Città (di montagna) in autunno: Bolzano, seconda parte

Ci sono cose che sfuggono agli itinerari turistici classici, ma che è, invece, giusto (ed educativo) scoprire. Dico educativo, perché io, e pure voi che mi leggete, cerchiamo un approccio diverso al muoversi. Viaggiare, appunto, e non accodarsi al turismo di massa. Il mondo è grande, e ora (il Covid ha fatto anche cose buone, almeno per chi è capace di guardarsi dentro) siamo costretti a fissare le cose con occhi diversi

Una parte del mondo alpino italiano è stato oggetto di lotte e conquista e di una vera battaglia per la sua anima. Che oltre alla conquistata autonomia ha portato divisioni profonde tra le due comunità , quella italiana e quella tedesca.

Non è un caso che Bolzano sia stata, urbanisticamente, molto modificata nel primo dopoguerra, specie nella parte meridionale, dove il fascismo costruì diverse manifatture e le case per gli operai (le cosiddette semi rurali, non solo perché di trovavano ai margini della campagna ma perché ogni unità abitativa di cinquanta metri quadri a famiglia aveva il suo orto.)

Le case sono state demolite ma il vivace quartiere ha lottato per conservarne una come memoria della vita precedente. Prima un quartiere a maggioranza italiana (di provenienza largamente veneta), attirata dalle facilitazioni e dal lavoro che veniva offerto, ora un quartiere multietnico in senso molto ampio, che si è messo in gioco in una mostra fotografica, che è ancora visitabile nella casa semirurale, dove gli abitanti ci “mettono la faccia”, letteralmente. (Per raggiungerlo, autobus n.3 dal centro, o cercate Semirurali Park, via Bari, angolo via Mandrognistan Ville, cioè Alessandria, e non d’Egitto, la toponomastica locale riporta nomi di città italiane e nemmeno questo è casuale)

Il lager (o ciò che ne resta)

A dieci minuti di strada dal Parco delle Semirurali proseguendo lungo via Bari, e svoltando a destra in via Resia, subito dopo un negozio di articoli sportivi, un passaggio conduce ad alcuni pannelli che illustrano la storia del campo di transito di Bolzano, e dei suoi internati. No, il campo non è costituito dalle case non bellissime che si vedono in foto, il campo, o meglio ciò che ne rimane dopo la sua demolizione negli anni Sessanta, è il muro di cinta, rimasto proprio per la sua funzione, quella di delimitare il terreno di proprietà del Demanio militare. Muro che è servito da porta per i bambini che abitavano all’interno dei cortili e giocavano a calcio, senza sapere, e che ora è oggetto di custodia e restauri. Di fronte, un muro di vetro proietta i nomi degli ottomila deportati accertati nel campo (ma potrebbero essere molti di più, di cui si è persa ogni traccia): ci vogliono ventiquattr’ore perché appaiano tutti.

Dopo di che sempre con il bus n.3 siamo tornati in centro, fermandoci davanti al tribunale (in caso di stanchezza, i locali consigliano il Cafè Konditorei Stofner subito di fronte in corso Italia). Non è tanto il Tribunale, tipico palazzo razionalista, il vero punto di interesse, ma l’edificio di fronte, ora sede degli Uffici finanziari, e già casa del Fascio. Su di essa campeggia un gigantesco bassorilievo sulla storie e le lotte del Fascismo, al centro del quale troneggia Mussolini a cavallo. Un interessante approfondimento si trova qui, ad opera della nostra “guida”, il prof. De Michele della Libera Università di Bolzano, che analizza ognuno dei pannelli, e la storia dello scultore Hans Piffrader i cui primi bozzetti erano molto meno paludati di quello che i supervisori al progetto volevano. Ancora incompiuto nel 1943, nel dopoguerra la Soprintendenza ai monumenti di Trento propose inutilmente la rimozione dell’opera di Piffrader, per evitare le «sfavorevoli reazioni dell’elemento allogeno». Per molti anni la situazione rimase immutata, fino a quando nel 1957 anche le tre tavole mancanti vennero sistemate sulla parete.

L’uomo eccetera

Dopo anni di polemiche nel 2017 un’apposita commissione decise di sovrapporre al monumento una installazione, con una frase di Hannah Arendt, Nessuno ha il diritto di obbedire -Niemand hat das Recht zu gehorchen ( che, a voler essere pignoli, in tedesco è stata riportata in modo impreciso – è tratta da un’intervista del ’64 con lo storico Joachim Fest in cui dice più o meno che secondo Kant obbedire non è un diritto). La piazza, che è al centro del piano regolatore voluto nel 1935 da Marcello Piacentini, è parte di un unico intervento che ridisegna Bolzano come nuova città italiana (anche Corso Italia fa parte del progetto. ) A poca distanza da lì, piazza della Vittoria (analoga ad interventi fatti in altre città, come Genova, ad esempio, che ha la stessa struttura) con il Monumento alla Vittoria, costituiva l’inizio ideale della Bolzano italiana. Il monumento, attualmente è visitabile solo all’interno, perché all’esterno è stato chiuso per il crollo di un cornicione, che al momento non è stato ancora ripristinato.

Piacentini era molto fiero del suo monumento che presentava secondo lui un nuovo modello di colonna “littoria”. Nelle edicole all’interno ci sono le statue dei martiri dell’irredentismo (Battisti, Chiesa, Sauro). Dalla foto a sinistra si può dedurre anche il danno che non ne consente la riapertura esterna (dopo un lungo periodo di militarizzazione) Alle mie spalle, lo spettacolo delle Dolomiti al tramonto, di cui il monumento sancisce in qualche modo la conquista (tra l’altro sostituendosi a un incompiuto monumento ai Kaiserjäger, che viene distrutto). Anche qui un’installazione, un intervento semplice che non altera la struttura permette di rileggere e ricontestualizzare la retorica esibita dal monumento, come tutto l’allestimento museale interno che ne ripercorre la storia.

Come si vede, guardare la storia e il paesaggio con occhi diversi è molto interessante : sì, parlo anche di paesaggio, perché qui le montagne non sono inerti, ma si caricano di significati che sono portati dall’uomo.

Di questo, ringrazio chi mi ha dato la possibilità di conoscere questa realtà: l’Istituto nazionale “Ferruccio Parri”, la Libera Università di Bolzano e l’Isral, il mio istituto, che mi ha permesso di partecipare (quando lavoro e passione si uniscono, e come non mi stanco di dire, sono molto fortunata.)

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Città (di montagna) in autunno:Bolzano

A Bolzano ci sono sempre andata in estate, e vi avverto, fa caldo. È una conca, ben chiusa entro montagne e boschi ( e castelli, anche). Invece nelle mezze stagioni ( non ci sono più le mezze stagioni, signora mia) è quanto mai gradevole.

È il tempo del raccolto del vino e delle castagne, le mele da queste parti sono abbondanti – basta uscire dalla città per imbattersi in campi e campi, e c’è la ciclabile, in leggera discesa, che arriva sino a Riva del Garda.

Quando arrivati e siete sopravvissuti ai tir della A22 e alle uscite particolarmente aggrovigliate, vi trovate in centro e nelle vicinanze della stazione dove si trova la maggior parte dei parcheggi. Dalla stazione la centrale piazza Walther Von der Vogelweide dedicata al menestrello considerato uno dei fondatori della lingua tedesca, dista davvero due passi. E da lì si arriva alla splendida cattedrale, purtroppo danneggiata dall’ultima guerra ( si vede molto chiaramente il muro esterno rimaneggiato). Oltre alla crocifissione affrescata, sul muro esterno, c’è anche l’immagine del poveretto cui è caduta in testa la campana. Povero campanaro ( un caso da manuale di karma negativo).

Alle spalle della cattedrale le fondamenta della chiesa di San Nicolao, distrutta dai bombardamenti.

Alle spalle c’è la città medievale, di cui la via Portici costituiva il fossato delle mura. Il centro medievale ha bellissime case alte e strette, alcune con le facciate dipinte come a Innsbruck , e negozi di altissima qualità e prezzi corrispondenti. Lo stesso si può dire delle altre strade commerciali come via della Mostra e via degli Argentieri. Tutte convergono nella scenografica Piazza delle erbe, dove negli stalli si trovano verdure e specialità, esposte in maniera molto scenografica.

Ma da vedere c’è anche altro, e ne parleremo.

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Sono Tornate le San Marco

Anni fa scrivevo un po’ (tanti) anni fa: “Addio vecchi scarponi SanMarco. Mi è rimasta in mano, letteralmente, la suola mentre tornavo dall’Alpe Baranca, in Valsesia. Non potrei dire da quanto tempo li avevo, sicuramente da prima del ’92 P.M. (Prima del Matrimonio). Non è che sia particolarmente sentimentale riguardo alle cose (non a tutte), ma questi scarponi erano un guanto, gli unici, nel rapporto molto tormentato che ho avuto con gli scarponi da montagna – e con molte altre cose importanti – che non mi abbiano mai, dico mai, fatto neanche una ciocchetta, una piccola vescica. E sì che ho dovuto sbarazzarmi di scarponi anche di marche note, che mi riducevano le estremità ad un’unica screpolatura purulenta. Per la verità già questo inverno avevo temuto che fosse venuta la loro ultima ora, una piccola crepa nella tomaia laterale di ritorno da un’escursione con le racchette. Così, approfittando dei saldi, ho comperato un paio di Tecnica, che dopo un certo numero di prove, e giri in negozi specializzati e outlet, mi sembravano morbidi e sostenuti allo stesso tempo, sebbene forse un po’ troppo rigidi sulla caviglia. Purtroppo, come accade secondo il metodo degli universali di Hume,* la bontà di uno scarpone, o dovrei dire la sopportabilità, si può verificare solo a posteriori e dopo un’escursione di parecchie ore (in cui, per non dover patire medievali torture, si appesantisce lo zaino con un altro paio di scarpe rodate).  Ma il mio vero problema è che la SanMarco è scomparsa dai negozi, almeno qui, e forse dalla storia dell’attrezzistica sportiva. E questo è tragico. Ricordo di aver passato vari spezzoni di escursioni solitarie facendo l’apprezzamento di questi scarponi con perfetti sconosciuti. La SanMarco era un must per gli escursionisti con piedi problematici.”

E’ vero, ho avuto altre scarpe dopo di loro, fa molto biblico dirlo così; alcune anche comode – le Tecnica con cui le ho sostituite, le Salomon low di cui ho già consumato due paia – altre meno, tipo le Merrell che stanno come calzature di emergenza in auto nel caso mi bagnassi fino alle caviglie, rigide come un pezzo di plastica, e che personalmente mi danno l’impressione che un bel dì, dopo magari uno sbalzo di temperatura, si romperanno in mille pezzi come capita solo con le suole di corda (che però non si rompono, si sfaldano).

Ebbene, poco tempo fa sulla mia tl di Instagram è comparsa…la pubblicità delle San Marco… Sono tornate… https://www.sanmarcoshoes.com/

C’è un modello, Vintage, che ricorda i miei vecchi scarponi e quello in foto:

che viene definito “urban trekking”, che solo una forma feroce di autocontrollo (e il pensiero delle spese condominiali) mi ha impedito di comperare. San Marco ora è un marchio di proprietà di HEAD Technology GmbH and HEAD Sport GmbH (saranno quelli delle racchette da tennis?) ed è utilizzato sotto licenza da Garsport SRL, una ditta di Volpago del Montello, in Veneto. Come prima.

In effetti questa è una vera e propria Madeleine: Proust aveva i biscotti, io ho gli scarponi (e, sì anche il gelato con il miele della Maison de Filippo “dove andiamo oggi?” “a mangiare il gelato!” e tre km andata e altri tre al ritorno e il gelato era bell’e digerito; quindi ci volevano le scarpe, se no il piacere del gelato era rovinato dalle vesciche, quindi… tout se tient)

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Città d’autunno: Briançon

Se Torino è una città di montagna suo malgrado, Briançon è una città di montagna veramente .

Ci sono stata diverse volte, la prima con mia madre, poi con il cugino piacione e poche settimane fa con un’amica (anche qui, mai una volta che ci fossero sette soli), e tutte le volte mi ha sempre interessato.

Mi piace per il suo aspetto un po’ decadente (certo, si potrebbe anche dire abbastanza in rovina): un po’ perchè ricorda i fasti del passato, un po’ perché a noi italiani fa pensare, oh, anche i francesi lasciano andar giù le cose e le case, proprio come noi. La foto che vedete in basso a destra, della rue du Commandant Carlhan, è un perfetto esempio di quel che dicevo, con i gradini sconnessi e l’asfalto, che pare d’essere a Mandrognistan Ville dove abitualmente fanno le cose con i piedi. Questa via , tra l’altro, conduce alla Collegiata di Notre Dame e St Nicolas, che è la chiesa cattedrale della città.

Questa volta a differenza delle altre siamo andate per i forti, sino al panoramico fort du Chateau (la statua che vedete insieme alle antenne non è San Michele, ma la Repubblica, anche se dal basso è molto facile confondersi). Da lì siamo scesi ad una terrazza panoramica e poi allo scenografico ponte d’Asfeld, voluto da un comandante della piazza per unire la città fortificata di Vauban con i forti superiori. Il ponte scavalca la gola della Durance ed è decisamente panoramico. Poi siamo tornati dalla porta Durance e abbiamo fatto ancora tutto il giro delle mura sino alla Porte de Pignerol che è l’ingresso principale della cité Vauban.

Per una volta ci siamo accontentati delle bottegucce della città vecchia, che sono tutte concentrate nella Grand Rue. C’è anche una piacevole zona pedonale nella città bassa, vicino al parco a fianco della Durance, e all’imbocco della strada dell’Isoard, ma come si dice, non ci siamo avvalsi (il formaggio lo abbiamo comperato al supermercato).

Naturalmente, prima della chiusura invernale, la salita in bici all’Izoard è de rigoeur, se quello è il vostro sport.

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A proposito

A proposito di donne solitarie, ri -leggete cosa scrivevo nel lontano 2008 (se ben ricordate, ché repetita juvant). https://alpslover.com/2008/10/15/sola/. Deve essere il secondo o terzo post in assoluto nel blog.

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Il movimento delle donne solitarie (II)

Come ho già scritto qualche volta fa, sul sito I Camosci bianchi è in corso un’interessante discussione sulle donne solitarie, e qui c’è un altro contributo: https://camoscibianchi.wordpress.com/2021/10/11/di-questa-intimita-oggi-ho-bisogno/

Tranquilli, non è perché in questo periodo ho poco da raccontare; in realtà è piuttosto il contrario, ma mi sembra interessante e necessario anche dare spazio a quello che accade là fuori, non solo dentro al mio ombelico. Mi è parso particolarmente interessante il contributo di Rita Perri, perché anch’io la penso allo stesso modo. <<Resisto però all’idea che da noi le donne solitarie siano un’eccezione.>>

Da noi è l’Italia Centrale. Da noi su al nord è abbastanza comune (escludo per un attimo il Friuli di cui non ho esperienza, ma leggendo i testi di Carla Reschia, che conosco e saluto, direi che possiamo includerlo tranquillamente; anche lei è una camminatrice anche solitaria). Posso dire di aver incontrato un po’ ovunque giovani e vecchie ragazze come me. Praticamente almeno una ogni volta che esco. All’estero ovunque (Francia Svizzera Austria Germania).

Io vado sola da trent’anni, forse più. E anche quando ero veramente una mosca bianca, salvo una volta o due (che naturalmente ancora mi ricordo, una volta in cima al monte Saxe, un’altra volta sopra il Nivolet, e in entrambi i casi erano pastori, sorry alla categoria, ma tant’è) non mi sono mai veramente a disagio. Il paradosso è che le uniche due volte in cui sono stata oggetto di pesanti attenzioni ero accompagnata, e i due tapini oltre a me hanno incontrato mio marito che era una persona mitissima, ma sino a un certo punto, e che soprattutto era di notevole stazza.

In ogni caso su un sentiero mi sento al sicuro. Sempre. Non solo perchè di solito vado su sentieri conosciuti e segnalati (solitaria sì, ma non scema, rompersi una caviglia in un luogo dimenticato da dio e dalle capre non è il massimo), ma perché nella natura mi sento sempre protetta (madre, non matrigna, peggio per te Giacomo).

Al lago d’Arpy
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Almeno su una cima, no

Questa volta ospito un breve intervento di Enrico Camanni (e poi vi dico la mia).

ALMENO SU UNA CIMA, NO

di Enrico Camanni

Vi invito tutti a sottoscrivere l’iniziativa che stiamo portando avanti per i 100 anni del Parco nazionale Gran Paradiso. Si tratta di un’idea rivoluzionaria per il nostro tempo avido di performance e povero di spirito. Niente di costrittivo, sia chiaro. La “Montagna Sacra” non sarà un luogo di divieti, perché un progetto culturale non può basarsi sull’imposizione. Il progetto non prevede alcuna interdizione formale, nessun divieto d’accesso, nessuna sanzione pecuniaria per chi non vorrà “astenersi”. Molto più semplicemente, l’impegno a non salire in cima è una scelta suggerita e argomentata, al fine che venga rispettata dall’intera comunità. Siamo assolutamente rispettosi della libertà altrui, ma faremo ogni sforzo perché la nostra visione venga compresa e condivisa dai più, non come atto di forza ma, al contrario, come gesto di liberazione.
Per leggere e sottoscrivere: www.sherpa-gate.com/la-montagna-sacra/

Queste le parole di Camanni. Io ho firmato. Il mio nome comparirà a breve nell’elenco dei sottoscrittori. Ho guardato nel mio archivio fotografico, e credo di non avere nemmeno una foto di quella montagna, o meglio, dato che nel vallone di Forzo ci sono stata parecchi anni fa, è anche possibile che l’abbia fotografata, magari un pezzettino, senza saperlo. Magari ho pure pensato che somigliava al Monviso, al Cervino, al Nupse, whatever.

Da laica quale sono, la sacralizzazione delle cose mi lascia di solito freddina. Tuttavia, per il centenario del Parco Nazionale del Gran Paradiso, istituzione benemerita in Italia, rimarcare che non tutta la montagna è turismo di massa ci vuole. E’ un dovere.

Lo abbiamo visto (io come sapete da lontano, perché non facevo massa nemmeno prima, figuratevi adesso) quest’estate, quando le montagne sono state prese d’assalto da persone, che magari in buona fede – diamo il beneficio del dubbio – non avevamo mai messo piede su una montagna, italiana o straniera, e non sapevano assolutamente come muoversi. E quindi è giusto (anche) lasciarla in pace: lasciarla alla natura, agli animali, alle piante, alle pietre. Prima del Settecento e dell’Illuminismo, le montagne erano lì, e l’uomo non aveva ancora trovato un mezzo per rapportarsi: soltanto, faticosamente, valicava passi e costruiva strade (che poi la neve per lo più si riprendeva in inverno). Poi sono diventate oggetto di contemplazione; poi un terreno di gioco; poi un sistema economico – che sta mostrando la corda.

Ecco, esteticamente, torniamo a contemplarle: magari con stupore (che secondo Aristotele come è noto è l’anticamenra del pensiero – sono una filosofa prestata alla storia, scusate).

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Un giusto riconoscimento

Ho collaborato spesso con Marco Travaglini, che quest’anno è andato in pensione, beato lui, lasciandoci tristemente orfani delle sue competenze e della sua cultura (ci, qui, sta per tutti coloro che hanno avuto a che fare, in un modo o nell’altro, con i servizi culturali della Regione Piemonte).

Mi fa quindi molto piacere condividere la notizia del riconoscimento che gli è stato assegnato al  premio letterario internazionale italo-svizzero “Salviamo la montagna”. Potete leggere la notizia sul sito de “Il Torinese” https://iltorinese.it/2021/10/04/salviamo-la-montagna-travaglini-secondo-classificato-con-un-saggio-sul-futuro-delle-terre-alte/

In più se siete in Val Vigezzo sabato, fate un salto, che è anche periodo di foliage. Andate adesso prima che arrivino le milanesi.

Toceno (da illagomaggiore.it)
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Il mare in autunno

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Il lago di Garda a piedi

No, non sto suggerendo di camminare sulle acque, quantunque tutto può essere – non si sa mai

Però rispetto ad altri laghi, il lago di Garda, ha sicuramente il vantaggio di poter percorrere ampi spazi in bici e a piedi lungo le sponde.

Lo scorso anno avevamo parlato della ciclopedonale di Limone https://alpslover.com/2020/08/24/noi-solo-noi-di-limoni-e-di-limonaie-e-anche-altro/ ( e anche delle cose si potevano fare a Limone) e accennato pure allla panoramica strada del Ponale che da Riva del Garda arriva all’omonima cascata.

Quest’anno abbiamo esplorato l’altro lato. Da Garda a Bardolino a Lazise esiste una ciclopedonale, non così a piombo sul lago, perché le coste qui sono più basse, ma altrettanto remunerativa, perché scorre a filo d’acqua, come una sorta di lunga passeggiata a mare – a lago, in realtà. Ha l’enorme vantaggio di essere lontana dalla trafficatissima statale (questo va da sè riguarda i ciclisti – che però dovrebbero ricordarsi di scendere nei tratti in cui è obbligatorio), ed è abbastanza ampia per permettere a pedoni e ciclisti di utilizzarla senza pestarsi le scarpe- specialmente adesso.

Adesso è la stagione migliore, non più così caldo (ricordate che una delle difficoltà lo scorso anno era proprio caldo torrido), con le foglie che cominciano a cambiare colore il paesaggio è anche più suggestivo, ed è possibile partire da Punta San Vigilio ora che la spiaggia e il relativo accesso non è più sbarrato dalla spiaggia a pagamento. Per altro proprio quel tratto è ufficialmente chiuso perché difficoltoso a causa di una frana di alcun anni fa (ma in parecchi mi hanno detto di scavalcare… a vostro rischio e pericolo)

Quindi…camminare (e fermarsi, che i posti sono tanti – noi ci siamo fermati alla spiaggia del Pappagallo e nel chiosco, se è ancora aperto, si mangia benissimo)

Panchina
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