Sono arrivata, anche questa volta, più o meno in zona cesarini, quanto a data del mese, e a questo punto sarà meglio che lo fissi sempre negli ultimi giorni del mese e mi faccia un nodo al dito virtuale.
Il Cognetti di cui parlo non è Le otto montagne di cui si è scritto molto, anche a proposito del film, e non è l’ultimo, La felicità del lupo, che ho ma non ho ancora letto. È un Cognetti intermedio, che però tocca dei temi che mi interessano.
Senza mai arrivare in cima parla dell’Himalaya, in particolare del Nepal del Dolpo e del Mustang, dove, anche se la via percorsa conduce sicuramente in alta quota, non ci sono gli Ottomila, non c’è la folla di turisti che vogliono gli Ottomila, e dove in generale è possibile essere soli con i propri pensieri se non soffri per l’altitudine e non sei concentrato sul prossimo passo da fare.
Un Himalaya in cui ci vuole una vera spedizione ( quella che in effetti ti paga uno sponsor importante o una rivista) e degli amici, e anche un cane ( Cognetti è un dogperson). Un posto dove incontrare persone e cercar di capire un mondo molto lontano dal nostro. Un Himalaya dove vorrei andare anch’io, ma ormai so che non ho più l’età per affrontare (Cognetti ha 18 anni meno di me) e quanto ai soldi, beh dovrei iniziare a risparmiare . Forse potrei chiedere al direttore di Oltre…
Questa volta, foto di libro vero su sedia vera , no Jeff
Foto di libro vero ecc e giochino per gatto (non lo avevo notato)
Come sempre, un itinerario per il 25 aprile che unisce la storia e l’amore per la montagna.
Quest’anno restiamo nel torinese. Dove sono capitata per caso, cercando strade nuove da percorrere (cit. Robert Frost), in Val Germanasca. Come sempre, assolutamente a caso.
Volevo cominciare dalla Grande panchina della Val Germanasca a Pomaretto, che è praticamente attaccata a Perosa Argentina. Ho abbandonato l’auto davanti al municipio, ho attraversato la strada a fianco del convitto Valdese, e ho incrociato una garrula comitiva per cui ho cambiato immediatamente strada.
Percorrendo la strada asfaltata sono incappata in un cartello che diceva “Sentiero del Dahu” ( che potete seguire qui ) e l’ho imboccato. La prima tappa è alla borgata Pons.
La lapide
Che fu oggetto di un rastrellamento con diverse uccisioni. Da lì ci sono indicazioni diverse. Io ho proseguito per la seconda borgata , Bout. Da cui sono scesa per la strada asfaltata scoprendo che arrivava proprio a fianco della famosa panchina
Ah, strada facendo ho pure incrociato una volpe.
La panchina
La panchina si trova in mezzo alle ramie , le particolari legature delle viti; il comune ha favorito il reinpianto di vitigni autoctoni (il risultato, leggo non è ancora qualitativamente all’altezza ma il ritorno dei vitigni di montagna è sicuramente positivo) Vicino alla panchina c’era un ragazzo: un fratello praticamente, che aveva trovato il posto perfetto per starsene per i fatti suoi senza essere disturbato da nessuno, nemmeno da quelli che bevevano allegramente nel posto di degustazione in mezzo ai filari. Il paesaggio era bellissimo , il sole caldo, ho studiato bene bene il cartello con tutti gli itinerari e , insomma, ci tornerò.
Non ho mai incontrato un orso. Vipere un tot, cervi e caprioli un sacco, cinghiali parecchi, lupi uno. Un mio amico che è stato a Yellowstone ha dilingentemente seguito tutte le istruzioni su cosa fare se incontrate un orso, e non ne ha visto nemmeno uno. Le vipere non mi hanno morso, i caprioli per lo più sono andati per i fatti loro, il lupo mi ha ignorato, davanti ai cinghiali che non mi avevano fiutato ho avuto uno scatto da centometrista ma all’incontro più ravvicinato non ero un’anatra zoppa. Sono andata in giro in Trentino, ai tempi, ORA IN UN POSTO DOVE SPARANO AGLI ORSI NON VADO IN FERIE.
Non è ovviamente colpa dei trentini in generale, ma alla fin fine il governo dei leghisti lo hanno votato loro, non io. Però uccidere l’orsa non è una buona soluzione. Il problema come sempre sta nelle cause, del comportamento dell’orsa, ossia di ripopolare il territorio con orsi non autoctoni, dopo aver sterminato gli autoctoni, e poi lasciarli lì senza controllo e senza monitoraggio. Da una parte i cacciatori votati allo sterminio sempre e comunque, dall’altra parte gli animalisti, che spesso trascendono (come certi ambientalisti chic che devastano i monumenti). Nel mezzo gli operatori che cercano di monitorare gli orsi e catturarli se del caso ( e anche questa non è proprio una faccenda agevole – provate voi a narcotizzare un bestione il cui peso potete solo stimare e se lo mancate il bestione si incazza e vi carica). Non ho ovviamente una risposta, e naturalmente mi dispiace per l’escursionista ucciso. Sono quasi certo che si è trovato al momento sbagliato nel posto sbagliato, e questo poteva capitare a ciascuno di noi se esce di casa. Anche i suoi genitori (apprendo dai media) sostengono che uccidere l’orsa non servirà a lenire il loro dolore.
Torniamo un attimo agli uomini. Conoscevo, di vista, uno dei due scialpinisti torinesi che sono morti sul Monte Bianco (il canalone des Dames, se non vado errata) dove si erano avventurati in un itinerario scialpinistico con pericolo valanghe 4 su 5. Ho letto molti interessanti interventi in proposito, in particolare sul Gognablog. E tutti mettono in evidenza da un lato, che il coefficiente di pericolo era molto, troppo alto, e che al tempo stesso, il nostro modo di vivere la montagna è cambiato, compresso dal fatto che il tempo che possiamo dedicare è sempre meno ed è quello: se nel giorno che puoi ritagliarti il tempo è brutto o c’è pericolo, vai lo stesso, perché non sai quando potrai tornare. Posso capire già di più gli aspiranti (in fin dei conti saper agire in situazioni di pericolo fa anche parte del lavoro che devono svolgere). Posso anche capire che quando ti prende la wanderlust metti a tacere anche il cervello. Capitava anche a me: adesso meno, perché mi fa male la schiena e cedono le ginocchia e la gente che ho intorno comincia a morire e questo fatalmente ti costringe a riconsiderare le cose. Resta però il fatto che adesso che la neve latita in montagna vado meno, e quando la neve era abbondante e io sapevo bene leggere il territorio intorno a me, con livello 3 non mi azzardavo, e la colata di neve, come un paio di volte mi è capitato, la vedi e la trovi anche a livello due, se è mezzogiorno e il pendio è al sole. La scarica di ghiaccio che abbiamo evitato in Valsesia io e Amica giovane è qualcosa che io non ricordavo e nemmeno lei.
E quindi torniamo agli uomini e agli orsi: non siamo più in grado di vivere nell’ambiente naturale, ignoriamo che dobbiamo convivere anche con gli animali, e soprattutto che il cambiamento climatico sta modificando anche il comportamento della neve e forse noi dovremmo adeguare le nostre scale di riferimento ad una situazione nuova . Vale per la natura in generale, vale per gli orsi , vale anche per noi
Avevo voglia di tornare a vedere l’animazione del Fuori Salone – soprattutto le sculture e installazioni , che non possono essere definite mobili e a volte sono perfettamente inutili . Ma belle
Appunti:
A Milano fa caldo, più che in Mandrognistan villa e contado. È lo smog, che avvolge in quella cappa umidiccia su cui si impasta il combinato metro aria condizionata spifferi. In taluni casi la buona vecchia mascherina potrebbe tornare utile, il colpo d’aria è sempre in agguato. Gli stranieri sono per lo più in bermuda magliette sandali biancheria a vista che deve essere il trend di quest’anno, le sciure hanno ancora il cento grammi da mezza stagione.
C’è in giro tutto il mondo ( d’accordo che ero in zona statale, ma non ci si poteva muovere)
Molti eventi mostre spazi espositivi sono professionals only, cioè architetti e designer. Abbiate pietà delle gentili signorine, che alle sette di sera cominciano a impappinarsi; in alcuni casi non ci perdete nulla, il meraviglioso giardino giapponese in via Durini era sicuramente meglio dell’esposizione di Natuzzi ( è un’occasione ghiotta per vedere scorci di Milano solitamente riservati ai residenti)
Non si può vedere tutto. Il consiglio è prendersi una zona ( Tortona, Cinque vie, Cà Granda , quel che volete) e esplorarla tutta. Se ci sapete fare come le influencer di Instagram, ci sono aperitivi dappertutto. A me hanno offerto da bere gli operai della filiera del legno che protestavano per il contratto in via Durini perché ho solidarizzato ( difficile farsi sentire in quel bailamme molto d’alto bordo)
I gatti ( l’installazione si chiama Pet theraphy) sono nel cortile della Statale, con i moai vandalizzati, la spirale e il temporale tropicale e tutto un piano di sculture colorate. Io mi sono fotografata a specchio in un’installazione insieme a mezza sciura in cappottino di cammello.
Ci sono code che non ricordavo dai tempi dell’Expo.
Ci vogliono scarpe molto comode ( le aveva pure la Meloni). Massimo rispetto alle professioniste in tacchi a spillo e alle ragazze in tacconi (alti e larghi, altro trend di quest’anno)
Il Duomo è aperto sino a tardi.
Non sognatevi nemmeno di trovare un taxi. Fate prima a sposarne uno.
Aggiungo solo: usate le piste ciclabili dannazione!
Lo so zigzagano da una parte all’altra della statale ma sono molto sicure e pure belle: e le auto si fermano agli attraversamenti . Poi se volete lamentarvi dei prezzi avete anche ragione, tutto abbastanza caro. E se volete lamentarmi della folla … fate come noi)
Ieri sera siamo uscite tardi e tornate molto più tardi: avevamo mangiato una cosa buonissima a Peschiera da Marco e Daniela Time, ma abbiamo scoperto che come dire digerirlo era una faccenda seria così siamo andate a Sirmione e fotografato l’heure bleu in tutte le sue sfumature sinché il sole è tramontato.
Mentre stavamo rimirando un hotel a molte stelle siamo state superate da una signora anziana che saliva spedita con i suoi bastoni da nordic. Constatando tristemente che ormai facevamo due gambe in due ( due anatre zoppe volendo), abbiamo girato verso la chiesa di San Pietro Mavino e ci ha attraversato un gatto. Oh micio sei solo? Stai bene? Ma dai guarda che pelo lustro starà andando in giro…
Poi un altro. Poi due rossini ( mamma e figlio? ) che si fanno accarezzare. Poi vedo una specie di casetta ma in effetti il mio cervello non la registra del tutto perché la chiesa è aperta e si vedono gli affreschi. Entriamo e dentro c’è la signora.
Attacchiamo a parlare, o meglio come al solito attacca Luisa e la signora in realtà è suor Esperanza , una suora comboniana, che vive in un piccolo alloggio accanto alla chiesa, ci parla della chiesa e degli affreschi e dei gatti, perché una micia giovane saltella vicino all’altare e si nasconde tra le nicchie.
Sono una colonia censita e protetta dal comune di Sirmione, che le fornisce umido e crocchette e anche la casetta per ripararsi ( la micia giovane- non ho capito bene il suo nome perché tutti hanno un nome – invece credo stia per lo più con lei).
Suor Esperanza è davvero simpatica e ci ha trattato come amiche : ci ha raccontato del piccolo piacere di mangiare una pizza speciale, della visita delle consorelle, della strada da fare per tornare a casa e dei punti panoramici. E dei gatti. Buona vita a lei ( good vibes in quel luogo a tonnellate)
No non mi sono ammattita, non più del solito, ma sono reduce da un pranzo di Pasqua buonissimo (ho contribuito anch’io) ma, come dire, oneroso sotto il profilo digestivo, ho appena scoperto che uno dei commensali ha la febbre a 40 (tranquilli per il covid ha già dato nel 2021) e domani mi tocca una grigliata a casa di sconosciuti a Trino Vercellese, che Fruttero e Lucentini sarebbero felicissimi di aver fatto proseliti. In più ho del lavoro da finire che non ne vuole sapere di finire ( sapete quando vi mancano quattro righe per terminare e proprio non ne vogliono sapere? Ho già buttato quattro diverse versioni di cazzate, e il direttore della rivista non mi ha telefonato oggi proprio perché è Pasqua e avrà santificato anche lui, se i bambini sono finalmente guariti dall’influenza ed è guarito lui. ) Ah e qualcuno mi ha rigato la macchina: ho santificato la Pasqua non augurando la morte a nessuno.
Detto questo, se siete arrivati sin qui, il suggerimento è: la Valsesia
Sai che novità.
Beh, sì, in realtà è un posto nuovo.
Sono andata a camminare con Amica giovane ( dovevamo andare questo sabato ma ha scoperto che si laurea a brevissimo -a Unito te lo dicono praticamente il giorno prima perché le buone consolidate abitudini non muoiono mai, anche ai miei tempi era così ). Ero un po’ titubante perché ero appena fuori dal periodo anatra zoppa, due settimane fa, e lei è una che marcia, e invece siamo andate benissimo insieme o forse lei ha avuto pietà della sua amica anziana.
Comunque siamo andate in Valsesia al rifugio Massera, due ore e rotti sopra Carcoforo, che è un paesino perfettamente instagrammabile, è molto famoso sui social. Non avevamo velleità di raggiungerlo, anche perché è chiuso e in ogni caso per quando siamo arrivati avremmo avuto bisogno comunque della frontale per tornare. In realtà siamo state fermate soltanto dalla neve, perché né io né lei avevamo ciaspole o ramponcini. Avete capito bene, c’era la neve e con le perturbazioni dell’ultimo periodo ci sarà ancora, siete avvertiti. Il sentiero parte dal centro sportivo, fa una prima rampa scomodissima di cemento, che immagino serva di supporto alle prime baite, e poi diventa finalmente sterrato e si inoltra nel bosco.
Sale blandamente sino all’Alpe Chignola e poi fa sul serio. La neve si presenta all’incirca tra i 1750 e i 1800 metri, la traccia era abbastanza visibile, ma avendo un solo paio di bastoncini, che avevo portato pro anatra zoppa, non ci siamo azzardate. Controllate attentamente il bollettino valanghe, perché sotto il risalto dopo l’alpe Chignola ci siamo prese una scarica di ghiaccio, e non siamo state velocissime a spostarci, ma per fortuna eravamo fuori traiettoria. Magari è stato un gruppo di caprioli a provocarla, perché in tutto il giorno non abbiamo visto anima viva se non a Carcoforo, ma appunto.
Dal pianoro innevato davanti alla cascatella occorre ancora salire tutto il risalto per ritrovarsi nell’anfiteatro da cui è visibile il rifugio e poi salirci, sin là.
Le due ore e mezza previste dal cartello direi che sono abbastanza precise, forse qualcosa in più ( noi siamo fotografe entrambe e in montagna ci andiamo per guardare il paesaggio)
L’idea è suggerire qualche posto in cui passare il week di Pasqua, se non siete già partiti per Fuerteventura, come una mia conoscenza (nessun giudizio: le piace, era stanca morta e fa benone).
Diciamolo, i posti affollati già li amavo poco prima del Lockdown, ora come ora li amo ancora meno: perché anche nei posti più belli in questo periodo richiate di trovare una montagna di gente, i prezzi alle stelle e magari le persone che meno volete incontrare (in Mandrognistan è quasi una certezza, il mandrognistano gira, per definizione, e ve lo ritrovate nei posti più strani . Probabilmente pure alle isole Lofoten, us sa mai). Senza arrivare agli eccessi letterari – se avete letto La donna della domenica potete essere un “aspirante vercellese” (cit) e vi ricordo che chi contestava tale scelta finisce morto ammazzato prima della fine del libro – e del film – vi darei alcuni suggerimenti tali da trovarvi in mezzo alla gente (impossibile altrimenti ), ma non così tanto in mezzo alla gente – cioè potete sempre scappare.
Amica Collezionista sono mesi che mi pressa per andare il lunedì di Pasqua alla Foire de la Paquerette a Courmayeur. Le ho risposto, mai nella vita (nello stile del nostro direttore della Biblioteca, che non ripeto perché leggono nonni e bambini ecc). Sono stata una volta alla Foire con mio marito – quando per Pasqua frequentavamo abitualmente Courmayeur e Chamonix e davvero, grazie no. Ne ho un pessimo ricordo, per ragioni personali, e per la folla che abbiamo trovato. Ho frequentato abbastanza Courma alle feste comandate per non voler ripetere l’esperienza. Ci andate solo se avete la casa (e vorrei ben vedere) o se siete fan del Milanese imbruttito (il mio amico Remo capirà). In alternativa potete andare ad Aosta, specie se conoscete qualche ristoratore che vi trova un buco per mangiare. Aosta è bellissima, e mercoledì ricomincia Rocco Schiavone, che ha fatto per Aosta quello che Maigret ha fatto per Parigi.
Evitate anche Mentone. Ho ancora memoria di un ritorno molto simile all’avventura recente di Noli. E con mio marito che non era una persona paziente. Però a Mentone avevamo mangiato benissimo.
Evitate tutte le città d’arte – lo so i miei colleghi insegnanti mi staranno tirando le pietre. Avendo potuto andar via, per la prima volta in questi anni, al di fuori dei percorsi battuti, non tornerei mai più indietro.
Potete andare a Innsbruck, che è grande, e ha tante frazioni, per cui fate presto a uscire dalla città e ad arrampicarvi da qualche parte.
Potete venire da noi in Mandrognistan (pure in Mandrognistan Ville), si mangia bene, non c’è tanta folla, e abbiamo appena riaperto il Museo del Cappello (perché oltre a essere la città delle biciclette, siamo anche la città del cappello (ok scherzavo)
Ah, sia Innsbruck, sia Mandrognistan Ville nei giorni di festa tendono a sembrare un quadro di De Chirico: non si trova nemmeno da prendere un caffè. Preparatevi per tempo.
Mandrognistan Ville e Innsbruck
Ok, ora lo avete capito, è un suggerimento su dove non andare per Pasqua.
Questa settimana, sorry, trovate un solo articolo, perché per la settimana di Pasqua ne ho programmati tre, di idee e suggerimenti ( e forse anche altro, chissà) e pure un itinerario escursionistico- perché lo scapicollo di sabato scorso ha avuto successo e io ho trovato una nuova partner nel crimine.
Primo suggerimento Pasquale- nel frattempo faccio tanti auguri a sua Santità, che di persone come Lui c’è davvero bisogno- dedicato alle acque. Anche noi come tutti gli anni andremo alle terme, ma dopo Pasqua, quindi saprete tutto dopo (ormai ci abbiamo preso gusto al giro del nord Italia delle terme, che ci occuperà per un po’, penso- pensare che avevo detto una volta a mio marito che quando avrei cominciato ad andare alle terme sarebbe stato l’inequivocabile segno del decadimento). Il primo suggerimento è sulle acque di Bressanone.
“ Cosa può aver spinto i vescovi fondatori a spostare la loro sede episcopale dal monastero di Sabiona, sullo sperone roccioso sopra Chiusa, a Bressanone nel 911? Potrebbe anche essere stata l’acqua, perché proprio a Bressanone confluiscono due importanti fiumi dell’Alto Adige, l’Isarco e la Rienza. Ma l’acqua può essere sia una benedizione sia un pericolo. Nel corso dei secoli si sono verificate diverse alluvioni nel centro storico di Bressanone. E così accadde che dopo l’ennesima inondazione del 1760, sul Ponte Aquila fu eretta la statua del santo protettore delle acque di Praga, Giovanni Nepomuceno. Tuttavia, i due fiumi furono domati solo molto più tardi.
L’importanza per gli abitanti di Bressanone del “loro” fiume è dimostrata anche dal cantautore Max von Milland, originario della città vescovile. Il suo ultimo album, uscito il 3 febbraio, si intitola “Eisack”(Isarco). Max von Milland, che scrive poesie e canta in dialetto altoatesino, descrive la forza di questo fiume e le sue riflessioni sul corso della vita nell’omonima canzone “Eisack”.
I Giardini Rapp, l’oasi di pace nelle immediate vicinanze del centro storico di Bressanone, così come l’accogliente passeggiata lungo il fiume sono sorti alla fine del 19. secolo con la regolazione della confluenza dei due fiumi: l’Isarco, che nasce al Passo del Brennero, e la Rienza, che dallo spartiacque di Dobbiaco scorre in direzione ovest attraverso la Val Pusteria e la selvaggia gola di Rienza presso Rio Pusteria fino a Bressanone.
Nel 1890 a Bressanone sul fiume Rienza è stato costruito il primo stabilimento idroterapico austriaco secondo il modello di Kneipp. Il fondatore fu il medico Otto von Guggenberg zu Riedhofen (1848-1914), che dopo gli studi a Vienna e Berlino lavorò come medico termale in Boemia, a Merano e al Brennero. Fino al 2017, la “Clinica Guggenberg” è stata un luogo di incontro per le celebrità del jet set, dell’alta nobiltà, dell’economia, della politica e dell’arte. In futuro ospiterà una casa di riposo e di cura.”
La cosa curiosa è che, leggendo le parole dell’amica Erica, mi è tornato alla mente un curioso episodio raccontatomi da Millina, la cugina di mio marito con cui vado a camminare (ormai le passeggiate sono sempre meno solitarie): uno dei suoi parenti di Predazzo (c’è un ramo Trentino della famiglia) dopo la prima guerra mondiale andò proprio in quella clinica per diciamo la sua riabilitazione. Come molti, l’aver partecipato alla guerra, nelle file dell’esercito asburgico naturalmente ebbe effetto sulla sua salute ( come quasi tutti gli “italiani” fu mandato sul fronte orientale, dalle parti di Przemyśl, il luogo noto ai più per la figuraccia di Salvini).
Al ritorno, mentre il reinserimento non fu così facile – nel frattempo era finito un impero, Predazzo aveva cambiato stato, c’era il dopoguerra, com’è noto non facilissimo, e poi il fascismo, la storia era passata pesantemente da quelle parti, insomma – ai reduci che potevano permetterselo c’era la salvezza del termalismo, delle acque, dei percorsi Knapp
Foto Brixentourism
Alla fine, acqua e montagna, per me sono la combinazione perfetta degli elementi ( se vogliamo buttarla in caciara, è perché sono Pesci)
Sabato io e un’altra delle mie amiche camminanti abbiamo deciso di scapicollarci da qualche parte, per autoricompensarci di una settimana che già al momento in cui scrivo è stata già discretamente complicata.
Ma
Sabato e domenica ci sono anche le giornate del FAI, ed è possibile, anche in questo caso, unire l’utile al dilettevole, cioè andare in montagna. Naturalmente sul sito del Fai si possono trovare tutte le aperture e tutte le località (anche in Mandrognistan Ville). Io però volevo segnalarvi una possibilità di visita che riguarda il mio territorio e le montagne del mio territorio, specialmente l’Appennino, che è particolarmente bello in primavera, quando anche le possibilità essccursionistiche non sono troppo viziate dal caldo (la Lulù che lo scorso luglio si è fatta Vargo – Santuario della Madonna della Neve con quaranta e rotti gradi per poco ci lasciava le penne; io che la prima volta avevo fatto la stessa strada a fine agosto – con scorpacciata di fichi maturissimi per di più – mi ero però detta sin da subito “mai più in estate”. Poi su chi ha organizzato quell’escursione avrei molto da dire, ma tant’è.
Ecco qui, in val Borbera, ci sono tre luoghi da visitare, tutti e tre facilmente raggiungibili dal casello di Arquata – Vignole della A7. Lo ammetto, uno dei tre non lo conosco nemmeno io, ed è il Giardino Botanico Spina Rosa. A riprova del fatto che non conosciamo nemmeno il territorio in cui abitiamo.
Al Castello di Borgo Adorno invece si arriva dopo Pertuso (dopo le Strette, dopo il monumento alla Pinan Cichero) svoltando a sinistra dal distributore Tamoil. Dal castello, che è in cima al paese nelle giornate limpide si gode un incantevole panorama. E se siete in vena, c’è un bell’itinerario collinare che parte, a piedi, da Dernice.
Il vero, piccolo gioiello, che andrebbe conosciuto molto meglio è palazzo Spinola, che è sede, anche, del Comune di Rocchetta Ligure e del Museo della Resistenza e della Vita Sociale in Val Borbera “G.B.Lazagna” (ok, spoiler, l’Isral è uno degli enti patrocinatori del Museo, e quindi gioco, per così dire, in casa, ma come ho già detto più volte, quello che faccio per lavoro si incrocia sovente con le mie passioni extralavorative e questo lo ritengo un vero privilegio). Palazzo Spinola era una delle dimore estive della potentissima famiglia genovese e risale alla seconda metà del Seicento. Il museo è ospitato nelle stanze del mezzanino, che anticamente ospitavano la servitù; si possono visitare anche i saloni di rappresentanza e soprattutto l’imponente e monumentale atrio; per approfondire la storia di palazzo Spinola vi rimando alla pagina dell’Isral (che risale però a prima del riposizionamento delle sale) e al sito del Museo. E dopo la visita, vi raccomando di vagabondare per il paese e per i sentieri circostanti ( li trovate anche sul nostro sito, sul sito del museo, su Mapsme.