Sabato gattiiiny

l’8 dicembre si è consumata la transizione tra città d’autunno, a inverno conclamato: è nevicato in pianura, in buona parte della Padana Tal e pure nel natio Mandrogistan. I milanesi più o meno imbruttiti che affollavano le piste di Courma e dintorni si sono felicemente impantanati sulla discesa per Dolonne (col suvvone, neh, non con gli sci, e sì tengo d’occhio i gruppi locali sui social che sono sempre una bella fonte d’informazione e di divertimento).

Ieri è ancora nevicato e a me non è restato altro che passeggiare, con la mascherina, nella città deserta.

A loro, è rimasto di far danno in casa: a Cinorosino, frustrato dal fatto che gli ho impedito di mangiarsi i festoni natalizi (me ne sono accorta pulendo le lettiere, non tutti fanno la pupù con le paillettes), è bastato distruggere la scatola delle luci natalizie, sotto lo sguardo ieratico di Fanny. La mia bimbona Pipisita ha invece monopolizzato il termosifone (sguardo da vorrai mica darmi la pasta renal, vero?)

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Ok, qualcuno è passato sulla tastiera mentre rispondevo al telefono e ha aperto pure Preferenze di Sistema, lasciando un criptico commento a proposito della mamma. In ogni caso, ho scoperto che la mia trasformazione in gatto, in questo ponte dell’Immacolata mancato, si è felicemente completata: a casa mia, leggendo, scrivendo e disegnando avvolta nei gatti (gli altri) e nel plaid, sto benissimo.

Sapere che c’è un posto dove tornare, e che si può chiamare home, Heimat, rifugio, rende più interessande il partire. Potendo, naturalmente.

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La polvere sotto il tappeto

Nel mio lungo periodo lavorativo sulle Alpi, ho trovato il tempo e il modo di fare un salto a Innsbruck, il primo dalla pandemia (ormai dovrò dire durante la pandemia).

Trascorrere un giorno festivo a Innsbruck, in un periodo di bassa affluenza turistica, e subito prima delle restrizioni minacciate e poi attuate per il continuo aumento dei contagi, è stato ragazzi, come trascorrerlo a Mandrognistan Ville: il deserto. Non casualmente i pochi ristoranti aperti erano presi d’assalto (ho poi cenato all’Ottoburg, dove essendo da sola, il tavolo si è liberato dopo appena venti minuti di attesa e previa esibizione del mio Green pass)

Tra l’altro, era il 31 ottobre, la sera di Halloween, quando ti aspetteresti un po’ di movimento. Almeno, persino nel natio Mandrognistan prima del Covid c’era un po’ di movimento. Per carità, qualcosa c’era, per lo più bambini vestiti da fantasmi o da fatine, graziosissimi. Non potrei dire se la città fosse più animata prima, non essendoci mai stata esattamente nello stesso periodo, ma sempre prima o dopo (per l’Alpinmesse, che è saltata anche quest’anno). E adesso non ho potuto vederla durante l’avvento – a proposito, avete fatto i bravi o il Krampus vi si è portati via?

In città nei giardini c’erano già le luminarie che li avrebbero resi magici per l’Avvento, ma i colori delle foglie erano sufficienti a rendere meravigliosi i colori dell’autunno, e per camminare sono andata come sempre all’Achensee, sotto un vento più forte del consueto, ma nel giorno festivo erano in molti a camminare, o a fare nordic come me.

La sera, dopo la cena, la passeggiata, il bagno caldo, mi sono messa a cercare. E non ho trovato. E non avevo tempo di battere il quartiere palmo a palmo, ma naturalmente mi sono ripromessa, che , una volta tornata con un po’ più di tempo, ci avrei messo il tempo che ci voleva e naturalmente una visita allo Stadtarchiv. L’ho trovato con una ricerca più approfondita a casa, perché su un sito tedesco erano specificate la longitudine la latitudine e caricate queste sul solito Google Maps è saltato fuori come per magia.

Era in effetti dove supponevo potesse trovarsi, grazie alle indicazioni del prof.DeMichele, in una zona industriale a due passi da un deposito: il memoriale del lager di Innsbruck, nei quartiere di Reichenau, periferia sud est della città, dove si trova anche l’Ikea, per dire. E’ il campo di transito in cui furono trasferiti gli ebrei rastrellati a Bolzano e a Merano, che passarono prima dal lager di Bolzano e poi furono trasferiti oltre Brennero e per la maggior parte morirono a Innsbruck a qualche chilometro dalla loro casa. Quello che resta è, in effetti, una lapide, che si può con un po’ di fortuna e allargando bene l’immagine , trovare sulle mappe.

Ho passato quindici anni della mia vita a Innsbruck e ho avuto la riprova di quanto ci diceva davanti a un grappino il nostro amico ristoratore: siamo specializzati a nascondere i problemi come la polvere sotto il tappeto. Decisamente livello pro.

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Finale (di partita)

Inizio rebloggando da Mount City La frittata, e il danno, sono fatti: non che ci fosse molto da stupirsi, data la maggioranza in Consiglio regionale.

A questo link si trova il comunicato stampa ufficiale.

Se una volta le Alpi erano il terreno di gioco dell’Europa, adesso siamo arrivati al Luna park per ricchi.

Che possiamo fare noi?

  • Non votarli, per esempio (per carità, io non li votavo anche prima. Continuo a dire, però che le ricadute economiche sul territorio saranno minime; e allora NE VALE LA PENA?)
  • Protestare : il Cai lo ha fatto, gli esperti del settore lo hanno fatto, mi piacerebbe sentire anche le persone che vivono in zona.
  • Boicottare: per quello che mi riguarda, come ho già scritto anche sui social, i luoghi dove tutto questo è stato possibile (Alagna, Formazza e Macugnaga nel Vco; Sauze d’Oulx, Cesana e Sestriere nel Torinese, nonché Sauze di Cesana) quest’inverno non mi vedono più. (il mio personale armadillo* mi sta facendo notare che quest’anno da quelle parti non ti hanno visto comunque , ma da qui al 31 maggio di tempo ne passa). Ci sono in giro tanti bei posti dove posso trascinare le mie racchette, pure sugli Appennini. E posso cominciare già da questo week end
For mazza (senza la neve)

* se non sapete chi è l’armadillo e non conoscete Zerocalcare, vivete sulla luna.

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Città di montagna in autunno. A Bressanone sono belle anche le fioriere.

Non scherzo ovviamente.

Questa composizione di erica e ciclamini aveva veramente dei colori favolosi, ma anche gli alberi presenti in città, in una domenica in cui era tutto completamente chiuso, sembravano messi lì per valorizzare il colore degli edifici.

Adesso, immagino, sarà caduta la neve, ci saranno le casette del mercatino natalizio (state attenti, anche là fuori) e tutta la città avrà assunto quell’aspetto festoso che ha sempre in questo periodo dell’anno. Tuttavia, anche in una domenica piovosa, e veramente autunnale, passeggiare per il centro storico – la piazza, il Duomo, la torre bianca, la Hofburg, le viuzze porticate – rivelava una autentica magia, la possibilità di scoprire la città a passo lento, quasi vuota, che si svelava in tanti piccoli bellissimi scorci.

Come sapete, io amo flaner, per questo non sempre metto racconti turistici dei luoghi in cui cammino. Mi piace l’idea di perdermi per guardare le cose con occhi sempre diversi. Nei miei luoghi del cuore è così, perché rivelano aspetti, quando sono turisticamente vuote, che non sempre si rivelano al primo sguardo. (ora la Camera di Commercio di Bressanone vorrà la mia testa ma tant’è)

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Eliski, pratica che fa del Piemonte un’unicità a livello europeo: nel peggio.

Lo dico subito, ho “rubato” il titolo a un bell’articolo apparso su alpidoc.it che mi ha segnalato su Twitter l’amico @BeppeLeyduan, e anche se da un po’ non scrivo di questioni politiche su questo sito, qui invece sento di doverlo fare, in tutte le vesti e i ruoli che abitualmente indosso: di ricercatrice e formatrice, di esperta di montagna e di fruitrice (escursionista e ciaspolatrice) della montagna.

Quello che mi stupisce, e mi stranisce, dei provvedimenti su cui l’assemblea piemontese sta discutendo, è l’assoluta mancanza di senso comune, e di visione politica che possa andare al di là delle clientele politiche momentanee.

Vediamo chi viene beneficiato da questo provvedimento: società di trasporto aereo, amanti (?) dell’eliski- quindi persone dotate di buone disponibilità finanziarie, rifugisti, guide alpine? Sono così tanti? Da compensare, per comuni come Formazza, che in questi anni hanno puntato su un turismo “lento” e sostenibile, la perdita di credibilità, di appeal internazionale e di turisti (e dei conseguenti introiti).

Personalmente, in un luogo in cui si pratica l’eliski non andrei nemmeno se mi pagassero; in un luogo in cui si pratica l’eliski e la caccia (che è un’attività che mi disgusta, come in generale mi disgustano le persone che la praticano) nemmeno. Non solo, farei attivamente polemica – e già lo faccio – contro quei comuni e istituzioni e privati che attivamente le promuovono. Tra l’altro, se chi mi legge conosce altri esempi virtuosi e in linea con quanto faticosamente la Comunità europea e le istituzioni internazionali stanno facendo per il turismo sostenibile, oltre a Balme, me lo può segnalare? Sarebbe interessante costruire una rete di informazioni in proposito, non soltanto piemontese.

Intanto, gli abitanti dei sei comuni in cui è possibile andare in (eli)taxi -c’è anche questo – ai rifugi e cioè Alagna, Formazza e Macugnaga nel VCO; Sauze d’Oulx, Cesana e Sestriere nel Torinese e il recuperato Sauze di Cesana, non hanno niente da dire? . I militanti che si battono contro l’alta velocità non hanno niente da dire?. La maggior parte di noi nemmeno sa cos’è, un eliski, e nemmeno è interessata, per cui, perché dobbiamo essere vittime di una minoranza? Già sciare è diventata un’attività sempre più costosa e di altissimo impatto, sia per l’inquinamento che produce, sia per la difficoltà di praticarla a causa dei cambiamenti climatici (a Courmayer, ad esempio, l’inizio della stagione è stato rimandato proprio a causa dello scarso innevamento: se osservate le webcam su LoveVdA si vede chiaramente come ad esempio, il fondo val Ferret, dove dovrebbe terminare la pista di fondo, sia praticamente libero). Le “sciure” torinesi – e uso volutamente l’espressione dialettale lombarda molto più cara a noi periferici del Mandrognistan – due passi in seggiovia al Sestriere possono ben farli, no, tanto lo sbocco pista è a portata di SUV.

In più il rumore delle pale spaventa gli animali, dato che si possono sorvolare anche le aree protette. Ora. Rispetto a questa piccola minoranza, quanti siamo noi elettori?. Anche elettori leghisti, neh, perché non credo, come dicevo prima, che tutte le attività del territorio piemontese siano favorite da questa rivoluzione.

Termino citando Virgilio Giacchetto: “Qui da noi in Valle d’Aosta abbiamo un chiaro esempio: la pratica ultra decennale dell’Eliski nella Valgrisenche, valle ricca di stupendi itinerari scialpinistici, non ha certo portato quello sviluppo diffuso che molti si aspettavano. Anzi si è capito che l’Eliski significa guadagno per pochi a scapito di altri. Tutta quella fascia di turisti che amano la tranquillità che sa regalare la montagna, non scelgono certo come meta per le proprie vacanze un luogo dove il rombo dell’elicottero è presenza costante per tutta la giornata. Tant’è che una parte della popolazione si sta finalmente opponendo a questa pratica dannosa.” Dritto, chiaro e fuori dai denti (potete leggere tutto l’articolo qui, corredato di splendide foto).

Ribadisco NE VALE LA PENA?

Sestriere, cementificato già così

( e grazie @BeppeLeyduan, attento correttore di refusi- avercene, lettori così)

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Nugae (più o meno)

Mentre aspetto che la terza dose faccia effetto (dopo due Astrazeneca mi aspetto che mezza dose di Moderna sia più o meno acqua fresca) e dopo un pomeriggio di lavoro necessario, ma noiosissimo, (costruzione di una mailing list di duecento nomi…) intanto che cuoce la cena, fuori piove e Cinorosino si addormenta sotto la lampada, penso, alla fine, che sono abbastanza fortunata e che ho tutto quello che è necessario, e di più. Anche le amiche, che mentre dicevo che avevo voglia di andare a vedere un mercatino come quello di Trento, mi interrompono e mi rispondono che invece è meglio che vada a camminare in qualche bel posto, ma sperduto, anziché andare a sfidare la fortuna dove i contagi sono più alti. Non ha tutti i torti, dato che qui non siamo messi poi malaccio, e al mio hub vaccinale, vivaddio quello vicino a casa dato che ho prenotato io sul sito, oltre a persone fragili e terza età come me, c’erano ragazzini delle medie accompagnati da mamme e papà e persino nonni (con delega).

Però, in questo momento in cui penso di essere più o meno in pace, nel giro di due settimane sono mancati due carissimi amici. Prima Mario, e qui l’unica cosa che consola me e sua figlia è il fatto, che anche in un momento tremendo come questo, sia serenamente mancato a casa sua, nel suo letto, e dopo una serena vecchiaia; poi un caro amico mio e di Francesco, lui purtroppo appena più vecchio di noi. Un amico con cui abbiamo condiviso tante storie, e nel nostro caso anche tanto lavoro e riunioni e progetti. Ai funerali tutta la tristezza di questi cinque anni mi è piombata addosso. Ricordando le nostri camminate sui luoghi di memoria, in particolare un maggio particolarmente caldo a Monte Sole, accompagnati da un ex partigiano che di buon passo dalla Scuola di pace alla vetta ci aveva stroncato felicemente, noi e quaranta studenti molto giovani e già belli e morti (prof, ha ottant’anni ed è tutto vivace e noi a venti siamo bell’e morti).

Cammina con le ali della memoria, amico mio.

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Città (di montagna) in autunno: Merano

Sono andata a Merano più di una volta, e lo ammetto, mi sono limitata a passeggiare lungo il fiume e a girellare nella parte vecchia della città, e pranzare lungo il fiume (e ho scoperto che il posto in cui abbiamo pranzato la prima volta io e Francesco è ancora lì al suo posto , cosa di questi tempi non scontata). Il mio punto di riferimento era la chiesa Luterana, così tranquilla e immersa negli alberi, ora già ricchi di splendide sfumature.

Allora non sapevo in realtà che il lungo Passirio era stato costruito come passeggiaata terapeutica per i turisti, e in origine era vietata agli abitanti, che andavano nei prati della zona sud, dove poi il fascismo costruì l’ippodromo che esiste tutt’ora. E poi non avevo visto Sissi, l’ur influencer, la cui presenza, una sola stagione, era riuscita a dare un impulso notevole al turismo medico, quello delle acque. Non avevo visto le terme, non il palazzo liberty che adesso è un centro culturale, e nemmeno il modernissimo edificio attuale (le mie amiche sono andate e si sono divertite moltissimo e quindi, ovviamente, mi sento di consigliarle, per tutte le informazioni potete andare qui e ricordate il Bonus Terme qui come ovunque è esaurito. Ma anche le terme sono nella mia bullet list, insieme a molte altre cose)

Se camminare per chilometri a mezza costa, semi in piano, ancora non vi basta… ah, attenzione, in estate può fare molto caldo- il centro storico, gotico, la chiesa di San Nicolò, che presto scaccerà il Krampus (e sì ci hanno confermato che dietro la maschera nei paesi ci si danno botte da orbi e si regolano vecchi conti)

Ma, ci sono anche le ombre, dietro questa superficie turistica luccicante, c’è la storia quasi dimenticata della comunità ebraica meranese, deportata nel primo immediato periodo dell’occupazione tedesca (Trentino e Trieste diventano zone di operazione) è stata completamente sterminata . Ed è grazie agli ebrei tedeschi che la cultura del turismo termale si è diffusa nel meranese approfittando delle fonti già note dal medioevo: lo testimoniano le pietre d’inciampo disseminate in città. E una statua, dalla iconografia mistica (nota come la fanciulla che prega), seminascosta in un cortile, accanto ad una lapide, che ricorda le vittime innocenti (il cortile si trova dove una volta c’era una caserma).

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A passo lento

Uno degli aspetti che maggiormente mi piace del camminare, in generale, e del camminare in montagna in particolare, è poter assaporare la lentezza. In particolare questa settimana, che lavorativamente è stata improntata a una certa frenesia, mi ha fatto venir voglia di una parentesi “lenta”, quanto meno per poter dedicarmi a un po’ di meditazione in movimento.

Mercoledì, approfittando della festa ( a Mandrognistan Ville era la festa del santo patrono, il nostro eremita longobardo, le cui vicende più note coinvolgono un sermone alle oche, e una risposta sagace agli emissari di non so più quale re longobardo, che era inutile che si preoccupassero che tanto il nipote del re era già morto, il che più che una profezia era Mandrogno buonsenso). Dicevo mercoledì era festa, pure noi abbiamo fatto festa ( qualcuno se n’è pure dimenticato, ma ricordate, diventare nonni fa rinsceminire) e io avevo una riunione su Meet. Meet è il male, l’incarnazione del demonio ecc, e non sono riuscita a collegarmi nemmeno con il telefono. Così sono andata in montagna

Ci sono dei tratti della via francigena che è possibile percorrere a passo lento, perché apparentemente non portano da nessuna parte, e quindi si prestano a essere percorsi quando non si hanno preoccupazioni di durata o desideri di performance sportive.

Un bel tragitto attraversa Arnad, dalla parrocchiale verso il villaggio, e risale alla casaforte e poi al castello dei Challant. È un percorso quasi completamente su asfalto, ma consente di ammirare case ancora fiorite ( ditelo alle rose che l’estate è finita), gatti che prendono il fresco e soprattutto alberi meravigliosamente rossi.

Come ho detto , non c’è fretta, le persone ti salutano, una bambina fa i compiti nell’ ufficio di un geometra, la mamma chiama uno dei gatti, ci sono castagne cadute su un sentiero, e fiori dappertutto – il clima è più o meno impazzito, e anche se dopo la pioggia, ho camminato in un’ora abbastanza calda da sudare. Non credo che arriverò a vedere i risultati delle politiche ambientaliste, speriamo di non arrivare a vedere la catastrofe.

Adoro il tempo di novembre, tuttavia. Anche la nebbia ( che non abbonda più nemmeno a Mandrognistan Ville).

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Se non sapete cosa fare

Se non sapete cosa fare sabato pomeriggio ( e sino al 12 dicembre), la mia amica Lia Giachero ha curato questa mostra di Giancarlo Soldi per i suoi 90 anni. Originario di Ovada, è collagista e autore di questi teatrini parlanti e viventi.

Ci vediamo sabato pomeriggio alla Gipsoteca”Luigi Aghemo” via Ottone Calcinara, 12 a Tortona. Io ci sarò ( sarà un’occasione per vestirmi da donna, ogni tanto). Perché non di sola montagna vive la donna.

E poi piove, suvvia

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Ciao, Mario

Io sono la figlia dell’altro Mario. E a pensarci bene, non ci potevano essere due persone più diverse. Mio padre, che faceva dell’understatement una religione (noi? eroi? al massimo eravamo dei rubagalline) e Mario, che se doveva scegliere, per qualsiasi cosa, sceglieva la più eclatante evidente esibizionistica. Mario, che è stata una presenza fissa e per la verità quasi clandestina nella mia infanzia, perché arrivava tardi, e poi ripartiva presto (per Moncalieri? o comunque un posto che a me sembrava lontanissimo). Però, con l’evidente attrazione che hanno gli opposti, sono stati amici per tutta la vita (io e sua figlia, per dirne una, siamo diventate amiche molto più tardi e sempre “grazie” a lui): perché sapevano, infallibilmente, da che parte stare.

Ciao, Mario

(Mario Giachero, 1927-2021)

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