Viaggi mentali o viaggi … e basta?

Cosa avranno fatto mai i poveri valdostani per rimanere sempre in zona arancione? Basta un focolaio a Courmayeur? O ad Aosta? (dovrei stare zitta, qui in Mandrognistan Ville un’intera scuola elementare è finita in quarantena, dopo che la dirigente ha cercato di occultare un focolaio…una delle maestre, fortunatamente non contagiata, è la figlia di un’amica e ho potuto seguire la faccenda sin dall’inizio. E’ successo il finimondo e alcune famiglie hanno deciso di presentare denuncia contro la dirigente. Giustamente. Sono contenta di non essere a scuola, in questo periodo. Anziché in ospedale sarei probabilmente finita in galera. Per omicidio. E ho un immenso rispetto per i colleghi che hanno dovuto affrontare la malattia, la didattica a distanza e pure certi dirigenti e hanno mantenuto la sanità mentale. Ci credevate, che avevo smesso di parlare del mondo?)

Il caso della Val d’Aosta è però emblematico del fatto che a fronte di molti progressi, che hanno un solo nome: vaccinazione di massa, dal gelido inverno non siamo ancora fuori. E la luminosa primavera per ora ci ha riservato più freschetto e pioggia che altro, il che per me va benissimo. In questo periodo ho sbagliato equipaggiamento una sola volta – avevo troppo caldo, ma fortunatamente ho sempre in auto la mia vecchia giacca Lafouma (un supersaldo in un negozio ormai defunto) che tengo in auto come emergenza. E come sapete la camminata sotto la pioggerella è uno dei miei must.

in viaggio

Adesso che possiamo più o meno andarcene di casa, posso dire che grazie al lavoro che faccio, me ne sono andata in giro per il Piemonte anche in zona rossa (l’ho già detto, ho disboscato un pezzo di foresta amazzonica a forza di autocertificazioni). Sono andata fotografare pezzi di Val d’Ossola e dintorni, che vedrete dalla prossima settimana, per un lavoro scientifico che spero passi la peer to peer verification. In ogni caso, con tutto chiuso per il covid, varie fondazioni che non rispondevano alle mail e altre amenità, non mi è restato che andarea fotografare di persona l’oggetto della mia ricerca (non sto a raccontarvi questioni legate all’uso di immagini protette da copyright: anche se le trovate su internet, di solito sotto c’è un disclaimer del tipo, sono sul tal sito, se sono protette sono cavoli tuoi, e in ogni caso, se lavori per un ente pubblico è meglio che non lo siano).

Per farla breve non ho incontrato nessuno, nessuno mi ha fermato o quasi, non ho subito inquisizioni di nessun tipo.

Solo un paio di scenette buffe. Ero a Cadarese in Val d’Ossola, davanti alla centrale dell’Enel (vi lascio la suspence di sapere perché di tutte le cose possibili sono andata in cerca di centrali elettriche): cancelli tutti aperti (sappiatelo, se volete fare attentati, che nessuno vi chiederà niente o quasi, santo cielo), entro pronta a spiegare, ho due macchine fotografiche, il treppiede preso a prestito, lo zaino e piovicchia, quindi ho il cappuccio della giacca a vento su, scatto quello che devo scattare e con la coda dell’occhio vedo un’auto dei carabinieri che sale da Premia, dove c’è la caserma, inchioda in mezzo alla strada e sta lì. Immaginate la scena: la centrale è di fronte a una zona picnic, in giro tranne me, la mia auto e loro non c’è un grillo e pure piove. Stanno un po’ lì e poi se ne vanno. Ho avuto un vago senso di sollievo.

Quel sabato lì è venuto il sole, faceva freddo, io sono stata poi a Valdo (centrale dismessa), Sottofrua, pure, cascate del Toce e Riale, ho incrociato l’auto in su o in giù almeno altre tre volte, a Valdo gli ho pure inchiodato davanti per trovare l’imbocco del parcheggio, e niente. Probabilmente avevano controllato la targa dell’auto e scoperto che sono perfettamente innocua. Un amico che è un ex dell’arma, ma come gli agenti segreti, una volta dentro sei carabiniere per sempre, mi diceva che hanno avuto regole d’ingaggio precise, cioè di non disturbare più del necessario. Per altro, ho sempre trovato pochissima gente in giro e quelli con cui mi è capitato di scambiare due parole, se erano forestieri erano gente da seconde case.

Seconda scenetta: ritorno da Varzo, ultima centrale, bella giornata, sette soli e pure caldo, statale del Sempione deserta, letteralmente, vedo un’auto dei carabinieri ferma in una piazzola, penso ora mi fermano, e infatti come mi avvicino, paletta e segno, accosto, metto il freno a mano, metto la mascherina che in auto non indosso, ovviamente, tiro giù il finestrino, ho le mie autocertificazioni sul sedile del passeggero, sono un ragazzo e una ragazza che faranno insieme quarant’anni: “buongiorno, signora, vada pure”, buongiorno a voi e ciao.

In entrambe le situazioni, io (e credo non molti altri) ho avuto un vago senso di colpa: per avere “una buona ragione” per muovermi, per avere la buona salute necessaria per farlo, e un lavoro alle spalle – un lavoro culturale, tra l’altro, di quelli che per i più sono sostanzialmente inutili – in un ambiente che in tutto questo anno e oltre ci ha protetti, me e gli altri che ci lavorano, e non lo dirò mai abbastanza, sono molto molto molto fortunata. E soprattutto mi sono sentita in colpa perché questo lavoro di ricerca, oltre che lavoro per me è divertimento , passione, e intanto che cercavo quello che mi serviva mi sono passata delle belle giornate in mezzo alla natura, camminando e in perfetta sicurezza: poca gente, all’aperto, mascherine tirate su se ci si incrociava da vicino, saluti.

In sintesi, no dal gelido inverno non siamo ancora fuori, e tra chi si assembra in mezzo al prossimo senza sessun senso civico e senso di colpa (ricordo che nemmeno prima ero un tipo da folla) e chi si sente in colpa in mezzo al nulla, direi che dobbiamo trovare una via di mezzo.

Informazioni su alpslover

camminatrice e scrittrice, insegnante e madre - di - gatto, moglie scoordinata e ricercatrice, vive nel profondo nord.
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