E questo, perché oramai cominciamo ad essere dentro l’inverno e questa notte è nevicato un po’ in tutti gli Appennini (sul monte Beigua, per esempio).
Questa in realtà è stata una tipica passeggiata ottobrina, favorita dal vernissage di una mostra dell’artista Marina Buratto a Sarezzano. Un artista che conoscevo solo di nome, proprio come amica di un’amica, e che invece ho assai facilmente imparato ad apprezzare (ha lo studio a Sarezzano, appunto ed è facilmente reperibile).
Diciamolo: la moderna parrocchia di Sarezzano è una delle più brutte chiese che io abbia visto in vita mia. Brutta senza possibilità di scuse. La vecchia chiesa settecentesca (quella in foto) dove si svolgeva la mostra invece merita una visita, per il recupero dell’interno e per il panorama che si gode tutt’intorno. Adesso non sarà più così dorato come nel mese di ottobre. Anzi sarà probabilmente avvolto nelle brume che sono tornate nella nostra pianura. Ma se la giornata è bella e sopratutto limpida lo sguardo quasi a 360 gradi che si gode dalla spianata merita la salitella che si deve fare per arrivare alla chiesa.
Nella parte bassa del paese ci sono diverse strade bianche che fanno un anello.
Altrimenti…si può sempre mangiare. La mia amica consigliava Lara a e la fava*, sulla piazza, ma poi siamo andate a mangiare a Tortona.
Edit: (mannaggia al correttore dell’Ipad): si tratta de La rava e la fava, ovviamente. In ogni caso, se passate da Tortona, i suoi indirizzi – e i miei – sono la Vineria Derthona in via del Seminario, L’Agnolotto in corso Leoniero, dove mangiate gli agnolotti, e li potete pure comprare, e soprattutto la libreria Namastè in un cortile all’interno di via Emilia, dove potete mangiare, comprare libri e fare pure un ottimo aperitivo.
Ricevo e ribloggo, perché anch’io ho sostenuto l’iniziativa.
“Sarà presentata e condivisa il 26 novembre 2022 alle ore 10 presso la Sala Stemmi del Museo nazionale della Montagna, Piazzale Monte dei Cappuccini 7 – Torino
Mille firmatari per una proposta che farà storia Sono più di mille i primi firmatari del progetto Una Montagna Sacra per il Gran Paradiso, e sono persone di radici e culture molto diverse: alpinisti, escursionisti, naturalisti, giornalisti, scrittori, artisti, montanari, frequentatori rispettosi di ogni vita e di ogni luogo che hanno condiviso con entusiasmo la proposta. Nessun conquistatore.
La presentazione del progetto sarà il 26 novembre 2022 alle ore 10 presso la Sala Stemmi del Museo nazionale della Montagna, Piazzale Monte dei Cappuccini 7 – Torino
La filosofia del progetto Il progetto nato dall’idea di Toni Farina e Antonio Mingozzi per onorarei cent’anni del Parco nazionale Gran Paradiso con un’azione di alto profilo, che si spingesse oltre la mera celebrazione, ha raccolto l’adesione di un qualificato ventaglio di sostenitori, in forma associativa e individuale, tra cui: il Club Alpino Italiano e l’Alpine Club di Londra, gli alpinisti Kurt Diemberger, Fausto De Stefani, Hervé Barmasse, Alessandro Gogna, Manolo, il climatologo Luca Mercalli, l’antropologo Duccio Canestrini, i giornalisti Paolo Rumiz, Michele Serra, Enrico Camanni, il regista Fredo Valla, i saggisti Guido Dalla Casa e Silvia Ronchey, gli scrittori Paolo Cognetti, Matteo Righetto, Tiziano Fratus, Daniela Padoan, Raffaella Romagnolo, gli attori Giuseppe Cederna, Lella Costa, Giovanni Storti.
Dalla Punta Rossa, alba sul Monveso di Forzo (Valsoana)
In un’epoca avida di performance e povera di spirito, in una società segnata dalla competizione e dal dissennato consumo delle risorse naturali, i sostenitori del progetto auspicano che almeno su una cima – identificata con il Monveso di Forzo, l’elegante triangolo a cavallo tra la Valle Soana e la Valle di Cogne – ci si astenga dalla “conquista” perriscoprire il significato del limite. Si tratta ovviamente di un atto simbolico: fermarsi sotto la cima lasciandola ai giochi del vento è scelta rivoluzionaria per una cultura antropocentrica e “padrona”.
Niente di confessionale: il termine “sacro” va inteso in senso laico, nel segno del rispetto e della contemplazione. E niente di costrittivo: la “Montagna Sacra” non sarà mai un luogo di divieti. Il progetto non prevede alcuna interdizione formale e nessuna sanzione pecuniaria. Molto più semplicemente, l’impegno a non salire sul Monveso è una scelta culturale, un libero ammonimento, un vivissimo auspicio, nella speranza che venga compreso e abbracciato dall’intera comunità.
Programma dell’incontro pubblico del 26 novembre 2022, ore 10, Sala Stemmi del Museo nazionale della Montagna Piazzale Monte dei Cappuccini 7 – Torino con il coordinamento di Rosalba Nattero
Saluto di Bruno Migliorati (CAI – Presidente Comitato Direttivo Gruppo Regionale Piemonte) Saluto di Lorenzo Giacomino (Sindaco di Ronco)
Apertura Antonio Mingozzi e Toni Farina: “Una Montagna Sacra per il Gran Paradiso”
Relazioni Alessandro Gogna “La libertà del limite” Guido Dalla Casa “La Montagna Sacra e l’ecologia profonda” Riccardo Carnovalini “Cercando il Dio delle piccole cose” Paola Loreto “Lo sguardo e la voce della poesia” Ettore Champretavy “Corsa e contemplazione in montagna: l’apparente paradosso”
Intervengono on line Daniela Padoan “Nello spirito della Laudato Si’” Giuseppe Cederna “La bellezza, l’invisibile e il Pellegrino”
Conclusione Enrico Camanni”
Come dicevo anch’io ho firmato e ho condiviso su questo sito l’iniziativa (cercherò di andare a Torino, ma non garantisco). Ci sono altre montagne che nel mondo sono considerate sacre, solitamente per motivi religiosi, come il Monte Kailas in Tibet. Mi fa piacere vedere come la sacralità qui sia data dalla conservazione di un ambiente che è ormai fragile e non può essere più sfruttato unicamente per fini turistici o economici: guardatelo, il Monveso nella foto condivisa dagli organizzatori, così triste e brullo. E’ un grido d’aiuto della natura che dobbiamo ascoltare.
Avendo rinunciato alla cultura (anche se non del tutto, come si vede dal post precedente) non abbiamo rinunciato alle giuste camminate. In particolare, abbiamo percordo tutto il sentiero che Toscolano raggiunge Maderno, e che procede lungo il lago (in realtà, arriva sino al perimetro della cartiera Burgo, ma poi si interrompe bruscamente -lì gioverebbe un minimo di manutenzione del sentiero, perché il panorama è molto bello).
Il lago nella foschia
Si tratta di un ampio sentiero- pista ciclabile molto frequentato che aggira tutto il promontorio partendo dal lido di Toscolano, supera un delizioso ponticello e si ricongiunge al Lungolago Giuseppe Zanardelli.
Percorrendolo si arriva in centro paese e alla chiesa romanica di Sant’Andrea.
Il ponte
Lungo tutta la strada ci sono spiaggette, e punti di ristoro ( questo, naturalmente, nel periodo estivo). Unico problema, nel periodo estivo appunto la folla. Ora capite perché preferisco le mezze stagioni
Come dicevo, nemmeno stavolta siamo andate al Vittoriale, e rispetto alle altre, almeno avevamo delle buone intenzioni.
Lo abbiamo sostituito con qualcosa di meno noto, decisamente, ma altrettanto affascinante, la valle delle Cartiere a Toscolano Maderno.
D’Annunzio ci perdonerà.
Sono andata, anche questa volta, a rimorchio di Lulù, che aveva visto un servizio in televisione (ahimé io guardo poca televisione, e per niente quella generalista – non è snobismo, è mancanza di tempo, e gatti che preferiscono che io li coccoli guardando cose sul tablet). Comunque, una volta tanto la tv aveva ragione: un tesoro.
Il museo
Dalla Gardesana ci sono le indicazioni stradali e attenzione l’accesso alle valle potete facilmente mancarlo. Si può lasciare l’auto all’inizio , ma ci sono pochi posti, oppure salire per un paio di km di sterrato sino al parcheggio, da cui in una decine di minuti a piedi si arriva al museo.
Da lì si prosegue a piedi lungo l’alveo del torrente che nel corso dei secoli ha scavato un vero piccolo canyon, tra elementi di archeologia industriale, perché l’ultima delle cartiere ha cessato la sua attività negli anni Sessanta, e vegetazione lussureggiante.
La visita al museo è particolarmente consigliata, non solo per la bellezza dell’edificio che è stato integralmente recuperato grazie a fondi europei e da quanto ho capito grazie a una sponsorship delle Cartiere Burgo, che hanno uno stabilimento a bordo lago. Racconta la produzione della carta nelle sue varie fasi, con strumenti recuperati negli altri edifici dismessi o ricostruiti attraverso lo studio delle fonti, e racconta anche la storia di un territorio attraverso i suoi oggetti.
Noi siamo arrivati sino a Maina Superiore e ai tre ecomusei, una scelta decisa dalla presenza di lampioni stradali che hanno reso più facile il ritorno, necessaria quindi la frontale se non volete essere bloccati dal buio, ma è possibile scegliere uno qualsiasi degli itinerari che sono elencati in una cartina al ponte del museo. Ci sono di versi itinerari da un’ora a due e mezzo e sono percorribili in bici e mountain bike. La strada infatti ripercorre la carrabile da cui si trasportavano gli stracci per le cartiere.
Maina superioreE un suo abitante
Tips. Il museo è stagionale e chiudeva il 1 novembre – i volontari ci hanno detto che sarebbe impossibile tenerlo aperto in inverno per i costi di gestione. Il biglietto costa 7€. Riaprirà a Pasqua. Tutte le informazioni e gli itinerari si trovano sul sito
Pensateci, docenti che mi seguono. Quando siamo andati c’erano alcuni ragazzini con i genitori e si sono molto divertiti.
Sono parecchi i luoghi con cui devo far pace e Desenzano, almeno per un motivo, è uno di quelli. Intendiamoci, non mi è capitato nulla di particolarmente spiacevole: in realtà è capitato a tutti noi come famiglia , per così dire.
Sono stata a Desenzano per la prima volta nei primi anni settanta, per le vacanze di Pasqua. La mia esplorazione del lago di Garda è iniziata da quello che era il luogo più ovvio, perché raggiungibile in treno ( l’ho già detto, credo, che mio padre, pur essendo stato un motociclista per molti anni, e a dire di mia madre anche abbastanza spericolato, non aveva mai preso la patente e quindi quasi tutti i miei viaggi da bambina erano in luoghi raggiungibili in treno, o in pullman, come Courmayeur
A Desenzano eravamo in un albergo molto elegante ( che già era una cosa abbastanza strana, considerato il taglio di solito abbastanza spartano delle nostre ferie – spoiler, ci sto tornando, perché, cito “ io e te non siamo da albergo, amiamo troppo i nostri tempi”). L’albergo è ancora lì, il Park Hotel sul lungolago, ed è sempre, a vederlo, un posto elegante. Aveva un unico handicap considerevole, ma lo ha, tutto intero, il centro di Desenzano: le campane del Duomo. Pensavo fosse impossibile che dopo tanti anni le cose non fossero così cambiate, ma tant’è, siamo entrate in Duomo, che è una bellissima chiesa bianca, subito prima della messa e lo scampanio era talmente potente che impediva di parlare
Immagino che gli abitanti del posto nemmeno se ne accorgano.
E tuttavia mi ricordo molto bene, e come un incubo, quelle campane che suonavano ogni mezz’ora per ventiquattr’ore, e ora fortunatamente tacciono. Ma se tanto mi dà tanto il festoso scampanio che ci ha allietato quella notte di Pasqua ( mi ricordo che mio padre ormai sveglio si era alzato , vestito ed era uscito) nelle feste comandate è rimasto lo stesso. Almeno a giudicare da una normale messa prefestiva.
In ogni caso, l’atmosfera di Desenzano è davvero molto rilassante e la sera del 31 ottobre, con i bambini mascherati e truccati che andavano nei negozi a fare dolcetto o scherzetto si respirava serenità. Una parola che mi fa persino strano usare dopo questi due anni.
A titolo di curiosità ho trascinato Luisa a vedere il monumento al Reparto Alta Velocità, che aveva sede a Desenzano.
Agli aviatori del RAV
Questo perché il famoso avvocato Motta che veniva da noi a pranzo tutti i mercoledì era figlio del capitano Motta, vicecomandante della squadriglia, collaudatore, che aveva pilotato il Macchi M67, un idrovolante che aveva fatto il record di velocità omologato nella coppa Schneider (560 km all’ora), ed era morto in un incidente proprio a Desenzano nel 1929. Non dico che c’eravamo andati apposta ma quasi.
Eravamo stati anche a Gardone e Salò, in battello ( poi vi chiedete perché da grande ho fatto la storica) e al Vittoriale. Spoiler, non ci siamo andate nemmeno stavolta, ma almeno ci abbiamo provato, a prenotare, e niente, non c’erano più biglietti ( le visite alla casa di D’Annunzio sono guidate e contingentate, meglio prenotare sul sito)
Nel post lungo precedente vi mostravo la lavanda che ri – fiorisce in Oltrepo pavese: oggi ho visto una foto della val di Lanzo (grazie @Beppeley) dove si vedono rododendri belli freschi e fioriti. Io di questo sono abbastanza inorridita e sono ancora più arrabbiata quando agazzine di buoni studi e di buona famiglia che non vengono affatto da posti disagiati tirano cose contro i quadri – dimostrando scarsissima intelligenza e cultura e facendo un pessimo servizio all’ambiente, tra l’altro.
Comunque volevo andare su al Moncenisio, o anche solo a Bar Cenisio (perchè ci sono un paio di itinerari che ho visto, ma non ho mai sperimentato e questo prima che chiudano il passo per farci le piste da sci (vi ricordo che il versante francese delle Alpi riceve di solito le precipitazioni che non arrivano sino a noi, anche se la siccità ha picchiato duro anche lì). Comunque dieci giorni fa il tempo era strano anche qui – doveva esserlo anche in questo week end, ma ci ha tristemente ingannato- però siccome il Moncenisio mi piace anche con le nuvole, anzi soprattutto con le nuvole, sono partita lo stesso.
Lo confesso, non è stata un’ideona.
Non perché si è messo a piovicchiare, alla fine poche cose sono più belle che camminare nella pioviggine, ma perché più salivo e più la pioviggine diventava acquazzone (con molto vento), sinché alle scale sotto la diga si è trasformata in nevischio. e lì ho cominciato a domandarmi, che ci vado a fare?
Che strapiove si capisce
Così alla fine, consapevole che la mia giornata stava prendendo un giro inaspettato sono tornata a Susa, senza sapere bene cosa fare (come si vede dalla foto a valle il tempo non era così brutto). Susa è una di quelle città di frontiera (e di fondovalle) che hanno un aspetto un po’…transitorio, e a Susa si ha l’impressione che sia stata lasciata a se stessa, trascurata e un filo negletta. Ed è un peccato, perché, oltre alla splendida cattedrale romanico gotica di San Giusto, c’è un bel parco archeologico, con un arco e tracce di mura, nonché una statua di Augusto: sono tornata lì, dove oltre ai rari turisti, per lo più stranieri, c’erano i giovani del luogo che amoreggiavano, e avere un luogo del genere dove amoreggiare è sicuramente meglio che finire tra i litigi degli spacciatori (a riqualificare i giardini di Mandrognistan Ville non c’è riuscito nessuno, sinora). Susa era una città romana, luogo di passaggio e di traffici sin dall’antichità e anche adesso è in mezzo a tre valichi di una certa importanza, Moncenisio Monginevro e Frejus.
In questi casi, dopo aver ri- visitato la cattedrale, un filo meno buia del solito, sono andata a comperare la focaccia dolce da Favro ( a Susa si mangia bene in ogni caso), ho fatto il giro dal tribunale e dal Comune e poi me ne sono tornata (tristemente a casa).
Una domenica talmente pigra, con la casa che si ribella alle mie assenze, che ho finalmente postato un nuovo videino sul canale YouTube: https://youtu.be/eqKsIsfB4Qw
Sempre intenzionata a visitare nuovi posti e con la recondita convinzione che a parte Mandrognistan Ville, Vercelli, Battipaglia (con Battipaglia ho un vecchio conto in sospeso, sorry) e non molti altri, in Italia sia difficile trovare dei brutti posti, domenica ho giocherellato con l’idea di fare un salto in val Formazza o a Santa Maria Maggiore (c’era il week end delle Zucche che vi avevo a suo tempo segnalato). Poi mentre facevo il mio brunch mi ha chiamato Luisa…
Borgoratto Mormorolo
Sì, avete letto bene, un luogo che nemmeno sapevo esistesse, nell’Oltrepo pavese. In realtà Luisa ricordava un posto da qualche parte sopra Casteggio dove era stata una volta e che era bellissimo. Il posto è appunto Borgoratto Mormorolo, sulle colline dopo Borgo Priolo, non molto lontano da Casteggio, a due passi da casa sua e una cinquantina di minuti mal contati da Mandrognistan Ville, ma in un’altra provincia e in un’altra regione. Avvicinandoci al luogo, veniamo informati da minacciosi cartelli che in paese è in corso di svolgimento la Festa d’autunno, di cui nessuno ovviamente era al corrente, e quindi abbandoniamo l’auto (la Cinquecento) nel primo campo disponibile – e poi l’abbiamo recuperata senza finire nel fosso, ma sorvegliate da graziosi canetti similpointer dietro un cancello.
E risaliamo la collina (così i canonici cinque km andata e ritorno sono assicurati). La fiera era la classica fiera con le bancarelle artigianali e le prelibatezze locali sulla piazza del paese, da dove si gode una splendida vista sulle colline dell’Oltrepo (è la terza foto in altro a destra). Luisa in realtà voleva comperare della lavanda da un ‘azienda del territorio, l’Azienda Agricola Impoggio, che produce miele e lavanda. C’era anche un arnia didattica e l’apicoltore che parlava con entusiasmo delle sue apine, dicendo che lui le tocca a mani nude – a me che sono allergica fanno timore anche da dietro il vetro. Lo so bene che sono preziosissime per l’ecosistema ma io in ospedale ci sono finita per molto meno, anche se immagino che dopo un po’ ci si possa immunizzare come Mitridate (ho fatto il classico, che ci volete fare) Comunque abbiamo portato a casa olio di lavanda e formaggio (io) , acqua di lavanda e fiori di carciofo ornamentali Luisa. E poi, dietro a un bellissimo fienile, ci siamo fatte una scorpacciata di caldarroste, molto buone (a differenza dello scorso anno in cui anche i nostri marroni erano abbastanza insapori, quelle di quest’anno sono davvero saporite). Per sapere delle loro attività, hanno una pagina Facebook, dove raccolgono i loro appuntamenti – così ci sono occasioni per esplorare un altro territorio sconosciuto, e c’è anche un video del 18 ottobre che vi linko che mostra la lavanda rifiorita. A ottobre. Non va bene.
Quindi, una domenica super rilassante, e ci vuole, vi garantisco. Abbiamo avuto anche il foliage. Di vigna. Ma mica siamo nel New Hampshire.