Suggerimento escursionistico a tasso di sovraffollamento zero

Go north!

No non mi sono ammattita, non più del solito, ma sono reduce da un pranzo di Pasqua buonissimo (ho contribuito anch’io) ma, come dire, oneroso sotto il profilo digestivo, ho appena scoperto che uno dei commensali ha la febbre a 40 (tranquilli per il covid ha già dato nel 2021) e domani mi tocca una grigliata a casa di sconosciuti a Trino Vercellese, che Fruttero e Lucentini sarebbero felicissimi di aver fatto proseliti. In più ho del lavoro da finire che non ne vuole sapere di finire ( sapete quando vi mancano quattro righe per terminare e proprio non ne vogliono sapere? Ho già buttato quattro diverse versioni di cazzate, e il direttore della rivista non mi ha telefonato oggi proprio perché è Pasqua e avrà santificato anche lui, se i bambini sono finalmente guariti dall’influenza ed è guarito lui. ) Ah e qualcuno mi ha rigato la macchina: ho santificato la Pasqua non augurando la morte a nessuno.

Detto questo, se siete arrivati sin qui, il suggerimento è: la Valsesia

Sai che novità.

Beh, sì, in realtà è un posto nuovo.

Sono andata a camminare con Amica giovane ( dovevamo andare questo sabato ma ha scoperto che si laurea a brevissimo -a Unito te lo dicono praticamente il giorno prima perché le buone consolidate abitudini non muoiono mai, anche ai miei tempi era così ). Ero un po’ titubante perché ero appena fuori dal periodo anatra zoppa, due settimane fa, e lei è una che marcia, e invece siamo andate benissimo insieme o forse lei ha avuto pietà della sua amica anziana.

Comunque siamo andate in Valsesia al rifugio Massera, due ore e rotti sopra Carcoforo, che è un paesino perfettamente instagrammabile, è molto famoso sui social. Non avevamo velleità di raggiungerlo, anche perché è chiuso e in ogni caso per quando siamo arrivati avremmo avuto bisogno comunque della frontale per tornare. In realtà siamo state fermate soltanto dalla neve, perché né io né lei avevamo ciaspole o ramponcini. Avete capito bene, c’era la neve e con le perturbazioni dell’ultimo periodo ci sarà ancora, siete avvertiti. Il sentiero parte dal centro sportivo, fa una prima rampa scomodissima di cemento, che immagino serva di supporto alle prime baite, e poi diventa finalmente sterrato e si inoltra nel bosco.

Sale blandamente sino all’Alpe Chignola e poi fa sul serio. La neve si presenta all’incirca tra i 1750 e i 1800 metri, la traccia era abbastanza visibile, ma avendo un solo paio di bastoncini, che avevo portato pro anatra zoppa, non ci siamo azzardate. Controllate attentamente il bollettino valanghe, perché sotto il risalto dopo l’alpe Chignola ci siamo prese una scarica di ghiaccio, e non siamo state velocissime a spostarci, ma per fortuna eravamo fuori traiettoria. Magari è stato un gruppo di caprioli a provocarla, perché in tutto il giorno non abbiamo visto anima viva se non a Carcoforo, ma appunto.

Dal pianoro innevato davanti alla cascatella occorre ancora salire tutto il risalto per ritrovarsi nell’anfiteatro da cui è visibile il rifugio e poi salirci, sin là.

Le due ore e mezza previste dal cartello direi che sono abbastanza precise, forse qualcosa in più ( noi siamo fotografe entrambe e in montagna ci andiamo per guardare il paesaggio)

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Suggerimenti

L’idea è suggerire qualche posto in cui passare il week di Pasqua, se non siete già partiti per Fuerteventura, come una mia conoscenza (nessun giudizio: le piace, era stanca morta e fa benone).

Diciamolo, i posti affollati già li amavo poco prima del Lockdown, ora come ora li amo ancora meno: perché anche nei posti più belli in questo periodo richiate di trovare una montagna di gente, i prezzi alle stelle e magari le persone che meno volete incontrare (in Mandrognistan è quasi una certezza, il mandrognistano gira, per definizione, e ve lo ritrovate nei posti più strani . Probabilmente pure alle isole Lofoten, us sa mai). Senza arrivare agli eccessi letterari – se avete letto La donna della domenica potete essere un “aspirante vercellese” (cit) e vi ricordo che chi contestava tale scelta finisce morto ammazzato prima della fine del libro – e del film – vi darei alcuni suggerimenti tali da trovarvi in mezzo alla gente (impossibile altrimenti ), ma non così tanto in mezzo alla gente – cioè potete sempre scappare.

  1. Amica Collezionista sono mesi che mi pressa per andare il lunedì di Pasqua alla Foire de la Paquerette a Courmayeur. Le ho risposto, mai nella vita (nello stile del nostro direttore della Biblioteca, che non ripeto perché leggono nonni e bambini ecc). Sono stata una volta alla Foire con mio marito – quando per Pasqua frequentavamo abitualmente Courmayeur e Chamonix e davvero, grazie no. Ne ho un pessimo ricordo, per ragioni personali, e per la folla che abbiamo trovato. Ho frequentato abbastanza Courma alle feste comandate per non voler ripetere l’esperienza. Ci andate solo se avete la casa (e vorrei ben vedere) o se siete fan del Milanese imbruttito (il mio amico Remo capirà). In alternativa potete andare ad Aosta, specie se conoscete qualche ristoratore che vi trova un buco per mangiare. Aosta è bellissima, e mercoledì ricomincia Rocco Schiavone, che ha fatto per Aosta quello che Maigret ha fatto per Parigi.
  2. Evitate anche Mentone. Ho ancora memoria di un ritorno molto simile all’avventura recente di Noli. E con mio marito che non era una persona paziente. Però a Mentone avevamo mangiato benissimo.
  3. Evitate tutte le città d’arte – lo so i miei colleghi insegnanti mi staranno tirando le pietre. Avendo potuto andar via, per la prima volta in questi anni, al di fuori dei percorsi battuti, non tornerei mai più indietro.
  4. Potete andare a Innsbruck, che è grande, e ha tante frazioni, per cui fate presto a uscire dalla città e ad arrampicarvi da qualche parte.
  5. Potete venire da noi in Mandrognistan (pure in Mandrognistan Ville), si mangia bene, non c’è tanta folla, e abbiamo appena riaperto il Museo del Cappello (perché oltre a essere la città delle biciclette, siamo anche la città del cappello (ok scherzavo)

Ah, sia Innsbruck, sia Mandrognistan Ville nei giorni di festa tendono a sembrare un quadro di De Chirico: non si trova nemmeno da prendere un caffè. Preparatevi per tempo.

Mandrognistan Ville e Innsbruck

Ok, ora lo avete capito, è un suggerimento su dove non andare per Pasqua.

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Acque di primavera

Questa settimana, sorry, trovate un solo articolo, perché per la settimana di Pasqua ne ho programmati tre, di idee e suggerimenti ( e forse anche altro, chissà) e pure un itinerario escursionistico- perché lo scapicollo di sabato scorso ha avuto successo e io ho trovato una nuova partner nel crimine.

Primo suggerimento Pasquale- nel frattempo faccio tanti auguri a sua Santità, che di persone come Lui c’è davvero bisogno- dedicato alle acque. Anche noi come tutti gli anni andremo alle terme, ma dopo Pasqua, quindi saprete tutto dopo (ormai ci abbiamo preso gusto al giro del nord Italia delle terme, che ci occuperà per un po’, penso- pensare che avevo detto una volta a mio marito che quando avrei cominciato ad andare alle terme sarebbe stato l’inequivocabile segno del decadimento). Il primo suggerimento è sulle acque di Bressanone.

“ Cosa può aver spinto i vescovi fondatori a spostare la loro sede episcopale dal monastero di Sabiona, sullo sperone roccioso sopra Chiusa, a Bressanone nel 911? Potrebbe anche essere stata l’acqua, perché proprio a Bressanone confluiscono due importanti fiumi dell’Alto Adige, l’Isarco e la Rienza. Ma l’acqua può essere sia una benedizione sia un pericolo. Nel corso dei secoli si sono verificate diverse alluvioni nel centro storico di Bressanone. E così accadde che dopo l’ennesima inondazione del 1760, sul Ponte Aquila fu eretta la statua del santo protettore delle acque di Praga, Giovanni Nepomuceno. Tuttavia, i due fiumi furono domati solo molto più tardi.

 

L’importanza per gli abitanti di Bressanone del “loro” fiume è dimostrata anche dal cantautore Max von Milland, originario della città vescovile. Il suo ultimo album, uscito il 3 febbraio, si intitola “Eisack”(Isarco). Max von Milland, che scrive poesie e canta in dialetto altoatesino, descrive la forza di questo fiume e le sue riflessioni sul corso della vita nell’omonima canzone “Eisack”.

 

I Giardini Rapp, l’oasi di pace nelle immediate vicinanze del centro storico di Bressanone, così come l’accogliente passeggiata lungo il fiume sono sorti alla fine del 19. secolo con la regolazione della confluenza dei due fiumi: l’Isarco, che nasce al Passo del Brennero, e la Rienza, che dallo spartiacque di Dobbiaco scorre in direzione ovest attraverso la Val Pusteria e la selvaggia gola di Rienza presso Rio Pusteria fino a Bressanone.

 

Nel 1890 a Bressanone sul fiume Rienza è stato costruito il primo stabilimento idroterapico austriaco secondo il modello di Kneipp. Il fondatore fu il medico Otto von Guggenberg zu Riedhofen (1848-1914), che dopo gli studi a Vienna e Berlino lavorò come medico termale in Boemia, a Merano e al Brennero. Fino al 2017, la “Clinica Guggenberg” è stata un luogo di incontro per le celebrità del jet set, dell’alta nobiltà, dell’economia, della politica e dell’arte. In futuro ospiterà una casa di riposo e di cura.”

La cosa curiosa è che, leggendo le parole dell’amica Erica, mi è tornato alla mente un curioso episodio raccontatomi da Millina, la cugina di mio marito con cui vado a camminare (ormai le passeggiate sono sempre meno solitarie): uno dei suoi parenti di Predazzo (c’è un ramo Trentino della famiglia) dopo la prima guerra mondiale andò proprio in quella clinica per diciamo la sua riabilitazione. Come molti, l’aver partecipato alla guerra, nelle file dell’esercito asburgico naturalmente ebbe effetto sulla sua salute ( come quasi tutti gli “italiani” fu mandato sul fronte orientale, dalle parti di Przemyśl, il luogo noto ai più per la figuraccia di Salvini).

Al ritorno, mentre il reinserimento non fu così facile – nel frattempo era finito un impero, Predazzo aveva cambiato stato, c’era il dopoguerra, com’è noto non facilissimo, e poi il fascismo, la storia era passata pesantemente da quelle parti, insomma – ai reduci che potevano permetterselo c’era la salvezza del termalismo, delle acque, dei percorsi Knapp

Foto Brixentourism

Alla fine, acqua e montagna, per me sono la combinazione perfetta degli elementi ( se vogliamo buttarla in caciara, è perché sono Pesci)

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Domenica, le giornate del FAI

Sabato io e un’altra delle mie amiche camminanti abbiamo deciso di scapicollarci da qualche parte, per autoricompensarci di una settimana che già al momento in cui scrivo è stata già discretamente complicata.

Ma

Sabato e domenica ci sono anche le giornate del FAI, ed è possibile, anche in questo caso, unire l’utile al dilettevole, cioè andare in montagna. Naturalmente sul sito del Fai si possono trovare tutte le aperture e tutte le località (anche in Mandrognistan Ville). Io però volevo segnalarvi una possibilità di visita che riguarda il mio territorio e le montagne del mio territorio, specialmente l’Appennino, che è particolarmente bello in primavera, quando anche le possibilità essccursionistiche non sono troppo viziate dal caldo (la Lulù che lo scorso luglio si è fatta Vargo – Santuario della Madonna della Neve con quaranta e rotti gradi per poco ci lasciava le penne; io che la prima volta avevo fatto la stessa strada a fine agosto – con scorpacciata di fichi maturissimi per di più – mi ero però detta sin da subito “mai più in estate”. Poi su chi ha organizzato quell’escursione avrei molto da dire, ma tant’è.

Ecco qui, in val Borbera, ci sono tre luoghi da visitare, tutti e tre facilmente raggiungibili dal casello di Arquata – Vignole della A7. Lo ammetto, uno dei tre non lo conosco nemmeno io, ed è il Giardino Botanico Spina Rosa. A riprova del fatto che non conosciamo nemmeno il territorio in cui abitiamo.

Al Castello di Borgo Adorno invece si arriva dopo Pertuso (dopo le Strette, dopo il monumento alla Pinan Cichero) svoltando a sinistra dal distributore Tamoil. Dal castello, che è in cima al paese nelle giornate limpide si gode un incantevole panorama. E se siete in vena, c’è un bell’itinerario collinare che parte, a piedi, da Dernice.

Il vero, piccolo gioiello, che andrebbe conosciuto molto meglio è palazzo Spinola, che è sede, anche, del Comune di Rocchetta Ligure e del Museo della Resistenza e della Vita Sociale in Val Borbera “G.B.Lazagna” (ok, spoiler, l’Isral è uno degli enti patrocinatori del Museo, e quindi gioco, per così dire, in casa, ma come ho già detto più volte, quello che faccio per lavoro si incrocia sovente con le mie passioni extralavorative e questo lo ritengo un vero privilegio). Palazzo Spinola era una delle dimore estive della potentissima famiglia genovese e risale alla seconda metà del Seicento. Il museo è ospitato nelle stanze del mezzanino, che anticamente ospitavano la servitù; si possono visitare anche i saloni di rappresentanza e soprattutto l’imponente e monumentale atrio; per approfondire la storia di palazzo Spinola vi rimando alla pagina dell’Isral (che risale però a prima del riposizionamento delle sale) e al sito del Museo. E dopo la visita, vi raccomando di vagabondare per il paese e per i sentieri circostanti ( li trovate anche sul nostro sito, sul sito del museo, su Mapsme.

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E’ primavera e inauguriamo una nuova rubrica

Ieri sera era l’equinozio (sì la primavera astromica, da qui al 2100 e rotti è al 20 marzo e non al 21, non chiedetemi perché, che l’astronomia c’est pas mon truc) e oggi ho deciso di inaugurare una nuova rubrica, in sordina, non temete: UN LIBRO AL MESE. Un libro di montagna o quasi, di quelli che leggo, e non necessariamente quindi una novità, che come sapete, l’attualità qui viene fuori solo quando strettamente necessaria.

E quindi per coerenza il primo libro che vi consiglio (ovviamente perché l’ho letto, come tutto quello che si scrive qui sopra è tutto true and tested dalla sottoscritta) è quasi una novità, il nuovo libro di Franco Faggiani, L’inventario delle nuvole, (Fazi, 2023). E no, dato che devo scrivere ben tre recensioni per lavoro e non ho neppure iniziato, non mi sono messa a scrivere ex novo una recensione “seria”. Vi consiglio quindi di leggere quella di Davide Torri su Altitudini

(la copertina è tratta dal sito di Jeff Bezos, quando avrò i link affiliati, capiterà prima o poi, metterò anche il nome. Leggendo la recensione vi assicuro che vi verrà voglia di comprare il libro, che è quello che una buona recensione dovrebbe fare, tra l’altro).

Io invece ho combrato il libro, in versione e -book, per ormai le solite questioni di spazio, un po’ sulla fiducia. Avevo letto infatti il suo primo libro, La manutenzione dei sensi, che avevo e ho molto amato: soprattutto, avevo amato come i due protagonisti in qualche modo si ritrovassero nella solitudine, che è una cosa che cerco anch’io quando vado in montagna. Ve lo dico subito, i libri che mi parlano, fosse pure Guerra e pace che è uno dei miei libri preferiti, dicono qualcosa di me – è un’idea che mi ha trasmesso mio padre, e non devo giustificare su di essa un assetto critico, che tanto non è il mio lavoro.

Quindi mi parla Guerra e pace ma non tutti i russi in generale, le rime petrose di Dante, le poesie erotiche di Kavafis, Isaac Singer e Eric Maria Remarque, Pattini d’argento, Jane Austen e Proust.

In ogni caso, avendo letto un po’ di notizie su questo nuovo libro, mi intrigava il fatto che fosse ambientato in una parte del Piemonte da me poco conosciuta. Alla fine, in quella parte di Piemonte passerò le mie vacanze quest’estate (forse, che per il futuro non si sa mai). Ma non ditelo a Luisa

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Domenica con il colosso

Ci sono delle volte in cui da sola sconfiggi le tue migliori intenzioni. Un paio di domeniche fa volevo scrivere ( perché le mie scadenze, ovviamente, non finiscono da sole) e tutto congiurava contro di me, nel senso che era tutto un vuoi uscire? Facciamo qualcosa? Ho cercato di dribblare, poi il cugino piacione si è piazzato davanti al Gran Premio, e Lulu dato che non stavo comunque combinando molto, mi ha tirato fuori di casa.

E mi ha detto, andiamo ad Arona? Che era precisamente il posto per cui avevo detto ad amica n. uno , no dai al mercatino vai tu

Vabbè

Le ho mandato un messaggio comunque, perché appunto non volevo fare brutta figura, e l’ha presa bene ( ci siamo anche parlate). Spoiler. No non ci siamo incontrate perché lei è ripartita quando noi con tutta calma siamo arrivate. Con i nostri tempi biblici. E con il traffico.

Tutte e due avevamo una mezza intenzione di tornare al Colosso, aka il Sancarlone, che è una statua di bronzo di San Carlo Borromeo ( alla sua famiglia apparteneva il territorio di Arona) alta trenta metri.

Ci si arriva a piedi in una ventina di minuti dal centro ( però l’ultima parte del Calvario è a fianco della strada), ma noi siamo andati in auto perché io ero ancora in versione anatra zoppa. E la statua era chiusa.

Il colosso dal cancello

Pagando i tuoi venti euro ( sì i santi non vengono proprio a buon mercato) puoi salire sulla balaustra- una aggiunta successiva e poi attraverso una scala a pioli arrampicarsi sino agli occhi, da cui si vede un bel panorama sul lago

Non crediate. Ci vuole un certo atletismo per arrampicarsi sulla scala di alluminio stile ferrata ( sarà che quando l’ho fatto ero una adolescente goffa…oggi sono un’anatra zoppa, andiamo bene)

Di fronte c’è la chiesa di San Carlo, barocca, a pianta quadrata (con la portantina del santo, che era pur sempre nobile).

Poi ci siamo fatte tutto il lungolago tra i resti del mercatino invia di smobilitazione e un grande luna park. E un forte vento ( non proprio di primavera)

E alla fine, siamo finite in una pasticceria , la Maison Morotti, dove abbiamo preso un ottimo aperitivo (io essendo un’anatra zoppa, ho bevuto)

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È primavera e io sono un’ anatra zoppa

Primavera

L’ho già detto? L’ho già detto: sono una persona abitudinaria .

La primavera per me è la Valsesia. È cercare le primule vicino a Prati di Cervarolo. C’è un punto, e solo lì, in cui per, evidentemente, una combinazione di suolo ed esposizione al sole che fa letteralmente esplodere ciuffi di primule già agli inizi di marzo. Siamo vicino a Varallo, in una valle tributaria che è la Val Mastellone, la mia preferita insieme alla Val Sermenza di Carcoforo.

Ma sportivamente parlando, che disastro. Ho dolori muscolari ovunque, e , a parte la paranoia, ho provato a cercare una causa e la soluzione. E per fortuna ho un medico, adesso, che azzarda persino una diagnosi, e fornisce soluzioni. Ma io avevo male sabato scorso e ho male pure adesso ( e oggi ho pure preso in’antinfiammatorio, che cerco di non prendere , ma perché dover soffrire?)

Comunque sabato sono salita lemme lemme sino ai Prati, ho guardato le primule, la chiesa, le galline, dato un’occhiata alla stradina che porta a mezza costa a Cervarolo. E poi sono scesa. E ho visto la madre di Dio e qualche santo. CHE DOLORE! E quando hai dolori, li hai a scendere, non a salire (salendo si allungano i polpacci, scendendo freni, e quindi tibiali quadricipiti polpacci tutti insieme, una sinfonia di infiammazioni

Che il magnesio, gli integratori e tanta acqua (ossia quanto ha detto il mio dottore) non hanno ancora portato via.

Poi va beh, mi sa che mi tocca anche una risonanza, un giorno o l’altro, che sto ginocchio sinistro è un po’ appeso a un filo.

Insomma, un’ anatra zoppa.

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Ora, i dintorni

Dopo essere arrivate intirizzite a Monte San Savino e passato il sabato sera a sbrinarci, restava da vedere cosa fare di noi la domenica. Dopo una bella dormita, una buona colazione e un saluto ai gatti, ai cani e al nostro padrone di casa ci siamo divise. Viola e la mamma sono tornate in Liguria e noi tre abbiamo pensato a cosa fare. L’idea originaria era di fare un salto a Cortona, che nessuna delle tre aveva mai visto, ma paghe del freddo patito il giorno prima e con la prospettiva di a long journey home abbiamo rinunciato. E così abbiamo deciso di concludere la nostra gita in Toscana, dove comunque c’è così tanto da vedere da non saper letteralmente dove girarci.

Alla fine abbiamo optato per vedere la Madonna del Parto di Piero della Francesca a Monterchi, che si trova a pochi chilometri da Monte San Savino e dove siamo stati accolti da una spruzzata di neve lungo la strada. La Madonna ha una storia curiosa alle spalle. Fu dipinta da Piero per una cappella di campagna ai piedi del paese di Monterchi, che è su una collina ed è il paese natale della madre di Piero. Dovrebbe risalire alla seconda metà del Quattocento e non si sa perchè, essendo già famoso, abbia deciso di fare un affresco in un posto che già allora era abbastanza sperduto. Quella povera cappella ha avuto poi una storia abbastanza travagliata, ampliata nel Settecento, rimaneggiata, l’affresco è stato staccato e spostato e ne hanno perso un pezzo (che l’imbianchino dell’epoca aggiustò con qualche pennellata di colore…), poi c’è stato un terremoto, insomma adesso è in una scuola media (di epoca molto fascista) ed è lì in mancanza d’altro: non si può ricollocarla nella cappella originaria ora del cimitero, perché non andrebbe più nessuno a vederla, non si può metterla a dimora nella chiesa che si trova proprio di fronte alla scuola, perché l’edificio non è sicuro, la Diocesi vorrebbe spostarla a Sansepolcro – perchè il quadro tecnicamente è di proprietà della diocesi – i montarchesi si oppongono, la sovrintendenza tace e insomma si è in uno stallo alla messicana dal ’93.

E questo è lo stato del patrimonio artistico in Italia.

Monterchi è un delizioso paesino medievale, ma è praticamente disabitato: anche l’impiegata del museo ci ha detto che non abitava lì, e non c’era nemmeno un bar aperto. Non capita spesso, ma quel giorno lì non abbiamo trovato nulla da mangiare.

Ma la Madonna del parto è una meraviglia, da lasciarci a bocca aperta, per la costruzione, per le simmetrie, per i particolari (i bottoni slacciati dell’abito per accomodare il ventre), per i colori. Siamo rimasti a guardarla un’ora senza essere disturbati – perchè naturalmente non c’era nessuno. Nelle altre sale del museo, che si vede benissimo essere una scuola, la storia dell’affresco e delle sue vicissitudini, compresa quella di essere stato dimenticato per secoli, sono raccontate molto bene. Sette euro molto ben spesi. (Se siete interessati , Carlo Ginzburg ha scritto anni fa un libro su Piero, che Adelphi ha recentemente ripubblicato.

Così, in un limpido pomeriggio invernale , ce ne siamo tornate a casa

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Tutti i Piero della Francesca di Arezzo (e dintorni)

Ricordate, avevo visto Arezzo, e abbastanza di sfuggita, nel ‘93, e sempre tra le maglie di un convegno. Ricordavo anche di aver parcheggiato quasi ai piedi della chiesa di San Francesco, e quindi probabilmente vicino alla stazione, mentre il nostro sempre disponibile padrone di casa ci ha consigliato un altro parcheggio ai piedi delle mura, che però era almeno per metà gratis, il parcheggio Pietri. Il consiglio è di arrivare abbastanza presto. Alle dieci, che non è proprio prestissimo, c’erano ancora parecchi stalli, quando siamo venute via a metà pomeriggio era tutto pieno.

Il bello di un sabato d’inverno era ovviamente che in giro non c’era assolutamente nessuno. Non un’anima, a parte i locali, qualche pensionato e noi. Stranieri pochissimi, a parte una comitiva di cinesi incontrata in una pasticceria .

Se volete vedere i Piero della Francesca di Arezzo, che è una delle buone ragioni per andarci, tra l’altro, dovete partire dalla chiesa di San Francesco. Sul sito, la mattina, consigliava la prenotazione online perché gli ingressi sono contingentati. Alla cassa, non dico il red carpet, ma quasi. Dentro, due studenti e noi. Il modo migliore di vedere gli affreschi, che sono nella cappella Bacci dietro all’altare, quasi nascosti dal crocefisso della scuola di Cimabue

Il tema è la storia della Vera Croce, leggenda molto diffusa (nella Leggenda Aurea di Jacopo da Varagine) che lega la croce di Gesù ad Adamo, e alla Regina di Saba che si inginocchia riconoscendo la santità del legno, sino ad arrivare al sogno di Costantino e a in hoc signo vinces –una piccola croce che l’imperatore tiene in mano durante la battaglia.

Ecco queste sono le scene che preferisco, con i cavalli meravigliosamente dipinti. Non i personaggi femminili, l’uso squisito della prospettiva, la prima scena notturna dipinta nel Rinascimento ( in realtà è un’alba), o i particolari di gonfaloni e armature nella loro totale a-storicità. I cavalli.

Il mio santo (non proprio il mio, che è l’abate)

Nella chiesa ci sono molti altri affreschi, secondo la tradizione didascalica e comunicativa dei francescani (ok la mia vena professorale sta prendendo il sopravvento. Però dopo aver visto anche le storie bibliche di Spinello Aretino, potete uscire e finire il vostro giro in cattedrale)

In cattedrale, tra molte altre bellezze, compresa la tomba del vescovo che la fece costruire e che morì armi in pugno per difendere Arezzo – una santa vocazione ovviamente – due della Robbia, un’effigie miracolosa della Madonna, c’è anche lei.

La Maddalena

Notate il particolare dei capelli unti , poiché ha lavato con l’olio i piedi di Gesù e lì ha asciugati con i suoi capelli (uscire con una storica dell’arte ha i suoi innegabili vantaggi).

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Andare in Toscana nel periodo più freddo dell’anno

Non questo week end, cioè. Dove ha fatto comunque freddo. E persino Cristina D’Avena (no i Måneskin non vengono a suonare qui) non ha cantato, se no il vento se la portava via

Ricordate la volta che Fanny si era persa? Era il per il compleanno di un’amica, di quelli pesanti – il mio è stato in pieno lockdown quindi devo ancora rendermi conto. Un’amica di lunghissima data ( un giorno questa storia dovrò raccontarla un po’ più in dettaglio) con cui in realtà ho viaggiato pochissimo, se si escludono corsi e convegni, che sono un’altra cosa. Mi aveva invitato a festeggiare facendo un viaggetto . E dopo molte esitazioni e confronto dei prezzi (qui nessuno è Onassis – così avete idea di quanto siamo boomer, per voialtri ggiovani come i Ferragnez) avevamo deciso per Arezzo, che nel gruppo che Lia aveva scelto per festeggiare due non conoscevano, e noi due avevamo visitato di corsa nel 1993, agli albori della nostra amicizia, e poi per ragioni varie e diverse non ci avevamo mai più messo piede.

Il viaggio è capitato in un periodo in cui ero per varie ragioni morta. E lo ammetto ho fatto di tutto per tirarmi indietro. Ero anche particolarmente a corto per aver pagato bollette varie, che sono la croce e delizia di tutti noi quest’anno, ma la festeggiata , cioè Lia, ha detto ed era prontissima a fare una cosa che mi ha fatto capire che ci tenesse davvero tanto alla mia presenza e non solo perché mi aveva chiesto di guidare.

Sono partita tra i lazzi dei miei coworkers, soprattutto del direttore della biblioteca, che ha detto più o meno ( ricordate che le sue frasi sono accuratamente censurate perché mi leggono nonne e bambini), sei matta hanno detto che farà un freddo becco. Non solo, le meteo davano neve, l’amica di Lia aveva prenotato in un agriturismo bellissimo ma in cima a un dirupo (come abbiamo poi scoperto , in fondo a un dirupo) e non aveva le gomme da neve perché tanto a Finale Ligure non servono, mentre io so guidare con la neve (mio commento, va beh, alla mala parata il proprietario ci aiuterà a metter su le catene: non è capitato, per fortuna, ma avendo conosciuto il simpatico proprietario di sicuro ci avrebbe aiutato).

La vista dal dirupo

Comunque siamo partite tardi perché io avevo la solita riunione a cui non potevo rinunciare, abbiamo fatto la solita coda in Liguria, perché non importa se a est o a ovest la coda c’è sempre (e comunque c’era sempre la possibilità di neve sull’appennino e quindi meglio fare la litoranea e non la variante di valico) e a gennaio abbiamo fatto l’ultima parte del viaggio col buio pesto e ovviamente ci siamo perse intorno a Monte San Savino che era la nostra meta e che è un posto bellissimo quando lo abbiamo visto col sole. Siamo arrivato che era tardissimo, abbiamo finito per bere con il padrone di casa e non abbiamo fatto entrare la gatta che era fuori, su suo consiglio, perchè poi ci avrebbe svegliato alle tre per uscire. Però tutti i molti gatti felici e pasciuti che abbiamo visto illuminati dalle lampade hanno gradito gli avanzi. Il posto (che ha anche la piscina, ma ovviamente a gennaio era chiusa) è davvero bello, e ha recensioni adoranti un po’ ovunque: un po’ di foto si possono vedere sul sito. Noi eravamo nella parte di casa denominata Sunia, in cinque.

Il giorno dopo siamo andate ad Arezzo alla caccia di tutti i Piero della Francesca che non avevamo visto e come previsto faceva un freddo belluino (belluino con berretto di lana, guanti di lana, pantaloni pesanti, stivali: ho avuto più caldo in montagna) . A metà pomeriggio (del sabato) mi suona il telefono, vedo un numero di Asti e sto per non rispondere poi mi viene un’illuminazione: l’allarme dell’ufficio, che già una volta aveva chiamato la centrale operativa. E’ l’allarme dell’ufficio (la lista dei numeri è: il mio collega, che in quel momento era sotto la doccia, io, il presidente):

  • Buonasera, è suonato l’allarme della porta d’ingresso. Può andare a controllare?
  • (io) Sono ad Arezzo e direi che è poco probabile. Potete mandare una pattuglia?
  • Non può proprio?
  • SONO AD AREZZO! (a questo punto si girano: Lia, Rebecca la sua amica inglese che era con noi e due passanti)

Faticosamente sono riuscita a convincerli a mandare una pattuglia e poi ho cercato di spiegare a Rebecca perché chiamavano proprio me. Tra l’altro, ho viaggiato con due persone che chiacchieravano con me (abbiamo finito per tentare di spiegare a Rebecca la storia del mostro di Firenze), il che per me è quasi una novità perché Francesco dormiva da casello a casello e nemmeno Lulu è loquacissima)

In ogni caso, la nostra avventura culinaria non è stata altrettanto felice. Pranzo niente di che, sera eravamo talmente intirizzite, e pure sotto una pioggerellina gelata, ma nessuna aveva voglia di fare il primo passo, sinché ho detto ragazze, se non vi dispiace, io mi faccio la doccia poi mangio gli avanzi di ieri, lo so che è sabato, ma di vestirmi per andare in un ristorante meglio di no (avevamo due auto). Boato. Abbiamo saccheggiato la Coop di Arezzo, bevuto due bottiglie di Chianti e scoraggiato chi tra noi aveva ancora pile (cioè la figlia tredicenne di Emilia, Viola).

Il giorno dopo ci siamo svegliate sempre con il freddo, con le montagne spruzzate di neve, ma perfettamente riposate.

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