Su e giù per la val Formazza

Ho fatto questo itinerario in auto, ma almeno da Valdo è parte di un più lungo cammino, il cammino del Gries, come si vede dal cartello indicatore nelle storie di sabato scorso.

Che lo si faccia a piedi o in auto in questo modo si ha la consapevolezza di quanto la Val Formazza sia, dal punto di vista dello sfruttamento idrico, un sistema integrato, lo era in passato e lo è ancora , quando una centrale nuova, poco sopra Valdo, ha sostituito i due snodi più piccoli di Valdo stesso e Sottofrua.

A metà valle, la centrale di Cadarese, subito prima del paese, è ancora in esercizio e perfettamente conservata, anche giardino e fontana, sempre presenti per l’impostazione monumentale data da Portaluppi, sono meglio conservate che altrove. La struttura è più massiccia, quasi riminiscente di una abitazione Walser e con le consuete decorazioni di lampi e fiamme

e di trasformatori usati come elementi decorativi. I due edifici successivi sono in condizioni più decadenti: quello di Valdo, che conserva ancora tutti gli elementi originali e che si trova in mezzo al paese, è stato sicuramente utilizzato come deposito; a Sottofrua, in una posizione molto scomoda, se siete in auto, subito prima delle gallerie, non è facile riconoscere come ex centrale elettrica quella che ora è una casa vacanze di una organizzazione religiosa.

Dale fotografie è facile notare gli elementi comuni a tutte le centrali elettriche di Portaluppi, soprattutto nella decorazione delle finestre. Nella foto a destra, anche se schiacciata dalla prospettiva del grandangolo, si vede la grande cascata del Toce, che già da inizio secolo fu sfruttata per la produzione di energia idroelettrica. Ancora oggi, in estate la cascata viene aperta o chiusa secondo un orario preciso, che trovate facilmente su internet.

Se siete fortunati da trovare un modo per parcheggiare l’auto, proprio dalla centrale dismessa di Kastel a Sottofrua è possibile allacciarsi al sentiero che risale sulla sinistra (idrografica) sino alla cascata, molto remunerativo e panoramico. Ci si ritrova sull’ampio piazzale dove c’è l’albergo Cascata, un altro edificio progettato da Portaluppi, e dove c’è la passerella panoramica che si sporge sulla cascata.

Arrivati a Riale non è finita: l’intero bacino alle spalle delle case ospita diversi laghi artificiali, tutti facilmente raggiungibili dal fondovalle: il lago di Morasco, il lago del Toggia e il lago del Castel. Alla diga di Morasco, una targa ricorda (o meglio ricordava quando ci sono stata sette anni fa) proprio l’operato di Portaluppi nella zona.

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Spiegazione

Sabato vi siete visti una presentazione che termina con il mio faccione e uno spoiler (d’epoca: è uno dei disegni originali di Portaluppi, che si trova sul sito della Fondazione – sulla questione delle foto ho già detto e vi rimando qui). Tra sabato e domenica ho saputo della scomparsa di una cara amica di mia madre, del malore che ha colpito Lorenzo Scandroglio, che è una persona che, professionalmente e non, stimo moltissimo, e domenica a Verrès anche dell’incidente sul Monte Rosa. Le ultime due cose hanno in comune la difficoltà di fornire soccorso nelle zone di montagna, non solo in montagna, ma quando ci si trova in emergenza sanitaria, di qualunque tipo, in zone non facilmente raggiungibili. E qui non intendo solo un rifugio di montagna raggiungibile solo a piedi. Ero a Bormio, due settimane fa, per un lungo week end di camminate terme e relax, in cui c’è stato anche un pomeriggio di shopping a Livigno (e badate, io non ho niente contro lo shopping a Livigno, o altrove, rimarco solo che Livigno potrebbe essere più open riguardo alle taglie: se lo fosse avrei speso molto di più). Però mentre Luisa provava dei profumi diversi in un grande negozio (io avendo in mente due cose precise sono stata molto più rapida), ho chiacchierato con l’addetta alle vendite che mi aveva servito, e che mi ha raccontato come a Livigno abbiano vaccinato gli ultrasessantenni, per fortuna, facendo un hub in paese, poi però abbiamo lasciato i giovani dai cinquant’anni in giù senza notizie e con la prospettiva di dover andare a Sondalo, in ospedale, per la vaccinazione: tra andata e ritorno più due ore di strada di montagna, ampia e ben tenuta, ma non confortevolissima. Quando le ho detto che avevo già fatto due dosi di Astrazeneca mi ha guardato con invidia (e ha anche chiesto informazioni su effetti collaterali e altro, che sono stata per felice di fornire). Stiamo parlando di una persona costantemente a contatto con il pubblico, che ricordava mascherina e disinfettante a chi entrava e che aveva un bimbo piccolo (lo abbiamo incontrato più avanti nel pomeriggio). Senza commenti che non siano insulti per la premiata ditta Fontana e C.

Altra questione, sempre di tipo sanitario, di cui avevo avuto il sospetto – sospetto che è diventato certezza in questi giorni. Il numero unico di soccorso 112 ha inglobato anche il soccorso alpino. Questo significa che la tua telefonata può essere rimbalzata in diversi centralini: il Monte Rosa, ad esempio si estende su due valli piemontesi, una in Val d’Aosta e una svizzera. Questo inevitabilmente rallenta tutto, e nel rallentamento fai in tempo a passare a miglior vita. Parlo purtroppo per esperienza personale: quando mio marito si è sentito male e io ho chiamato il 112, mentre facevo il Cpr, che mia fortuna ho imparato a fare molti anni fa, non crediate so fare solo quello, al telefono ho domandato varie volte quanto tempo ci avrebbero messo ad arrivare: in linea d’aria la sede della Croce Rossa dista cento metri dalla mia vecchia casa. Sono arrivati da Castellazzo. Nulla da ridire su di loro, anzi, però…mia madre, che era stata portata in ospedale d’urgenza prima dell’avvento del numero unico, era stata soccorsa in dieci minuti.

Come avrete capito sul numero unico del soccorso ho molte riserve, per non dire gentilmente che lo considero una sciocchezza. (tranquilli, torneremo a temi più leggeri nel week end)

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Da Cadarese alla cascata del Toce

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In cerca di Portaluppi (II): deviazione, gli Orridi di Uriezzo

Dalla centrale elettrica di Verampio è possibile fare una deviazione naturalistica, e allo stesso tempo continuare ad apprezzare le centrali di Portaluppi.

Siccome alla centrale ci sono arrivata in auto, ho poi potuto parcheggiare in uno slargo proprio davanti alla centrale, a fianco del maneggio. Avevo già visto come un’altra centrale si trovasse a poche centinaia di metri e così ho proseguito lungo la strada, che dopo poco diventa sterrata, verso la centrale di Crego, che è più piccola, ma è visibilissima da lontano, soprattutto per la lunga condotta forzata che porta l’acqua dall’invaso situato in alto sulla montagna (lì, lo ammetto, non ho ancora capito se è raggiungibile o no, e da dove) dove si trova un secondo edificio. La centrale si trova oltre il ponte sul Toce, su un piccolo slargo e si può osservarla da tutti i lati, perché non è recintata. E’ ancora in funzione e da fuori si sente il ronzio delle macchine.

La decorazione è simile a quella di Verampio, anche se la centrale è stata costruita successivamente. Le grandi finestre hanno decorazioni pittoriche simili a rose dei venti, differenti e simmetriche, e finestrine simili a bifore. A fianco, molto danneggiata, la casa del direttore, con ancora tracce della decorazione originale. Come già detto le centrali elettriche all’epoca erano un sistema compiuto che prevedeva non solo gli edifici funzionali, ma anche quelli residenziali per dirigenti e maestranze.

Tornando lungo lo sterrato e seguendo le indicazioni si può arrivare alla marmitta del Toce e agli Orridi di Uriezzo, con una facile camminata di una quarantina di minuti (saranno molti di più se vorrete soffermarvi a ogni singola cascata)

Ci sono tre itinerari per raggiungere i diversi canyon quasi completamente privi di acqua. Il più noto parte dalla Parrocchiale di Baceno e scende a costeggiare lo sperone roccioso su cui è costruita la chiesa (dall’interessante facciata affrescata); il secondo è quello che sale da Verampio, costeggiando come dicevamo la centrale di Crego, raggiunge con una breve deviazione le marmitte dei giganti di Uriezzo (da lì attraversando il ponte pedonale si può tornare indietro facendo un anello, prestando attenzione alle greggi e ai cani da guardiania, ci sono i cartelli) e si unisce all’itinerario precedente all’Orrido sud. L’ultimo orrido, quello di Balmasurda è più a nord e non ci sono ancora arrivata. Tra l’altro ci sono indicazioni da Premia per scendere, ma come sempre il parcheggio è difficoltoso. Cercherò ancora.

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Relax

Dato che talvolta il caldo dà alla testa, ho deciso di passare un sabato andando a rilassarmi in spiaggia. Non si tratta di un tradimento rispetto ai miei principi. A tutti gli effetti, andare al mare ora metterebbe a durissima prova i nervi, a meno di non partire all’alba, altra durissima prova. Così come sempre abbiamo volto il cofano verso nord, ai laghi, ma non il lago Maggiore, per non incorrere nella Mezza maratona di Baveno, con conseguente chiusura di strade e altri inconvenienti. Abbiamo optato per il lago d’Orta, ma siccome io odio il percorso dai parcheggi al centro di Orta, tappa successiva dopo il sole, ho cautamente suggerito di prendere l’altra sponda, quella forse ingiustamente meno famosa.

Lì ci siamo come al solito persi, il che è giustificabile rispetto al fatto che ci muovevamo in territorio sconosciuto, e alla fine ci siamo fiondati in un parcheggio semideserto (a metà pomeriggio non lo era più, ovviamente) dove abbiamo mangiato un ottimo gelato al food truck presente, Luisa ha sconvolto una signora del posto dicendo di voler andare a prendere una pashmina, e alla fine siamo approdati alla spiaggia più vicina. Dove il relax era palpabile.

Pensate. A pochi metri da noi un gruppetto di bambini ha giocato in acqua per ore, divertendosi presumo, senza che noi praticamente li sentissimo. Le uniche conversazioni che ho udito riguardavano l’abilità della mamma anitra con i suoi ormai cresciuti paperotti (eh, guarda, li ha salvati poi tutti, che brava). Sopra di noi, la mole quasi minacciosa del santuario della madonna del Sasso, tutto intorno paesini ben tenuti e pieni di fiori, che abbiamo attraversato per andare a cena a Omegna. Dove se non costruivano gli orrendi palazzoni datati del periodo d’oro di rubinetti e affini (siamo ancora adesso in zona Alessi) era sicuramente meglio. Se il vostro stomaco regge i fritti il locale che si chiama Siamo fritti fa per voi (il mio stomaco ha retto benissimo, e ho pure bevuto, perché una volta tanto non ho guidato io- lo so non è del tutto un deterrente, come sapete). Se siete più sul tradizionale la trattoria La Speranza, vicino al cinema della SOMS, aveva un aspetto e un menu assai invitanti e il cuoco pareva pure simpatico, ma iniziava a servire alle sette e mezza e Luisa aveva fame, troppa fame.

E no, dove si trova esattamente la nostra spiaggetta non ve lo dico nemmeno sotto tortura. E’ un segreto.

Mamma anitra con un anatrino
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In cerca di Portaluppi

In questi mesi ho studiato, per il mio lavoro, il lavoro dell’architetto Piero Portaluppi in val d’Ossola. La sua presenza consiste, principalmente in un certo numero di centrali elettriche, che da sole costituiscono un esempio interessantissimo di archittettura inizio secolo, quella che noi genericamente chiamiamo liberty o art nouveau, ma sono anche, per chi si interessa di montagna un esempio interessantissimo di integrazione tra uomo e natura: una forma di turismo un po’ diversa dal solito.

Iniziamo … dall’inizio, cioè dall’edificio che sin dalle origini è, ed è ancora al centro del sistema idroelettrico della val Formazza. La centrale di Verampio, che si trova tra Crodo e Baceno, sotto uno sperone roccioso ed è perfettamente invisibile dall’altro della provinciale della val Formazza, talmente invisibile che ho dovuto cercarla su due mappe diverse per essere sicura di trovarla, ed è strano, perché si tratta di una edificio particolarmente imponente, che ancora adesso è lo snodo di sistema che porta l’energia elettrica a noi mandrognistani (fu costruita apposta, tra l’altro: se salta Verampio, come nel migliore dei film catastrofici hollywoodiani, siamo al buio)

Come è anche evidente dalle fotografie, a Verampio le misure di sicurezza sono abbastanza stringenti e non è possibile, ad esempio, avvicinarsi abbastanza al giardino per notare i suoi effetti geometrici.

Dedicata a Ettore Conti, il committente, che era anche lo suocero di Portaluppi, e iniziata nel 1910, questo edificio è un vero e proprio castello medievaleggiante, con tanto di torre e bifore: un castello di fiaba, dove, si sposano funzione e bellezza e dal mondo moderno viene la fata elettricità: infatti Conti e Portaluppi litigarono praticamente su tutto, tranne che su una cosa, usare i materiali del luogo. Cattedrale dell’elettricità sì, ma costruita di pietra dell’Ossola e lose; i simboli sono scoperti (negli edifici Arts and Craft la simbologia è più mediata) e tutt’intorno si costruisce un piccolo mondo; non solo la centrale ma la casa del direttore, delle maestranze, i depositi, gli edifici di servizio (questi per lo più sono abbastanza rovinati, con una sola eccezione, il sistema che Portaluppi edificò vicino a casa nostra, a Molare).

Che dire, sembra abbastanza incongrua nella sua opulenza, rispetto al territorio circostante, ma lo ammetto, mi piace (il che probabilmente dimostra che di architettura non ne capisco più di tanto). Ho scoperto, mentre facevo ricerche, che esiste una vera e propria passione turistico escursionistica per dighe e centrali elettriche, cosa che non mi aspettavo assolutamente. Vedremo, nel prossimo episodio, come coniugare arte e natura in un bell’itinerario che parte proprio da Verampio

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Primo giorno di caldo e quindi mischione

Come promesso, un po’ di foto dell’escursione da casa del Romano verso l’Antola con tanto di narcisi in bella vista.

Dato che oggi è stato il primo giorno veramente estivo (cioè di caldazzo, da queste parti), ho cercato di emigrare in altri lidi, salvo scoprire “dove va signora ?” “A Chianocco” ” ma deve andare a destra o sinistra (in effetti, dritto)? da Susa arriva la manifestazione No tav” “Ah grazie, torno verso Torino” Siccome il dialogo si è svolto ad un posto di blocco della polizia, e il poliziotto, per altro gentilissimo, aveva l’aspetto di quelli che tempo trenta secondi si mettono in assetto antisommossa, ho evitato di discutere sia con lui sia con i manifestanti no tav. Andando verso Borgone ho incontrato un bel po’ di gente che si sistemava per aspettare il corteo. Ho ideee molto definite su un sacco di cose, ma la questione NoTav mi ha sempre lasciato molto combattuta perché le ragioni della gente della valle sono assolutamente condivisibili, ma allo stesso tempo, togliere un po’ di tir dalle strade e di cappa caliginosa da Torino e dintorni non è male…Tra l’altro, l’edizione torinese del quotidiano sabaudo dava notiza della cosa, ma non è che leggo tutte le edizioni locali tutti i giorni (in realtà posso, ho un abbonamento digitale, in realtà sarà meglio, ogni volta che abbandono il mondo mandrognistano per uscira dalla provincia, non si sa mai). In ogni caso sono andata poi al colle del Lys, sperando di trovare un po’di fresco, e ho fatto una passeggiata (notate le parole) fotografando un po’ di rigogliosi rododendri.

come questo

Ho trovato molti motociclisti (la strada si presta, fate attenzione), molti ciclisti (c’è stato il giro d’Italia nel 2018, se non vado errata) e molti caprioli.

Il mio amico Manuel Chiacchiararelli, di cui vi ho già parlato, fotografo e guida naturalistica, ha passato un po’ di tempo con una famiglia di volpacchiotti: vi linko l’ultimo articolo

Ci sono i rimandi ai due precedenti e al video: le mie foto preferite sono le ultime due della prima serie (il volpacchiotto che si gratta l’orecchia): Manuel rispondendo al mio commento ha confermato che lui era il più avventuroso del gruppetto. Sono bellissimi.

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Cose da fare in primavera 2 (prima che sia troppo caldo e tra un diluvio e l’altro)

Premetto, per pigrizia non ho ancora scaricato le foto: molta pigrizia, dato che sono di domenica scorsa. Quindi per la galleria di foto rimando ad un prossimo post.

Fra le cose da fare in primavera, sicuramente, ci sono le esplorazioni degli Appennini, che diventano però un po’ troppo afosi in piena estate: si tratta per lo più di itinerari in cresta, dove il sole, in estate, è piuttosto potente.

Stranamente in tutti questi anni di vita, la mia famiglia ha sempre un po’snobbato gli Appennini, probabilmente per mere ragioni logistiche: mio padre non guidava. E arrivare sino a Casa del Romano, in fondo alla val Borbera, e sul versante ligure (siamo nel comune di Fascia), richiede in auto quasi due ore (con lo stesso tempo vai a Courmayeur, o direttamente in Francia) di strada provinciale stretta, ondulata, piena di buche, e spesso priva di protezioni. Una favola.

Probabilmente questa è la parte più faticosa dell’intera giornata. Una volta raggiunta la Casa del Romano (albergo ristorante dove, mi assicura la solita fonte fidedigna che mangia fuori più di me, si possono gustare eccellenti manicaretti), si parcheggia, e si prende a fianco della casa l’imbocco del sentiero 200, si supera la cappella di San Rocco, l’osservatorio astronomico, e seguendo i cartelli si prosegue in leggera salita sino a trovarsi sullo spartiacque. Il sentiero in falsopiano, ottimamente segnalato, rimane quasi sempre sul versante ligure, ma è possibile affacciarsi facilmente verso il versante della Val Borbera, a nord, mentre verso sud, man mano che ci si avvicina alla vetta dell’Antola compare il lago del Brugneto). Dopo il passo tre Croci, si passa al di sotto della vetta del Monte Tre Croci, si entra nel bosco e ci si ritrova sull’ampio costone della vetta del Monte Antola, da cui si vede benissimo la croce di vetta.

Ecco, io mi sono fermata più o meno lì: perché la bella pensata di scapicollarmi in fondo alla Val Borbera l’ho avuta nel primo pomeriggio di una bella domenica di sole, quindi sono arrivata nei dintorni di Fascia quando ormai le persone stavano abbandonando i luoghi. Non è stata una cattivissima idea, però: alle strette c’erano ancora le auto parcheggiate sin sugli alberi, e qualcuno alle prese con improbabili grigliate (per cena?), segno che il rilancio turistico del posto sta funzionando alla grande. Il bello è, però, ritrovarsi quasi da sola sui sentieri, con il sole in fronte ma non molto forte (per gli altri, meglio muoversi la mattina in modo, all’andata e al ritorno, da aver sempre il sole dietro alle spalle), e la temperatura più mite. Approfittando anche delle ormai lunghe ore di luce sono tornata a casa che il cielo era ancora chiaro: e ho potuto vedere due numerosi gruppi di caprioli, una volpe e una bella leprona (che spero non sia diventata la cena della volpe).

Se volete una descrizione più seria (ma in effetti non più precisa, è tra l’altro una descrizione invernale, vi indirizzo al sito del parco dell’Antola)

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Gattini

Ragazzi, questo sito sta diventando troppo serio, quindi un infrasettimanale di e #streamofsfiga ci vuole.

Lunedì ho preso ferie perché nel pomeriggio avevo ben due assemblee condominiali (quelle le liquido con una sola frase: abito e ho abitato con una manica di dementi, e dato che un sito è un luogo pubblico mi fermo qui), e perché, anche, ho una lunga serie di ferie non godute, dato che nel 2020, mentre l’Italia era bloccata, io ho lavorato in presenza nell’ufficio deserto – sicuramente un posto più sicuro di molti altri.

La mattina volevo andare a consegnare degli abiti in ottimo stato ad un’associazione che li raccoglie. Avevo fatto i miei scatoloni in garage e ho pensato di spostare Maggie la Mégane. Invano: Maggie la Mégane è morta lì. Tiro giù un paio di imprecazioni, faccio cadere la bicicletta, mi arrampico qua e là per recuperare i miei scatoloni e penso adesso chiamo l’elettrauto. Invano: ho dimenticato il telefono.

Pace. Carico i miei scatoloni sull’altra macchina, e penso che alla faccia dell’ecologia avere due macchine è una cosa sensata. Arrivo davanti all’associazione e sulla porta c’è un cartello che dice che il ritiro degli abiti usati è sospeso sino al 31 maggio. Lunedì era il 31 maggio. Penso eccheccavolo e scarico gli scatoloni. Morale: ho parlamentato per farmeli accettare dal responsabile. Probabilmente l’occhiataccia che gli tirato deve averlo convinto. Come ho già detto più volte, fare del bene è faticoso. Dato che il mio elettrauto è vicino all’associazione, vado direttamente.

Prime parole di Fabio l’elettrauto: <<Ma hai ancora quella macchina?!>> Ehm sì, ha quindici anni, ho capito che ormai posso guidarla solo io (gli altri si spaventano per la frizione che non va su e per il cambio che non entra) ma salvo complicazioni va benissimo. <<Va beh, vengo oggi>>.

A quel punto, visto che non avevo più frutta in casa, sono passata nella piazza vicina dove il lunedì c’è il secondo mercato di Mandrognistan Ville, quello agricolo (se volete comprare un pollo vivo è in piazza Perosi che dovete andare). Banchi di frutta a iosa, mi fermo nel più vicino che è abbastanza affollato. Compro albicocche fragole un melone un peperone; vicino a me un signore (sudamericano direi dall’accento) compra asparagi, un melone, albicocche e no no fragole, sono allergico. Paghiamo quasi insieme e ognuno va per la sua strada.

Arrivo a casa, faccio per mettere la giacca a posto nell’armadio e vedo che la porta del medesimo è socchiusa e mezza mia giacca di Max Mara è incastrata nella porta e qualcuno si è arrampicato sulla giacca e ha tirato tutti i fili. Al mio urlo qualcuno ha fatto praticamente un capriola ed è corso a nascondersi sotto il letto.

Caccio dentro la giacca (ho poi passato un’ora e mezza a risistemare trama e ordito e a stirare il tutto e insomma è ancora mettibile), torno in cucina, apro il sacchetto di plastica e dentro, rullo di tamburi, ci sono un melone, un cestino di albicocche, un mazzo di asparagi. Ho immaginato la faccia del tipo allergico alle fragole. Ho messo in frigo la roba, mi sono girata, e la borsa di plastica era in terra e sopra Fanny stava facendo una lunga e beata pipì, socchiudendo gli occhi come a dire grazie mamma. Non so perché ma la plastica l’attira irresistibilmente, se non c’è plastica in giro non sporca mai altrove. Per fortuna centra sempre perfettamente l’interno della borsa, così basta arrotolare i lembi ben stretti e buttare via il tutto e il pavimento è rimasto immacolato.

Nel pomeriggio è venuto Fabio e Maggie è di nuovo alive and kicking, visto che la terrò almeno sino alla prossima revisione. Dei dementi ho già detto; morale della favola, era meglio se lavoravo.

Gattini (c’è anche il colpevole)
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Cose da fare in primavera

Oggi tornerò a parlarvi della Valchiusella, che per me è un luogo del cuore. Dalle foto capirete che la mia visita risale al periodo giallo invernale, e che ora la visita è assai più remunerativa sia per i colori sia per gli animali .

Delle diverse parti della Valchiusella non ancora esplorate, una che mi ha sempre incuriosita è quella che circonda il bacino di Vistrorio.

Come si vede, qui il bacino è ancora in veste invernale, adesso il bacino sarà probabilmente più in secca.

Per arrivare al bacino, è meglio salire non dalla strada della Valchiusella, che passa a lato della sponda sinistra dell’invaso fatto dal torrente Chiusella chiuso dalla diga Gurzia, ma da Baldissero Canavese con la Sp 61 sino a Vidracco, dove si può lasciare l’auto a fianco del Municipio (una costruzione gialla in stile tipico anni Trenta. Subito dopo il Municipio si scende sulla destra verso il lago. L’itinerario che fa il giro ( a metà) del lago si chiama Sentiero dell’uomo: dal Municipio si è circa a metà: si può andare verso la diga, fermandosi ai casotti di osservazione degli animali, e poi, ritornare sui propri passi e risalire non dalla strada iniziale, ma passare vicino a un prato dove pascolavano diversi cavalli e poi tornare sulla provinciale oltre il paese. Un itinerario adatto a tutti, perfetto per i bambini (pensiamo anche a loro, dai), meno “famoso” del lago di Meugliano, ma tutta la Valchiusella è favolosa.

E anche qui c’è una diga.

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