A Montecarlo in bus

Sono andata via e non è piovuto; non ha nemmeno fatto un tempo stratosferico, e paradossalmente ma non tanto a dicembre faceva molto più caldo; nel senso che adesso c’era la temperatura che ti aspetteresti a marzo, ma a dicembre faceva caldo come a maggio. Non va bene, e qui come in Costa Azzurra non piove da più di cento giorni.

Da un po’ rimuginavo con l’idea di fare un salto a Montecarlo, dove, passando per anni Natale e Pasqua a Sanremo ero stata diverse volte con i miei e dove, ricordo benissimo, mi ero spaventata molto vedendo dal vivo le murene nel Museo Oceanografico (tutti in famiglia eravamo grandi fan dei documentari di Jacques Cousteau).

Così a dicembre c’ero passata in auto e avevo provato una decisa sensazione di straniamento. I grattacieli, che mio marito avrebbe amato moltissimo, complice il buio e le strade deserte, parevano abbastanza inquietanti; avevo girato a caso, perdendomi nei tunnel, e finendo davanti allo Yacht Club, dove era parcheggiata una nave (panfilo mi sembra una parola riduttiva) grande più o meno come una fregata da guerra. Avevo poi scoperto che esiste un bus, il n.100 che va da Mentone a Nizza e viceversa passando da Monaco lungo il litorale (lascia da parte cioè i villaggi fortificati). Così ho messo da parte la mia naturale diffidenza verso i mezzi pubblici, ho controllato gli orari, chiesto informazioni e ho pure messo la sveglia.

Bene, è un’ottima cosa; è puntuale come un orologio svizzero, ci mette più o meno lo stesso tempo rispetto ad un viaggio in auto sulla statale, costa €1,50 da Mentone a Nizza, e puoi dedicarti alle persone che sono intorno a te: due anziani coniugi inglesi, finalmente tornati dopo il covid, una signora che è scesa con me, con una pelliccia di visone e una borsa elegante, una ragazza sudamericana che chiamava ossessivamente il suo fidanzato dicendo cosa aveva comperato per la spesa. Piccoli pezzi di mondo.

Mi sono fermata nel centro di Montecarlo, sulla piazza del Casino, dove sono concentrati i non molti edifici liberty del Principato, il Casino, appunto, il café de Paris con le sue decorazioni e l’hotel Ermitage. Questo è in centro delle boutique lussuose, e delle grandi firme della moda, molte delle quali erano però misteriosamente, almeno per me, chiuse. Dopo aver rischiato di farmi investire da una Porsche davanti al Casino, ho camminato a lungo negli splendidi giardini, cercando una statua di Vasarely che non ho trovato, ma che ho sostituito con altre opere d’arte da Lodola a Botero, e con una passeggiata in mezzo ai piedi dei calciatori famosi (ci sono Rivera Totti e Pelè, ma pure Nakata che da noi non se lo filava nessuno.

E così, alla fine ho anche capito dove mi ero persa quest’inverno, dato che ero proprio sopra al porticciolo e allo Yacht club: c’erano sempre molti panfili grandi come navi da guerra, ma meno. Saranno scappati tutti gli oligarchi? In ogni caso qualcuno mi ha chiesto indicazioni stradali. A me. Si vede che mi mimetizzavo bene nell’ambiente

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Cala sü dansi muròn

E’ il primo giorno, o quasi di una primavera che si annuncia ancora lontana. Marzo è stato pazzerello, nel senso che non siamo mai usciti con l’ombrello, e stando alle previsioni non lo faremo nemmeno nell’immediato futuro, e pure il sole non si è fatto vedere. Insomma, io ho ancora freddo, e pure i gatti che vorrebbero buttarsi in terrazzo, poi scappano di corsa dentro. Ricordate vero, la luminosa primavera del 2020, che prendevamo il sole in terrazzo in maglietta chiusi in casa?

Però, se volete iniziare a rifarvi un po’ di fiato, potete cominciare come me, nel vostro cortile, che per me sono i dintorni di Mandrognistan Ville. Dopo aver iniziato dal lato collina, un po’ di tempo fa, la scorsa settimana e del tutto per caso, ho fatto una camminata nella piana, che è, per così dire, la vera essenza del Mandrognistan (i mandrognistani doc stanno sotto il livello del mare). Del tutto per caso perché domenica io e il cugino piacione non sapevamo cosa fare, e io ho perso tempo perché non trovavo gli occhiali e il portafoglio. Così ci siamo trovati, o meglio io sono sbarcata a casa sua che era troppo tardi per fare alcunché (sto diventando una donna inaffidabile, e per fortuna). Così, stabilito che né io né lui avevamo voglia di vedere il milionesimo Batman, ha proposto di andare a camminare.

Ora, il cugino piacione è un uomo tanto caro, ma ci vede pochissimo, e il mio unico tentativo di portarlo fuori dall’asfalto non era stato propriamente un successo. Però, se ti dicono, andiamo a camminare, avendo vaghi sensi di colpa perché hai passato le ultime domeniche facendo di tutto anziché fargli compagnia, vai a camminare, con qualcuno appeso al tuo braccio.

Ora noi abbiamo fatto benissimo la nostra camminata ad anello dal cimitero alla fine del paese, e verso un’altra frazione, tagliando direttamente in mezzo ai campi, e senza infangarci, dato il clima secco. Ma certo, una maggiore inclusività degli itinerari escursionistici, nelle pianure e in fondovalle, di sicuro giova.

I muron

I muron, dalle mie parti, sono i gelsi, che sino agli anni Sessanta punteggiavano tutti i campi facendo da divisori tra una proprietà e l’altra, e che erano foraggio per i bachi da seta, oltre a dare grosse more molto gustose ( con cui era facilissimo sporcarsi).

La frase “ Cala sü dansi muròn” pare sia stata rivolta dal nonno di mio marito ad un militare di origine ignota ( poteva essere tanto un tedesco in ritirata, quanto un alleato brasiliano o canadese in arrivo – quelli sono arrivati dalle mie parti- ma per il nonno di mio marito non faceva molta differenza) che aveva appena scoperto la bontà delle more, sul finire della Seconda guerra mondiale. Il proseguo della frase, dato che il militare, chiunque fosse, non aveva comunque capito, è un filino più scurrile e ricorda una canzone adesso di moda “ con le mani con i piedi con il c… ( ciao ciao), basta cat cali sü

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E per finire

Poi, veramente, smetto di dare consigli non richiesti.

Ci sono cose che bisognerebbe portare sempre (e che finiamo di dimenticare)

  • un cappello anche se siete di quelle persone che pensano di stare malissimo con il cappello, ma sovente, come molte cose, è soggettivo. A mio marito piacevo con un baseball cap a visiera (degli X Files, che avevamo comperato insieme a Londra). Io adoravo quel cappello, ma per ragioni che non coinvolgevano il fatto di doverlo portare. Ne ho due Lafuma che sono pure impermeabili, beh, diciamo abbastanza impermeabili, quanto impermeabili non l’ho ancora sperimentato, ma quello che per varie ragioni finisce sempre nello zaino, me lo portò dall’India mia zia un milione di anni fa, di cotone. Tutti e tre sono bucket hat, o cloche, se siete molto molto boomer. Se vi scottate sul collo ci sono quelli con la falda posteriore, che esteticamente non saranno il massimo, ma fanno egregiamente il loro lavoro, se tendete a scottarvi nel coppino.
  • e a proposito di scottature, la crema solare. Lo so che non si dovrebbe mai dimenticarla, ma la mia generazione si è spesso allegramente ustionata, me compresa, e il fatto di aver evitato sinora melanomi è in parte un colpo di fortuna e sicuramente dovuto al fatto che dopo un po’, diciamo intorno ai 25 anni, ho iniziato a spalarmi religiosamente di crema solare. Cionondimeno, riesco ancora ad arrossarmi anche con la protezione 50.
  • L’acqua sempre, non fate i finti eroici, che ci sono sentieri assolutamente privi di ruscelli e sorgenti, e tra l’altro, questo è stato uno degli inverni più siccitosi degli ultimi trent’anni e questa estate ci sarà poco da ridere. Sempre naturalmente se ci arriviamo. Quanto al cibo, mi sono portata dietro, in realtà lo faceva mio padre, pane e bistecca impanata per secoli (la colazione dell’escursionista). Mio padre, che apparteneva ad un’altra generazione, si portava dietro anche il suo quartino, in una bottiglia di vetro, che mai si è rotta sulle pietre della Val d’Aosta e sta ancora come una reliquia nella mia credenza. Sento già gli sportivi professionisti che squittiscono nel buio, perché tenere acceso il computer è una spesa. In ogni caso le due cose per il mio stomaco attuale sarebbero improponibili. Però i tramezzini con formaggio e verdure ancora me li preparo. O uso le barrette proteiche.
  • Una cosa che si dovrebbe sempre portare è un kit di primo soccorso. Lo ammetto, ce l’ho, ma resta sempre in auto. Nessuno è perfetto. I cerotti antivesciche, invece, li ho sempre: le vesciche non fanno sconti, e quando passo dalle scarpe chiuse ai sandali, mi becco sempre le vesciche, sempre. Anche con scarpe più che usate. Mi dicono che in farmacia vendono i punti adesivi che “saldano” le ferite. Non li ho mai provati. Qui gli unici che mi feriscono sono i gatti, mannaggia.
  • In inverno, Artva pala e sonda. Ora è OBBLIGATORIO averli. Andando io sempre da sola, non è chiaro a cosa mi possano servire (dovrei essere in grado di accendere l’Artva, e sperare che qualcun altro mi venga a salvare. Aspettate che rido.) Però, se siete in gruppo, ci vogliono, e si impara a usarli abbastanza facilmente (ho imparato io; poi per carità, un conto è un workshop in cui cerchi palline di plastica nella sabbia, un conto è cercare un disperso su un fronte di caduta che può essere anche di centinaia di metri. Spero non mi capiti). Una cosa che invece è obbligatorio fare è leggere il bolletino metereologico e quello del pericolo valanghe, e non uscire oltre il livello 2. O tornare indietro.
  • E, dulcis in fundo, la cartina. Cartacea. Eh sì, perché capita che non ci sia campo. ma come, se si può telefonare dalla cima dell’Everest (Lo so che avete letto Aria sottile). Vero, l’Everest è coperto dai satellitari. Capanne di Marcarolo, Alessandria, dove c’è il Sacrario della Benedicta, no. Quando sarà finito il Centro rete forse sì. Forse. Cartina cartacea, o mappe escursionistiche scaricate e utilizzabili anche in assenza di segnale e copertura internet. E per amor del cielo non usate Google Maps, non perché ce l’ho con i navigatori. Ma perché lì non ci sono i sentieri.
I muròn (anticipazione)
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Una ventata di ottimismo(?) parte seconda

Dove eravamo rimasti?

Ah, sì. Alle giacche. Come vedete, né per i pile, né per le giacche vi ho propinato una dettagliata spiegazione scientifica. Potrei farlo, certo, ma vogliamo essere ottimisti e non trascorrere i minuti prima dell’apocalisse dettagliando gli strati impermeabili e traspiranti. L’ottimismo mi fa dire, tra l’altro, che dopo un paio di settimane in cui al lavoro è successo di tutto (il clou è stato mercoledì quando ho dovuto telefonare alle dieci di sera a una nostra relatrice, persona simpatica ma che non posso considerare nemmeno una conoscente, che i nostri programmi per l’indomani erano stati rivoluzionati e non per colpa mia, né sua, ma perchè in giro ci sono persone che eccetera. Mia zia che era una persona elegante, non come me, sosteneva che non si telefona a casa “della gente” dopo le nove e mezza di sera e prima delle nove e mezza la mattina, esclusi i parenti gli amici più cari e gli amanti, immagino), ecco dopo queste due settimane, ho chiesto e ottenuto due giorni di ferie per andare a camminare da qualche parte, e indovinate, pioverà.

Comunque, niente roba scientifica, ma due paroline magiche: Polartec e Gore Tex, che sono due brevetti e non due marchi e che indicano le due componenti più preziose quando si tratta di pile e di giacche a vento. Il Gore tex, in particolare assicura un’elevata impermeabilità unita alla possibilità di far evaporare l’umidità corporea, evitando cioè l’effetto scafandro: se mi mettete addosso un sacco di plastica, o uno di quei poncho col cappuccio che vendono i negozi di souvenir, l’acqua non passa, ma dopo pochissimo sarete bagnati fradici di sudore. Un giro su internet o sulle riviste di montagna dove si parla di materiale vi farà capire cosa è più traspirante e cosa più impermeabile.

Un paio di scarpe da escursionismo. Qui, ve lo dico subito, le possibilità di sbagliarsi sono molto elevate. Se le scarpe che avete comprato sono le vostre scarpe lo saprete solo usandole, cioè camminandoci dentro. Quelle che parevano comodissime in negozio possono trasformarsi in una tortura dopo la prima ora o dopo la prima mezz’ora o in discesa (che è una cosa da non sottovalutare mai). Quali sono le scarpe migliori per me? Quelle che non vi fanno male alle sera quando ve le togliete: il piede è indolenzito perché molto sollecitato, ma non dolorante. A me vanno bene le Salomon, ma non le Merrell, troppo dure in discesa nella scocca, le Tecnica e le SanMarco. Le scarpe da escursionismo vanno provate sempre (sorry internet) a meno che non stiate comprando di nuovo il modello che vi va bene; altre cose da tener conto, se supinate o pronate (basta rendersi conto di come prendete le storte…) e come è il vostro arco del piede. Tante cose, e se scegliete bene il negozio, un commesso/a competente ve le spiegherà. Alte o basse alla caviglia? Anche lì, dipende: molto da cosa fate, sostanzialmente. Essendo vecchia scuola, se so che devo camminare tanto, o su un sentiero EE, dove ho bisogno di stabilità, metto gli scarponi alti, altrimenti le low (per me, entro le due ore, basse vanno bene). Altro consiglio, non prendetele troppo pesanti, non dovete scalare il K2 (vedi alla voce comode), ma sempre impermeabili (Goretex anche qui), che avere i piedi bagnati non piace a nessuno, se non ai bambini sotto i dieci anni che ciabattano nelle pozzanghere, e fanno benissimo. Le migliori scarpe da escursionismo, se si tolgono le Salomon, sono quasi sempre italiane. Ps ho detto scarpe da escursionismo, non da running, non da trail running e non (orrore) le sneakers.

Almeno due paia di calze, lunghe o corte, fate voi, assolutamente non di cotone, perché significa vesciche assicurate (che non vengono con i calzettoni di lana però). Le calze, la prima volta, si comprano con le scarpe, ma se anche vi rivendete gli scarponi su Vinted (vedi sopra), è difficile che vi rivendiate anche le calze.

Un paio di bastoncini telescopici da escursionismo: questo potrebbe parere un optional, ma quando ho cominciato a usarli negli anni Novanta mi hanno cambiato l’esistenza. Attenzione, non sono i bastoncini da nordic walking, né quelli da sci, se fate un anello a fondovalle senza troppe salite, quelli da nordic vanno bene, ma per un sentiero non T (cioè non turistico, da E in su) sono utili: scaricano il peso dalla schiena e dalle ginocchia e sono fondamentali in salita e soprattutto in discesa. Perché telescopici? Perché si regolano differentemente in salita e in discesa ( a differenza di quelli da nordic che si regolano sulla vostra statura). Se in salita l’angolo formato da braccia e bastoncini è di circa 90°, in discesa deve essere più ampio, perché i bastoncini vanno davanti a voi.

Quanto costa il tutto? Dipende. Nulla vi vieta di comprare tutto nella nota multinazionale degli articoli sportivi che ha punti vendita in tutte le aree commercali in Italia e pure in Mandrognistan Ville. Io ho un ottimo paio di scarpe da walking che ho preso lì e bene che vanno. Le due cose che costano attualmente di più sono ovviamente la giacca impermeabile e le scarpe, indipendentemente da quello che va di moda, perché anche qui c’è quello che va di moda. Ad esempio dato che molti atleti d’elite le usano, vanno di moda le Hoka One One, che costano una fucilata, ma io non faccio trail, e non sono Franco Collé, che è un loro testimonial e per cui faccio il tifo quando gareggia. Questo è anche un settore in cui la qualità si paga, e con un saggio investimento la giacca impermeabile, se proprio non prendete una roba che va bene solo sulle piste da sci, la portate anche in città (ma non viceversa, la giacca country da fighetto la portate in città, perché in campagna con quella vi prendete freddo, figuratevi in montagna). Per tutto il resto, potete partire basso e poi fare successivi upgrade (la cosa con cui lo farete più facilmente è lo zaino).

Ah, MAI MAI E DICO MAI usare gli ammorbidenti con i capi sportivi. L’ammorbidente è il male: inquina e rovina i tessuti – tutti in realtà.

Mergozzo al tramonto
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Una ventata di ottimismo (?)

Mi rendo conto che in questo periodo c’è davvero poco da ridere, ma nell’ipotesi che

a) faccia un filo meno freddo, la mattina qui siamo decisamente sotto zero, e lo so, non sto più a spiegare la faccenda dell’inversione termica e comunque fa freddo e amen;

b) si sia ancora vivi e arzilli tra un paio di settimane, se il dittatore botulinato dell’est nel frattempo non ci ha tirato in testa qualche bomba atomica – e credetemi, quest’opportunità mi speventa realmente, non al punto di farmi fare incetta di pastiglie di iodio (e conosco almeno tre persone che lo stanno facendo, persone che sino all’altroieri mi sembravano quasi normali) ma proprio perché so che nell’eventualità non servirebbero assolutamente a nulla.

Detto questo, facciamoci prendere da una botta di ottimismo (ah già, dimenticavo il Covid che sta rialzando la testa) e ragioniamo – non l’ho più fatto da un po’ di come muovere i primi passi nel mondo dell’escursionismo (o meglio nel mondo del camminare: in città, in campagna, in montagna, al mare).

Quindi in questi due post affronterò le domande più comuni che nel corso di questi ultimi due anni mi sono sentita fare per lo più da conoscenti e sconosciuti, perché con gli amici queste questioni le abbiamo sviscerate da un po’ (e sì, la maledetta malattia c’entra sempre, perchè ha cambiato le nostre abitudini, ricordate quando avere un cane era il nostro passaporto per uscire di casa? e sì, non è nemmeno un caso che lo scriva nell’anniversario di quando tutta l’Italia si è fermata).

Prima grande FAQ: ma cosa mi compro? perché prima ancora di muovere un passo, bisogna muoverlo tutti adeguatamente bardati. E poi perché un po’ di shopping fa male al portafoglio ma bene al morale.

Cosa serve davvero. Se siete veramente digiuni di tutto, vi omaggio di un elenco minimal (che nel mio caso ovviamente non è così minimal, ma adesso ho deciso di trattenermi e non comperare tutto quello che mi sembra interessante utile e nuovo:

un paio di pantaloni da escursionismo, che all’occorrenza possano traformarsi in pantaloni corti (cioè che abbiamo cerniere posizionate all’incirca a metà coscia, per quanto fa veramente caldo);

almeno due magliette tecniche, non di cotone, che si asciughino rapidamente e non vi lascino con il sudore incollato alla pelle, cosa pericolosissima per noi seconda e terza età. Una delle due ve la portate sempre dietro. Se siete freddolose, esiste anche la versione a maniche lunghe (attenzione non sto parlando delle magliette termiche, spesso in lana merino, che si portano solo d’inverno).

uno zaino, ben sostenuto e imbottito sulla schiena, con cinghie regolabili e spallacci. Gli zaini si misurano a litri. La misura ideale di uno zaino per un trekking giornaliero va dai 15  ai 20 litri, se l’itinerario che dobbiamo percorrere è semplice e abbastanza breve. Se invece vogliamo affrontare trekking più complessi avremo probabilmente bisogno di uno zaino con una capienza di 20 – 30 litri. Pensate che deve contenere acqua, cibo, giacca antipioggia, la maglietta di ricambio ecc, e deve essere comodo (gli zaini per i trekking di più giorni sono un’altra cosa, e qui non ne parliamo). Il concetto di comodo varia moltissimo da persona a persona, ma un punto secondo me è irrinunciabile: non deve sbattere sulla parte lombare della schiena. A tal proposito: le cinghie si allacciano sempre tutte. Con gli zainetti fighi e firmati non si dovrebbe andare nemmeno a scuola, soprattutto a scuola perché i libri sono tra le cose più pesanti in circolazione.

un pile, sintetico, antivento, di medio peso. Sarebbe meglio due ovviamente, uno più pesante e uno più leggero per l’estate. Ci vuole, sempre. Ve lo portate dietro, sempre. Anche se ci sono sette soli. Non c’è niente che cambi più in fretta del tempo in montagna, e in Appennino è anche peggio.

una giacca con cappuccio, impermeabile. Altra cosa per cui è difficile dare un consiglio. Io ho (alla faccia del minimalismo): un guscio esterno goretex della Salewa, (pieghevole, piegabile ecc.), due Nanopuff Jacket Patagonia, che sono un capo costoso, sui 250€, ma sono secondo me un investimento giustificato: la nano puff si porta da marzo a novembre, calibrando quel che mettete sotto, regge una giornata di pioggia battente senza farvi bagnare (testato all’Alhambra di Granada), si asciuga in due ore dopo la suddetta giornata, e potete metterci sotto un tailleur e fa la sua figura, e no Patagonia non mi paga, ma dovrebbe; poi ho sempre di Patagonia, una cosa che non fanno più, la Infurno, che è una cosa invernale imbottita di pile, una giacca 2 in uno (guscio più pile) di Jack Wolfskin, che sono tirolesi, fanno cose qualitativamente pari a quelle di Patagonia e non devi vendere un rene, e soprattutto una XL è una XL e non l’equivalente di una 44 italiana, e poi una giacca foderata di pile di Technique Extreme di Chamonix, leggera, che in saldo costava tipo 40 euro e d’estate è quella che in assoluto metto di più, perchè in uno risolve il caldo il vento e la pioggia. Cosa si deduce sin qui? che è roba che non si compra in città ma sul posto.

(continua)

Ottimismo
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Di Milano

Avevo voglia da qualche tempo, come avevo scritto di Torino e di Genova, di scrivere qualcosa anche su Milano ( questo è anche il week end di Bookcity, quindi c’è più di un’occasione per andarci)

Ho fatto pace con Milano in anni recenti, dopo esserci stata per anni esclusivamente per ragioni mediche – e siccoma anche il resto della frequentazione familiare era dovuta alle stesse ragioni, e con esiti infausti, le associazioni immediate non erano positive. Invece ho amici che vivono a Milano, che la città me la raccontano in modo ovviamente diverso che l’andar per cliniche specializzate, e per questa ragione ho cominciato a riviverla, man mano tra l’altro che le possibilità offerte dal natio Mandrognistan si affievolivano sempre più: non solo medici, ma negozi (qui non ci sono più negozi di dischi, per cui certe cose non proprio mainstream le trovi solo online o altrove; qui non c’è nemmeno più una grande catena retail come Sephora, e sto parlando proprio del superfluo; qui non ci sono più teatri con una vera programmazione di prosa, quindi qualunque cosa tu voglia vedere che non sia il comico di turno o Sgarbi che discetta di Raffaello devi per forza andar fuori; qui ormai chiudono pure i cinema che non siano mainstream), e ovviamente tutte le attività culturali di cui ora non vi do conto tra Bookcity e le varie mostre che ci sono in città.

Ha quindi perfettamente senso, in quest’ottica, che Milano abbia fatto da traino alle Olimpiadi invernali del 2026. Badate, non sto dicendo che sia giusto e che tutto vada bene nel migliore dei mondi possibili, ma penso che la presenza di Milano abbia fatto da traino per riportare le Olimpiadi invernali là dove dovrebbero veramente stare, e cioè in montagna, dove si svolgono comunque alcune tra le gare di Coppa del Mondo più famose – a proposito tanti complimenti a Federica Brignone che si merita la Coppa di specialità e anche di più.

Certo, se si esce dal centro ti trovi i quartieri dormitorio dove, per ammissioni dei loro stessi abitanti, ci si va solo a dormire, ma non sempre è così, la mia amica che abita in zona Niguarda ha uno splendido polmone verde a disposizione, che è frequentato non solo dagli abitanti del quartiere, e che ora è in fioritura.

E poi, da Milano si vedono le montagne. Proprio così. Me ne sono accorta in un paio di occasioni e non solo di cielo particolarmente limpido. Non certo come a Torino, che potevo vedere le montagne innevate dal quinto piano di Palazzo Nuovo dove il mio professore aveva lo studio, ma anche da Milano sono (ingannevolmente) vicine – Grigna e Grignetta sono vicinissime anche nella realtà – e ci sono, basta alzare lo sguardo per vederle.

In basso, ci sono le meravigliose opere d’arte di una città che le nasconde abbastanza, ma che ha nel Duomo un capolavoro da togliere il fiato.

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Adventures in gatteenyland

Siccome ho ancora bisogno di leggerezza, di molta leggerezza, vi racconto una storia di gatteeny con la morale, anche se non è Natale. Soprattutto perché ieri se ne sono andati di botto dieci anni di vita, e questo, come è ovvio, potrebbe avere pesanti ripercussioni su questo blog.

La scorsa settimana ho portato Pipisita aka “La Belva” secondo la veterinaria, a una visita. Pareva avesse preso una zecca ( maledetti piccioni), io per buona misura avevo agguantato i due rimanenti gatti e li avevo innaffiati di antiparassitari, ma non me l’ero sentita di procedere da sola alla rimozione della zecca (ossia di affrontare La Belva in combattimento ravvicinato) e avevo demandato il tutto, appunto, alla veterinaria. La visita, a parte qualche soffiata, si era svolta sorprendentemente bene: non si trattava, tra l’altro, di una zecca, ma di una specie di neo, molto infiammato, per cui eravamo tornate a casa con uno spray disinfettante e una visita di controllo prenotata di là a otto giorno (Al massimo facciamo un istologico).

Dare il disinfettante era stato quasi facile, a spruzzo e di profumo gradevole per gatti e umani, non aveva richiesto particolari combattimenti, al punto che avevo iniziato a pensare che le sue condizioni fossero in realtà più serie del previsto. Così mercoledì, un po’ unticcia per il disinfettante, ma tutto sommato senza troppa fatica, si era lasciata mettere nel trasportino. Come avevo chiuso la porta un lungo, lento e abbastante inquietante miagolio era rimbombato lungo la tromba delle scale, ed era iniziato il solito balletto di dai va tutto bene, è solo un controllo, coraggio,ecc. Una volta in strada, mentre tenevo le chiavi dell’auto in una mano e il trasportino nell’altra, improvvisamente, come una bomba, lo sportello del trasportino è esploso e una massa di pelo furente è schizzata fuori facendo anche un bel salto e si è buttata sotto la mia macchina parcheggiata. Da dove ha continuato a ruggire. Mi è preso un colpo, al pensiero di essere da sola e di dover cercare di recuperare un gatto arrabbiato e spaventato (forse), da sotto una macchina, gatto che poteva impazzire, scappare, finire sotto un’auto e altri più foschi scenari.

Mi sdraio davanti all’auto (sì), intanto chiamo nell’ordine la mia amica Silvia e mia cugina e nessuna delle due risponde. Il signore seduto a far colazione nell’auto parcheggiata davanti alla mia segue il tutto dallo specchietto retrovisore. Io continuo a parlare alla gatta, sinché, forse infreddolita e/o spaventata, esce cautamente fuori dalla parte opposta a dove sto io. La stronza.

Io mi giro (ricordo all’inclito pubblico di lettori che stavo seduta sull’asfalto), lei si butta verso il cancello del cortile di fronte a casa, che fortunatamente non offre ulteriori spazi di fuga, e io con scatto atletico che Tom Brady* scansate proprio la placco, riesco a mettermi in ginocchio tenendola e mi rialzo con la gatta saldamente in braccio. Rificco La Belva nel trasportino, scopro che in realtà la plastica è rotta (l’ha rotta lei? è pure possibile) e finalmente facciamo rotta verso la veterinaria dove arriviamo, miracolo nel miracolo, con soli due minuti due di ritardo sull’orario previsto. Poi ne aspettiamo altri venti, io tenendo chiuso il trasportino con la mano.

Esce la veterinaria e io le racconto tutto quanto. Lei impallidisce. “Un miracolo, se scappava qui non la prendeva più”. Ah certo perché scappare nella Pista è il massimo. Comunque, passata l’adrenalina della fuga si è fatta visitare senza troppe storie, e la prognosi è positiva. Poi, rimessa nel trasportino, si è ricordata di essere La Belva e ci ha preso a zampate con equanimità. La veterinaria le ha detto “sei una disgraziata” e ci ha fatto uscire di corsa dalla porta secondaria senza farci pagare nulla, probabilmente grata di aver salvato la pelle e di non doverle fare un’altra visita. Mi ha detto di continuare a usare lo spray disinfettante, quindi sarà unticcia ancora per un po’ e pazienza.

Sembra quasi un gatto normale…

Mi sono trascinata a casa e come ho fatto a fare il resto del lavoro non so. Lei è come la Regina Elisabetta, indistruttibile. Il trasportino invece è stato buttato. Dovrò comprarne uno di ferro.

+Tom Brady è un celeberrimo giocatore di football americano, marito di Gisèle Bundchen, che ha vinto tutto, e guadagnato un pacco.

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Scusate (il disturbo)

Avrete notato, forse, che non ho postato articoli mercoledì e giovedì come al solito. Non solo perché stavo probabilmente lavorando. Come chiunque si occupi di internet e sia, piccolo o grande, un content creator, programma le sue attività (sì, anche i professori da migliaia di follower miracolati dal Covid).

Però qualche volta salta fuori la vita vera. Anche qui avrete notato che da parecchi anni a questa parte da blog personale il sito si è trasformato in un luogo di riflessione culturale – sono rimasti i gatteeny va da sè. Quindi, proprio per questo durante questa settimana non c’è stata la programmazione solita, perché quando scoppia una guerra, a maggior ragione non troppo distante da noi, tutto il resto passa in secondo piano.

Ci sarà tempo.

Sono stata a Kiev, nel 1979, nel corso del mio viaggio in Russia allora URSS. Kiev era l’ultima tappa. Ricordo la cattedrale, i monasteri, le grandi Avenue costruite dopo la guerra. Immagino sarà cambiata moltissimo. Immagino sarà nuovamente distrutta. Non ho i mezzi per stabilire chi ha ragione o chi ha torto, ho qualche opinione motivata dal l’aver passato parte della mia vita a studiare la storia contemporanea, ma nessuna pretesa di dare interpretazioni al mondo. Dico solo che non impariamo proprio mai.

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Alle volte la domenica si resta in città (e si va a teatro come prima della pandemia)

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Alpslover per il vostro Carnevale

(perché il mio lo passerò probabilmente lavorando)

Se ben ricordate, quando ero in Costa Azzurra per Capodanno, avevo fatto notare che tutti gli eventi pubblici erano stati cancellati, compresi i famosi fuochi d’artificio di Cannes e Nizza, con gran mugugnio delle autorità locali (soprattutto del sindaco di Cannes). Il 31 a Mentone pareva di essere in Libano o a Napoli e io mi ero goduta dal terrazzo del residence un’infinità di fuochi artificiali non so se pubblici o privati o addirittura “italiani” – a giudicare dalla direzione venivano dal porto. Contestualmente e con 250. 000 contagi al giorno anche le consuete manifestazioni per il carnevale venivano felicemente annullate. Venerdì scorso invece, con gran pompa e con evidente soddisfazione del sindaco Estrosi, sono partite le sfilate del Carnivale di Nizza, che si svolgono nei giardini nei pressi di piazza Massena e sulla Promenade du Paillon, e stravolgono il traffico di privati e mezzi pubblici in tutto il centro città (l’ultima volta che sono stata a Nizza in tempi ante Covid e con carnevale, i commenti dei locali che correvano di qua e di là erano simpatici ma irriferibili: insomma tutti vogliono i turisti e al tempo stesso non vogliono il caos in centro città). In ogni caso qui trovate tutte le indicazioni (mascherine e Green Pass obbligatorio). Il tema sono gli animali (c’è pure un King Kong di dodici metri) e il re del Carnevale sarà bruciato in piazza il 26 sera.

Domenica è iniziato il carnevale pure a Mentone (la Fête du Citron) che ha la consueta esposizione di agrumi nei giardini Biovès (a ingresso gratuito) e le sfilate dei carri sulla passeggiata a mare. Domenica la ville de Menton ha trasmesso una parte della sfilata sulla pagina Facebook e io mi sono intristita, non perché ero a leggere sotto il plaid e con il gatto, che è cosa buona giusta e sacrosanta (poi sono andata a vedere le vetrine con Luisa e ho fatto i miei chilometri di strada), ma proprio perché il carnevale solitamente mi intristisce. Lo so, sono una brutta persona misantropa, ma pure da bambina il mascheramento mi dava l’ansia da prestazione. Sarà che ai miei calvinisticissimi genitori pareva uno spreco di tempo e di risorse (ho avuto un solo costume in tutta la mia infanzia), sarà che farmi invitare alle (poche) feste dei miei amichetti mi faceva venire lo stress.

Anche a Mentone c’erano macchine altissime (un elefante), molte ballerine poco vestite ( e per fortuna la giornata era soleggiata) che si dimenavano con convinzione, ma in alcuni casi con scarsissimo senso del ritmo, e non molti agrumi (in un servizio di una radio locale si diceva che erano importati, perché il prezioso limone di Mentone, insomma, non si deve buttar via). Prezzi abbastanza popolari, 26€ per il posto in tribuna, 13 in piedi sulla strada. Questo il sito. E qui nessun carro viene bruciato alla fine. Le sculture di agrumi sono sempre molto complesse, quest’anno il tema è la musica e la danza, ed è interessante, più che il risultato finale, vedere tutto l’impegno che c’è dietro. Anche qui, tutti felicissimi, dimenticando per un attimo le beghe politiche che vedono il neo sindaco Yves Juhel (neo perché ci sono state elezioni supplettive dopo la morte di quello eletto nel 2020) denunciato per brogli da un’altra candidata. Sono settimane che volano stracci nella destra mentonnese, divertentissimo (quasi come come le elezioni che si terranno questa primavera nel natio Mandrognistan).

(foto ville de menton fb)

Giusto per fare un po’ di ricerca, o cazzeggio, se preferite, anche da noi i più noti Carnevali storici (in nord Italia, non me ne vogliano i fan del Carnevale di Putignano, ma non riuscirei ad andare sin là nemmeno volendo) di Viareggio e Venezia si svolgeranno ordinatamente (a Venezia senza le manifestazioni che maggiormente suscitano assembramenti – praticamente tutte).

Insomma un anticipo del “liberi tutti”, che in Francia è possibile perchè i contagi sono drasticamnte calati. A vedere domenica, nel parterre dove giocavano i bambini, gli unici che si divertono veramente, se non sono piccoli asociali come me, le mascherine erano una sparuta minoranza (sulle tribune no) e tutti erano appiccicati, anche se all’aria aperta, come prima, insomma. Avremo finito di soffrire? Che poi, io la mascherina me la terrò ancora a lungo, allergie oblige.

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