Entr’act: Adventures in nebiun

Invece di proseguire nella serie sulla Costa Azzurra, anche per rivivere questo bel periodo appena trascorso, vi racconto di cosa si può fare nel natio Mandrognistan, dove notoriamente non si sale ma si sprofonda (letteralmente come vedremo).

Sabato sera avevo una cena con amici a Tortona, quindi, sospettando che la nebbia mattutina si sarebbe trasformata in nebiun condito con galaverna (ossia in spessa nebbia bagnata ghiacciantesi al contatto con il suolo – come direbbe uno che sa di metereologia) il pomeriggio e la sera, avevo rinunciato all’idea di andare a fare escursioni fuori Alessandria. Tuttavia, mentre ero bella tranquilla a scrivere nel primo pomeriggio, mi chiama mia cugina, mi dice “ma sei a casa? andiamo a camminare?” Vuoi dire di no? Appunto.

Così prendo l’auto, scopro che c’è stato un qui pro quo (pensava andassi direttamente da lei a piedi); stabilito questo, mi ha portato dietro la zona commerciale a fianco del Tanaro, dove si aprono alcune piste sterrate (che già qualche amico mi aveva segnalato come promettenti). Scopo ultimo: andare a piedi sino a Solero ( e farsi riportare indietro da un suo amico che vive lì – il quale, messo al corrente della cosa da Millina, ha risposto più o meno Ma te tei màta ). In ogni caso con chi poteva mettere in pratica l’allegro progetto?

Allora: trattasi di percorso ciclabile/pedonale, che non attraversa assolutamente la pericolosissima statale Asti Torino, ma corre parallelo alla analoga ferrovia, superandola, all’inizio, grazie a un sottopasso che si trova in via Vecchia Torino. Sono circa 7 km, assolutamente fattibili da vecchietti e affini e una passeggiata per una veterana del CAI come lei. In ogni caso mi dice di andare in esplorazione perché fa comunque troppo freddo (siamo ben felicemente sotto lo zero), e poi devo andare a cena ( e questo implica un po’ di tempo per trasformarmi da un ammasso di maglioni a un essere umano elegante).

E poi c’è il nebiun: se nel mio quartiere il sole splendeva alto e forte, all’altezza del ponte Tiziano (l’altro ponte, meno famoso del suo omologo Meyer), si traforma in un “lampo giallo al parabriz” come diceva il poeta (di noi Mandrognistani, a tutti gli effetti) e si traforma in una pallina galleggiante in un mare di nebbia.

Scendiamo, e scopro di aver dimenticato i guanti. Grave errore. Meno male che il giaccone ha tasconi profondi. Saliamo su quello che è a tutti gli effetti l’argine del Tanaro, che scorre poco lontano. Ci accoglie un cartello relativo alla costruenda pista ciclabile i cui lavori di asfaltatura dovrebbero terminare …nel dicembre 2021. A vedere e soprattutto provare, direi che non sono mai iniziati. Dopo cento metri, il fango si fa pesante ( ed è effetto dell’umidità) e non si vede pressoché nulla. Ma proprio nulla. Ovviamente non c’è nessuno, neanche qualche altro solitario fachiro che porta fuori un qualche cane altrettanto fachiro (quelli di Luisa, mi racconta il giorno dopo, il sabato hanno stazionato tutto il giorno tra cucina e divani – e sono cani da caccia).

Camminiano a passo abbastanza sostenuto, più che altro per evitare l’umidità che ti si insacca nelle ossa.

Ci fermiamo solo per ammirare i ghirigori che la brina traccia sulle piante, vestendole di un gelido biancore.

Camminiamo senza sapere bene dove siamo sino a quando appare evidente che il sole sta tramontando. Solo al ritorno, dopo un po’, ci rendiamo conto di aver oltrepassato di un bel tratto l’area commerciale del Bennet, le luci accese e i fari delle auto ci danno un’idea del complesso che all’andata avevamo completamento perso, credendo che fosse oltre il viadotto autostradale mentre in realtà è sotto.

In ogni caso abbiamo inanellato i nostri cinque km, andare a piedi a Solero, magari in primavera, pare fattibilissimo, ho dovuto buttarmi sotto la doccia per scaldarmi appena arrivata a casa, da allora ho un vago sospetto di mal di gola, che nemmeno la paranoia più totale mi fa attribuire al Covid.

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Vacanze di Natale ecc. 2. Bord de mer

Camminare /correre lungo il mare è sicuramente meglio che dietro un canale di scolo; e anche questo l’ho già detto. Per cui, quelli che possono camminare/correre in luoghi ameni un po’ li invidio. Li invidio tanto, in effetti. Magari non giungerei agli estremi di farlo a torso nudo (appena visto, dintorni di Nizza) o in cannottierina e short (passeggiata a mare di Mentone), ma prima che le temperature scendano un po’, devo dire che in questa fine anno le temperature sono state molto più che anomale. In tutto il periodo in cui sono stata in Costa Azzurra ho abbandonato il cappotto, ho cercato di arrangiarmi in ogni modo con quello che avevo, e ho sempre sempre sudato – al punto da chiedermi se alla fine non correvo il rischio di ammalarmi, ma non di covid.

Vi segnalo quelle che sono, in zona, le mie camminate lungo il mare preferite.

La prima, ovviamente, è quella di Mentone. Dalla spiaggia di Garavan si arriva tranquillamente sino a Roquebrune. Sono circa tre km, a secondo del punto d’inizio, e oltre che dai vecchietti come me è frequentata da runner di tutti i generi.

La seconda è quella di Cap Martin. Se avete le gambe potete partire direttamente da Mentone, se non ce la fate, potete lasciare l’auto in uno dei parcheggi di Roquebrune, vicino al mare o nel piazzale vicino al Palais de Carnolès. E’ bellissima specie al tramonto e costeggia diversi punti panoramici sugli scogli, molto selvaggi e mediterranei. Allontanandosi dal mare e facendo un giro lungo le viuzze della collina (non c’è un itinerario preciso, l’ultima volta ho seguito google maps a piedi e mi sono persa, come al solito – lo so, ho dei problemi con i navigatori) si arriva al Cabanon di Le Corbusier, che non si visita – o meglio, si visita con visita guidata, prenotabile solo online, e con Greeen pass obbligatorio per le persone di più di 12 anni ( tutte le informazioni necessarie qui ). Io l’ho visto con Francesco da fuori, ed è bello comunque , specie se siete appassionati di architettura contemporanea.

La terza è quella di Cap Ferrat. Io ho fatto la promenade des Fossettes, che è molto bella, e si conclude con un’aerea traversata su una spiaggetta bellissima, la Paloma beach; mi dicono che la traversata vera e propria del Capo, sino al faro, sia ancora più bella. E quindi ho ancora luoghi da scoprire e miglia da percorrere… (semicit). Per entrambe si lascia l’auto nel parcheggio a Saint- Jean- Cap- Ferrat, sperando di trovare posto (il più grande è vicino al porto turistico) e si va verso sud. Da visitare, villa Ephroussi de Rothschild (prenotazioni sul sito), che più Liberty non si può, e che credo si veda – almeno da quello che si capisce dal trailer- nel nuovo film di Downton Abbey. Nulla di strano, è una location letteraria per eccellenza e pure Scott Fitzgerald ne parla in Tender is the night senza menzionarla (capito perché mi piace tanto questa zona?)

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Vacanze di Natale ( senza cinepanettone, con mascherina, e in solitaria: una serie)

Sul perché abbia deciso di camminare al mare ho già detto ( in questo post di non molto tempo fa). Posso dire, come aggiunta, poiché me ne sono resa conto solo vivendolo, che invecchiando sono sempre più simile a mio padre, che camminava in montagna in estate, trascinandosi dietro la famiglia e gli amici, e camminava al mare in inverno – o per lo meno nell’ entroterra- sempre trascinandosi dietro la famiglia e per lo più gli stessi amici.

Ho infatti memoria sempre più nitida di molte vacanze di Natale trascorse a Sanremo, in una pensione, credo, di amici o parenti dei Zaccone del Bar Sport, in un posto che già si arrampicava sulle alture Sanremesi – sia mai che non ci sia salita da fare, ma da cui si sentiva abbastanza bene la ferrovia che era al di sotto, tant’è vero che andavo a letto con il Trans Europe Express, che si fermava in stazione più o meno alle dieci e un quarto- dieci e mezza, già una concessione rispetto al ferreo orario del sonno di casa. Poi naturalmente c’è stato Chiavari, dove la salita Bacezza si faceva sia in estate sia in inverno, in questo secondo caso più volentieri, e tra i due un alberghetto di Rapallo, il più vicino alla passeggiata a mare, che credo esista tutt’ora, dovrò controllare, dove a Capodanno si facevano delle feste carine, o per lo meno è lì che mi ricordo di aver visto i miei genitori tutti allegri, eleganti e in tiro, come quando uscivano in città. Insomma, giovani.

In Costa Azzurra, o meglio, a Mentone, ci siamo approdate io e mia madre, un po’ di anni fa, perché Monaco e Nizza facevano parte del bagaglio solito di chi svernava a Sanremo, compreso il Casino, dove venivano spesso gli amici di mio padre a giocare e dove lui li accompagnava volentieri, per la compagnia, sostanzialmente, perché il gioco in sé lo annoiava a morte, il che spiega perché mia madre, di solito molto apprensiva, lo lasciava partire senza particolari patemi per le nostre finanze. Papà, se andava bene, puntava un gettone da 5000 lire, vinceva o perdeva e finiva tutto lì, poi stava a parlare con i croupier e i giocatori incalliti nella sala da fumo o stava a guardare. Quel che preoccupava mia madre era la macchina sportiva con cui andavano a Sanremo o StVincent, con tempistiche da pilota di formula uno.

Il vieux village

Fondamentalmente, ci siamo fermate per la spiaggia, ampia, e libera, ancorché sassosa. Molto sassosa. Adesso per fortuna un po’ di sabbia riportata c’è, ma agli inizi, c’era davvero da rimetterci le caviglie.

Poi ci siamo innamorate della città vecchia e delle sue viuzze, e soprattutto della vista dalla cima del Castello, ossia dalle rovine del torrione che sta in cima alla collina del cimitero ( il fatto che si chiami salita al Castello e in effetti il castello non ci sia di solito fa imbestialire il turista di passaggio, e chi non è avvezzo alle scorrerie dei saraceni che dalla base di Saint Tropez- mica stupidi – risalivano sino alla Val Bormida.)

Poi ci ho portato Francesco ed è piaciuta anche a lui. Poi c’era (c’è ancora) la possibilità di ammirare un manufatto di Le Corbusier praticamente a due passi – le prime volte gli piaceva ancora camminare.

Dal punto di vista gastronomico, lo ammetto, non sono molto ferrata. Quando andavamo io e mia madre facevamo un picnic in spiaggia e di solito era il momento delle sue polpette di melanzane, che adesso ancora mi faccio. Il picnic sulla spiaggia era una cosa che a Francesco dava particolarmente fastidio perché lo associava ai boy scout, una cosa strana perché né io né lui li abbiamo mai frequentati.

Il nostro posticino era La Mandragore, che si trova in uno slargo di rue St Michel, in una deliziosa piazzetta. Io adesso vado spesso al Cafè Italiano (si chiama così, non è un refuso) a due passi dai giardini Biovès, dove fanno un caffè eccellente, che è l’unica cosa che quando espatrio mi manca, che per di più non costa un rene come di solito succede.

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Buon 2022

Buon anno, e che sia meno weird (che a sto punto tradurrei non tanto come strano, ma come assurdo) del 2021. Lo dice Margaret Atwood, e sottoscrivo in pieno

Il gatto mangia albero

A dire la verità, non è chiarissimo che cosa si debba augurarci, dato che nell’anno passato siamo continuamente caduti dalla padella alla brace e poi siamo finiti direttamente in forno: l’elenco delle cose che dobbiamo augurarci è così deprimente ( salute, lavoro, bollette) che preferisco augurare a tutti di avere il superfluo: musica libri vestiti arte champagne al chiaro di luna e tante montagne.

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Vacanze di Natale (senza cinepanettone ma con mascherina)

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Post Christmas

Cari tutti, quando leggerete ciò io sarò a riposarmi da qualche parte, e ci vedremo/sentiremo nel nuovo anno, sempre che non mi / ci prenda qualcosa, ma del resto ho prenotato un tampone per il ritorno, che ormai non si è più sicuri di niente.

Ho santificato il post Natale facendo un salto ad Aosta per il Marché Vert Noel, con il cugino piacione, santificato naturalmente con un pranzo alla sempre meritoria Trattoria di Campagna di Sarre.

Poi siamo andati al mercatino ben mascherinati: quest’anno oltre alla consueta collocazione intorno al teatro romano, alcuni stalli si trovano nella piazza dell’arco Romano chiusa al traffico.

Gli espositori sono più o meno gli stessi, alcuni si possono trovare anche alla Fiera di St.Orso o a quella di Donnas. Abbiamo girovagato tra i banchetti, comperato il formaggio che il cugino cercava, guardando gli oggetti, bevuto un vin brulé per scaldarci (ma faceva sempre meno freddo che qui)

Non so se è stato l’effetto tristezza dopo Natale, se è l’effetto tristezza del mercatino, o l’effetto tristezza complessivo del momento in cui viviamo, ma l’impressione che ho avuto è stata di un evento mlto sottotono rispetto al passato. Certo non è il Natale dello scorso anno, ma dell’inverno (quello di Game of Thrones, che durava secoli) non siamo ancora fuori.

Acquisti del giorno: una calamita con il castello di Sarre (appunto)

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Auguri (con la morale, come sempre)

Prima di tutto gli auguri, questo post viene pubblicato il giorno di Natale e io sono una donna, sono italiana, sono una madr..ah no, ma forse madre di gatto e zia putativa e gnagna conta per qualcosa (sorvolo sulla religione).

Siccome intanto che digerite il cappone, qui al nord (al sud sinceramente non so, illuminatemi), è giusto che pensiate a cose serie, vi racconto una favola natalizia con la morale.

Incipit: in terza elementare avevo scritto nei compiti delle vacanze che dopo il pranzo avevo pensato al significato profondo del Natale. Il suggerimento veniva da mio padre, e la maestra accanto al tema scrisse, giustamente, “non ci credo” e io ci rimasi male e ricordo che quel voto fu oggetto di discussione in famiglia. Non ricordo ovviamente che cosa avevo fatto in realtà, probabilmente ero andata a fare una passeggiata al gelo in riva al Tanaro con mio padre, che alle feste comandate si annoiava moltissimo.

Sottolineo che alle elementari negli anni Sessanta le maestre, immagino quelle molto severe come la mia, ma non solo, ti davano dei TEMI da fare come compiti delle vacanze, anatema.

Comunque, dopo l’inizio con il Natale passato, c’erano gatti anche lì, perché dai miei nonni a Masio ce n’era sempre un numero variabile, ma mai meno di tre, passiamo al Natale presente.

La storia inizia online, precisamente su Twitter, dove nella mia bolla si parla principalmente di gatti e di montagna (ma che strano…). Comunque la scorsa settimana, nella mia TL una delle ragazze che seguo ha pubblicato una foto del suo gattone Panchito dentro a un #saccoscaldagatto, tutto contento. Come l’ho visto, ho pensato, questo è perfetto per la mia bimbona che attualmente passa le sue giornate attaccata al termosifone in cucina, o nel suo cesto strategicamente posizionato per guardar fuori – solo che adesso che siamo nel nebbiun ha poco da vedere. Così c’è stato un frenetico scambio di messaggi via Twitter, e Cristina, la bravissima ragazza di Bari che li fa per hobby, ha acconsentito a farmene due, uno per la bimbona e uno per Cinorosino, che sono i due gatti abitudinari – Fanny di solito occupa abusivamente posti altrui, e attualmente va a dormire in bagno sopra la biancheria pulita (e sopra al cuscino peloso con cui l’ho coperta).

A fare i due sacchi Cristina ci ha messo poche ore, a spedirmeli un po’ di più: proporzionalmente la spedizione da Bari al natio Mandrognistan costava un terzo del valore del pacco, ma le app in cui si vende di tutto (e su cui io non sono riuscita a vendere mai nulla) non prevedono sacchi scaldagatto come merce vendibile, e alla fine ho detto lascia perdere ti pago la spedizione ordinaria. Così io ho fatto il bonifico, lei ha spedito, e io ho aspettato fiduciosa il pacco (fiduciosa come si aspetta un pacco spedito da Poste italiane, naturalmente, cioè facendo gli scongiuri)

Martedì, con un tempismo che ha stupito persino me, il pacco è atterrato in ufficio ( i nostri pacchi personali arrivano tutti in ufficio, che è l’unico posto in cui qualcuno li ritira, se non noi, le bravissime ragazze del piano di sopra, e viceversa, naturalmente, e non vengono lanciati in mezzo alla strada). Ho chiacchierato con il postino e mi ha detto che aveva cinque gatti (il mondo è pieno di insospettabili gattari).

Arrivata a casa, Cinorosino si è buttato nella scatola, ovviamente, Fanny ci ha girato intorno, e io cercavo di imbonire la bimbona su quanto fosse bello e caldo il sacco. Il suo sguardo diceva chiaramente “Vuoi che muoro?” Ok, sentivano l’odore dei gatti di Cristina. Così ho foderato il cesto con uno dei sacchi e ho messo l’altro sul mio letto, dove di solito va a dormire Cinorosino. Alle nove si era bello che accomodato e gli ho scattato la foto che vedete, artisticamente trasformata, di sopra.

Sono andata a dormire e nel mio letto c’è stato il solito viavai. Mercoledì mattina arrivando in cucina, la bimbona era molto molto vicina al cesto, ma naturalmente non mi ha dato nessuna soddisfazione. Ho controllato bene: qualcuno aveva dormito nel cesto. Io ho naturalmente provato a parlare con lei (e non state lì a sindacare, please, parliamo tutti con cani gatti conigli criceti), ma si è limitata a guardarmi.

Morale, non provate nemmeno a indovinare i regali di Natale, ci sarà sempre qualcuno che non vi darà mai soddisfazione.

Morale doppia (della vigilia): Fanny ha occupato l’altro sacco manu militari. Quindi, #tricolorinapower forever e riciclate i regali di Natale sgraditi

Ah, la foto in mezzo è stata graziosamente fornita da Svizzera Turismo (@MySwitzerland)

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Alpslover per il sociale

Mentre nel resto del mondo le temperature del mese di novembre sono state più alte del normale con conseguenze imprevedibili (vedi il tornado nel Midwest negli Stati Uniti), qui da noi ha fatto freddo. Non tanto più del solito – mi riferisco al nord Italia, ovviamente – ma in effetti temperature consistentemente sotto zero la notte non si vedevano da un po’. In più, è nevicato: una nevicata vera, con la coltre che è rimasta, anche in città, congelata e sporchiccia come sempre: e ha imbiancato cospicuamente tutta la provincia e soprattutto le montagne nostre limitrofe (che nel natio Mandrognistan lo sono abbastanza).

Città poetica

Poiché siamo ormai nelle prossimità del Natale, vi elargisco gli ultimi consigli.

Intanto, due avvisi sparsi: per entrare nella maggior parte dei mercatini di Natale “classici”, cioè Trentino e Alto Adige, occorre essere muniti di Green Pass. A Innsbruck, dove tutto è rimasto chiuso per il lockdown che ha interessato l’Austria, gli stalli sono stati riaperti; non tuttavia quelli di cibo e bevande, almeno nella Citta vecchia (Altstadt), c’è una zona food and drinks sulla Marketplatz, e a Hungerburg. Bar, ristoranti e pasticcerie sono aperte, come prima, con il green pass rinforzato, che per noi italiani significa aver fatto la terza dose, o essere guariti dal Covid (e lo chiedono sempre, come ho sperimentato.) Però quando leggerete questo il governo potrebbe aver deciso altrimenti, e io, con tutto il rispetto, non posso star dietro anche a Draghi

In Piemonte ci sono mercatini ovunque, anche nel natio Mandrognistan, che non brilla per particolare originalità, ma se siete interessati all’arte, ci sono al momento tre mostre che vale la pena di vedere, e si trovano tutte e tre nel giro di pochi isolati. Alla Fondazione Cassa di Risparmio, a Palatium Vetus nella centralissima piazza della Libertà, ci sono due dipinti di Defendente Ferrari a confronto: un Sant’Agostino già presente nella quadreria, con un San Gregorio Magno in abiti papali di recente acquisizione; tra l’altro tutta la quadreria vale una visita come pure la sala del Broletto restaurata da Gae Aulenti. A Palazzo Cuttica, in via Parma, restiamo nell’ambito del Rinascimento Piemontese, con un’Ascensione di Filippo Crivelli per la chiesa di San Marco. Infine a palazzo Monferrato in via San Lorenzo, dall’11 dicembre 2021 al 13 marzo 2022 la mostra Alessandria il Novecento. Da Pellizza a Carrà una storia di artisti, curata da Maria Luisa Caffarelli e Rino Tacchella, nel cui comitato scientifico c’è la mia amica Chiara Lanzi, oltre a Roberto Livraghi che è il direttore del mueso ACdB, al terzo piano dello stesso Palazzo, che consiglio caldamente di visitare (notare, nel territorio ci sono ben due musei dedicati alla storia e alla cultura della bicicletta, questo e il Museo dei Campionissimi di Novi).

L’esposizione intende raccontare il contributo che artisti nati ad Alessandria e nella provincia diedero alla storia dell’arte italiana nel Novecento. La fioritura artistica del territorio, soprattutto nella prima metà del Novecento, legata a personaggi come Leonardo BistolfiGiuseppe Pellizza da VolpedoAngelo Morbelli e Carlo Carrà, individua una sorta di genius loci: dai protagonisti delle maggiori correnti artistiche del XX secolo (dal Simbolismo al Divisionismo, al Futurismo, alla Metafisica, alle avangiardie del Novecento) un vasto numero di artisti hanno operato attivamente nel corso del secolo nel territorio alessandrino. Di Pelizza vi ho raccontato moltissimo, in questi anni, non solo perché la mia amica Luisa ci abita in mezzo, alle strade di Pellizza, ma anche perché la mia amica Lia Giachero è nell’Associazione Pellizza , che coordina molte delle iniziative.

Di Bistolfi, se andate anche solo a Crea, potete ammirare una cappella dal deciso sapore simbolista, e a Casale diversi monumenti pubblici, in particolare il Monumento ai caduti vicino alla stazione), ma anche nel cimitero monumentale di Alessandria ci sono diversi suoi lavori (e anche una cappella di Portaluppi, naturalmente).

Quindi se non temete di scendere nel Bronx del Piemonte sud orientale, c’è pane per i vostri denti – e anche i Baci di Gallina, in via Vochieri, che in teoria da soli varrebbero il viaggio. (Ve l’ho detto, questo è Alpslover per il sociale)

Aggiornamento del 23 mattina – pare che l’Austria si avvii a un nuovo lockdown…

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Ritorno (natalizio) in Val Formazza

Mentre nel natio Mandrognistan c’era una nebbia spessa come i batuffoli di cotone, io, lo ammetto, avevo voglia di sfuggire alla depressione da inverno padano

Come sapete, io amo l’inverno, ma nella Padana Tal l’umidità ti penetra nelle ossa in un modo tale da farti venire voglia di stare a casa ben rannicchiato sotto al plaid, e anche andare al cinema, se poi devi farti largo a colpi di machete nella nebbia per tornare a casa, richiede molta molta motivazione. Quest’anno, infatti, mentre metà del mondo fa i conti con un caldo più caldo del normale, qui siamo tornati, come quando ero bambina, a svegliarci e a non vedere la casa di fronte. Wow.

Così stamattina mi sono adeguatamente preparata, ho scaricato la mappa dal sito, ho controllato sull’edizione locale de “La Stampa” e mi sono fatta largo nella nebbia sino a Crodo. Per mera informazione, la nebbia finisce tra Romagnano e Ghemme, e dalle nostre parti è molto più fitta. Sul lago Maggiore c’erano 12 gradi, come a Cogoleto, e a Crodo otto. Wow.

Da alcuni anni una delle cose che Lulù vorrebbe fare nel mese di dicembre è visitare i presepi sull’acqua di Crodo, e io alla fine, dopo aver nicchiato un paio d’anni, ho finito per andarci da sola (“stronza, sei andata senza di me”, mi sono sentita giustamente dire al telefono. D’altro canto Lulù è molto più buona e solidale di me e ha passato questi ultimi sabati vendendo marmellate e altre cose varie per conto del canile di Tortona. Io ho messo mano al mio non particolarmente gonfio portafogli e ho fatto donazioni.)

La mappa dei presepi

Come si vede, sono moltissimi, circa una sessantina, e possono essere raggiunti sia a piedi sia in auto. Io a piedi ho visitato tutti i presepi del paese di Crodo, partendo dal centro e terminando in zona terme. Non vi dettaglio l’itinerario, perché la cosa, personalmente, che trovo più simpatica è proprio l’andare a zonzo, seguento i cartelli numerati disseminati in paese (e nelle frazioni) e scoprendo incantevoli scorci del luogo.

C’è ancora un po’ di neve, e altra, prevedono i modelli, scenderà intorno Natale, quindi se prevedete, come me, di non limitarvi alle strade asfaltate, vi consiglio di munirsi di scarpe adatte e soprattutto antiscivolo. Una cosa che per noi abituati all’umidità che ti scivola nelle ossa è sicuramente positiva è il freddo secco: sabato nel primo pomeriggio come dicevo c’erano 8°, molto più caldo che giù, e quando a sera la temperatura è giustamente precipitata, quasi non me ne sono accorta.

Nelle frazioni, se prendete l’itinerio per gli orridi di Uriezzo che ho descritto più volte (l’ultima qui ) trovate altri tre presepi, uno nella fontanella della cooperativa “L’erba büna”, uno nel lavatoio di fianco al ristorante, e una nella fontana nei pressi del ponte sulle caldaie del Toce, e naturalmente potete sempre partire dalla centrale di Verampio, come consiglia anche il depliant che potete ritirare in municipio a Crodo.

Sabato davanti alla parrocchiale di Crodo la Pro loco distribuiva generi di conforto, non c’era un grandissimo affollamento, la giornata come detto era splendida e a sera la luna quasi piena rischiarava le montagne. (lasciate un’offerta, per favore, che si occupano di tutto e sono davvero gentili e simpatici)

Dei presepi, opera dei ragazzi delle scuole e di privati, il mio preferito, va da sé, è quello a base di Crodino dei ragazzi della scuola elementare

A Domodossola tra l’altro, c’era un piccolo, simpatico, mercatino natalizio, così la mia voglia di Natale è stata soddisfatta (essere riconosciuta dal proprietario del ristorante “La Fugascina” di Mergozzo, è il top)

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Sabato gattiiny e…domenica al mare

Domenica ha smesso di nevicare, e io, dopo un po’ di giornate al gelo e con le gomme da neve fresche da provare (su Giulietta, che è più nuova, dato che Meggie va con qualunque tempo anche senza gomme da neve, e infatti ha sguazzato senza problemi nel cortile lasciato poeticamente intonso dal padrone di casa dell’Istituto) ho deciso di andare al mare.

Se vi chiedete coome mai ho preferito il mare alla montagna, vi dico che passare da meno -2 (e anche meno…meno) a +10 comincia ad avere un certo fascino, per noi terza età, che dai tempi della Regina Vittoria notoriamente andiamo a svernare nei climi temperati.

Certo snobbare la folla della montagna per la folla del mare non sembra un’idea buonissima, ma anche qui, basta togliersi dalle località e dalle piste più battute. E c’è una ricompensa.

Sarà che molti si fermano sulla parte più battuta della passeggiata, sarà che tutti, chi più chi meno, fanno sport, e questo ci salva dal dover portare la mascherina (e dall’appannamento degli occhiali che l’accompagna in inverno), sarà che chi ha bambini si ferma in centro all’ufficio postale di babbo Natale (però non so se oggi potevi acquistare le focaccine fritte come l’altra volta), insomma anziché andare a fare nordic al cimitero e al gelo (con il rischio che il mio dente ballerino non regga sino alla data fissata per l’intervento che è molto in là nel 2022, Covid permettendo) adesso vado a farlo a Cogoleto.

Come ho già detto più di una volta, partendo dal porto di Arenzano si può andare, in pratica, a piedi sino a Varazze. Con dodici gradi. Con un vero tramonto di Liguria

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