Dopo qualche giorno, di permanenza a Bormio (a Valdisotto, lo so, ma come ho già detto arrivi su in una ventina di minuti anche col cane) abbiamo attuato una modalità che, mi rendo conto, può fare inorridire i puristi, ma cercava semplicemente di adattarsi al caldo.
Ossia, passeggiata mattutina non tardi, come hanno fatto anche i miei cugini su a Courma, pranzo, ripartenza verso le quattro e mezza- cinque del pomeriggio e ritorno alla bisogna. Tanto io avevo la frontale ( eh sì, il cappello no, ma la frontale sì) e avendo una casa si cenava all’arrivo, dopo Tobia, ovviamente, e dopo la doccia.
Ovviamente questo è possibile se sei autonomo con i mezzi, ai laghi di Cancano , dove abbiamo inaugurato il metodo, non avremmo potuto prendere tutte le varie navette, che terminano il servizio alle 18 circa. Ma avendo camminato un paio d’ore lo stesso, secondo il principio del va dove ti portano i piedi, a noi va bene lo stesso.
Tra l’altro la maggior parte delle volte abbiamo finito di essere io Lulù e il cane, quindi tasso di assembramento zero, quasi sempre (è il bello della montagna, bellezza).
Stesso principio per il nostro giro ( in senso classico: un anello) a Bormio 2000. Veramente io sarei andata in funivia sino a Bormio 3000, ma qui si ha paura dell’altezza ( abbiamo telefonato al veterinario per avere il permesso di portarci il cane- tanta pazienza, il veterinario ). A Bormio 2000 abbiamo preso lo sterrato sino alla località Laghetti, abbiamo proseguito a mezzacosta sino a San Nicolò ( o meglio, noi eravamo a mezzacosta e San Nicolò era sotto in Valfurva) e poi per non fare la stessa strada al ritorno abbiamo tagliato per le immacolate piste da sci.
Sabato scorso a Bormio è successa una cosa che non credevamo possibile: ci siamo svegliate con il suono della pioggia che picchiettava il vetro delle finestre in mansarda. Un suono che nel natio Mandrognistan abbiamo praticamente scordato e ora c’è anche l’ordinanza del sindaco che comincia a razionare il consumo di acqua…
La sera prima, di ritorno da una favolosa cena a casa di un’amica conosciuta per lavoro, io e Luisa, dopo aver portato fuori Tobia, che era stato buonissimo e aveva giocato tutta la sera con la meravigliosa Ester Joséphine di tre anni, c’eravamo sedute in terrazza a guardare le stelle. In camicia di cotone leggerissimo Luisa, in abito a fiori di lino e cotone io: a Bormio, vi ricordo. C’era un filo di brezza e tornando avevamo visto, sulla Valfurva, della vampate, quelle che il mio mitico ragionier Salluard definiva “di calore”. In realtà nella notte avevamo sentito tuonare, avevamo pensato “che bello” e ci eravamo rimesse a dormire.
La pioggia sui tetti
Dopo un po’ il tempo era cambiato repentinamente, la mattina seguente pioveva a dirotto, e un autoarticolato si era semiribaltato uscendo dal parcheggio della Levissima: c’erano i carabinieri, i pompieri e una coda gigantesca. Osservando le operazioni di messa in sicurezza, con svuotamento del rimorchio, avevamo anche controllato le previsioni meteo, giusto per sapere cosa fare, e scoperto che lì a mezz’ora avrebbe smesso di piovere (ci sono siti e app molto precise in proposito, e cioè NON ilmeteo.it). La nostra escursione ai Forni era da considerarsi rimandata (a data da destinarsi abbiamo poi capito, e pace). Siccome uno dei nostri itinerari alternativi era il forte di Oga, abbiamo pensato, proviamoci. Il forte è chiuso sino al prossimo dicembre per lavori di restauro e consolidamento, così aveva detto l’ufficio turistico a Bormio, ma naturalmente è sempre raggiungibile. Ci si arriva attraverso una comoda (a posteriori) strada asfaltata, a siccome Lulu non sapeva quanto comoda e quest’anno abbiamo la sua auto, l’abbiamo lasciata sopra al paese nel primo slargo disponibile e non privato e siamo salite a piedi. Io ho portato la giacca impermeabile, Lulu no perché non sarebbe piovuto sino alle 13. In una quarantina di minuti e varie soste siamo arrivati al forte e nel frattempo la Valfurva era chiusa da nuvoloni e altri stavano salendo da Tirano. A quel punto io ho scattato qualche foto (il giro delle fortificazioni, secondo due ragazzi che abbiamo incontrato e mentre Tobia e la loro cagnolina facevano amicizia, si può completare in una ventina di minuti) e ho sentito una goccia.
No no scendiamo scendiamo, ci vorranno venti minuti e siamo appena in tempo. Così, in effetti, che aspetto ha il forte di Oga non lo sappiamo e comunque questo non ci ha salvato dal’acquazzone che è iniziato seriamente a cinque minuti all’una e anche scendendo a passo di carica, ci siamo bagnate da capo a piedi. Ho pure corricchiato, ma sempre a debita distanza da Tobia, non si sa mai che mi avvoltoli nel suo guinzaglio – capita spesso perché lui solitamente procede a zigzag.
In realtà io mi sono bagnata solo a metà perché la mia vecchia Technique Extrème ha svolto egregiamente il suo lavoro, ma è appunto una giacca e quindi da metà coscia in giù l’acqua gocciolava dai pantaloni. Lulu con grande sportività ha fatto come sempre si faceva in passato, ossia si è spogliata in auto, è rimasta in biancheria e si è messa la giacchetta impermeabile che anche a suo dire non avrebbe retto l’acquazzone. Poi siamo state lì a sentir la grandine cadere.
Il forte di Oga merita sicuramente e il panorama giustifica la passeggiata (in cima alla strada c’è anche un ristorante dove saggiamente avremmo dovuto fermarci). Ho dimenticato di dire che tranne i due ragazzi non abbiamo incontrato nessuno – neanche a farlo apposta finiamo di essere sempre io lei e il cane.
Vi omaggio di questa fontana fresca che si trova a Isolaccia, in Valdidentro, che è uno dei posti che Lulù preferisce.
Ora, abbiamo scoperto che il sentiero Viola arriva sino…in Val Viola almeno, quindi anche questo è un sentiero frazionabile o un bel giro da fare in bicicletta se siete di quelli che la fatica preferiscono spartirla su due ruote. Oltretutto pedalare nelle ciclovie ha L’ indubbiò vantaggio di essere molto meno pericoloso che fare la stessa cosa su strada (due incidenti in due giorni, abbiamo visto).
Comunque, se non vi basta il sentiero Viola, da Bormio verso la Valfurva c’è il sentiero Frodolfo ( che è un torrente, non una persona). Inizia come trafficata passeggiata lungo il torrente ai piedi di Bormio e arriva in città vecchia. Trafficata vuol dire un mucchio di bambini e cani a passeggio e giravolte varie con Tobia, il che è sempre una fatica perché non sai mai cosa gli passa per la testa quando vede un altro cane maschio – con le signorine anche a quattro zampe di solito è piacione, cioè annusa gentilmente.
Se si arriva sino a Uzza, si può,passare dall’altro,lato della strada tornando verso Bormio, facendo così un anello ( delle quattro cappelle, credo si chiami) . Se no passo dopo passo e sempre rimanendo a fianco del torrente si può arrivare sino a Sant’Antonio in Valfurva. Il sentiero poi sale a mezzacosta e sempre rimanendo nella pineta arriva a Santa Caterina, e scende in paese. Si tratta comunque di un itinerario che in larga parte è all’ombra dei pini. E sì ci sono tanti cani anche lì. Tra l’altro a Sant’Antonio c’è un centro visite del parco nazionale dello Stelvio, con un’esposizione molto interessante e che i bambini troveranno molto piacevole (ne dove ho trovato un bel cappellino, perché pur avendone una mezza dozzina a casa – Helly Hansen, Lafuma, Sportler, cotone egiziano, Bula e qualche berretto a visiera che tengo per ricordo, li ho dimenticati tutti a casa, e con queste temperature si cuoce anche il cervello).
Ok non credevo di doverlo dire, ma ho visto uno dei posti, in montagna, tra i più belli di tutta la mia vita già lunghetta, i laghi di Cancano
Il lago, la diga e le torri di Fraele
Eravamo già state alle Torri di Fraele, due edifici della seconda metà del XIV secolo a guardia di una frequentata mulattiera da cui passavano il sale, il vino e i prodotti delle miniere tra Lombardia, Svizzera e nord Europa, Ma era agosto, sulla stretta strada a tornanti c’era um mucchio di gente e la mia auto era un po’ troppo grande.
Così c’eravamo fermate sotto le torri, io avevo fatto il sentiero, e Lulu con Tobia era rimasta giù.
Questa volta abbiamo optato per una strategia diversa, siamo salite a metà pomeriggio e abbiamo camminato due orette nella solitudine più assoluta. Considerate che abbiamo messo una felpa alle sette di sera mentre facevamo due chiacchiere con una signora di Varese al bar.
Consigliabile? Sì se nei vostri programmi non c’è il giro dei due laghi che – San Giacomo e Fraele insieme con le due dighe- dura quattro ore circa. Tra l’altro ci sono le navette che fanno la spola e facilitano il frazionamento eventuale del percorso. Ad esempio, si può parcheggiare oltre la diga di Fraele, dove c’è l’area picnic, proseguire in falso piano oltre il rifugio e la chiesetta e proseguire sino alla diga ad archi di San Giacomo, prendere la navetta che raggiunge il passo delle scale e la casa dell’AeM e da lì riscendere a recuperare l’auto
Info per occhi buoni ( costa un euro!)
Noi siamo andate dalla palazzina AeM sino alla cappella e un po’ oltre e abbiamo potuto comunque godere una splendida vista sul bacino artificiale, nato nel 1931 allagando prati pascoli e alpeggi. Sono ancora presenti ì villaggio degli operai – uno sembrava occupato da un oratorio . Anche questo è un sistema integrato come quello della val Formazza, ampliato negli anni Trenta
Il paesaggio che circonda gli invasi è lunare , ed è una vera lezione di geologia, con i ripiegamenti calcarei bene in vista ( se dico scemenze scientifiche abbiate pazienza che io sono consapevole dei miei limiti). Non posso pronunciarmi sul livello dell’acqua rispetto al passato , ma la portata è maggiore, guardate le sponde nelle foto.
Siamo comunque in una fase in cui se c’è molta acqua vuol dire che qualche ghiacciaio si sta sciogliendo.
Di tutti i luoghi di montagna in cui sono stata, Bormio occupa un posto speciale perché è il luogo che ho scelto e scoperto io ( non ci sono venuta scortata dai miei, non è il frutto di un compromesso o una specie di compromesso, fatto per convincere/costringere l’uomo della mia vita, aka il mio martirio a farsi almeno dieci giorni di ferie annuali. Intendiamoci, ho conosciuto luoghi magnifici, dove torno sempre volentieri, perché in montagna ci sono sempre cose nuove e nulla in natura rimane a lungo identico a se stesso: quindi alla fine sono soddisfatta di quello che ho conosciuto. Ma appunto Bormio è Bormio)
Una delle cose che preferisco è proprio la assoluta abbondanza di sentieri, che probabilmente non mi basterà una vita ad esplorare.
Sentieri che sono adatti a tutte le scarpe, a chi vuole fare tanta fatica come a chi vuole farsi una semplice passeggiata di un paio d’ore senza ammazzarsi.
Cominciando dal Sentiero Valtellina, 113 km da Bormio a Colico, frequentatissimo dai ciclisti, ma pure da noi terza età: il tratto che passa dietro casa nostra a Valdisotto ti porta in una ventina di minuti all’inizio di Bormio, oppure al cimitero ( non letteralmente , anche se la parte dal lato destro della statale a salire è al sole sino al tardo pomeriggio e di questi tempi cuoci – sì, fa caldo anche qui ma meno ed è ventilato)
Il sentiero Viola è condiviso, e c’è anche la panchina
Due anni fa non eravamo riuscite a fare tutto il sentiero Viola ( eravamo alla chiesa di San Gallo, perché un tratto era chiuso, non ricordo più per quale motivo. Stavolta abbiamo deciso di prenderlo dall’inizio, ossia dal centro sportivo di Bormio ( per imboccarlo bisogna immettersi sul sentiero Valtellina e poi al primo bivio a destra) e lo abbiamo percorso finalmente tutto, a passo di Tobia, che non ha più le quattro zampe motrici, e quindi è molto molto tranquillo, a meno di non incrociare un altro cane che per qualche motivo gli dà sull’anima e allora apriti cielo. Qui in realtà se l’è presa con l’ultimo dei cavalli della fila che vedete in foto, che ovviamente nemmeno lo ha considerato.
Comunque un paio di orette di strada e poi abbiamo scoperto che il supermercato Le Corti non fa orario continuato, alla faccia dei turisti e del fatto che lo scorso week end non c’era un letto disponibile in tutta la valle ( parola del nostro padrone di casa)
Allora, due donne ci sono, il cane sempre più spiaggiato pure ( invecchia anche lui), siamo riuscite a far stare due valigie, due sacche per le scarpe, una cuccia, un sacchetto di cibo per cani e un altro di cibo per umani e il cane in una 500 e siamo partite per la montagna, nella speranza di sfuggire al caldo.
Spoiler, fa caldo anche a Bormio, ma di sicuro meno che a Calcutta on the Tanaro che scala regolarmente le classifiche dei posti più caldi del Piemonte. Per carità per noi il viaggio in sè è già vacanza, così abbiamo passato qualche ora all’outlet Franciacorta ( perché si vive anche di shopping- in realtà il meglio erano le boutique con un’adeguata aria condizionata, dove Tobia si spiaggiava tutto contento ed era difficilissimo portarlo via. Tobia tra l’altro è un cane razzista, fa il piacione con le commesse, specie se giovani e carine, con i bambini, e poi fa il matto con gli altri cani e ringhia agli anziani…)
Comunque al super ho sentito gente del posto lamentarsi per il caldo…
Parliamone?
Il posto per adesso migliore in assoluto è l’Aprica, fresco e verde, tuttavia la sua architettura , ragazzi scusate, ma mette davvero tristezza. Ora siamo qui a programmare il da farsi, partendo stamattina da qui cioè da Valdisotto.
Cari tutti, quando leggerete io sarò evaporata, che mi toccano ancora riunioni varie prima di una meritata settimana di ferie. Eh sì quest’anno cambia tutto, a causa dei miei impegni lavorativi e quindi si torna a ritmi che più hanno a che fare con il passato, cioè quando si partiva con il caldo di luglio. Se vi siete chiesti come mai non ci sono più notizie di concerti e teatro, la realtà è che, essendo boomer, non ho più il fisico per lavorare otto ore e poi scapicollarmi a Asti, Stresa o a casa del diavolo. Senza contare che essendo boomer il pensiero della folla che si accalca non mi piace particolarmente (manco prima, neh) e volendo andare in ferie non vorrei prendermi il covid proprio adesso, che se lo sta prendendo (o ri-prendendo) chiunque io conosca. Però ci sono un paio di cose che vorrei fare, salute soldi e tanto amore permettendo. Invece la settimana di ferie potrebbe prendere una brutta piega, perchè la mia socia ha il raffreddore, dopo tre vaccini e un covid. Speriamo abbia preso il solito colpo d’aria che si becca regolarmente in questo periodo nel passaggio da temperatura frigorifero dell’ufficio all’aria rovente di Calcutta on the Tanaro. Incrociamo le dita e speriamo che lo #streamofsfiga non si sia attaccato anche a lei.
E proprio di Calcutta on the Tanaro, aka Mandrognistan Ville voglio parlare oggi, anche se mi rendo conto che con il termometro fisso tra i 36 e i 38 gradi fare il turista qui non sia proprio il massimo della vita, cioè hai fatto la fatica di chi ha salito l’Alpe di Huez senza avere il panorama, e nemmeno i tifosi.
L’occasione mi è stata data dalla necessità di portare l’auto in officina dopo l'”incidente al pian della Mussa, e siccome mi mancavano pochi km a dover fare la cinghia di distribuzione (un salasso) mi sono accordata per cambiare la ruota e la cinghia nello stesso momento, ho portato l’auto in officina e poi mi sono fatta i quasi tre km tra questa e l’ufficio a piedi ( e poi alla sera, tra ufficio e casa).
Al mattino presto non c’erano ancora le folate di aria calda che caratterizzano queste giornate. Passando sotto la galleria di alberi degli spalti mi ha colpito il rumore incessante delle cicale che cantavano già. Sembra che ci siano cicale nascoste in ogni piccolo pezzo di verde disponibile, sotto gli alberi dei viali, nei giardini, persino tra le rigogliose erbacce del nostro cortile, dove la temperatura alle 13 è ben oltre i quaranta gradi.
Sotto i viali, nonni sfatti e bambini che sembravano aver perso la voglia di saltare.
Proprio questo caldo fa ripensare al fatto che gli alberi mettono al riparo dal caldo – più alberi, meno afa. lo so , state pensando col cavolo dato che la notte non si dorme. Eppure, essendo fuori casa varie volte a orari di solito abbastanza incivili, per la prima volta dalla mia infanzia mi sento rinfrancata dall’estate, anche se il trucco cola e i vestiti si incollano addosso. Soprattutto mi piace l’aspetto semidisabitato che assume questa città in questa stagione, quando sembra che a lavorare si sia rimasti in pochissimi…
Spalto quasi deserto
…e in città sono rimasti i soliti zombi, i disadattati e le persone strambe come noi.
Comunque, se volete farvi un giro nella calura, e ci sono sempre più turisti che lo fanno, non siate timidi, sabato prossimo, dalle 15, c’è il Gay Pride, che torna dopo il Covid. Noi saremo al fresco, sperabilmente, ma per far festa c’è sempre una ragione. (Anche perché, oggettivamente, c’è poco da stare allegri)
Come sapete di tanto in tanto ho attacchi di misantropia , che si acquiscono in particolar modo nel periodo del motoraduno della Madonnina dei centauri: non ho niente contro i centauri in generale, ne conosco anzi parecchi maschi e femmine, nessuno dei quali ama particolarmente quel tipo di adunata (vanno allo Stelvio o a Caponord, ma non in un santuario, e chi può dar loro torto?).
Così mi sono rivolta all’amicizia: ossia mi sono autoinvitata da amici che hanno casa in una frazione di Noasca. Ora, io di solito non mi autoinvito, ma questa volta sono stata abbastanza plateale e devono essersi mossi a pietà. E ho passato un week end splendido (gli itinerari ve li lascio per dopo), anche perché nella loro frazione (8 abitanti fissi in inverno), internet, almeno la mia, si è intasata durante tutto il periodo, come si deduce dal fatto che un post si è caricato due volte, e per due sere ho , letteralmente, guardato le stelle.
Ornella e Sergio, in realtà, sono amici di mio marito, che io ho incontrato attraverso la sua compagnia molti anni fa: allora stavano già insieme e Ornella pareva conoscesse da sempre mio marito. Lui si era sempre meravigliato che del suo gruppo di amici io avessi avuto , da sempre, un feeling particolare per Ornella (e per il grande Longo, ma questa è un’altra storia).
Poi Ornella si era definitivamente stabilita a Milano, lei e Baroni si erano sposati e la vita come sovente succede aveva preso altre strade, ma almeno un paio di volte l’anno si sentivano e Francesco mandava sempre elaborati biglietti a Pasqua e a Natale e penso fosse uno dei pochi che si davano ancora tanta pena ( io ho smesso molto prima)
Però quando Francesco è mancato uno dei primi, sicuramente il primo dei suoi amici che ho chiamato, è stato Longo che a sua volta, ha subito chiamato Ornella.
Poi curiosamente, io ho cambiato lavoro, e ho cominciato ad andare a Milano più spesso e a sentire Ornella di più ( questo prima del Covid naturalmente – adesso per fortuna molte delle riunioni a cui partecipavo si tengono online a ore decisamente più incivili ma almeno a interromperle ci pensano i gatti, non la fuga degli astanti verso la stazione)
E dato che da cosa nasce cosa, sono andata pure a disturbarli a casa loro e a conquistare la loro Fanny che è una gatta viaggiatrice dato che fa la spola tra Milano e la valle Orco ( in realtà è una piemontese trapiantata perché è nata lì).
Potevano non essere gattari? Certo che no
Quindi… ho speso molte parole per ringraziare due amici del cibo, delle chiacchiere, di due notti in cui ho dormito con la coperta, delle stelle, delle passeggiate e sì, di tutto ( anche dell’andare in montagna).
Tre ragazze di cui una molto bella che dà la caccia alle lucertole ( indovinate quale?)