Un nuovo posto

Finalmente ho passato tre giorni camminando, e senza fare un trekking….Come ho già detto io e Luisa siamo andati alla ricerca di un posto nuovo, e abbiamo scoperto il lago Sirio, vicino a Ivrea, uno dei diversi laghetti glaciali nascosti nella Serra d’Ivrea, l’antica morena del ghiacciaio balteo. Scoperto su internet, anche, che il perimetro del lago era di circa tre km, quindi una piacevole passeggiata.

Arrivarci, ci siamo arrivati abbastanza facilmente e abbiamo lasciato l’auto nei pressi del parcheggio a fianco dell’area sosta camper “Sirio”; siamo scesi in riva al lago, abbiamo interrogato un gruppo di locali decisamente con un look più sportivo del nostro, e avuto la conferma, come per altro era già chiaro da Maps.me, che non c’era un vero e proprio sentiero che facesse tutto il giro del lago.

Pazienza, abbiamo iniziato comunque a passeggiare fotografando il lago, le papere, il castello di Montalto Dora, i cani che passeggiavano (tanti cani che passeggiavano) e alla fine ci siamo ritrovate sulla strada asfaltata. Siamo arrivate sino alla Società Canottieri Sirio (dove per entrare c’era un tornello, probabilmente per tener lontani i plebei come noi che volevano avvicinarsi al lago a sbafo), e poi siamo tornate indietro (altri cani, altre persone).

Abbiamo preso un caffè allo chalet Moia, che aveva appena riaperto dopo la pausa invernale, dove la gentilissima titolare ci ha chiesto il Green pass anche per sederci all’aperto e poi ci ha raccontato un po’ di cose, ad esempio che in estate il lago è un vero e proprio centro balneare e che nei boschi circostanti c’erano un po’ di sentieri e di luoghi panoramici – e soprattutto, che, potendo, in estate nei week end c’è una gran folla e quindi per noi asociali è meglio l’infrasettimanale. Ce ne siamo andate augurandole ogni bene e abbiamo preso lo sterratino che costeggia il lago sino alla piattaforma (chiusa) e poi sino alla svolta a fianco del ristorante “Il cigno”, chiuso pure lui, scoprendo che la stradina asfaltata che costeggia il lago in realtà è percorribile solo dai residenti. Quindi abbiamo camminato insieme a joggers in maglietta, per ritrovarci non molto lontano da dove eravamo partite (ossia il sentiero per il cosiddetto Roccione).

Alla fin fine, contachilometri alla mano, il giro del lago lo abbiamo fatto due volte. In ogni caso, i laghi di Ivrea sono tutti da scoprire ( qui c’è la descrizione di un itinerario che direi vale la pena di affrontare e che ci è anche stato consigliato dal gruppetto di locali).

Siamo ripartite ad un’ora decente e poi ci siamo perse intorno a Ivrea. Ora, in tutte le sei o sette volte che mi è capitato di dover uscire da Ivrea, ad eccezione della direttrice val Chiusella – Cuorgnè- Ceresole, mi sono persa. Sempre, sempre, sempre. Come essere nel triangolo delle Bermude. Una volta mi sono persa talmente bene che ho preso l’autostrada a Scarmagno. Spiegatemi il perché. Il navigatore si è messo a fare cose strane, la cartellonistica è quella che è, e prima di ritrovarci sulla strada giusta abbiamo perso una ventina di minuti buoni.

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Ci toccano

Punxsutawny Phil , povero lui, ha parlato: ha visto la sua ombra, più prosaicamente è zampettato su una della pergamene predisposte dall’ Inner Circle a Gobbler’s Knob: six more weeks. D’inverno, naturalmente. C’è da dire, almeno a vedere le immagini, che faceva alquanto freddino, stamattina* in Pennsylvania, dove, come in tutta la costa est stavano aspettando neve e ghiaccio (un altro po’). Come dice la mia amica di Roma (quella che mi dà della nordica): sono pazzi.

A vederli, parrebbe che alle sette di mattina siano già tutti molto molto alcoolicamente allegri. Invece no. O almeno, stando alle regole del gioco che si trovano sul sito https://www.groundhog.org/, niente alcool in situ (ma chi arriva alle tre del mattino, voglio vedere se ci arriva santo e sobrio), niente sedie, niente auto, meglio non andare a piedi che sono tre km dal centro in mezzo alla neve al ghiaccio e alle radici degli alberi, e no le barriere architettoniche …insomma meglio evitare di andarci in carrozzina. Non è adatto ad anziani e bambini, e soprattutto copritevi bene, che fa freddo.

Ricordate la faccenda che in mezza Italia è inverno, e nell’altra parte no? Là uguale, in peggio (e fa pure più freddo) Mezza oddio, tre quarti: noi in pianura grazie all’inversione termica abbiamo freddo e pure lo smog, altrove è stata sempre primavera: un mio amico a Torino aveva i gerani alle finestre (sulla faccenda dell’inversione ho chiesto lumi a @giulio-firenze, il mio climatologo guru del twitter, perché io con la fisica, dai tempi del liceo, ho poco commercio).

Ah, insieme all’ombra di Phil, un’altra cosa era assente nei boschi della Pennsyvania: il Covid. Assente dalle indicazioni del sito, mentre su quello ufficiale dello stato https://www.health.pa.gov/topics/disease/coronavirus/Pages/Coronavirus.aspx ti danno una serie di indicazioni (mascherine, distanziamento sociale e vaccinatevi, le solite insomma)

Gli organizzatori dicevano tutti felici: c’è una marea di gente, diecimila persone, tutte qui finalmente. Appiccicate. Ci fosse stata una mascherina una (sciarponi e passamontagna sì, ma non per il covid).

Si vede che il gelo congela il virus (a meno di non esserci un bel focolaio tra qualche giorno: ma “COVID is tough, but Pennsylvanians are tougher”, contenti voi. ) Nello stato, dalla fine di giugno 2021 non è più obbligatorio indossare la mascherina se si è vaccinati. Quindi gli amici di Phil non sono novax. Godiamoci l’inverno.

Phil (courtesy Cnn)

Che poi, da noi è la Candelora, de l’inverno semo fora ma se piove o tira vento, per quaranta giorni siamo ancora dentro (almeno in Piemonte, ho scoperto, sempre nella mia bolla di twitter, che va bene in Toscana, in Veneto – forse – ma non in Umbria; è il ruolo del vento che è controverso. In ogni caso qui oggi c’era il sole, e niente vento, però il foehn dei giorni precedenti ha portato via la nebbia, per fortuna) Prima ancora c’era Imbolc, la festa celtica in cui l’inverno lascia il passo alla primavera, e infatti bisogna pulire casa – sempre saggi, gli antichi.

  • in realtà quando ho finito di scrivere era già il 3 febbraio, quindi è più corretto ieri mattina
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Fuga dal nebiun

In questo periodo siamo stati invasi dall’alta pressione. E alta pressione sulla pianura padana vuol dire nebbia, vuol dire smog, vuol dire freddo umido con temperature sempre molto vicine allo zero, o sotto, la notte, sempre. Se in mezza Italia l’inverno deve ancora farsi vedere (una mia amica che vive a Roma giorni fa mi parlava di sedici gradi e sole, dandomi della “nordica”), io abito nell’altra metà.

Ho guardato i modelli: la prossima settimana avremo…alta pressione e altro nebiun, suppongo. Per la cronaca, non ricordo quando è piovuto l’ultima volta. Forse (forse) quando ero al sole della Riviera. Non benissimo.

Lo ammetto, questo freddo umido, in cui il sole, quando si riesce a vederlo, è un pallino sbiadito, e la sera, come ai bei tempi andati, non riesci a vedere la casa al di là della strada, non mi fa venire una gran voglia di camminate. Diciamo pure che invoglia alla pigrizia.

Così quando te la scrolli di dosso, anche solo per un paio d’ore, vai a cercare il sole. E visto che Luisa è un’ amante del mare, e anch’io, specie fuori stagione, abbiamo speso uno degli ultimi scampoli di A26 non intasata dai lavori, per una bella passeggiata stile “Genova per noi”, “un’idea come un’altra”.

E come sempre la luce invernale è magica- e l’aria, per quanto strano sembri, è decisamente più sana. E poi, Genova è una città stranissima, arrampicata sull’ a montagna, e allo stesso tempo buttata a mare. Così passo dopo passo, abbiamo anche pianificato una cosa che sto meditando da un po’, cioè il giro ai forti di Genova, partendo dal Righi, che non ho mai visto.

E poi, quanto è bella la cattedrale di Genova protetta dal suo leone triste? Visto che oggi hanno rieletto Mattarella, il sole ci porta una ventata di ottimismo ( per la cronaca, ero in montagna mentre lo rieleggevano, a scoprire un altro pezzo di Piemonte. La sua faccia in tv, la sera, diceva piuttosto “ Siete un branco di incapaci”. Congratulazioni a lei, presidente, e che Dio o chi per esso ce la mandi buona -come si sarà capito non faccio parte delle Draghi girls, specie dopo aver visto il preventivo del riscaldamento).

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Oggi

Per me gli anni della hanno coinciso con gli anni della giovinezza, e quindi del pericolo e della sofferenza. Questa esperienza mi è stata preziosa, perché proprio in montagna ho imparato alcune virtù fondamentali: la pazienza,l’ostinazione,la sopportazione.
Primo Levi

Grazie a @serpilloc che me lo ha ricordato

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Vacanze di Natale ecc. Retro -Nizza

Come sapete, uno dei motivi per cui amo la Costa Azzurra non è la costa (o meglio, non è “solo” la costa), ma tutto l’entroterra. Ho già esplorato una parte della valle del Roya, quella che è stata colpita, lo scorso anno dalla tempesta che ha devastato Tenda, Breil e le zone limitrofe.

Devo ancora approfondire la conoscenza dell’entroterra nicese, il parco del Mercantour e la zona del Var (che non è ovviamente la cosa che fa scoprire all’arbitro se avete fatto goal voi o se lo ha fatto Dybala, ma è un fiume. Anzi è IL fiume che separava, un tempo, la Francia dal Piemonte).

Come sempre, non sapendo da che parte cominciare e avendo chiesto all’oracolo, ossia alla guida Lonely Planet, e ad amici e conoscenti, tra i vari itinerari, ho scelto les Gorges du Daluis e ho messo il navigatore. Ora come sapete, io con i navigatori non ho un rapporto ottimale (dopo quella volta che a Wiesing ci indirizzò felimente davanti ad un muro), e comunque controllo sempre l’itinerario.

Già sapevo che la strada era lunghetta, e ad un certo punto ho avuto la vaga sensazione di aver sbagliato strada. Poco male, ho pensato, ora mi dice di tornare indietro (“Ricalcolo”). Non lo ha fatto, io mi sono tenuta i dubbi e ho cominciato a salire. Era una giornata splendida, faceva un caldo che da solo era la miglior esemplificazione del tracollo climatico che stiamo vivendo (riscaldamento spento e finestrino aperto ) e io continuavo a salire attraversando foreste mediterranee disabitate, e paesini deserti. Non un’anima in giro. Nemmeno un cinghiale, e questo invece mi pareva ancor più inquietante. Alla fine, riconosco nel passo St. Raphaël un luogo che avevo trovato sulla mappa, la strada scende, e mi ritrovo finalmente nella valle del Var, e con la strada invasa dai caprioli. Io li vedo da lontano e rallento, il suvvone che ho davanti no e rischia di finire fuori strada per un pelo. La departimentale è una strada a scorrimento veloce (ho scoperto che ho perso un’ora, quasi, vagabondando nella zona di Interesse naturalistico delle prealpi marittime, dove dovrò tornare, naturalmente, ho incrociato panorami insuperabili) e la gente se ne va infischiandosene abbastanza dei limiti di velocità e dei centri abitati.

Dei paesi che ho attraversato, mi sono fermata, come avevo comunque in mente di fare, solo ad Entrevaux, per via del suo centro medievale racchiuso nelle mura e per la sua cittadella fortificata da Vauban. Deserto, tranne per un tale evidentemente alterato che picchiava contro una porta chiamando una donna.

Finalmente inizio ad arrampicarmi lungo la strada che porta alle gole, in un paesaggio che ricorda in tutto e per tutto la Val Borbera, e mi fermo in un parcheggio, alle porte di Guillaumes, dove riconosco le indicazioni per il point sublime. Prima prosegui lungo la strada asfaltata per raggiungere il punto detto del Volto di Donna, da dove si vede ben dall’alto il canyon scavato dal torrete Daluis, poi torno indietro per fare il sentiero che raggiunge una serie di punti panoramici. In realtà, dato che il vagabondaggio ha fatto trascorrere le ore pomeridiane, non sono arrivata sino al punto più alto, perchè ho temuto che il buio calasse troppo in fretta. In compenso, nel punto mediano ho incontrato finalmente un’anima viva, un uomo che come me era lì per fotografare, e che mi ha salutato un po’ sorpreso . Come vedete, tasso di distanziamento livello pro.

Naturalmente al ritorno non ho messo il navigatore e sono tornata a casa senza incidenti.

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Vacanze di Natale ecc: La lunga strada

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Vacanze di Natale (ecc.) 3 Bord de mer definitivo ( e affini)

E poi, più della Croisette, della passeggiata a mare di Rapallo o di Viareggio, c’è la Promenade, con le sue sedie blu e gli hotel e gli hoover, i monopattini i bambini che giocano e i cani chic che vanno a spasso.

È lunga. Sono 7km in tutto e non credo che il turista medio voglia farsela tutta, a meno che non sia un runner. Arriva in pratica sino all’aeroporto .

Mi è accaduto , molto tempo fa di fare a piedi tutto il Newskij Prospect di San Pietroburgo- che ancora si chiamava Leningrado, pensate al tempo che è passato – e alla fine ero solo stanca, probabilmente anche se avessi incontrato Pietro il Grande redivivo non ci avrei fatto caso.

La promenade non è così lunga, il Prospekt è di circa 11 km e dal centro porta a quella che era allora una periferia sul mar Baltico, eppure mi è sempre capitato di associarli anche se ammetto di non aver mai capito bene che cosa me li faccia associare, se non il fatto che a Nizza c’è una basilica russa, come c’è a Sanremo, per i russi facoltosi che venivano nell’ Ottocento e che hanno ripreso a venire, Covid permettendo. Misteri del mio subconscio.

A fianco dell’Hotel Negresco, che non ha bisogno di menzioni, se avete visto una volta Caccia al ladro, nei giardini del Palais Masséna*, entrando sulla destra lungo il muro di cinta, c’è il memoriale delle vittime dell’attentato del 14 luglio 2016. In quel periodo c’era a Nizza una cara amica, che stava frequentando un corso di specializzazione. Quando sentimmo le notizie, Francesco mi disse di chiamarla subito, cosa che ovviamente non feci, lasciandole un whatsapp in cui le chiedevo semplicemente se stava bene e se dovevo fare qualcosa. Mi rispose solo, “ Tutto ok, chiamami domani”. Il giorno dopo restammo al telefono due ore; in cui mi raccontò di come “ per caso” avessero deciso di sentire il concerto di musica rock dopo i fuochi artificiali sulla spiaggia, incamminandosi in direzione opposta a quella del camion dell’attentatore, che avevano ben visto dietro di loro, prima che fosse colpito dalla polizia, mentre loro scappavano nella folla. Di come un tassista magrebino li avesse raccolti e riportati a casa sulle colline, senza volere nemmeno un centesimo. Di come alla fine, lei e il suo ragazzo , si fossero resi conto di tenersi ancora per mano, e che questo, probabilmente, aveva impedito che si separassero nella calca.

Le Negresco

Se siete a Nizza, non potete fare nello stesso giorno la Promemade e il centro, e il Vieux Nice, a meno di non dare un’occhiata senza vedere nessuno dei tre. Io che Nizza la conosco bene, ad esempio, non ho ancora visto il museo Matisse, e i reperti romani. Nizza è grande, non solo perché è la città metropolitana della regione PACA, È proprio estesa, dalla collina al mare, e si finisce per percorrere notevoli distanze a piedi. E poi, la luce della riviera sulla Promemade ha ispirato innumerevoli artisti, fermarsi e guardare è un utile esercizio.

Lezioncina di Storia. Massena era un generale di Napoleone, che era nato a Nizza , che strano (c’è la piazza, il palazzo, un liceo, e pure la statua nei giardini). C’è anche una splendida, e molto piemontese, piazza Garibaldi, che era di Nizza pure lui, che allora era piemontese ( e infatti si arrabbiò molto quando Cavour la cedette ai francesi. Sempre Nizza).

La sedia blu
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Entr’act: Adventures in nebiun

Invece di proseguire nella serie sulla Costa Azzurra, anche per rivivere questo bel periodo appena trascorso, vi racconto di cosa si può fare nel natio Mandrognistan, dove notoriamente non si sale ma si sprofonda (letteralmente come vedremo).

Sabato sera avevo una cena con amici a Tortona, quindi, sospettando che la nebbia mattutina si sarebbe trasformata in nebiun condito con galaverna (ossia in spessa nebbia bagnata ghiacciantesi al contatto con il suolo – come direbbe uno che sa di metereologia) il pomeriggio e la sera, avevo rinunciato all’idea di andare a fare escursioni fuori Alessandria. Tuttavia, mentre ero bella tranquilla a scrivere nel primo pomeriggio, mi chiama mia cugina, mi dice “ma sei a casa? andiamo a camminare?” Vuoi dire di no? Appunto.

Così prendo l’auto, scopro che c’è stato un qui pro quo (pensava andassi direttamente da lei a piedi); stabilito questo, mi ha portato dietro la zona commerciale a fianco del Tanaro, dove si aprono alcune piste sterrate (che già qualche amico mi aveva segnalato come promettenti). Scopo ultimo: andare a piedi sino a Solero ( e farsi riportare indietro da un suo amico che vive lì – il quale, messo al corrente della cosa da Millina, ha risposto più o meno Ma te tei màta ). In ogni caso con chi poteva mettere in pratica l’allegro progetto?

Allora: trattasi di percorso ciclabile/pedonale, che non attraversa assolutamente la pericolosissima statale Asti Torino, ma corre parallelo alla analoga ferrovia, superandola, all’inizio, grazie a un sottopasso che si trova in via Vecchia Torino. Sono circa 7 km, assolutamente fattibili da vecchietti e affini e una passeggiata per una veterana del CAI come lei. In ogni caso mi dice di andare in esplorazione perché fa comunque troppo freddo (siamo ben felicemente sotto lo zero), e poi devo andare a cena ( e questo implica un po’ di tempo per trasformarmi da un ammasso di maglioni a un essere umano elegante).

E poi c’è il nebiun: se nel mio quartiere il sole splendeva alto e forte, all’altezza del ponte Tiziano (l’altro ponte, meno famoso del suo omologo Meyer), si traforma in un “lampo giallo al parabriz” come diceva il poeta (di noi Mandrognistani, a tutti gli effetti) e si traforma in una pallina galleggiante in un mare di nebbia.

Scendiamo, e scopro di aver dimenticato i guanti. Grave errore. Meno male che il giaccone ha tasconi profondi. Saliamo su quello che è a tutti gli effetti l’argine del Tanaro, che scorre poco lontano. Ci accoglie un cartello relativo alla costruenda pista ciclabile i cui lavori di asfaltatura dovrebbero terminare …nel dicembre 2021. A vedere e soprattutto provare, direi che non sono mai iniziati. Dopo cento metri, il fango si fa pesante ( ed è effetto dell’umidità) e non si vede pressoché nulla. Ma proprio nulla. Ovviamente non c’è nessuno, neanche qualche altro solitario fachiro che porta fuori un qualche cane altrettanto fachiro (quelli di Luisa, mi racconta il giorno dopo, il sabato hanno stazionato tutto il giorno tra cucina e divani – e sono cani da caccia).

Camminiano a passo abbastanza sostenuto, più che altro per evitare l’umidità che ti si insacca nelle ossa.

Ci fermiamo solo per ammirare i ghirigori che la brina traccia sulle piante, vestendole di un gelido biancore.

Camminiamo senza sapere bene dove siamo sino a quando appare evidente che il sole sta tramontando. Solo al ritorno, dopo un po’, ci rendiamo conto di aver oltrepassato di un bel tratto l’area commerciale del Bennet, le luci accese e i fari delle auto ci danno un’idea del complesso che all’andata avevamo completamento perso, credendo che fosse oltre il viadotto autostradale mentre in realtà è sotto.

In ogni caso abbiamo inanellato i nostri cinque km, andare a piedi a Solero, magari in primavera, pare fattibilissimo, ho dovuto buttarmi sotto la doccia per scaldarmi appena arrivata a casa, da allora ho un vago sospetto di mal di gola, che nemmeno la paranoia più totale mi fa attribuire al Covid.

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Vacanze di Natale ecc. 2. Bord de mer

Camminare /correre lungo il mare è sicuramente meglio che dietro un canale di scolo; e anche questo l’ho già detto. Per cui, quelli che possono camminare/correre in luoghi ameni un po’ li invidio. Li invidio tanto, in effetti. Magari non giungerei agli estremi di farlo a torso nudo (appena visto, dintorni di Nizza) o in cannottierina e short (passeggiata a mare di Mentone), ma prima che le temperature scendano un po’, devo dire che in questa fine anno le temperature sono state molto più che anomale. In tutto il periodo in cui sono stata in Costa Azzurra ho abbandonato il cappotto, ho cercato di arrangiarmi in ogni modo con quello che avevo, e ho sempre sempre sudato – al punto da chiedermi se alla fine non correvo il rischio di ammalarmi, ma non di covid.

Vi segnalo quelle che sono, in zona, le mie camminate lungo il mare preferite.

La prima, ovviamente, è quella di Mentone. Dalla spiaggia di Garavan si arriva tranquillamente sino a Roquebrune. Sono circa tre km, a secondo del punto d’inizio, e oltre che dai vecchietti come me è frequentata da runner di tutti i generi.

La seconda è quella di Cap Martin. Se avete le gambe potete partire direttamente da Mentone, se non ce la fate, potete lasciare l’auto in uno dei parcheggi di Roquebrune, vicino al mare o nel piazzale vicino al Palais de Carnolès. E’ bellissima specie al tramonto e costeggia diversi punti panoramici sugli scogli, molto selvaggi e mediterranei. Allontanandosi dal mare e facendo un giro lungo le viuzze della collina (non c’è un itinerario preciso, l’ultima volta ho seguito google maps a piedi e mi sono persa, come al solito – lo so, ho dei problemi con i navigatori) si arriva al Cabanon di Le Corbusier, che non si visita – o meglio, si visita con visita guidata, prenotabile solo online, e con Greeen pass obbligatorio per le persone di più di 12 anni ( tutte le informazioni necessarie qui ). Io l’ho visto con Francesco da fuori, ed è bello comunque , specie se siete appassionati di architettura contemporanea.

La terza è quella di Cap Ferrat. Io ho fatto la promenade des Fossettes, che è molto bella, e si conclude con un’aerea traversata su una spiaggetta bellissima, la Paloma beach; mi dicono che la traversata vera e propria del Capo, sino al faro, sia ancora più bella. E quindi ho ancora luoghi da scoprire e miglia da percorrere… (semicit). Per entrambe si lascia l’auto nel parcheggio a Saint- Jean- Cap- Ferrat, sperando di trovare posto (il più grande è vicino al porto turistico) e si va verso sud. Da visitare, villa Ephroussi de Rothschild (prenotazioni sul sito), che più Liberty non si può, e che credo si veda – almeno da quello che si capisce dal trailer- nel nuovo film di Downton Abbey. Nulla di strano, è una location letteraria per eccellenza e pure Scott Fitzgerald ne parla in Tender is the night senza menzionarla (capito perché mi piace tanto questa zona?)

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Vacanze di Natale ( senza cinepanettone, con mascherina, e in solitaria: una serie)

Sul perché abbia deciso di camminare al mare ho già detto ( in questo post di non molto tempo fa). Posso dire, come aggiunta, poiché me ne sono resa conto solo vivendolo, che invecchiando sono sempre più simile a mio padre, che camminava in montagna in estate, trascinandosi dietro la famiglia e gli amici, e camminava al mare in inverno – o per lo meno nell’ entroterra- sempre trascinandosi dietro la famiglia e per lo più gli stessi amici.

Ho infatti memoria sempre più nitida di molte vacanze di Natale trascorse a Sanremo, in una pensione, credo, di amici o parenti dei Zaccone del Bar Sport, in un posto che già si arrampicava sulle alture Sanremesi – sia mai che non ci sia salita da fare, ma da cui si sentiva abbastanza bene la ferrovia che era al di sotto, tant’è vero che andavo a letto con il Trans Europe Express, che si fermava in stazione più o meno alle dieci e un quarto- dieci e mezza, già una concessione rispetto al ferreo orario del sonno di casa. Poi naturalmente c’è stato Chiavari, dove la salita Bacezza si faceva sia in estate sia in inverno, in questo secondo caso più volentieri, e tra i due un alberghetto di Rapallo, il più vicino alla passeggiata a mare, che credo esista tutt’ora, dovrò controllare, dove a Capodanno si facevano delle feste carine, o per lo meno è lì che mi ricordo di aver visto i miei genitori tutti allegri, eleganti e in tiro, come quando uscivano in città. Insomma, giovani.

In Costa Azzurra, o meglio, a Mentone, ci siamo approdate io e mia madre, un po’ di anni fa, perché Monaco e Nizza facevano parte del bagaglio solito di chi svernava a Sanremo, compreso il Casino, dove venivano spesso gli amici di mio padre a giocare e dove lui li accompagnava volentieri, per la compagnia, sostanzialmente, perché il gioco in sé lo annoiava a morte, il che spiega perché mia madre, di solito molto apprensiva, lo lasciava partire senza particolari patemi per le nostre finanze. Papà, se andava bene, puntava un gettone da 5000 lire, vinceva o perdeva e finiva tutto lì, poi stava a parlare con i croupier e i giocatori incalliti nella sala da fumo o stava a guardare. Quel che preoccupava mia madre era la macchina sportiva con cui andavano a Sanremo o StVincent, con tempistiche da pilota di formula uno.

Il vieux village

Fondamentalmente, ci siamo fermate per la spiaggia, ampia, e libera, ancorché sassosa. Molto sassosa. Adesso per fortuna un po’ di sabbia riportata c’è, ma agli inizi, c’era davvero da rimetterci le caviglie.

Poi ci siamo innamorate della città vecchia e delle sue viuzze, e soprattutto della vista dalla cima del Castello, ossia dalle rovine del torrione che sta in cima alla collina del cimitero ( il fatto che si chiami salita al Castello e in effetti il castello non ci sia di solito fa imbestialire il turista di passaggio, e chi non è avvezzo alle scorrerie dei saraceni che dalla base di Saint Tropez- mica stupidi – risalivano sino alla Val Bormida.)

Poi ci ho portato Francesco ed è piaciuta anche a lui. Poi c’era (c’è ancora) la possibilità di ammirare un manufatto di Le Corbusier praticamente a due passi – le prime volte gli piaceva ancora camminare.

Dal punto di vista gastronomico, lo ammetto, non sono molto ferrata. Quando andavamo io e mia madre facevamo un picnic in spiaggia e di solito era il momento delle sue polpette di melanzane, che adesso ancora mi faccio. Il picnic sulla spiaggia era una cosa che a Francesco dava particolarmente fastidio perché lo associava ai boy scout, una cosa strana perché né io né lui li abbiamo mai frequentati.

Il nostro posticino era La Mandragore, che si trova in uno slargo di rue St Michel, in una deliziosa piazzetta. Io adesso vado spesso al Cafè Italiano (si chiama così, non è un refuso) a due passi dai giardini Biovès, dove fanno un caffè eccellente, che è l’unica cosa che quando espatrio mi manca, che per di più non costa un rene come di solito succede.

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