Una ventata di ottimismo (?)

Mi rendo conto che in questo periodo c’è davvero poco da ridere, ma nell’ipotesi che

a) faccia un filo meno freddo, la mattina qui siamo decisamente sotto zero, e lo so, non sto più a spiegare la faccenda dell’inversione termica e comunque fa freddo e amen;

b) si sia ancora vivi e arzilli tra un paio di settimane, se il dittatore botulinato dell’est nel frattempo non ci ha tirato in testa qualche bomba atomica – e credetemi, quest’opportunità mi speventa realmente, non al punto di farmi fare incetta di pastiglie di iodio (e conosco almeno tre persone che lo stanno facendo, persone che sino all’altroieri mi sembravano quasi normali) ma proprio perché so che nell’eventualità non servirebbero assolutamente a nulla.

Detto questo, facciamoci prendere da una botta di ottimismo (ah già, dimenticavo il Covid che sta rialzando la testa) e ragioniamo – non l’ho più fatto da un po’ di come muovere i primi passi nel mondo dell’escursionismo (o meglio nel mondo del camminare: in città, in campagna, in montagna, al mare).

Quindi in questi due post affronterò le domande più comuni che nel corso di questi ultimi due anni mi sono sentita fare per lo più da conoscenti e sconosciuti, perché con gli amici queste questioni le abbiamo sviscerate da un po’ (e sì, la maledetta malattia c’entra sempre, perchè ha cambiato le nostre abitudini, ricordate quando avere un cane era il nostro passaporto per uscire di casa? e sì, non è nemmeno un caso che lo scriva nell’anniversario di quando tutta l’Italia si è fermata).

Prima grande FAQ: ma cosa mi compro? perché prima ancora di muovere un passo, bisogna muoverlo tutti adeguatamente bardati. E poi perché un po’ di shopping fa male al portafoglio ma bene al morale.

Cosa serve davvero. Se siete veramente digiuni di tutto, vi omaggio di un elenco minimal (che nel mio caso ovviamente non è così minimal, ma adesso ho deciso di trattenermi e non comperare tutto quello che mi sembra interessante utile e nuovo:

un paio di pantaloni da escursionismo, che all’occorrenza possano traformarsi in pantaloni corti (cioè che abbiamo cerniere posizionate all’incirca a metà coscia, per quanto fa veramente caldo);

almeno due magliette tecniche, non di cotone, che si asciughino rapidamente e non vi lascino con il sudore incollato alla pelle, cosa pericolosissima per noi seconda e terza età. Una delle due ve la portate sempre dietro. Se siete freddolose, esiste anche la versione a maniche lunghe (attenzione non sto parlando delle magliette termiche, spesso in lana merino, che si portano solo d’inverno).

uno zaino, ben sostenuto e imbottito sulla schiena, con cinghie regolabili e spallacci. Gli zaini si misurano a litri. La misura ideale di uno zaino per un trekking giornaliero va dai 15  ai 20 litri, se l’itinerario che dobbiamo percorrere è semplice e abbastanza breve. Se invece vogliamo affrontare trekking più complessi avremo probabilmente bisogno di uno zaino con una capienza di 20 – 30 litri. Pensate che deve contenere acqua, cibo, giacca antipioggia, la maglietta di ricambio ecc, e deve essere comodo (gli zaini per i trekking di più giorni sono un’altra cosa, e qui non ne parliamo). Il concetto di comodo varia moltissimo da persona a persona, ma un punto secondo me è irrinunciabile: non deve sbattere sulla parte lombare della schiena. A tal proposito: le cinghie si allacciano sempre tutte. Con gli zainetti fighi e firmati non si dovrebbe andare nemmeno a scuola, soprattutto a scuola perché i libri sono tra le cose più pesanti in circolazione.

un pile, sintetico, antivento, di medio peso. Sarebbe meglio due ovviamente, uno più pesante e uno più leggero per l’estate. Ci vuole, sempre. Ve lo portate dietro, sempre. Anche se ci sono sette soli. Non c’è niente che cambi più in fretta del tempo in montagna, e in Appennino è anche peggio.

una giacca con cappuccio, impermeabile. Altra cosa per cui è difficile dare un consiglio. Io ho (alla faccia del minimalismo): un guscio esterno goretex della Salewa, (pieghevole, piegabile ecc.), due Nanopuff Jacket Patagonia, che sono un capo costoso, sui 250€, ma sono secondo me un investimento giustificato: la nano puff si porta da marzo a novembre, calibrando quel che mettete sotto, regge una giornata di pioggia battente senza farvi bagnare (testato all’Alhambra di Granada), si asciuga in due ore dopo la suddetta giornata, e potete metterci sotto un tailleur e fa la sua figura, e no Patagonia non mi paga, ma dovrebbe; poi ho sempre di Patagonia, una cosa che non fanno più, la Infurno, che è una cosa invernale imbottita di pile, una giacca 2 in uno (guscio più pile) di Jack Wolfskin, che sono tirolesi, fanno cose qualitativamente pari a quelle di Patagonia e non devi vendere un rene, e soprattutto una XL è una XL e non l’equivalente di una 44 italiana, e poi una giacca foderata di pile di Technique Extreme di Chamonix, leggera, che in saldo costava tipo 40 euro e d’estate è quella che in assoluto metto di più, perchè in uno risolve il caldo il vento e la pioggia. Cosa si deduce sin qui? che è roba che non si compra in città ma sul posto.

(continua)

Ottimismo

Informazioni su alpslover

camminatrice e scrittrice, insegnante e madre - di - gatto, moglie scoordinata e ricercatrice, vive nel profondo nord.
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