Buon 2022

Buon anno, e che sia meno weird (che a sto punto tradurrei non tanto come strano, ma come assurdo) del 2021. Lo dice Margaret Atwood, e sottoscrivo in pieno

Il gatto mangia albero

A dire la verità, non è chiarissimo che cosa si debba augurarci, dato che nell’anno passato siamo continuamente caduti dalla padella alla brace e poi siamo finiti direttamente in forno: l’elenco delle cose che dobbiamo augurarci è così deprimente ( salute, lavoro, bollette) che preferisco augurare a tutti di avere il superfluo: musica libri vestiti arte champagne al chiaro di luna e tante montagne.

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Vacanze di Natale (senza cinepanettone ma con mascherina)

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Post Christmas

Cari tutti, quando leggerete ciò io sarò a riposarmi da qualche parte, e ci vedremo/sentiremo nel nuovo anno, sempre che non mi / ci prenda qualcosa, ma del resto ho prenotato un tampone per il ritorno, che ormai non si è più sicuri di niente.

Ho santificato il post Natale facendo un salto ad Aosta per il Marché Vert Noel, con il cugino piacione, santificato naturalmente con un pranzo alla sempre meritoria Trattoria di Campagna di Sarre.

Poi siamo andati al mercatino ben mascherinati: quest’anno oltre alla consueta collocazione intorno al teatro romano, alcuni stalli si trovano nella piazza dell’arco Romano chiusa al traffico.

Gli espositori sono più o meno gli stessi, alcuni si possono trovare anche alla Fiera di St.Orso o a quella di Donnas. Abbiamo girovagato tra i banchetti, comperato il formaggio che il cugino cercava, guardando gli oggetti, bevuto un vin brulé per scaldarci (ma faceva sempre meno freddo che qui)

Non so se è stato l’effetto tristezza dopo Natale, se è l’effetto tristezza del mercatino, o l’effetto tristezza complessivo del momento in cui viviamo, ma l’impressione che ho avuto è stata di un evento mlto sottotono rispetto al passato. Certo non è il Natale dello scorso anno, ma dell’inverno (quello di Game of Thrones, che durava secoli) non siamo ancora fuori.

Acquisti del giorno: una calamita con il castello di Sarre (appunto)

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Auguri (con la morale, come sempre)

Prima di tutto gli auguri, questo post viene pubblicato il giorno di Natale e io sono una donna, sono italiana, sono una madr..ah no, ma forse madre di gatto e zia putativa e gnagna conta per qualcosa (sorvolo sulla religione).

Siccome intanto che digerite il cappone, qui al nord (al sud sinceramente non so, illuminatemi), è giusto che pensiate a cose serie, vi racconto una favola natalizia con la morale.

Incipit: in terza elementare avevo scritto nei compiti delle vacanze che dopo il pranzo avevo pensato al significato profondo del Natale. Il suggerimento veniva da mio padre, e la maestra accanto al tema scrisse, giustamente, “non ci credo” e io ci rimasi male e ricordo che quel voto fu oggetto di discussione in famiglia. Non ricordo ovviamente che cosa avevo fatto in realtà, probabilmente ero andata a fare una passeggiata al gelo in riva al Tanaro con mio padre, che alle feste comandate si annoiava moltissimo.

Sottolineo che alle elementari negli anni Sessanta le maestre, immagino quelle molto severe come la mia, ma non solo, ti davano dei TEMI da fare come compiti delle vacanze, anatema.

Comunque, dopo l’inizio con il Natale passato, c’erano gatti anche lì, perché dai miei nonni a Masio ce n’era sempre un numero variabile, ma mai meno di tre, passiamo al Natale presente.

La storia inizia online, precisamente su Twitter, dove nella mia bolla si parla principalmente di gatti e di montagna (ma che strano…). Comunque la scorsa settimana, nella mia TL una delle ragazze che seguo ha pubblicato una foto del suo gattone Panchito dentro a un #saccoscaldagatto, tutto contento. Come l’ho visto, ho pensato, questo è perfetto per la mia bimbona che attualmente passa le sue giornate attaccata al termosifone in cucina, o nel suo cesto strategicamente posizionato per guardar fuori – solo che adesso che siamo nel nebbiun ha poco da vedere. Così c’è stato un frenetico scambio di messaggi via Twitter, e Cristina, la bravissima ragazza di Bari che li fa per hobby, ha acconsentito a farmene due, uno per la bimbona e uno per Cinorosino, che sono i due gatti abitudinari – Fanny di solito occupa abusivamente posti altrui, e attualmente va a dormire in bagno sopra la biancheria pulita (e sopra al cuscino peloso con cui l’ho coperta).

A fare i due sacchi Cristina ci ha messo poche ore, a spedirmeli un po’ di più: proporzionalmente la spedizione da Bari al natio Mandrognistan costava un terzo del valore del pacco, ma le app in cui si vende di tutto (e su cui io non sono riuscita a vendere mai nulla) non prevedono sacchi scaldagatto come merce vendibile, e alla fine ho detto lascia perdere ti pago la spedizione ordinaria. Così io ho fatto il bonifico, lei ha spedito, e io ho aspettato fiduciosa il pacco (fiduciosa come si aspetta un pacco spedito da Poste italiane, naturalmente, cioè facendo gli scongiuri)

Martedì, con un tempismo che ha stupito persino me, il pacco è atterrato in ufficio ( i nostri pacchi personali arrivano tutti in ufficio, che è l’unico posto in cui qualcuno li ritira, se non noi, le bravissime ragazze del piano di sopra, e viceversa, naturalmente, e non vengono lanciati in mezzo alla strada). Ho chiacchierato con il postino e mi ha detto che aveva cinque gatti (il mondo è pieno di insospettabili gattari).

Arrivata a casa, Cinorosino si è buttato nella scatola, ovviamente, Fanny ci ha girato intorno, e io cercavo di imbonire la bimbona su quanto fosse bello e caldo il sacco. Il suo sguardo diceva chiaramente “Vuoi che muoro?” Ok, sentivano l’odore dei gatti di Cristina. Così ho foderato il cesto con uno dei sacchi e ho messo l’altro sul mio letto, dove di solito va a dormire Cinorosino. Alle nove si era bello che accomodato e gli ho scattato la foto che vedete, artisticamente trasformata, di sopra.

Sono andata a dormire e nel mio letto c’è stato il solito viavai. Mercoledì mattina arrivando in cucina, la bimbona era molto molto vicina al cesto, ma naturalmente non mi ha dato nessuna soddisfazione. Ho controllato bene: qualcuno aveva dormito nel cesto. Io ho naturalmente provato a parlare con lei (e non state lì a sindacare, please, parliamo tutti con cani gatti conigli criceti), ma si è limitata a guardarmi.

Morale, non provate nemmeno a indovinare i regali di Natale, ci sarà sempre qualcuno che non vi darà mai soddisfazione.

Morale doppia (della vigilia): Fanny ha occupato l’altro sacco manu militari. Quindi, #tricolorinapower forever e riciclate i regali di Natale sgraditi

Ah, la foto in mezzo è stata graziosamente fornita da Svizzera Turismo (@MySwitzerland)

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Alpslover per il sociale

Mentre nel resto del mondo le temperature del mese di novembre sono state più alte del normale con conseguenze imprevedibili (vedi il tornado nel Midwest negli Stati Uniti), qui da noi ha fatto freddo. Non tanto più del solito – mi riferisco al nord Italia, ovviamente – ma in effetti temperature consistentemente sotto zero la notte non si vedevano da un po’. In più, è nevicato: una nevicata vera, con la coltre che è rimasta, anche in città, congelata e sporchiccia come sempre: e ha imbiancato cospicuamente tutta la provincia e soprattutto le montagne nostre limitrofe (che nel natio Mandrognistan lo sono abbastanza).

Città poetica

Poiché siamo ormai nelle prossimità del Natale, vi elargisco gli ultimi consigli.

Intanto, due avvisi sparsi: per entrare nella maggior parte dei mercatini di Natale “classici”, cioè Trentino e Alto Adige, occorre essere muniti di Green Pass. A Innsbruck, dove tutto è rimasto chiuso per il lockdown che ha interessato l’Austria, gli stalli sono stati riaperti; non tuttavia quelli di cibo e bevande, almeno nella Citta vecchia (Altstadt), c’è una zona food and drinks sulla Marketplatz, e a Hungerburg. Bar, ristoranti e pasticcerie sono aperte, come prima, con il green pass rinforzato, che per noi italiani significa aver fatto la terza dose, o essere guariti dal Covid (e lo chiedono sempre, come ho sperimentato.) Però quando leggerete questo il governo potrebbe aver deciso altrimenti, e io, con tutto il rispetto, non posso star dietro anche a Draghi

In Piemonte ci sono mercatini ovunque, anche nel natio Mandrognistan, che non brilla per particolare originalità, ma se siete interessati all’arte, ci sono al momento tre mostre che vale la pena di vedere, e si trovano tutte e tre nel giro di pochi isolati. Alla Fondazione Cassa di Risparmio, a Palatium Vetus nella centralissima piazza della Libertà, ci sono due dipinti di Defendente Ferrari a confronto: un Sant’Agostino già presente nella quadreria, con un San Gregorio Magno in abiti papali di recente acquisizione; tra l’altro tutta la quadreria vale una visita come pure la sala del Broletto restaurata da Gae Aulenti. A Palazzo Cuttica, in via Parma, restiamo nell’ambito del Rinascimento Piemontese, con un’Ascensione di Filippo Crivelli per la chiesa di San Marco. Infine a palazzo Monferrato in via San Lorenzo, dall’11 dicembre 2021 al 13 marzo 2022 la mostra Alessandria il Novecento. Da Pellizza a Carrà una storia di artisti, curata da Maria Luisa Caffarelli e Rino Tacchella, nel cui comitato scientifico c’è la mia amica Chiara Lanzi, oltre a Roberto Livraghi che è il direttore del mueso ACdB, al terzo piano dello stesso Palazzo, che consiglio caldamente di visitare (notare, nel territorio ci sono ben due musei dedicati alla storia e alla cultura della bicicletta, questo e il Museo dei Campionissimi di Novi).

L’esposizione intende raccontare il contributo che artisti nati ad Alessandria e nella provincia diedero alla storia dell’arte italiana nel Novecento. La fioritura artistica del territorio, soprattutto nella prima metà del Novecento, legata a personaggi come Leonardo BistolfiGiuseppe Pellizza da VolpedoAngelo Morbelli e Carlo Carrà, individua una sorta di genius loci: dai protagonisti delle maggiori correnti artistiche del XX secolo (dal Simbolismo al Divisionismo, al Futurismo, alla Metafisica, alle avangiardie del Novecento) un vasto numero di artisti hanno operato attivamente nel corso del secolo nel territorio alessandrino. Di Pelizza vi ho raccontato moltissimo, in questi anni, non solo perché la mia amica Luisa ci abita in mezzo, alle strade di Pellizza, ma anche perché la mia amica Lia Giachero è nell’Associazione Pellizza , che coordina molte delle iniziative.

Di Bistolfi, se andate anche solo a Crea, potete ammirare una cappella dal deciso sapore simbolista, e a Casale diversi monumenti pubblici, in particolare il Monumento ai caduti vicino alla stazione), ma anche nel cimitero monumentale di Alessandria ci sono diversi suoi lavori (e anche una cappella di Portaluppi, naturalmente).

Quindi se non temete di scendere nel Bronx del Piemonte sud orientale, c’è pane per i vostri denti – e anche i Baci di Gallina, in via Vochieri, che in teoria da soli varrebbero il viaggio. (Ve l’ho detto, questo è Alpslover per il sociale)

Aggiornamento del 23 mattina – pare che l’Austria si avvii a un nuovo lockdown…

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Ritorno (natalizio) in Val Formazza

Mentre nel natio Mandrognistan c’era una nebbia spessa come i batuffoli di cotone, io, lo ammetto, avevo voglia di sfuggire alla depressione da inverno padano

Come sapete, io amo l’inverno, ma nella Padana Tal l’umidità ti penetra nelle ossa in un modo tale da farti venire voglia di stare a casa ben rannicchiato sotto al plaid, e anche andare al cinema, se poi devi farti largo a colpi di machete nella nebbia per tornare a casa, richiede molta molta motivazione. Quest’anno, infatti, mentre metà del mondo fa i conti con un caldo più caldo del normale, qui siamo tornati, come quando ero bambina, a svegliarci e a non vedere la casa di fronte. Wow.

Così stamattina mi sono adeguatamente preparata, ho scaricato la mappa dal sito, ho controllato sull’edizione locale de “La Stampa” e mi sono fatta largo nella nebbia sino a Crodo. Per mera informazione, la nebbia finisce tra Romagnano e Ghemme, e dalle nostre parti è molto più fitta. Sul lago Maggiore c’erano 12 gradi, come a Cogoleto, e a Crodo otto. Wow.

Da alcuni anni una delle cose che Lulù vorrebbe fare nel mese di dicembre è visitare i presepi sull’acqua di Crodo, e io alla fine, dopo aver nicchiato un paio d’anni, ho finito per andarci da sola (“stronza, sei andata senza di me”, mi sono sentita giustamente dire al telefono. D’altro canto Lulù è molto più buona e solidale di me e ha passato questi ultimi sabati vendendo marmellate e altre cose varie per conto del canile di Tortona. Io ho messo mano al mio non particolarmente gonfio portafogli e ho fatto donazioni.)

La mappa dei presepi

Come si vede, sono moltissimi, circa una sessantina, e possono essere raggiunti sia a piedi sia in auto. Io a piedi ho visitato tutti i presepi del paese di Crodo, partendo dal centro e terminando in zona terme. Non vi dettaglio l’itinerario, perché la cosa, personalmente, che trovo più simpatica è proprio l’andare a zonzo, seguento i cartelli numerati disseminati in paese (e nelle frazioni) e scoprendo incantevoli scorci del luogo.

C’è ancora un po’ di neve, e altra, prevedono i modelli, scenderà intorno Natale, quindi se prevedete, come me, di non limitarvi alle strade asfaltate, vi consiglio di munirsi di scarpe adatte e soprattutto antiscivolo. Una cosa che per noi abituati all’umidità che ti scivola nelle ossa è sicuramente positiva è il freddo secco: sabato nel primo pomeriggio come dicevo c’erano 8°, molto più caldo che giù, e quando a sera la temperatura è giustamente precipitata, quasi non me ne sono accorta.

Nelle frazioni, se prendete l’itinerio per gli orridi di Uriezzo che ho descritto più volte (l’ultima qui ) trovate altri tre presepi, uno nella fontanella della cooperativa “L’erba büna”, uno nel lavatoio di fianco al ristorante, e una nella fontana nei pressi del ponte sulle caldaie del Toce, e naturalmente potete sempre partire dalla centrale di Verampio, come consiglia anche il depliant che potete ritirare in municipio a Crodo.

Sabato davanti alla parrocchiale di Crodo la Pro loco distribuiva generi di conforto, non c’era un grandissimo affollamento, la giornata come detto era splendida e a sera la luna quasi piena rischiarava le montagne. (lasciate un’offerta, per favore, che si occupano di tutto e sono davvero gentili e simpatici)

Dei presepi, opera dei ragazzi delle scuole e di privati, il mio preferito, va da sé, è quello a base di Crodino dei ragazzi della scuola elementare

A Domodossola tra l’altro, c’era un piccolo, simpatico, mercatino natalizio, così la mia voglia di Natale è stata soddisfatta (essere riconosciuta dal proprietario del ristorante “La Fugascina” di Mergozzo, è il top)

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Sabato gattiiny e…domenica al mare

Domenica ha smesso di nevicare, e io, dopo un po’ di giornate al gelo e con le gomme da neve fresche da provare (su Giulietta, che è più nuova, dato che Meggie va con qualunque tempo anche senza gomme da neve, e infatti ha sguazzato senza problemi nel cortile lasciato poeticamente intonso dal padrone di casa dell’Istituto) ho deciso di andare al mare.

Se vi chiedete coome mai ho preferito il mare alla montagna, vi dico che passare da meno -2 (e anche meno…meno) a +10 comincia ad avere un certo fascino, per noi terza età, che dai tempi della Regina Vittoria notoriamente andiamo a svernare nei climi temperati.

Certo snobbare la folla della montagna per la folla del mare non sembra un’idea buonissima, ma anche qui, basta togliersi dalle località e dalle piste più battute. E c’è una ricompensa.

Sarà che molti si fermano sulla parte più battuta della passeggiata, sarà che tutti, chi più chi meno, fanno sport, e questo ci salva dal dover portare la mascherina (e dall’appannamento degli occhiali che l’accompagna in inverno), sarà che chi ha bambini si ferma in centro all’ufficio postale di babbo Natale (però non so se oggi potevi acquistare le focaccine fritte come l’altra volta), insomma anziché andare a fare nordic al cimitero e al gelo (con il rischio che il mio dente ballerino non regga sino alla data fissata per l’intervento che è molto in là nel 2022, Covid permettendo) adesso vado a farlo a Cogoleto.

Come ho già detto più di una volta, partendo dal porto di Arenzano si può andare, in pratica, a piedi sino a Varazze. Con dodici gradi. Con un vero tramonto di Liguria

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Sabato gattiiiny

l’8 dicembre si è consumata la transizione tra città d’autunno, a inverno conclamato: è nevicato in pianura, in buona parte della Padana Tal e pure nel natio Mandrogistan. I milanesi più o meno imbruttiti che affollavano le piste di Courma e dintorni si sono felicemente impantanati sulla discesa per Dolonne (col suvvone, neh, non con gli sci, e sì tengo d’occhio i gruppi locali sui social che sono sempre una bella fonte d’informazione e di divertimento).

Ieri è ancora nevicato e a me non è restato altro che passeggiare, con la mascherina, nella città deserta.

A loro, è rimasto di far danno in casa: a Cinorosino, frustrato dal fatto che gli ho impedito di mangiarsi i festoni natalizi (me ne sono accorta pulendo le lettiere, non tutti fanno la pupù con le paillettes), è bastato distruggere la scatola delle luci natalizie, sotto lo sguardo ieratico di Fanny. La mia bimbona Pipisita ha invece monopolizzato il termosifone (sguardo da vorrai mica darmi la pasta renal, vero?)

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Ok, qualcuno è passato sulla tastiera mentre rispondevo al telefono e ha aperto pure Preferenze di Sistema, lasciando un criptico commento a proposito della mamma. In ogni caso, ho scoperto che la mia trasformazione in gatto, in questo ponte dell’Immacolata mancato, si è felicemente completata: a casa mia, leggendo, scrivendo e disegnando avvolta nei gatti (gli altri) e nel plaid, sto benissimo.

Sapere che c’è un posto dove tornare, e che si può chiamare home, Heimat, rifugio, rende più interessande il partire. Potendo, naturalmente.

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La polvere sotto il tappeto

Nel mio lungo periodo lavorativo sulle Alpi, ho trovato il tempo e il modo di fare un salto a Innsbruck, il primo dalla pandemia (ormai dovrò dire durante la pandemia).

Trascorrere un giorno festivo a Innsbruck, in un periodo di bassa affluenza turistica, e subito prima delle restrizioni minacciate e poi attuate per il continuo aumento dei contagi, è stato ragazzi, come trascorrerlo a Mandrognistan Ville: il deserto. Non casualmente i pochi ristoranti aperti erano presi d’assalto (ho poi cenato all’Ottoburg, dove essendo da sola, il tavolo si è liberato dopo appena venti minuti di attesa e previa esibizione del mio Green pass)

Tra l’altro, era il 31 ottobre, la sera di Halloween, quando ti aspetteresti un po’ di movimento. Almeno, persino nel natio Mandrognistan prima del Covid c’era un po’ di movimento. Per carità, qualcosa c’era, per lo più bambini vestiti da fantasmi o da fatine, graziosissimi. Non potrei dire se la città fosse più animata prima, non essendoci mai stata esattamente nello stesso periodo, ma sempre prima o dopo (per l’Alpinmesse, che è saltata anche quest’anno). E adesso non ho potuto vederla durante l’avvento – a proposito, avete fatto i bravi o il Krampus vi si è portati via?

In città nei giardini c’erano già le luminarie che li avrebbero resi magici per l’Avvento, ma i colori delle foglie erano sufficienti a rendere meravigliosi i colori dell’autunno, e per camminare sono andata come sempre all’Achensee, sotto un vento più forte del consueto, ma nel giorno festivo erano in molti a camminare, o a fare nordic come me.

La sera, dopo la cena, la passeggiata, il bagno caldo, mi sono messa a cercare. E non ho trovato. E non avevo tempo di battere il quartiere palmo a palmo, ma naturalmente mi sono ripromessa, che , una volta tornata con un po’ più di tempo, ci avrei messo il tempo che ci voleva e naturalmente una visita allo Stadtarchiv. L’ho trovato con una ricerca più approfondita a casa, perché su un sito tedesco erano specificate la longitudine la latitudine e caricate queste sul solito Google Maps è saltato fuori come per magia.

Era in effetti dove supponevo potesse trovarsi, grazie alle indicazioni del prof.DeMichele, in una zona industriale a due passi da un deposito: il memoriale del lager di Innsbruck, nei quartiere di Reichenau, periferia sud est della città, dove si trova anche l’Ikea, per dire. E’ il campo di transito in cui furono trasferiti gli ebrei rastrellati a Bolzano e a Merano, che passarono prima dal lager di Bolzano e poi furono trasferiti oltre Brennero e per la maggior parte morirono a Innsbruck a qualche chilometro dalla loro casa. Quello che resta è, in effetti, una lapide, che si può con un po’ di fortuna e allargando bene l’immagine , trovare sulle mappe.

Ho passato quindici anni della mia vita a Innsbruck e ho avuto la riprova di quanto ci diceva davanti a un grappino il nostro amico ristoratore: siamo specializzati a nascondere i problemi come la polvere sotto il tappeto. Decisamente livello pro.

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Finale (di partita)

Inizio rebloggando da Mount City La frittata, e il danno, sono fatti: non che ci fosse molto da stupirsi, data la maggioranza in Consiglio regionale.

A questo link si trova il comunicato stampa ufficiale.

Se una volta le Alpi erano il terreno di gioco dell’Europa, adesso siamo arrivati al Luna park per ricchi.

Che possiamo fare noi?

  • Non votarli, per esempio (per carità, io non li votavo anche prima. Continuo a dire, però che le ricadute economiche sul territorio saranno minime; e allora NE VALE LA PENA?)
  • Protestare : il Cai lo ha fatto, gli esperti del settore lo hanno fatto, mi piacerebbe sentire anche le persone che vivono in zona.
  • Boicottare: per quello che mi riguarda, come ho già scritto anche sui social, i luoghi dove tutto questo è stato possibile (Alagna, Formazza e Macugnaga nel Vco; Sauze d’Oulx, Cesana e Sestriere nel Torinese, nonché Sauze di Cesana) quest’inverno non mi vedono più. (il mio personale armadillo* mi sta facendo notare che quest’anno da quelle parti non ti hanno visto comunque , ma da qui al 31 maggio di tempo ne passa). Ci sono in giro tanti bei posti dove posso trascinare le mie racchette, pure sugli Appennini. E posso cominciare già da questo week end
For mazza (senza la neve)

* se non sapete chi è l’armadillo e non conoscete Zerocalcare, vivete sulla luna.

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