Venti più venti più…

Se vi sembra che io sia passata da A a B senza soluzione di continuità, vi prego di ricordare che questo è un magazine non un diario, e ha tra l’ultimo articolo e questo, sono passati tempo e rogne di vario genere.

Tutti vanno in montagna, e per tornare qualche giorno qui a Courmayeur gli amici dell’Hotel Dolonne hanno fatto i salti mortali. Buon per loro ovviamente, che all’inizio dell’ estate non facevano troppe previsioni: d’ altro cento questo è uno degli hotel con il miglior rapporto qualità prezzo del circondario

Poche cose amo di più della montagna di fine estate, specialmente per i giorni limpidi , i cieli da cartolina, la temperatura piacevole ma non troppo calda, e quindi avevo in programma qualcosa di tosto. Senonché negli ultimi giorni non sono stata proprio in forma( niente di riconducibile a ciò che ci fa più paura, piuttosto un misto sinusite problemi di stomaco, abbastanza diffuso, eh sì finisce l’estate e cominciano a circolare cose), così ho un po’ ridimensionato gli ideali e sono partita per una classica escursione della Valdigne, le cascate del Rutor, che come tutti avevo fatto bambina, venti più venti più un po’ anni fa .

Un itinerario classico e non lunghissimo, che da una frazione di La Thuile, La Joux, porta in un quarto d’ora circa al primo salto, poi risale il risalto roccioso in un’ora sino al secondo salto, mentre il terzo e ultimo è a soli cinque minuti. Secondo cartellonistica, da prendersi sempre con le molle, un’ora e venti di strada per circa seicento metri di dislivello.

All’itinetario classico si è affiancato in anni recenti il cosiddetto sentiero del centocinquantenario, dedicato all’Abbé Chanoux, sacerdote botanico alpinista di fine Ottocento, che con un aereo ponticello attraversa la terza cascata e percorre l’altro versante sino alla prima cascata, costituendo il cosiddetto anello delle cascate.

To cut a long eccetera, ho sbagliato strada. Dopo il primo salto, la pausa e le foto di rito, ho proseguito lungo il sentiero, attraversato un ponticello e ho cominciato a salire, e a salire: una valletta, uno sperone roccioso, un’altra valletta un secondo sperone roccioso, con il torrente che ora si avvicinava, ora si allontanava, sempre comunque nel fitto del bosco. Per fortuna, direi. Sotto il sole, una serie ininterrotta di gradini, scavati nella roccia, tra le radici degli alberi o proprio d’acciaio per risalire un risalto, sarebbe stato tremendo. Io odio le scalinate. Soprattutto non tornavano i tempi, alla fine avevo camminato per due ore e non c’era traccia o indicazione delle cascate. A quel punto avevo la certezza di essere fuori strada, confortata nella cosa da un gruppo di tre volte ventenni che stavano scendendo (ma anche l’altra strada è dura- d’accordo ma magari è più diretta)

Poi come sempre la conoscenza mi è venuta in aiuto, sotto forma di cartello indicatore ( prima nemmeno un segnavia) indicante Alta via n.2. 0,1 minuti. Come sa chi segue il Tor ( che non ci sarà) o so leggere una cartina, l’Alta via n.2 va al Deffeyes, e quindi di necessità alle cascate. Così ho riattraversato e mi sono trovata davanti a un altro cartello: II cascata 35’, III cascata 40’ – dopo aver camminato due ore. Mi sono fermata a mangiare.

Comunque , la tempistica era abbastanza corretta: 45 minuti alla seconda cascata ( con le gambe bell’e tagliate) e cinque minuti alla terza, che è la più spettacolare, dove la potenza degli spruzzi è tale che ti puoi fare tranquillamente la doccia – una pacchia. Al ponticello arrivava gente abbastanza stremata ( anche due spagnoli simpatici con cui ho fatto due chiacchiere si chiedevano se quella fosse la strada buona. Scendere, per chi come me non è un capretto saltellante, è stato più o meno come salire. Un’ora e mezza. Però, avendo ormai preso l’abitudine, mi sono fermata in una bella spiaggetta e ho messo i piedi a mollo della Dora. Nuotare, meglio di no. Ma che bella botta di freddo, però, altro che percorso Kneipp!

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Tutti i lati del lago

Di solito ci si dimentica del fatto che il lago di Garda ha… tre lati e che la punta è in Trentino.

Ecco Riva in tutto il suo splendore, anche se, anche qui, a qualche cosa abbiamo rinunciato perché le code ( e quindi la mancanza di distanziamento ) erano palesi. Abbiamo rinunciato al bastione panoramico sopra la centrale elettrica, su cui hanno costruito un ascensore panoramico che è in funzione, almeno in estate, sino alle 23.30, e viene illuminato con il tricolore. La spiaggia era piuttosto affollata e anche i locali più in voga nel centro storico. Abbiamo scoperto troppo tardi la strada del Ponale ( ma è una ragione buona per tornare) e abbiamo fatto invece la pedonale tra Riva e Torbole, che è parte pedonale, parte ciclabile… Luisa era sicura di averla percorsa con il suo ex compagno, io conoscendolo non ci avrei scommesso, e solo dopo essere arrivate al tunnel sotto il forte Garda – più o meno il confine tra le due località, ha deciso di tornare indietro ( e di andare a cenare a Torbole , nel suo delizioso centro storico, usando la macchina, che avevamo lasciato alle terme romane). Un consiglio: non so che itinerario vi fa fare Google maps, che ha idee tutte sue sul tragitto più diretto, ma i segnali stradali che che indicano la strada da Riva a Torbole sono come minimo illogici ( e voglio essere gentile: seguendo le indicazioni siamo finite praticamente ad Arco). Se passeggiate per la parte antica di Riva, cercate le vie del vecchio ghetto, che riporta in vita le tradizioni commerciali di una città di confine (prima di diventare una sorta di Riviera dell’Impero).

Un certo qual sapore tedesco nel tutto, e turisti a profusione.

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Noi, solo noi: di limoni e di limonaie e anche altro

In realtà potremmo intitolare questo articolo: Ciclopedonale fantastica e come (non) trovarla.

La vera bellezza di Limone, il cui nome non deriva dalle piante per cui è ancora oggi famosa, ma probabilmente dalla pietra o roccia che la sovrasta e fa da confine, sono proprio le viuzze del centro storico, abbarbicate nella roccia, in cui si possono ammirare scorci spettacolari sulla baia, specie dalla piccola chiesa di San Rocco che si vede anche in foto. Anche il lungo lago, con le varie spiagge è molto piacevole, specie la sera. Le due volte che siamo andate in spiaggia abbiamo trovato un accettabile distanziamento ( sulle spiagge di Riva, ad esempio c’era molta più folla, e molta meno gente con mascherine e affini). Nel centro inoltre, se si ha voglia di shopping, ci sono molti negozi di livello e di qualità, forse non lussuosi come a Salò, ma non trappole per turisti – da questo punto di vista la sponda veneta è un po’ più cheap ( non di sole escursioni vive l’uomo, o meglio la donna)

Una sola cosa mi ha lasciato un po’ perplessa, e mi piacerebbe sapere chi ha avuto la geniale pensata: la maggior parte delle decorazioni floreali pubbliche, a prima vista molto belle e colorate, a uno sguardo un po’ più attento si rivelano…finte. Ma perché?! Capisco che la manutenzione del verde pubblico sia costosa, ma se c’è un luogo in cui la vegetazione è evidentemente lussureggiante è proprio il Garda – in ogni sponda.

Ad ogni modo, l’altra attrazione di Limone, dopo le limonaie, il lago e il centro storico, è la ciclopedonale del Garda, sospesa nel vuoto. Se ne parla ovunque, è lunga circa due km e parte da capo Reamol. Il problema è arrivare a capo Reamol, perché sono sei km circa dal paese, dove si deve lasciare l’auto in uno dei parcheggi a suolo o nel grande multipiano ( caveat: in alta stagione i posti sono esauriti entro l’una) e raggiungere il capo o a piedi, o in bici, o facendosi portare da uno dei baracchini tuc tuc – a dispetto del nome pittoresco sono Ape con il cassone aperto – a prezzi non proprio modici. Lungo la Gardesana ci sono esattamente sette posti auto legittimi, più qualche buco di straforo. Mezzi pubblici pressoché inesistenti.

Secondo caveat: è al sole tutto il giorno. Per cui in alta stagione se come me non siete amanti del sole a picco, non vi resta che la mattina presto o il tramonto. Poi di gente passando sulla statale ne abbiamo vista molta, con i soliti fachiri che correvano spediti e convinti. Noi siamo arrivate a capo Reamol di sera passando tra ristoranti e suggestive limonaie ancora in esercizio, siamo andate e tornate a piedi sino al parcheggio ed è una bella camminata. Ovvio che per l’ora non abbiamo proseguito. La passeggiata è comunque illuminata. Nell’attesa che il comune di Limone inauguri una necessaria operazione navetta, abbiamo decise di attendere la bassa stagione e temperature più miti. La passeggiata si ferma a un belvedere monumentale. Passeggiare per le gallerie della gardesana non è consigliabile. Un altro pezzo di strada panoramica parte da Riva, credo che l’idea prossima sia quella di collegare i due tronchi.

Il ponte lungo il torrente

Senza nulla togliere alla ciclopedonale, Limone, come Tremosine, è un vero paradiso per l’escursionismo. Ad esempio, il percorso lungo il torrente San Giovanni, con partenza al ponte monumentale presso la statua di San Giovanni Nepomuceno, che si interseca con il percorso naturalistico, sino a una seconda cascata, è molto piacevole, fresco e all’ombra, come potete vedere.

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Un altro piccolo paradiso: Tremosine

Per salire a Tremosine dalla Gardesana, bisogna fare una bella curva a gomito e infilarsi nella famosa strada della forra (attenzione, è a senso unico, si può fare solo in salita sino alle 19), panoramicissima – e abbastanza pericolosa se la percorrete a piedi e in bici, perché lo spazio è davvero poco. Dopo un bel po’ di tornanti, gallerie , grotte e canyon si arriva a Pieve, la prima e la più importante delle frazioni che compongono il comune di Tremosine. Dalla piazzetta ci si può perdere nei vicoletti e cercare scorci panoramici verso il lago. Alcuni belvedere sono all’interno di ristoranti come la Terrazza sul Brivido – dove siamo arrivati dopo un temporale e il responsabile non ci ha fatto entrare perché si era raggiunta la capienza massima di persone per non creare assembramenti. E’ stato gentile, noi siamo tornate in macchina e un po’ di gente invece lo ha mandato a quel paese, ma non era di certo colpa sua – c’era la Polizia locale e questo voleva dire che da queste parti i controlli ci sono e sono frequenti.

Basta spostarsi più in là, alla chiesa di San Giovanni o in piazza Cozzaglio per godersi un belvedere privo o quasi di limitazioni (ma sulla piazzetta sino a poco tempo fa si entrava al belvedere contingentati e con mascherine obbligatorie). All’interno la molto pittoresca Scala tonda, dove andava a meditare proprio Arturo Cozzaglio, il progettista della strada “ che ha strappato Tremosine dall’isolamento secolare”, come si legge sul cartello esplicativo . Adesso con il sistema di sensi unici gli abitanti non sono proprio felicissimi, almeno quelli con cui abbiamo parlato, ma non credo che allargare la strada sia la soluzione.

Comunque anche Tremosine ha il suo Sito in cui si trovano tutte le informazioni sulla sentieristica, noi in realtà volevamo scoprire le frazioni (17) che compongono il paese e i nostri km c’è lì siamo macinati in altro modo.

In realtà venendo da Limone, a Pieve ci siamo arrivati alla fine e la strada della forra l’abbiamo percorsa un altro giorno, grazie al navigatore che era evidentemente al corrente delle limitazioni del traffico. Il primo luogo in cui cisiamo imbattuti è stato Voltino, con la sua chiesetta e anche da lì un notevole panorama

Nuvoloni in arrivo a Voltino

Da lì abbiamo raggiunto la frazione più alta, Vesia, dove siamo stati raggiunti da una grandinata e abbiamo perso il secondo belvedere, e la possibilità di un’escursione o almeno di un pezzo di escursione nella vicina zona di interesse naturalistico. Se non possono le gambe, poteva, forse il caseificio del Garda, ma anche lì abbiamo perso la strada a Voiandes e ci siamo trovate più o meno in mezzo a un campo, dove abbiamo potuto girare entrando nel cortile di una casa, cosa che deve accadere spesso perché un paio di persone ci hanno lanciato un’occhiata assolutamente indifferente.

E da lì siamo poi ridiscese, cioè siamo tornate indietro a Pieve, e abbiamo mangiato ai borsi di una splendida piscina , in un locale che si chiama 3Mozin, che consigliamo in tutti i sensi, si mangia bene, la piscina è spettacolare e il padrone ci ha raccontato le vicissitudini dei sensi unici.

Il sentiero escursionistico più noto è il 141 (EE) che parte proprio sotto il belvedere e arriva al lago, ma ai vai uffici turistici ci sono persone che sanno spiegare tutti gli itinerari (per noi, la simpatica ragazza di Voltino)

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Noi solo noi ( just another day in Paradise)

Con  Il Giornale di Brescia  e L’Adige che sparavano a titoloni TUTTO ESAURITO SUL GARDA capite bene che il nostro Ferragosto è stato per forza alternativo. Per cui il suggerimento di oggi prendetelo per quando la folla sarà meno … folla. Quando ci siamo andati noi, è stato veramente come scoprire un angolo di Paradiso: il lago di Ledro, a due passi da Riva, facilmente raggiungibile con una bella strada, offre tutto. Per iniziare, è circondato da spiagge, sorvegliate, sufficientemente ampie sia di prato e ciottoli, sia di rocce e scogli, con un bell’ angolo anche per gli amanti dei cani e bar alberghi e campeggi. Fare il bagno nel lago è spettacolare, l’acqua è limpidissima, e si nuota tra le trote. In una giornata molto calda quell’acqua è davvero invitante.

C’è poi un sentiero bordolago di una decina di km. Che si può facilmente percorrere sia in bici sia a piedi. Come avrete capito quest’anno siamo un po’appiedate, perché Lulu si è presa una brutta distorsione un paio di settimane fa e ha ancora la caviglia gonfia, quindi siamo più o meno zoppette, perché sforzare la caviglia non è una buona idea ( come chi scrive sa bene avendo passato capodanno del 2018 con la caviglia all’aria), quindi le nostre escursioni sono più che altro passeggiate. Però lo ammetto io ero proprio molto carica…

Abbiamo percorso tutta la valle di Ledro, scoprendo che a pochi km di distanza si trova Bezzecca, che   è il luogo in cui Garibaldi ottenne l’unica nostra vittoria durante la Terza Guerra d’indipendenza ( o Terza Guerra italiana come dicono quelli dall’altra parte). C’è abbastanza ovviamente l’indicazione di un piccolo museo garibaldino ( ma altro non so dire). Prima di arrivare al passo Ampelo c’è ancora una bella zona  umida. Dopo la strada scende in modo abbastanza vertiginoso ( e con un piccolo belvedere su orrido) sino a Storo. Siamo nelle Giudicarie, e il paese, che ha splendide dimore antiche, è abbastanza evidentemente in stato di semi abbandono. Molto triste.

Tanto che abbiamo girato la fida Giulietta e siamo tornate a cena a Riva, con le sue eleganti dimore patrizie, e noi in calzoncini da escursionismo ( sfacelo su sfacelo, insomma)

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Si può sempre essere alternativi

Cosa hai fatto a Ferragosto? Sono andata in spiaggia

Come si vede tasso di assembramento accettabile (dietro ci sono bambine cinesi che starnazzano- credo trovino l’acqua fredda)

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Promemoria ferragostano

Siamo nella settimana di Ferragosto, tutto il mondo è fuori (pure Alpslover e sodali) e sempre per evitare i soliti incidenti – senza sembrare noiosa vi rebloggo questa intervista a Massimiliano Ossini , il conduttore di Linea Bianca , se guardate la tv, in cui dice alcune cose che mi vedono sotanzialmente d’accordo, dato che le ripeto da anni. Tranne il punto 10, perché come sapete, essendo asociale dalla nascita, in montagna vado benissimo anche da sola, e ritengo che si possa fare in tutta sicurezza, avvertendo qualcuno (parenti, amici, l’hotel, l’ufficio delle Guide), dotandosi di app (non sto parlando di Immuni). Vado benissimo anche con altri, in realtà, ma sempre meglio puntualizzare. Comunque, leggete e agite di conseguenza qui Poi, siccome so che vi manca e che anno bisesto anno funesto (e triste quel che gli va appresso, diceva la mia prozia Gilda, figlia della mia bisnonna Arecco, di cui si diceva che si era sposata due volte, con due poveracci: per cui si può capire come l’ottimismo in famiglia anche dal lato materno scorresse a fiumi; in ogni caso siamo sistemati sino al 2021): il consueto #streamofsfiga. In realtà, ma meglio non dirlo a voce troppo alta, le cose non vanno così male. A livello cosmico, credo che manchi solo la morte dei primogeniti e poi possiamo lietamente attendere i Quattro Cavalieri dell’Apocalisse. A livello privato, vivendo in una casa più moderna riesco a tenere a bada gli incidenti, almeno sino ad un certo punto. Esclusi i gatti che aprono le zanzariere, e talvolta saltano sulla ringhiera – ho beccato a farlo la principessa Pipisita, nonostante i quattordici anni quasi compiuti, visto che possono andare dappertutto o quasi non danno particolari problemi. Ho superato uno anzi due nubifragi senza troppi danni: o meglio, il nubifragio numero 1 a giugno, mi ha provocato un corto che ha mandato via la luce. Cioè ha fatto scattare il salvavita in cantina; fortunatamente, avendo a disposizione un parco parenti di sesso maschile, tra tutti sono riusciti a capire cosa era successo, e a farmi individuare il colpevole (probabilmente tutti terrorizzati all’idea di vedermi arrivare con il contenuto del freezer da salvare). Così questa volta, con un vento molto più spaventoso, per prima cosa ho messo via tutte le prese e le ciabatte, spento tutto, e a parte la solita stanza in fondo che si allaga regolarmente pace. Ci ho rimesso una fioriera che è letteralmente volata via. Ma sono riuscita a fissare la rete dei gatti saldamente, tanto che le mie due lampade a led sono rimaste fissate alla ringhiera. Lo so sono stata molto molto fortunata ( e non scherzo) Due giorni dopo mi sveglio e scopro che lo specchio del bagno che era appoggiato allo sgabello da ben prima che tornassi a vivere lì (credo fosse un lascito della signora Pilar), è crollato al suolo (con i risultati che potete immaginare). Si è semplicemente scollato dalla cornice, che invece è rimasta al suo posto – no non sono stati i guastatori con la coda. Mi dicono che essendo un fatto naturale non porta con sé i proverbiali sette anni di iella ( e spero non li porti nemmeno alla signora Pilar). Oddio domenica si è fermata la macchina…
 
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Noi solo noi – senza Tobia ( ovvero come abbiamo snobbato il vate per una piscina)

Nell’estate del covid abbiamo optato per una vacanza rilassante – se possibile, naturalmente – e abbiamo svelto un combinato montagna, mare, terme, relax: il lago di Garda, con in più la possibilità graziosamente concessa di un surplus di cultura. Abbiamo deciso di iniziare dal surplus di cultura, ossia il Vittoriale di Gardone, dimora del Vate in cui ci eravamo dilettate nel corso di una gita scolastica di molti secoli fa (ma io ricordo meglio la visita fatta con i miei l’anno in cui andammo a far Pasqua a Desenzano, con mio padre che recitava a memoria brani delle Laudi). Comunque arriviamo con la solita calma al parcheggio del Vittoriale, lasciamo la macchina all’ombra ( ci sono 36 gradi ) e ci avviciniamo con la folla all’ingresso. Poi Lulù dice che ha fame ( l’idea era trovarci un posto nei giardini e fare un picnic sotto  gli occhi di D’Annunzio) e così anziché trascinarci in giro la borsa da picnic ci siamo messe sotto un ulivo e abbiamo mangiato lì osservando uomini donne bambini cani e turisti tedeschi che andavano su e giù. Caldo talmente soffocante che l’idea di strisciare nel giardino e poi a casa del poeta mi è sembrata semplicemente improponibile. Abbiamo ripreso la macchina e abbiamo raggiunto il nostro hotel in mezzo agli ulivi, abbiamo disfatto i bagagli e ci siamo buttate in piscina. Aah …

Abbiamo barattato il Vate per una piscina e deciso che la cultura la riserviamo alle mezze stagioni.

Tobia è rimasto tristemente a casa a fare la guardia al Giulio. L’ha presa malissimo ( e pure noi in effetti)

La piscina

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I tumpi della Valpe sono molti di più di quanto si crede

Avete indovinato, ci siamo cascate di nuovo. Questa volta le indicazioni sono state fornite dal macellaio, e il luogo non lo troverete su Google Maps. Siamo in valle Angrogna, a due passi da Torre Pellice e i tumpi sono quelli formati dal torrente Angrogna e si trovano nella parte bassa della valle dopo il ponte monumentale di Chiot d’Aiga in direzione di Pradeltorno. Dopo aver chiesto a due bambini e lasciato l’auto precauzionalmente al ponte dove c’è anche un vecchio mulino per fare il solito giretto esplorativo, abbiamo trovato uno splendido laghetto con un numero sostanzialmente basso di persone e una certa facilità di accesso, e pure uno spazio perfetto per lasciare la macchina. Al sole, ma erano tutte al sole.

E una slackline. Anzi due. Una alta, a una ventina di metri dal suolo, cui si accedeva dalla strada ( ho già detto vero che siamo in un canyon , sì?), una più bassa a circa un metro e mezzo dall’acqua, da dove chi cadeva finiva in acqua diretto – in alto, ovviamente erano imbragati.

Siamo stati salutati da un cagnone che è arrivato di corsa, ma senza cattive intenzioni e dietro di lui la padrona, una simpatica ragazza di Cuneo che era con il gruppo che la mattina ( noi nonostante tutto siamo arrivate come al solito con il solleone) aveva tirato la linea. Abbiamo fatto amicizia, lasciato libero il cane che era un cucciolo di un anno, commentato gli addominali altrui e siamo state a mollo nell’acqua gelida tutto il pomeriggio e abbiamo potuto anche nuotare, perché nel laghetto l’acqua era profonda.

Insomma, un posto frequentato da sportivi che hanno combinato un week end di sport e relax ( c’erano i cuneesi, un gruppetto di veneti – accento inconfondibile – e ragazzi del posto. ) Altri cani, birra e come unico rumore quello molto forte della cascata . Lì però abbiamo deciso di evitare l’effetto gelato su cervicale, perché eravamo le più mature del gruppo

Poi uno dei cani ha spaventato suo malgrado la ragazza pachistana che era arrivata con il marito su a piedi da Luserna ( complimenti!) e poi aveva fatto il bagno in burkini ( ma senza velo). Il cane in realtà, un vecchio border collie un po’ scorbutico con gli altri cani, (che però un pezzetto di panino lo aveva gradito assai da me – e questo attesta la sua pericolosità perché come sapete io dai cani in montagna di solito sto alla larga…) il cane dicevo andava su e giù preoccupato seguendo le evoluzione del padrone che era sulla slackline più alta e ovviamente non si è accorto di nulla. Il marito si è arrabbiato, noi abbiamo cercato di spiegare, e intanto il cane se n’è andato da solo. Fine dell’incidente. Comprensibile, se uno ha paura dei cani. Il ragazzo lo aveva un po’ mollato lì, il gruppo di Cuneo, quando erano arrivate altre persone, aveva messo un guinzaglio lungo al cucciolone.

Tasso di assembramento 26 compresi cinque cani. Distanziamento naturale.

Nel tardo pomeriggio abbiamo esplorato altri luoghi della storia valdese salendo a Serre, e da lì a piedi sino alla stele del Chanforan eretta nel 1932 nel luogo in cui nel Cinquecento la comunità valdese aveva aderito alla Riforma, avvicinandosi alla chiesa di Calvino. Nel prato verdissimo c’era molta pace . Proseguendo lungo il sentiero oltre la borgata Odin si arriva alla grotta detta Gheisa d’la Tana, un luogo di rifugio durante il periodo della Cacciata. Siamo poi tornate a Serre, dove il Tempio, vuoto, era aperto e invitante ( le celebrazioni si tengono all’aperto giù a Torre Pellice)

Insomma, le montagne del Piemonte non smettono di procurarci sorprese…

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Piancastagna e dintorni

E’ chiaro che questo è un anno strano, un anno in cui facciamo rete tutti, camminatori, operatori, studiosi e così via. Lo so che andate tutti al “Papeete” ora che non c’è più S…, o che siete in qualche montagna trendy, ma, intanto, valorizziamo quello che abbiamo tra le montagne di casa (o l’Appennino di casa, che è lo stesso), in Piemonte. Anche Piancastagna e il suo comprensorio fanno parte dei sentieri della Libertà, questa volta dal lato acquese / Bormida.

Un collega blogger li ha frequentati in questo periodo e mi ha mandato un resoconto che vi allego: https://paolocalvino.blogspot.com/2020/07/il-sacrario-di-piancastagna-e-altri.html Siccome c’è stato adesso (io non sono più salita da quelle parti, mi ha specificato che la segnaletica (specie quella di Memoria delle Alpi, che c’è anche in Val Borbera, non è in buonissim stato – e quindi un po’ più di attenzione alla strada da percorrere ci vuole (e mancano anche quelle informazioni storiche che rendono interessante la strada)

(foto Isral)

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