Due donne, una Giulietta, per non parlar del cane, il ritorno. Pace con Livigno

A Luisa non piace Livigno. Io come sapete ci sono stata a Maggio e mi sono innamorata (di nuovo, ormai ho l’innamoramento facile, pare) così mi ci sono messa d’impegno per farle cambiare idea. Andarci a Ferragosto forse non è stata un’idea felicissima, perché l’affollamento fa sovente saltare i nervi alle persone (fatto), i cani litigano (fatto) c’è una coda enorme alla latteria per mangiare il gelato (fatto, o almeno abbiamo aggirato la coda). Alla fine però mi ha dato ragione. Perché siamo andate al lago, dove io mi ero solo affacciata, invece dopo aver convenientemente parcheggiato la Giulietta, abbiamo fatto tutta la strada sino al ponte delle Capre, dove partono tutte le belle escursioni verso l’interno. Peccato che prima di partire hai nei piedi già tre quarti d’ora di strada, ma la vista del lago è davvero una favola. Ci sono persino i pedalò. Non go visto nessuno buttarsi in acqua, però, e non ho capito se è vietato , è pericoloso ( ma lo spericolato di turno non avrebbe avuto problemi) o se è quel tipo di acqua da trenta secondi, poi congeli ( e anche qui, ricordate il vichingo che lo scorso anno si è buttato nel lago Checrouit). Ha fatto pace persino con lo shopping ( profumi, cosmetici e borse… Luisa, quando vuole, è molto peggio di me da questo punto di vista), forse perchè le persone che lavorano nei vari negozi che abbiamo visitato, anche quelli in cui non abbiamo comprato niente, sono state gentili e prodighe di spiegazioni.

In realtà, la sua buona disposizione è iniziata quando abbiamo trovato un biergarten vicino alla chiesa parrocchiale che serviva ottimo cibo da birreria, a prezzi modici, all’ombra, con accompagnamento musicale, un duo davvero bravo che faceva musica italiana in modo non ovvio. Quindi poi la passeggiata si è svolta nel modo più piacevole e Tobia per di più è andato al passo come un cane modello.

Un ricordo nostalgico: il negozio Foto Gino, che vende macchine fotografiche come una volta, non asparagi al supermercato (aveva anche il copriobbiettivo per la mia macchina, perchè naturalmente in sei mesi ne ho già perso uno).

Ora vi lascio con la pace: è il primo week end di settembre, il natio Mandrognistan ha già “festeggiato” il capodanno alessandrino, siamo tutti più buoni e soprattutto ci aspetta un altro faticoso (o meraviglioso) anno – io spero nel secondo, ovviamente.

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Due donne, una Giulietta, per non parlar del cane, il ritorno. Stelvio superstar

Ok, eliminiamo subito la diatriba su ciclisti motociclisti camperisti dischi volanti (in effetti mancavano solo loro). La strada è sufficientemente ampia, non amplissima, ma ci stanno tutti, basta che ciascuno stia nella sua corsia (ma io non capisco i motociclisti come dice Luisa, che in effetti vive con uno di loro, che allo Stelvio va regolarmente a fare i raduni – molto meglio di Castellazzo, con tutto il rispetto). Volar giù è tanto facile. Guardate la seconda foto dal basso e ditemi se non è uno spettacolo- questo è il versante Trentino. E la strada è rimasta sostanzialmente, nell’impianto, quella ottocentesca, quindi un capolavoro di ingegneria. Sulla cima del passo c’è una rete di sentieri, che voglio assolutamente esplorare la prossima che potrò passarci – per Tobia sono un pò pericolosi, soprattutto se si lancia ad inseguire i gracchi o le marmotte. Il paesaggio è assolutamente lunare, da alta montagna, la morena del ghiacciaio copre praticamente l’intero pianoro, e si può immaginare che anni fa la neve fosse a quota molto più basso. Chissà per quanto ancora si potrà sciare d’estate sul ghiacciaio…la funivia funzionava a pieno regime e i 3000 metri erano sorprendentemente vicino. Fantastico. Un suggerimento: abbiamo parcheggiato dopo due tornanti, per carità benissimo fare un bel pezzo di strada panoramica, ma abbiamo scoperto che il parcheggio interno della funivia era praticamente deserto…certo avevo qualche remora a passar sopra con la macchina ai pedoni. Ci sono moltissimi ristoranti e noi abbiamo mangiato molto bene sulla terrazza dell’hotel Pirovano ( questo il sito ), dove nonostante fosse abbastanza tardi ci hanno servito lo stesso- certo i pizzoccheri di loro hanno questa tendenza a sedersi sul tuo stomaco con la delicatezza di un mattone, ma una passeggiata e una buona tisana al Tibet hanno risistemato lo stomaco di tutte e due. Una giornata di sole accecante, anche se con qualche nuvola, e un altro tassello sulla lista dei luoghi in cui devo tornare assolutamente, soprattutto per esplorare le trincee della prima Guerra Mondiale che sono ancora visitabili.

Avviso ai pedalanti, lo Stelvio non è per tutti, nemmeno se andate a batteria, la maggioranza, ormai.

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Parentesi (d’attualità) seria, anzi molto seria

Come sapete, non essendo io un’agenzia di notizie, non sono come si dice, sul pezzo. Però, specie se c’è qualcuno che mi legge per la prima volta, un commento a questa nostra estate è doveroso. Alcuni giorni fa, il Collegio delle Guide Alpine ha rilasciato un comunicato stampa relativo ai fatti della Gola del Raganello, che potete trovare qui.

Dopo aver letto un po’ di articoli sulla questione, non sono riuscita a capire se i gruppi che si trovavano nelle gole erano accompagnati da professionisti accreditati o no ( se ho capito male è ovviamente colpa mia e pazienza)

Il punto è che come sempre in Italia c’è una gran confusione circa compiti e attribuzioni e di solito nessuna sanzione. Io, per dire, che nemmeno sono iscritta al CAI, potrei benissimo accompagnare amici a fare un’escursione di torrentismo alle strette di Pertuso, che è una semplice passeggiata in una gola , tutto sommato, abbastanza ampia. Ma dopo una giornata di pioggia, un improvviso innalzamento del livello del torrente farebbe sicuramente qualche danno e vi assicuro che l’acqua che è così deliziosamente fresca quando fa caldo, può diventare assai meno deliziosamente fredda. Quindi io che ho portato la mia amica a fare quella passeggiata sono una guida? Forse sì nel senso che io conoscevo la strada e lei no, anche se anni prima era stat proprio lei a farmi scoprire la spiaggia e tutto il resto. E però non mi sognerei di portarci un gruppo, nonostante , CAI o non CAI, tutta l’esperienza che ho in montagna. Difatti, una volta, durante un convegno, ad accompagnare il gruppo dei sedentari convegnisti su e giù per il greto del Borbera, è stata una geologa che è anche guida naturalistica. E a organizzare quel convegno avevo lavorato anch’io.

Per carità, a tutti è capitato di sbagliarsi clamorosamente sulle previsioni del tempo. Anche a me , e in un caso particolare mio marito me lo ha rinfacciato per tutto il resto della nostra trentennale vita in comune ( e in quel caso lì, c’erano quelli “in scarpe da tennis”, ma erano amici suoi) Come ci sono quelli in bermuda e infradito – e qui io non mi capacito. O ho delle caviglie di palta, o anche solo su una spiaccia di sassi come sono quelle in Liguria praticamente dappertutto mi prenderei una storta in trenta secondi.

In parte questa mancanza di attenzione alle condizioni meteo, che sono sempre più estreme è dovuta al fatto che tutti abbiamo poco tempo e necessità di consumare le nostre vacanze, e quindi come siamo andiamo. Ma il compito di un accompagnatore “patentato” dovrebbe essere anche quello di evitare , nei limiti del possibile, incidenti. Quelli possono sempre capitare, con o senza guida, perché nessuno è infallibile, e c’è sempre un margine di imponderabile. (La frana in val Ferret, per esempio) Ma essere preparati ad affrontare il rischio , nel modo giusto, con gli strumenti giusti la montagna (ma anche il mare, o qualsiasi altra situazione) contribuisce al tuo ritorno a casa sano, salvo e felice per la bella giornata, rilassato e in pace con te stesso. Anche quando con giovanile eravamo in giro per montagne senza i nostri genitori , cercavamo sempre, forse perché catechizzati sin dall’infanzia di non cacciarci in guai più grandi del necessario. Avessi detto a qualcuno dei miei vecchi, di quelli che ignoravano i traumi psicologici e le sottigliezze dell’educazione, che ero salita sul Breithorn in scarpe da ginnastica, ma persino un roussoviano convinto come mio padre che non ha mai alzato le mani sulla propria figlia ( per quanto mi ricordi) avrebbe fatto partire uno sberlone che sul Breithorn ci sarei arrivata volando presumibilmente… E qui, laddove non poté né buon senso né educazione, a fronte di un soccorso somministrato a chi si mostra palesemente inadeguato al luogo e alla situazione in cui si trova, presentare la fattura dei costi potrà probabilmente risolvere il problema.

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Due donne, una Giulietta, per non parlar del cane. Il ritorno. Lo scazzo)

Prima di tutto, il cane.

Fiero, nella sua posa solenne, là dove non dovrebbe stare, con tutta la pena che ci siamo date, ma pazienza, Tobia è un cane da montagna. Non chiedetemi di che razza è, tanto non basterebbe il DNA a dirlo, ma certo è un cane da caccia mancato ( nel senso che nessuno in “famiglia” va a caccia, lui l’istinto lo avrebbe, ma può sfogarsi solo con le lucertole) . Comunque da qualche giorno vive un perenne stato di orgasmo olfattivo.

Comunque una discussione sui proprietari di cani che sono nel nostro residence mi ha fatto venire in mente la classifica, un altro giochetto che facevamo da bambini, delle cose che in montagna ci davano più fastidio, le rotture di c…ni di Schiavoniana memoria ( sorry)

Al decimo posto ci sono gli incontri con quelli convinti: che bisogna far così e non cosà, che loro in fondo al Tor ci arriveranno, che sono bravissimi bellissimi in formissima. Se pensassi di poter arrivare in fondo al Tor, lo sarei anche io, sognare non costa nulla, se qualcuno mi presta un paio di vertebre nuove sono a posto. ( il termine convinto traduce il mandrognistano l’ è cunvint, come dire la pensa così e vabbè).

Al nono posto, tutti gli altri, cioè quelli che in montagna ci vanno a fare cose diverse dalle tre principali attività che in montagna si dovrebbero fare: camminare, scalare, sciare ( in inverno, per lo più). Comincio a rimpiangere i tempi in cui tutti vivevano per lo sci invernale, d’estate non c’era quasi nessuno e potevi camminare e scalare in pace. Avete notato che chi cammina o scala ormai lo fa quasi clandestinamente? Ah, sciare non vuol dire fare tardi al Super G. Se no schizzi direttamente al quinto posto. Non siamo a Rimini.

All’ ottavo posto i proprietari di cani che tanto è un cane buono, e non gli mettono il guinzaglio. Tobia ha il guinzaglio e questa categoria costituisce il top dello scazzo per la sua padroncina. Non solo in montagna. ( se non siete d’accordo, c’è stata giorni fa una discussione su due gruppi di Facebook dedicati alla montagna che per poco non degenerava. Questa è la mia opinione . Una volta un cane libero altro sei centimetri ha provato a mordermi, e se non avessi avuto gli scarponi ci sarebbe riuscito.)

Al settimo posto quelli con la villa. Si chiama invidia, oppure lotta di classe. La maggior parte di quelli che conosco che hanno una villa (oppure un bilocale a Morgex dove vedi il Monte Bianco dallo stanzino da bagno) di solito detestano la montagna. Nel migliore dei casi se ne fregano.

Al sesto posto Messner: che fuori dall’Italia è sempre sud tirolese. Qui mi monta il criptoleghista che è nascosto in ognuno di noi.

Al quinto posto, quelli dell’aprés ski. Vedi nono posto. Andate a Ibiza. E se mi parlate di Ischgl, che è come Ibiza ma sugli sci, vi ricordo che in giro ci sono posti molto più belli in cui sciare, tipo il comprensorio del Civetta. Ma forse manca l’aprés ski.

Al quarto posto i motociclisti. Specie quelli con la go -pro sul casco. C’è da dire che sono,di solito, meno isterici dei ciclisti (il cortocircuito ciclisti pedoni padroni di cani bambini a Ferragosto a Livigno ha rischiato di far scoppiare una rissa). Però anche loro sono pericolosi. Specie per gli altri

Al terzo posto i ciclisti. Sino a pochi anni fa facevano tenerezza, si ammazzavano di fatica sui sentieri e spesso a piedi si andava più forte di loro. Poi sono nate le e-bike, quindi, tutti dopati. Quelli che ancora vanno di polmoni su Stelvio e Gavia che NON sono alla portata di tutti sono una minoranza, gli altri tutti dopati, e tutti felicemente ignari del codice della strada. Il top l’anno scorso, il tipo che saliva spedito e felicemente contromano il Piccolo San Bernardo. Sorpassandolo, insieme ad epiteti poco gentili nei confronti di sua madre, gli ho ricordato che si tiene la destra. In inglese (poteva essere solo un inglese: spero sia ancora vivo)

Al secondo posto i proprietari di suv, di qualsiasi marca. Nel Novanta per cento dei casi, li comprano e poi non li sanno guidare: li parcheggiano ad mentulam canis ovunque e si piantano sui tornanti (meglio, in mezzo ai tornanti di una strada stretta come quella del passo di Fraele: vero, signora con il Duster bianco? Su quella strada ci passa un pullman, signora UN PULLMAN!)

Al primo posto quelli che vanno in montagna in bermuda e infradito o in “scarpe da tennis”. Se ai tempi di mio padre ci si divideva tra scarponi pesanti e scarpette da tennis di quelli che, almeno a Courmayeur o a Valtournenche andavano appunto a giocare a tennis, e magari si spingevano a fare una passeggiatina (ma il bagnante alla Mer de Glace era sempre in agguato) ora si sono evoluti sino ad essere una specie pericolosa: quelli che vanno sui ghiacciai in scarpe da tennis e magari si stupiscono di quelli che in montagna salgono legati e in sicurezza. È di qualche giorno fa la notizia riportata da montagna.tv e da diversi altri siti, del tipo in sneakers sul Breithorn. Fossero solo pericolosi per loro stessi, pazienza. Sono pericolosi per tutti. Sperare che caschino in un crepaccio, e poi lasciarli lì, o far pagare l’elicottero.

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Due donne, una Giulietta per non parlar del cane . Il ritorno – I ❤️you Bormio

Lo so, questo suona come un tradimento, tanto più grave perché consumato dopo un matrimonio durato cinquant’anni, cinquantatré, per la precisione. In realtà mi sono innamorata dell’alta Valtellina lo scorso anno, da Tirano. Quest’anno il magico duo, sempre per il fatto che l’accettazione di Tobia è problematica, abbiamo fatto base direttamente a Bormio (l’idea era l’Alto Adige, ma tant’è). E Bormio mi è proprio tanto piaciuta

Ha tutto ciò che di bello si trova a Courmayeur, senza contare un centro storico ricco di monumenti ( io ad esempio adoro la chiesa di Sant’Ignazio, e la chiesetta della’ Sassella oltre torrente): negozi, ristoranti, intrattenimento tutta l’estate, una rete di sentieri e di piste che circondano la città che sono pedonali e ciclabili al tempo stesso, e non soltanto il sentiero Valtellina. Il panorama verdissimo che la circonda è quanto di più rilassante al momento riesca ad immaginare…

Ma, mi direte, e le montagne con la neve? Ci sono, ci sono, ma sono più nascoste, e si devono guadagnare: la valle dei Formi, di pressi di Santa Caterina Valfurva, con circolazione regolamentata a pedaggio ( era sette euro lo scorso anno, se non vado errata) ti porta davanti al trittico Ortles Cevedale Gran Zebrù e al ghiacciaio dei Forni il più vasto delle Alpi, e il più studiato, un vero laboratorio glaciologico che monitora la triste sorte dei nostri ghiacciai.

Per altro, dal passo del Foscagno tutto questo panorama c’è l’hai sotto mano.

Quello che mi piace particolarmente, è l’intergenerazionalità del luogo: niente disperato geriatrico stomp. Ci sono giovani e adolescenti, anziani con il girello, anziani molto più in forma di me come l’aitante signore con i capelli bianchi che ha fatto due volte il giro medio delle terme ( sentiero due), mentre noi stavamo a gingillarci alla fonte pliniana . Niente terme, ovvio, perché se no l’appendice a quattro zampe dove la mettiamo?

E poi, pulizia ordine ed eleganza: siamo nella Lombardia che lavora e paga ed è ricca, se senti qualcuno che discute con la moglie della mantecatura della lasagna fatta dallo chef, sai che dietro l’angolo è parcheggiata la Ferrari o il suvvone Porsche. Già visti tutti e due.

Bormio è quello che Courmayeur dovrebbe diventare. Non stiamo parlando di turismo di massa o mordi e fuggi, che passa e non consuma, ma di persone che si fermano, sia in estate sia in inverno. Fare sistema, specie intorno ad un evento. Delle Olimpiadi ” delle Alpi” la Lombardia ha ottenuto sinora la maggior visibilità, nel fragoroso silenzio di quella regione che di tutte le Alpi dovrebbe essere il simbolo. Si potrà dire che è la politica, ma se ricordate la faccenda Expo, a Palazzo Marino e in Regione c’erano partiti diversi e per la riuscita dell’evento hanno lavorato egualmente…

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Scusate

Il post di domani, già scritto e previsto, salta, slitta , si sposta. Sono passata sul “ponte di Brooklyn ” innumerevoli volte, ogni volta che andavo all’Ikea restavo a guardarlo con il naso in aria. A mio marito piaceva moltissimo, come tutte le ” grandi opere” di quando era bambino. Non è solo un sogno che si infrange è un gigantesco passo indietro dell’intero paese.

Come se non fossimo abbastanza terzo mondo.

Buon ferragosto, se ci riuscite.#Genova

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Flora…e cemento

Dulcis in fundo rispetto al periodo di Courmayeur, la flora.

Fiori sparsi: Lac Longuet, Lago d’Arpy ( i rododendri), Val Ferret per i gigli martagoni, ovviamente prima della frana finita su tutti i giornali e le tv, con qualche inesattezza ( subito corretta da La Stampa, per fortuna). Commentando dalle immagini, la frana più a valle si trova in una zona già interessata da smottamenti e di raccolta di neve. Poteva anche andare peggio, il che non è una consolazione, ma in un’Italia dove il dissesto idrogeologico è la norma, e l’incuria anche, si può dire che le varie amministrazioni del paese una certa attenzione c’è l’hanno messa. So ovviamente che non è colpa loro, ed eventuali responsabilità da ricercarsi esulano dagli scopi di questo blog turistico escursionistico umoristico, ma l’orrendo palazzone accanto alla funivia della Val Veni, a quale tipo di speculazione appartiene? Passandoci vicino si nota tutta la sua bruttezza e incongruenza, guardandolo dall’alto dalla strada della Val Veny fa ancora più impressione in negativo. Ho scoperto da uno dei gruppi Facebook di Courmayeur (Courmayeur nel bene e nel male) che parecchi residenti la pensano come me, il che per il foresto quale sono ( foresto si fa per dire, considerato che a Courmayeur ci vado dal 1965 anno Domini, quando il buco non era ancora in funzione – il buco essendo ovviamente il tunnel nelle parole del ragionier Salluard nostro padrone di casa), per un foresto quale sono dicevo è una soddisfazione. Peccato però che non significhi molto. Ho notato una gran attività edilizia in paese e dintorni, e considerando che il boom edilizio del passato ha già prodotto un numero più che sufficiente di mostri ( uno per tutti, il palazzone della farmacia di Verrand e non venitemi a dire che “tecnicamente ” non si trova a Courmayeur), e in anni recenti ne ha ancora prodotti come il il super mega hotel al Villair, la domanda che un po’ tutti ci ponevamo era, c’è n’era davvero bisogno – la metà degli alloggi in giro a luglio era chiusa. Spero, ora che è la settimana di ferragosto che la folla si accalchi. Ma basterà davvero? Anche vendere l’anima al diavolo cioè alla Maserati, è poi sufficiente? Necessario parrebbe di sì, pecunia non olet, ma gente se Courmayeur deve diventare come Cortina in estate o come Ischgl in inverno, direi che non basta . Bisogna darsi da fare. Per il primo, organizzare qualcosa di più di qualche conferenza della Fondazione, per la seconda, oltre alle bottiglie di Champagne a 300 € del Super G, ci vuole almeno Lady Gaga ( se non lei, Robbie Williams eJLo a Ischgl ci sono andati). Perché in giro ci sono di nuovo tanti bambini e ragazzi ( noi vecchi mi sa stiamo lasciando questo mondo- non io ovviamente).

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Flora, fauna, granito (e cemento) : ancora fauna, quella vera

Dopo la fauna umana, ma si potrebbero scrivere libroni in materia, parliamo della fauna quella vera. Per adesso l’osservazione è stata avara: qualche marmotta che fischiava al Piccolo San Bernardo ( e onestamente pareva prendere per i fondelli) e sempre lì un gruppetto di camosci, ma di lontano. Così complice la Regina Madre che voleva vederlo, in un pomeriggio di pre canicola siamo stati al parc animalier d’Introd. Il che di per sè è sconsigliabile, con il caldo gli animali tendono a nascondersi al fresco e all’ombra. In ogni caso si tratta di nove euro ( per gli adulti) ben spesi. Il parco, arrampicato sul fianco della montagna, è tenuto molto bene e gli animali nati e vissuti in cattività sono sani e hanno spazio a disposizione. Non sto a discutere se si tratti o meno di uno zoo, e sulla liceità dei medesimi. Ha uno spiccato orientamento didattico e insegna ai bambini a non disturbare gli animali, a non correre, a non spaventarli e a stare attenti, che il cinghiale carica e la volpe morde ( e infatti l’unico sciocco in circolazione era un adulto) .

Come avvertenza, con il caldo canicolare di questo periodo tutti se ne stavano giustamente nascosti, sotto gli alberi , nei recinti, nelle tane. Alle sei, quando ormai il giardino stava per chiudere, le marmotte si spiaggiavano fuori dalle tane e gli stambecchi facevano evoluzioni ( le volpi continuavano a dormire, per contro).

A differenza di quello di Innsbruck , dove vivono gli animali delle alpi, lupi, orsi e linci compresi , qui ci sono gli animali presenti in Val d’Aosta, e sono solo animali nati in cattività- il gipeto ad esempio se ne vive libero e tranquillo e sulle nostre teste. È certo meglio incontrare tutte queste bestiole di persona- il cinghiale magari no però. Ma non sempre si è così fortunati : ricordo tante passeggiate senza incontrare nemmeno un cardellino degno di nota; oppure di aver seguito per un intero inverno, in val d’Ayas le impronte di una volta per poi intravederla per trenta secondi prima di Pasqua. Fotografarla nemmeno a parlarne.

Così di tanto in tanto ci vuole un succedaneo…

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Touch the sky (fauna).

Per quanto strano sia, non ero mai stata sullo Skyway, la nuova avveniristica funivia che ha sostituito quella che già ai tempi della mia infanzia era l’ottava meraviglia del mondo (con un po’ di sciovinismo francese). Avevo fatto anche tutta la traversata, in un momento particolarmente ventoso che ci aveva costretto ad una lunga attesa alla Aiguille du Midi. Non mi sono fatta mancare nulla : Rifugio Torino – Punta Helbronner dentro e fuori ( dentro vuol dire la scalinata tunnel che forse c’è ancora, ma spero anche lei rinnovata), passeggiata sul ghiacciaio adeguatamente bardati verso il dente del Gigante per evitare i turisti in scarpe da tennis , che purtroppo ci sono sempre stati. Quest’anno, lo dico subito, non ho avuto voglia di avventure: l’attrezzatura c’era, ma la testa forse no, e ho preferito godermi lo spettacolo. Lo Skyway è un’esperienza da fare. La rotazione della cabina è fluida, e a meno di essere del tutto privi di acclimatazione, non provoca nessun fastidio o capogiro. Diciamolo, però, se partite da Milano o da Genova alle otto e siete alle 12 a 3000 metri e vi viene mal di testa, non è colpa della funivia, si chiama mal di montagna. E voi non avreste dovuto essere lì. Non intendo ovviamente colpevolizzare nessuno, men che meno i turisti, o i giapponesi onnipresenti: lo Skyway è sia uno strumento per i professionisti, sia una attrazione turistica moderna e di eccellente livello. Anche il ristorante al Pavillon è buono, e non eccessivamente caro, e il personale riusciva ad essere cordiale anche in mezzo alla folla di un giorno di deciso bel tempo ( non perfetto, perché verso mezzogiorno le nuvole salivano dalla vallata, ma oggettivamente davano contorni fiabeschi al dente del Gigante e alla Noire). E ovviamente c’era di tutto. E pregi e difetti si amplificano in uno spazio grande venti metri quadri o giù di lì.

– quelle con le sneakers sberluccicanti.

– quelli che siamo a 3000 metri, ma il Monte Bianco è quello lì (pausa) . Credo. ( lo giuro, lui e lei erano di fianco a me. Trentenni, lei con l’aria spaesata di chi non sa dove si trova).

– le famigliole di russi in maglietta e infradito. Ma vabbè loro sono abituati. Le famigliole di francesi in maglietta e infradito. Quelli che mio padre avrebbe ucciso volentieri quando li incontrava alla Mer de Glace. Adesso che per scendere al ghiacciaio ci vogliono quattrocento scalini o giù di lì ( e poi si deve risalire ovviamente) perché il ghiacciaio si è purtroppo molto ritirato, sono lì.

– gli adolescenti che guardano il cellulare . Ma lì sono più pronta a scusarli. Non sei obbligato ad amare i paesaggi né ad essere entusiasta e nemmeno ad amare i tuoi genitori quando sei adolescente. Succede. Poi passa. È successo anche a me.

– quelli che non sanno, non capiscono, sono schifati da quello che mangiano. Lì mi monta l’Erode. Con il lanciafiamme. Per cui kudos al già citato personale del ristorante Bellevue e pure a quelli che hanno mangiato i loro panini vista Vallée Blanche, come avremmo fatto anche noi nei bei tempi andati.

– quelli convinti che vanno sul ghiacciaio. Ora capite perché non ci sono andata. Un giorno o l’altro vado da qualcuno e mi faccio insegnare i rudimenti per una bella camminata su ghiacciaio. E poi uso il lanciafiamme sui turisti.

– quelli che si fanno i selfie. Tutti, praticamente. Anch’io. Quelli che si fanno i video. I droni. Al Pavillon, per fortuna.

– quelli che sembravano usciti pari pari dal video che spiega cosa non fare a Punta Helbronner: si trova sulla pagina Facebook dello Skyway. Lo guardate e pensate, non non esiste. Esiste.

– i professionisti che fanno finta di non vedere i summenzionati – praticamente tutti quelli che si trovavano sulla telecabina quando sono tornata.

– i giapponesi. Ma i giapponesi che vanno in montagna sono una sottospecie particolare. Arrivano il lunedì e martedì vogliono scalare il Monte Bianco. E arruolano la guida alpina sulla funivia ( visto fare anche questo).

– I bambini? Non ce n’erano, per fortuna. È meglio non portare bambini di età inferiore a cinque anni a quote troppo alte. Messner lo ha fatto. Non mi è sembrata una cosa troppo intelligente. Il fatto che i bambini più piccoli stessero giocando,pacificamente, al parco giochi del Pavillon mi rende un filo più fiduciosa nel genere umano , e nei genitori giovani. Quelli dai dieci anni su si divertivano. E meno male.

– quelli che guarda l’elicottero è venuto a salvare qualcuno. Trasportava materiale per i lavori alla telecabina del Aiguille du Midi che è ferma da quest’inverno quando la fune è scarrucolata e i turisti hanno dovuto essere salvati davvero.

– io che ho passato il tempo a origliare i discorsi altrui in un po’ di lingue europee.

Poi sono scesa al Pavillon e ho fatto il Belvedere della Brenva sino al tratto attrezzato. Che ho lasciato lì dov’è. Non era giornata da avventurismi.

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Flora, fauna, granito (e cemento)parte prima

La flora è quella del giardino saussurea, la fauna è umana, il granito è tutt’intorno, la Major è in perfette condizioni ( c’era Passino al ritorno da punta Helbronner e ho origliato spudoratamente), e lo Skyway merita davvero una visita. Della fauna umana, se ne riparla dopo la polenta concia.

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