La situazione del lago Miage, ogni anno, è oggetto di preoccupazione e un po’ di scaramanzia. Da sempre è soggetto ai capricci del ghiacciaio del Miage, ora un ghiacciaio cosiddetto “nero”, ossia ricoperto di detriti. Io non sono riuscita a salire quando sono andata a Courmayeur, ma ci sono andati i miei “inviati” ossia i cugini Elisabetta e Gianmarco Bazza. Questo è il risultato , come si vede dalle foto che mi hanno mandato
C’è un intruso (foto di Elisabetta Merlo)
Se il torrente (la Dora di Veny) appare bene in salute, il lago quest’anno è molto più piccolo, senza la caratteristica forma a cuore che aveva mantenuto negli ultimi anni, ma con due pozze distinte. e uso il termine pozza non casualmente, perché davvero la superficie appare molto ridotta. Peggio sta andando al ghiacciaio di Pré de Bar, esattamente speculare (nel senso che chiude la val Ferret, come il bacino Combal -Miage chiude la val Veny). qui la lingua inferiore, che aveva la caratteristica forma circolare è quasi completamente scomparsa. Il bacino glaciale o quello che ne è rimasto è ormai solo nella parte duperiore. Ancora negli anni Novanta del secolo scorso, il nostro “gioco” preferito era andare a mettere le mani sul ghiacciaio, che si raggiungeva davvero con una semplice passeggiata. Non c’è davvero altro da dire.
Se non che i cambiamenti climatici stravolgono il paesaggio. E la mano dell’uomo non aiuta.
Domenica, ben riposata e rinfrancata, ho detto vado a farmi una camminata, ma temendo sia il caldo, sia l’affollamento post Covid, alla fine non mi sono fidata ad andare in uno dei miei soliti posti. E così, perché no, un giro a Carrosio, vicino, non troppo presto così non mi prendo il caldone e c’erano le indicazioni per il geosito…eccetera.
Le circostanze parevano propizie. Niente caldone, poca strada, nessuno in giro, se non un bel gattone vicino alla piazza (ciacola con la sua mamma) e poi ho ripreso il mio sentiero e mi sono resa conto che la volta precedente la freccia indicante il geosito non l’avevamo proprio vista. Perché puntava felicemente nella boscaglia. Oddio, in mezzo all’erba alta pareva insinuarssi una traccia e io bravamente ho affrontato la boscaglia (a “oddio le zecche” ho pensato dopo e fortunatamente dopo attento esame, non ne ho trovato) Il cartello non specificava la natura particolare del geosito – per chi non lo sapesse la parola indica una particolarità geologica specifica di un certo territorio. Ad un certo punto sono finita in un mezzo ad una radura dove la boscaglia diventava più fitta e amen. Cosa voleva dimostrarmi? La radura era una specie di terrazzino panoramico al di sopra dei calanchi che sono una particolarità della zona. Cosa siano i calanchi, se non lo sai già, resta un mistero . Ma questo è il meno: sindaco, pro loco, cai, togliete un po’d’erba. Tornata sul sentiero con le gambe tutte graffiate dai cardi alti quanto me, faccio tre passi e vedo un altro cartello risolutamente puntato verso la boscaglia, che l’altra volta avevamo assolutamente ignorato. Però dice Monte Erbano.
Questa volta non ho sfidato la boscaglia, anche perché ci voleva un machete. Allora ho rifatto il sentiero, sono arrivata sul… colle Erbano? Erbano più in basso? Erbano jr? Poi la strada scendeva decisamente e dopo un angolo pianeggiava e io avevo camminato ben oltre l’ora e mezza. Il mistero permane, e nemmeno la mia cartina lo ha risolto, perché del monte Erbano non c’è traccia.
Capitano quei sabati in cui sei stanca (non capitano se sei François Cazzanelli e Matteo della Bordella), ma ci sono quelle volte che complice una settimana un po’ più complicata, un caldo un po’ più afoso, una brutta nottata e se i gatti ti danno la sveglia presto poi torni a cercar di dormire. E per il resto della giornata ti ritrovi con la vivacità di un’ameba.
Così avendo una lista di letture non professionali che si impila nell’ingresso (che è l’unica stanza della casa che non ha del tutto beneficiato del lockdown) mi sono messa a leggere al fresco della terrazza, dopo aver scatenato i gatti contro i piccioni (equivalente del “Smithers, libera i cani” in salsa locale). Non mi è andata bene nemmeno lì. In cima alla lista dei non letti c’era questo libro di Peter Lagercrantz, che avevo comperato perché avevo letto una bella recensione (la mia foto è orrenda, ma c’è una ragione).
Un colpo di genio? Parliamone…
Scrivere di montagna non è mai facile. Sovente, se scrivi di montagna sei un illetterato (non sempre, ma spesso) e il risultato è quel che è, ma interessa sapere se e come hai scalato l’Everest, il K2 o la scala dietro caso. Se sei molto famoso, l’editore di solito ti mette accanto un ghost writer (in italiano: un “negro”, o se preferite uno scrittore fantasma, un editor, insomma qualcuno che scrive al posto tuo ma non firma. Il primo nome nei ringraziamenti del libro scritto da quello famoso di turno, sportivo, attore o divo della tv (“ah, il caro amico XY che mi ha spronato incoraggiato ecc.), ecco è lui, quello che si è sobbarcato la faticaccia. Ci sono ovviamente eccezioni e tante, da Trevanian (Assassinio sull’Eiger – se non avete mai visto il film con Clint Eastwood, vi ricordo che la sua controfigura è Hans Kammerlander. No, il buon vecchio Clint sempre chapeau non si è scapicollato di persona sulla nord dell’Eiger…). Se scrivi dell’Everest, ma non ci sei mai stato meglio fare bene i compiti. Ecco, li ha fatti troppo bene. Se avete letto Aria sottile e il libro di Bukreev con Gary Weston DeWalt Everest 1996 – Cronaca di un salvataggio impossibile, conoscete già la storia, che è sufficientemente avventurosa e tragica di suo. La storia è al limite del plagio e non so su quale base Krakauer non gli abbia fatto causa (a mia conoscenza, ovviamente- gli altri due come è noto sono già morti). Il Bukreev di turno è uno scalatore svedese che definire disturbato è dir poco, e la spedizione commerciale è finanziata da un couturier italiano (di Napoli) e pure da una guida italiana, pure di Napoli ( e qui i compiti doveva farli un po’ meglio, dato che non esiste un ambiente alpinistico svedese degno di questo nome, e meno male che lo dice, però informarsi sull’ambiente alpinistico dell’Italia centro meridionale è possibile, se si conosce un po’ di italiano e di inglese. Daniele Nardi, per dire, era un nome ben conosciuto anche fuori dall’Italia. E suvvia conosco almeno quattro italiani, uno dei quali segue questo sito e l’altra è un ex studentesssa, residenti in Svezia, perfettamente in grado di dargli una mano nelle ricerche. Pagando, dato che avendo ripreso la franchise di Uomini che odiano le donne i soldi non dovrebbero essere un problema)
Darei un consiglio al traduttore, anche. Capisco che tradurre dallo svedese non sia facilissimo, ma come dire, anche lo stile italiano e sopratutto la grammatica avrebbero delle esigenze. Tipo “andò a Gasherbrum” …al o meglio ai perché sono più di uno, e non si va ai Gasherbrum come a Masio o a Roma suvvia e magari, un po’ più di precisione nei termini tecnici? Come ho trovato su internet il Thesaurus legale inglese e americano dell’Oxford Dictionary (una bella rogna dato che i due sistemi giuridici sono molto diversi tra loro e incommensurabili rispetto a quello italiano) vuoi che la Treccani non abbia niente del genere? Risposta: nei primi quattro selezionati da google la Treccani non c’è – bisogna andare sempre oltre l’ovvio, ma il primo glossario trovato (https://www.montagnadilombardia.com/glossario.html ) per un principiante va già benissimo. Ah, se traduci il Balcone (the Ridge) poi per favore traduci anche Fascia Gialla (Yellow Band) e Sperone dei Ginevrini (Geneva Spur), tutte e due ben consolidate nella letteratura alpinistica italiana
Comunque, saldamente in cima alla classifica del più brutto libro di montagna che ho letto . Il più brutto libro che ho letto in senso assoluto è Il codice da Vinci. Ricordo che ridevo talmente che avevo svegliato Francesco ( che mi aveva mandato giustamente al diavolo): insuperabile.
Comunque, mi ha fatto passare la fiacca e sono tornata a camminare. Una nota positiva c’è sempre.
Come sapete ho percorso vari tracciati dei due sentieri Balcone di Chamonix, a varie riprese. Più il Petit Balcon Sud che quello Nord, per la verità, ma ho percorso il tratto più famoso, cioè quello dal Montenvers al Plan des Aiguilles, un po’ di tempo fa.
Questa volta ho deciso fare un sentiero che non ricordavo di aver percorso, e alla fine mi sono ritrovata su un sentiero balcone. Il sentiero era quello delle Sources de l’Arveyron, il torrente che si immette nell’Arve scivolando, o rotolando, dalle pendici del Dru e dalla Mer de Glace. In realtà il sentiero non arriva direttamente alla sorgente, ma ad un balcone panoramico con vista sul ghacciaio. Saltando direttamente alle conclusioni, il panorama non è così bello come poteva essere in passato e la causa, come potete immaginare, è la stessa, ossia il progressivo ritirarsi del ghiacciaio stesso verso il Montenvers a causa del riscaldamento globale. Non solo, in estate la vegetazione rende la vista ancora più problematica.
In ogni caso, l’itinerario parte da Tines, una frazione di Chamonix in cui hanno costruito delle abitazioni e un residence oggettivamente orrende, ma dove, lasciando l’auto nel solito slargo alla fine (erché non ho ancora capito se quello precedente è a disposizione del pubblico o no) ho trovato aperta la cappella di san Teodulo vescovo sodale di sant’Ambrogio ( e che mai in tutti questi anni ho trovato aperta). Una volta ammirato un bel ritratto tardo settecentesco del santo, bisogna tornare indietro, attraversare la strada, fare un primo tratto semiasfaltato in salita , seguendo le indicazioni e poi prendere il sentiero che dopo un altro tratto di salita porta sul Petit Balcon nord. Qui si rischia facilmente di perdersi, perché non ci sono più le indicazioni per le Sources, ma solo per Chamonix e per Le Levancher e le Chapeau, che sono le uniche da seguire. Si è comunque sul crinale morenico e si deve rimanere lì, sul sentiero in costante ma abbastanza comoda salita, e soprattutto all’ombra dei pini, il che consente di fermarsi o camminare senza dover cuocere al sole. Il primo belvedere , in realtà uno slargo nella foresta arriva dopo circa un’ora. Il sentiero risale risale ancora per un’altra oretta circa il costone della palestra di roccia. Poi mi sono persa definitivamente. Ricordavo che si doveva incontrare lo sterrato che proveniva da Le Levancher nei pressi del rifugio /chalet/buvette del Chateau e dopo un po’ di strada si arrivava al belvedere sul ghiacciaio. Ma dove ero io il sentiero pareva perdersi nel bosco. Quindi ho mangiato il mio panino e poi sono scesa a godermi un gelato a Chamonix.
Tasso di assembramento: 3,2. Una coppia e una signora che portava a spasso sul Balcon, per così dire, due bassotti.
Uno dei luoghi tipici delle gite di inizio luglio, da quando ero bambina, è il colle del Piccolo San Bernardo . La strada tortuosa (adesso un po’ meno ma sempre con una ventina di tornanti) è responsabile dell’unico episodio di mal d’auto di cui abbia sofferto in vita mia. Forse perché il benintenzionato amico di mio padre che ci aveva portato aveva messo il riscaldamento a manetta, e ancor prima di Elevaz io che ero sul sedile posteriore ho iniziato a dare segni di inquietudine. E per fortuna esistono i lavatoi.
Perché la ragione vera per salire per salire al Piccolo è vedere la neve. Che a più di 2000 metri ristagna ben oltre l’apertura della strada. E io un po’ infantilmente volevo vedere la neve, le muraglie a fianco strada.
Neve ma non troppa
Invece, come si può vedere dalla foto, la neve è ancora presente, ma a macchia di leopardo, solo una traccia nel vasto pianoro paradiso invernale dello sci.
Oltre alle escursioni che partono dal lago Verney, un po’ più in basso, al colle si possono ammirare i resti di una domus romana ( il Piccolo San Bernardo era in uso sin dall’antichità e da qui sono passati gli elefanti di Annibale – se non sono invece transitati per il Moncenisio, in ogni caso una bella faticaccia e un gran freddo), oppure un cerchio di menhir preistorici da cui si può festeggiare il solstizio senza bisogno di andare a Stonehenge, oppure i fiori alpini del giardino botanico, oppure ancora i resti delle opere armate della II guerra mondiale, perché da Cuneo alla Val d’Aosta si è combattuto lungo tutte le Alpi. Inutilmente, tra l’altro. Insomma ci sono tante possibilità in un luogo solo, e anche le marmotte.
Lunedì mattina pioveva. Non la bella pioggia continua che mi aveva fatto dormire come un angelo ( nel frattempo a casa i gatti facevano disastri assortiti, ma io non lo sapevo ancora), ma quel misto di sole nuvole e pioggia insieme, con prevalenza di quest’ultima, che mi hanno fatto cambiare idea.
Volevo andare al Miage, ma non avevo voglia di prendere acqua per tutta la (orribile) strada. Così sono andata lo stesso in Val Veny e ho fatto una piacevole passeggiata, dal Purtud a Freney, a Lavisaille, giusto per fare un pezzetto in salita e ritorno , all’ombra dei pini.
Tante nuvole, zero nuvole
E menomale. Perché il vento ha misteriosamente fatto sparire le nubi, e sole e vento insieme fanno quella combinazione per cui ti ustioni in un amen, se si è facili all’ustione come me. In tutto quasi sei km , praticamente in piano, con vista (Brenva, Noire, Chetif eccetera)
Tasso di assembramento: 16 all’inizio, nei dintorni del campeggio del Peuterey, 2 nel resto del percorso – un omone con kilt mimetico e una ragazza che mi hanno salutato cordialmente
Eh sì, avevo delle ferie del 2019 arretrate, perché a marzo, durante il lockdown, ho lavorato, chiudendomi letteralmente dentro l’ufficio. Quindi, complice un operaio che mi ha dato buca, lavori non fatti, e il primo caldo del natio Mandrognistan, con corollario di impending rogne, che arrivano anche loro al primo caldo, sono scappata. A Courmayeur, nel mio bene rifugio, così aiuterò non le mie finanze, ma almeno gli amici che gestiscono il delizioso hotel Dolonne ( a cui ho telefonato praticamente giusto prima di partire). Non ho nemmeno guardato le previsioni .
Domenica essendo in cerca di pace sono andata a Petosan, che mi ha fatto conoscere mia cugina Elisabetta, perché anche se vengo qui da prima che ci fosse “il buco”, ci sono sempre nuovi angoli da scoprire.
Verde e fiori
Petosan è una vasta conca prativa, un pascolo basso, dove le mucche vengono dopo la desarpa, tra La Thuile e il colle San Carlo. C’è un itinerario con le ciaspole, invernale , che si segue anche in estate, ma io ho fatto un giro ad anello del tutto casuale, trovando nel bosco un altro sterrato e finendo poi sulla provinciale da cui sono scesa al parcheggio di Petosan. Se volete degli itinerari più strutturati, che non è quello che cerco io quando vado lì, da località Le Granges come dal colle San Carlo si possono raggiungere le fortificazioni del principe Tommaso ( le guerre di successione sono passate anche di qui) e dal colle il lago d’Arpy, il colle della Croce e tanto altro
Io volevo solo i rododendri, il verde, le Jorasses che erano coperte dalle nubi
Io sono già avanti ( se seguite il mio profilo instagram @alpsloveritaly), ma qui siamo ancora alla scorsa settimana . E al pezzo di cammino che abbiamo tentato di fare noi tre in maniera abbastanza estemporanea. Forse saprete che esiste un cammino, che parte dal Santuario di Crea e arriva a Superga, toccando altri luoghi di culto importanti nella storia piemontese come l’abbazia di Vezzolano e altri minori.
Mia cugina Millina che l’aveva fatto tutto anni fa, in tre giorni, ricorda come l’ultimo tratto verso Superga si svolgesse tra tratturi abbastanza poco segnalati e strade asfaltate – queste ultime abbastanza pericolose. Io e lei volevamo fare il tratto intorno a Vezzolano, ma a metà giugno siamo stati fermati da un bruttissimo pomeriggio di maltempo, in cui ad Aramengo la temperatura era precipitata a dieci gradi.
Così stavolta io Lulù e Marisa siamo partiti da Crea. Che è un altro buon esempio di come dovremmo sempre partire da ciò che ci circonda: infatti io c’ero stata l’ultima volta da fidanzata ( e mi sono sposata nel ’92), Lulù non la vedeva da sei anni e Marisa non c’era mai stata. A Crea hanno messoin atto tutte le adeguate misure di distanziamento, e anche la Chiesa ha gli ingressi contingentati. Non sono ancora conclusi i lavori di restauro e consolidamento del Paradiso, a causa di una frana che si è aperta in autunno. Le guardie forestali ci hanno detto che i lavori, sospesi per il covid, sono appena ripresi. La visita alle cappelle è interessante, e mostra tutte le varie fasi di splendore e ottocentesco abbandono che il sito ha subito. È soprattutto all’ombra mentre il primo tratto del cammino, la discesa e poi la risalita verso Moncalvo, che è proprio di fronte, no.
Anche restando su Crea, però, il panorama è strepitoso.
Tasso di assembramento 100 ( era l’ora della messa), ma ben distanziato. Crolla a tre, più gli asinelli, scendendo. In Frazione Madonnina alla ex stazione , una targa ricorda Arduino Bizzarro, partigiano della X Divisione “Garibaldi” che operava in Val Cerrina, Medaglia d’oroal Valor Militare.
Sabato pomeriggio, dopo un salutare pomeriggio trascorso all’ombra delle colline casalesi, ma già caldo, siamo passate a casa della cugina di Lulù, per un salutare aperitivo dopo il quale nessuna ha più cenato (frutta, tisana, nanna). A parte la mia amica canadese Marisa, che è molto più giovane, eravamo un gruppo di coetanee, due delle quali avevano già raggiunto la fatidica cifra tonda. Intanto che mangiavamo, inevitabilmente siamo scivolate sulla situazione presente – non sulla fatica della passeggiata. Ma su quella che vedeva tre …enni vestite in modo non dissimile da quelle che potevano essere le loro figlie, e dato che in casa c’era appunto una figlia che stava tagliando il prato con papà, la cosa saltava abbastanza agli occhi. Jeans, magliette, sneakers, un cappello per Marisa che comincia ad aver caldo, un vestito corto per Lulù che veniva direttamente dal tribunale. E no, non era perché avevamo bisogno di apparire uguali alle nostre figlie vere o supposte ( oddio, in giro si vede anche questo, ed è davvero triste. Personalmente nemmeno se ritornassi ad avere il fisico, mi metterei i calzoncini a fil di posteriore, e pure oltre , che ho visto addosso a ragazzine quindicenni. Perché non ho la testa da quindicenne, e meno male.
Ma non ho nemmeno la testa da sessantenne. Non liceo, ma nemmeno museo, per dirla con i nostri vecchi. Mia madre, che pure a sessant’anni andava in montagna con sua cugina ( la regina madre, per intenderci), certe volte si lasciava condizionare dall’età, o meglio da quello che ci si aspettava dalla sua età – non solo dal fatto che né lei né mia zia, che era indiscutibilmente la più stilosa di famiglia non si sarebbero mai messe dei pantaloni ( se non per sciare, mia zia era anche l’unica in famiglia che sapesse sciare)
Ecco. Non non abbiamo aspettative legate all’età. Se sia un bene o un male non ci è dato di sapere.
Visto che ormai possiamo uscire e viaggiare, cioè darsi montagninamente alla pazza gioia (meteo permettendo, che sinora qualcosa ci ha pur rovinato) abbiamo continuato la nostra esplorazione locale e questa volta, complice una serie di commissioni da fare siamo andate in val Lemme a Carrosio. Lulù ricordava una serie di passeggiate che faceva da bambina, dato che lì aveva trascorso l’infanzia perchè il padre era il medico condotto. Purtroppo, come spesso avviene, molte cose sono cambiate, e non so parlando solo del fatto che siamo passate dall’infanzia alla vecchiaia in un amen. Sto parlando di paesaggio, antropizzazione, industrializzazione.
Nonostante la nostalgia del passato, il paese di Carrosio è molto grazioso, e molto ben tenuto, con una sua vocazione turistica legata alle colline del Gavi. Soprattutto, intorno al paese ci sono belle alture facilmente raggiungibili. Partendo dal parcheggio principale, dove poi la padrona del chiosco appena riaperto ci ha fatto un bell’aperitivo (probabilmente stupita di due avventori, nuovi, in un giorno feriale), si scende e si supera il torrente Lemme, si passa a fianco del campo sportivo , e si segue la strada che termina al b&b Villa Rocchetta (in realtà è interrotta al traffico perché la sede stradale siè deformata a causa delle frane dello scorso autunno). Però a piedi è facilmente percorribile e sicura e continua a svilupparsi all’interno del bosco. Camminando per un’oretta si raggiunge la sommità erbosa del monte Erbano in mezzo ai calanchi.
Tasso di assembramento zero 0 nul nada manco un grillo.
Dalla fine all’inizio, in realtà, con Tobia che fa la guardia