risalire il ghiacciaio (ci sono video di giugno)
L’unica cosa che posso dire è che in periodi di gran caldo, bisogna partire molto presto, e tornare altrettanto presto per evitare pericoli. Altra cosa. Il cambiamento è reale, la maggior parte delle guide escursionistiche e alpinistiche stanno diventando obsolete perché gli itinerari e le vie di salita, letteralmente, non ci sono più. E non sto parlando solo dei Dru o delle Tofane, giusto per citare due crolli che hanno cancellato vie famose e importanti, sto pensando ai sentieri che cambiano, ai punti di riferimento che scompaiono (pensate solo alla devastazione provocata da Vaia anni fa)
Poi vedete voi: la montagna non è un parco giochi, checché ne pensino i responsabili del turismo. Se il crollo fosse avvenuto che so, sul frequentatissimo itinerario attrezzato al Piz Boè, dove ho visto processioni di escursionisti compresi quelli con le sneaker firmate, avremmo avuto gli stessi schiamazzi scomposti. Schiamazzi anche da parte di giornalisti non proprio competenti (e lo so, è anche colpa del fatto che si tratta per lo più di redattori e stagisti sottopagati per aggiornare i siti, quando invece i grandi giornali dovrebbero renersi conto che l’online deve avere la stessa attendibilità del cartaceo). Al mare è lo stesso, si può affogare in un metro d’acqua, e anche un buon nuotatore, ad esempio, evita di buttarsi con il mare grosso e la bandiera rossa, a meno di non voler correre grossi rischi – e poi anche lì c’è sempre il fenomeno).
bisogna scindere tra la legittima responsabilità di chi esce in montagna (mare /lago/fiume/qualsiasi sport) e invece la necessita, l’obbligo di decidere per il clima (il buco nell’ozono, che era lo spauracchio di qualche anno fa è stato affrontato e risolto dall’intervento dei governi). Altrimenti si arriva al si salvi chi può – cioè non noi, direi.
Lo so, cari 650 lettori (Manzoni scansate), che state aspettando con ansia il consueto #streamofsfiga e chi sono io per non accontentarvi? Ormai ho l’impressione che le cose capitino perché io possa scriverne, presto o tardi.
Ma dato che ho passato la settimana a scrivere di cose serie, mi riposo con un post molto meno serio.
Sono andata al Pian della Mussa, decidendo, per una volta, di dar retta alla mia bullet list, e partita a congrua ora, me ne sono andata sino al pianoro in un giorno in cui sulle montagne si vedevano diverse nubi. Devo dire che salendo da Ceres sino a Balme vedevo cose interessanti, quei bei palazzi dell’Ottocento quando nelle valli di Lanzo iniziava la villeggiatura in montagna, la stagione invernale dello ski (il cui uso in Italia è stato importato da quelle parti prima ancora che al Sestriere), insomma mi sentivo pronta per una nuova esplorazione. Quando vado in un posto nuovo di solito mi limito ad un giro senza meta, per vedere gli imbocchi dei sentieri, insomma per mettere i piedi nel luogo e familiarizzare.
C’erano tantissimi fiori, il panorama era quello che era (cioè non c’era per via delle nuvole), me ne sono andata sino alle baite del Giasset, mi sono seduta a guardare il panorama, poi sono scesa per godermi un po’ il pianoro e poi andare giù a Balme a comprare la toma ed eventualmente fare una passeggiata anche a Ceres (che non ho mai visto): insomma una giornata rilassante e senza pensieri.
Torno all’auto, faccio il giro sino al lato passeggero per lasciare lo zaino sul sedile e oplà, gomma a terra. O meglio non solo a terra, ma probabilmente sciupaia (non si legge sh, ma proprio s -c dolce), scoppiata, con il cerchione poggiato direttamente sulle pietre.
Tranquillizzatevi, al Pian della Mussa non circolano pericolosi teppisti (sia mai che mandi in crisi il turismo): la spiegazione più probabile me la sono data da sola, cioè che il fattaccio è avvenuto o strada facendo o addirittura il giorno prima, e la gomma ha retto sin lì e poi ha esalato l’ultimo respiro.
Tuttavia ero in capo al mondo nel tardo pomeriggio di sabato. Valutando il da farsi, la prima cosa che ho fatto è stata di chiamare il mio meccanico (la guida alpina) sperando che magari fosse non troppo lontano da venire a salvarmi – vi ho già detto che il mio meccanico ha il brevetto di guida alpina e accompagna gente a tempo perso? Ditelo, che poteva capitare solo a me…
Comunque la mia scelta ha dato il via a questo dialogo surreale:
Pronto?
Buongiorno M… sono la prof.ssa… la cugina di Alberto, ha tempo un momento? Mi dispiace disturbarla di sabato pomeriggio. (dico sempre che sono “la prof.ssa”, ho scoperto che al mio prossimo è più facile identificarmi – poi per carità per il mio elettrauto sono “la figlia della maestra”, la sua, eccetera)
No, no si figuri, ma sono fuori casa…
Ehm anch’io, sono al Pian della Mussa e ho una gomma bucata.
Ah che bello il Pian della Mussa, però noi siamo in Sardegna, sa abbiamo degli amici e abbiamo pensato di fare un po’ di vacanza (noi qui significa lui e la sua consorte, a meno che non abbia portato anche sua mamma plurinovantenne).
Ah no, ma beato lei , tranquillo cerco di arrangiarmi in ogni caso.
Se vuole la guido a distanza così può cambiarla lei (sì ciao, come no, se sapevo cambiare la gomma da sola che ti telefonavo a fare?)
Comunque mi dà diversi consigli (uno almeno l’ho rivenduto al carro attrezzi). Metto giù, perché nel tardo pomeriggio la batteria del telefono si sta scaricando e io NON HO PORTATO IL CAVO DI RICARICA (aggiungete parolacce assortite, ma era una giornata tranquilla alle sette di sera sono a casa a cenare i gatti). Alternativa: o l’ACI o il soccorso stradale dell’Assicurazione della Giulietta, che non ho mai chiamato (vi ricordo che ho due automobili, Meggie ha un’assicurazione veramente basica, così ha senso essere socia Aci).
Così chiamo l’Aci, faccio lo spelling di Balme (la gentile signorina continua a capire Valme anche se dico B come Bologna), frazione Pian della Mussa, città metropolitana di Torino, sono nel primo parcheggio sulla destra, di fronte a me c’è l’agriturismo la Masinà, mi faccio un selfie e te lo mando? Comunque mi dice, una mezz’oretta e sono lì. Non ci credo, ovviamente, e vado a fare una passeggiata sino alla panchina gigante di Pian della Mussa – poi di questa epidemia di panchine giganti dobbiamo parlare. Intanto che sono lì arriva un sms in cui mi dicono che il mio numero di pratica è lungo sei cifre e saranno lì alle 21 – cioè dopo quattro ore e mezza. Per fortuna siamo in estate e c’è luce. Così vado a bere un caffè e intanto mi informo sulla cena. Prenoto, poi vado a prendere il pile perché comincia a fare freschetto, e intanto squilla il telefono:
Buonasera sono il soccorso stradale. Ha fatto?
Ehm no…
Ah … ma non l’ha aiutata nessuno (caro, in giro ci sono sono vecchietti – ossia persone più anziane di me – a cui sinceramente meglio non fare altri incidenti)?
No, in effetti.
Ah no era per sapere. Sono a Usseglio, sa dov’è?
Certo, eh le ci vorrà almeno un’ora e mezza ad arrivare sin qui.
Ah conosce questa zona…bene. Arrivo per le otto.
Benissimo, se non mi vede sono all’Agriturismo la Masinà a cenare.
Così vado a cenare (e si mangia bene, tra l’altro, sala pienissima). All’improvviso entra una famigliola con due cani , e parte il cane che comincia ad abbaiare (ho capito che non le piaceva il mio zaino verde Technique Extrème – una volta tolto di vista si è calmata istantaneamente. Boh), lui dice: scusate, nel parcheggio c’è una Giulietta con una gomma a terra…
Eccomi! E’ la mia.
Ha chiamato un carro attrezzi?
Sì, ceno intanto che aspetto.
Eh meno male, perché poi se viene buio è più difficile cambiarla (Eh già, figlio caro, dare una mano?)
Comunque alle otto spaccate è arrivato il carro attrezzi, di San Maurizio Canavese (Cari amici dell’Aci, ma uno di Torino no?, cintura?, zona Lanzo? Ma povero lui). E’ saltato sui bulloni per riuscire a smontarli, mentre dalle sue tasche volavano il telefono, un braccialetto, il portafoglio. Comunque mettiamo il ruotino (consiglio, anche suo: meglio il ruotino che il kit gonfiabile, se la gomma è tagliata addio), compiliamo le scartoffie, mi dice mi raccomando, vada a non più di 8o all’ora e se ne va sferragliando giù dalla non larghissima strada del Pian della Mussa.
Sono tornata a ottanta all’ora a casa mettendoci una vita, e che fatica non pestare sull’acceleratore…