Il Natale (preso) sul serio

C’è Santa e Santa. Cinorosino qui ha l’aria perplessa di chi si rende conto che il suo secondo Natale non è uguale al precedente ( nel frattempo la costosa ghirlanda di design ha subito qualche mortificazione ( dove mortificazione non è un refuso della tastiera) Guarda probabilmente il fratello sintetico di Spelacchio, che non ha tutte le palline ( sintetiche) perché sono ancora sparse in due cantine. Quanto al presepe, quest’anno abbiamo la sua versione sintetica ( nel senso di ridotta all’osso): Giuseppe Maria , il Bambino, l’Angelo, la mangiatoia e via. Questo stranamente i gatti lo hanno lasciato stare. Stranamente perché Gesù Gattino da noi si era palesato già più volte e in varie forme.

Questo non è il solito Natale perché di solito non c’è più nulla. Pazienza per gli addobbi, pazienza per i libri che sono stati nascosti sotto qualche mobile in attesa di una sistemazione definitiva. Pazienza per i gatti che sono stati confinati nella zona notte perché non facessero più danni di quel che già sono riusciti a fare. Pazienza se non abbiamo sentito l’urbi et orbi come sempre da mia cognata – santità, attualmente la pace del mondo non è un mio problema. Pazienza se sono andata a un pranzo, una cena e due feste prima di Natale, e a Santo Stefano ho mangiato più che a Natale ( la padrona di casa che cucina di solito guarda gli altri mangiare, peró ci siamo scolati due bottiglie di champagne, perché, attenzione perla di saggezza, nel frigo ci vuole sempre una bottiglia di champagne)

Adesso sono qui più che trasognata a mangiare avanzi, aspettando di andare da qualche parte nella neve ( ho già prenotato) e con gli scatoloni che non accennano a diminuire.

Non accetto più scommesse sui tempi. Augurare buon anno poi, mi sembra decisamente pleonastico.

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In Mandrognistan. Il Natale preso sul serio 2

Probabilmente di più triste delle mie lucine c’è solo l’altrettanto triste luciona in via Dante. Non sapevo come disporle perché fossero cat -proof e visibili dall’esterno . Probabilmente non sono né l’una né l’altra cosa. E sono pure di design (pare) e le ho comperate su un sito internet di quelli fighi, dove c’è pure una meravigliosa poltrona di Calligaris, che è bellissima, costosissima e sembra anche comoda, il che in una poltrona di design non è necessariamente una conditio sine qua non. Tutti quelli che conosco e a cui l’ho mostrata mi hanno ingiunto di non comperarla. Il commento più comune è stato “pensa ai gatti”. Perché è di stoffa, e ovviamente sembra fatta apposta per essere promossa a grattatoio deluxe . Il loro grattatoio oltretutto è ancora nella vecchia casa. Conciliare montagna, gatti, trasloco (fateci l’abitudine, il è destinato a essere un trending topic ancora a lungo. Molto a lungo. Infatti tutto il mio tempo libero da impegni lavorativi di sorta è impegnato nel fare -disfare scatoloni . Stasera, servizio da 12 di porcellana Bone China di Villeroy & Bosch, regalo di nozze di parenti assortiti miei e di Francesco. Solo che non scombero dai libri il davanti della credenza, non metterò via gli annessi e connessi (tazzine), e non farò l’albero di Natale. Al presepio quest’anno rinuncio… Lo sfondo delle mie lucine è il garage nel cortile del n.14 di fronte a me, e come dicevo la tristezza è tale che probabilmente farebbe paura al Krampusch, capitasse in trasferta dalle nostre parti (ma essendo un diavolone, mica è scemo). E poi, la mia vecchia miciona, lo metterebbe in fuga – ha messo in fuga un cane anni fa. E naturalmente ha espugnato la camera da letto in cui ormai mi rinchiudo per evitare marchiature sul plaid: ha buttato giù la porta (quasi) letteralmente. In fondo l’età e l’esperienza hanno i loro diritti.

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Certi giorni

Ci sono giorni, pochi in verità, in cui lavorare a qualcosa che ti appassiona veramente rende la vita molto più sopportabile. Anche senza montagne in vista ( veramente c’erano, stamattina, ben visibili dalla piana) . Anche vedere persone che si impegnano e fanno bene il loro lavoro, qualunque lavoro, mi fa personalmente stare bene (sperando che non sia un obbligo legato ad una qualche forma di sfruttamento dickensiano ma così contemporaneo, e nonostante le due sciure stramilanesi che ho davanti- nemmeno pittoresche, a ben guardare, che occupavano in due tre tavolini, con la coda di persone in attesa e nonostante le gentili pressioni della cameriera)

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Una donna, una Giulietta, senza il cane 3: rivoglio le mie Tubbs

Non che ovviamente io non ne abbia già un paio

. Anzi . Sono vive e vegete. E ho ancore le mie Tls ma quelle temo siano diventata corte. Sì perché il rappresentante austriaco delle Tubbs a Innsbruck mi ha spiegato che la faccenda del peso, che era quella da cui eravamo partiti all’inizio, serve per determinare la lunghezza della racchetta. Che è una cosa ovviamente logica, ma a cui non avevo mai pensato. Probabilmente se avessi capito un po’ di più la fisica ai tempi(ma ero troppo terrorizzata anche solo per parlare) me ne sarei resa conto subito.
Se ho capito bene ( perché con il mio tedesco, lost in translation mi fa un baffo ), per le mie escursioni sulle Alpi Occidentali, perché quello è, le racchette in alluminio vanno molto bene, ed esattamente per le ragioni secondo le quali il venditore di Alessandria sosteneva che invece le racchette in alluminio non vanno bene. Ossia il fatto che da noi ( a differenza del Canada o degli USA, dove il backcountry si fa dietro casa nel Wisconsin, per dire ) ci sono discese prolungate e rocce e radici affioranti. Molto affioranti, se si considerano le poche nevicate di questi anni. E la racchetta vuol la neve vera, e se provi ad avvicinarti alle piste battute per lo sci guai ( e meno male che ormai i più avveduti battono itinerari per racchette, magari a fianco dei percorsi di fondo. Comunque, l’alluminio regge meglio gli urti, e questo avrei dovuto saperlo, perché il mio primo paio di plasticose aveva preso una pietra di troppo. E ormai, i ramponi non sono più fusi nel telaio, ma rimuovibili ( questo però , temo, nei modelli che sono al di là della mia attuale portata. ) Diamine però, devo farmi furba. Perché la Ferragni sì e io no? Mica voglio le Manolo.

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Una donna, una Giulietta, senza cane 2: il Natale preso sul serio

Benché anche nel natio Mandrognistan stiano vendendo alberi di Natale a tutto spiano e uno sventurato ne abbia già esposto uno fatto e finito in via Lanza, nel giorno dei morti, in pratica- dovrebbero vietarlo per legge – non ero preparata al tripudio, ancorché in costruzione , del Natale innsbruckiano. L’intero centro storico, dal Marktplatz alla Seilergasse, alla Herzog Friedrich Strasse ( per i profani, lo slargo di fronte al Tettuccio d’oro) brulica di casette e di pupazzi che rappresentano le favole più famose, Cenerentola, Biancaneve, il principe Ranocchio, Cappuccetto rosso e il lupo eccetera. E di vari wintergarten, vin brûlé e altri elementi gastrolesivi a livello vario. La fatidica data d’inizio è stata mercoledì 15 e si andrà avanti sino ai Dreiheilige, cioè alla befana . Non potrei dire della qualità della mercanzia, ormai le cineserie global sono ovunque, anche se io spero sempre di no. Ma quello che conta davvero, me lo dicono da più parti, è l’atmosfera, come la città vive l’avvento, e probabilmente anche i bambini, o almeno molti di loro aspettano trepidanti il Bambin Gesù. Una cosa mi stranisce. Dappertutto vendono decorazioni, anche nelle gallerie d’arte e nei negozi di arredamento, casalinghi , vestiti. Al 95% sono in vetro. Non ci sono gatti? Li ipnotizzano durante l’Avvento? Li chiudono in bagno per un mese?(i gatti non l’albero di Natale) il dubbio mi divora

Si parlava di atmosfera, il lampadario del caffè Sacher è già in piena atmosfera

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Una donna, una Giulietta, senza il cane 1: alla ricerca di Adam

Ricordate il discorso di qualche post fa, sulle cose che cambiano poco a poco, ma cambiano? Quando ho cominciato a scrivere questo blog, per una ragione o per l’altra – leggi pochi lettori ( di nicchia, ma numericamente poco consistenti), concorrenza dei nuovi mezzi come modo di informarsi, crisi incipiente, le riviste di montagna che si pubblicavano in Italia, e che servivano segmenti differenti di pubblico ( escursionistico, alpinistico, turistico) hanno iniziato prima a fondersi (RdM, Alp) poi a scomparire. C’era persino Vivere la montagna che avevo completamente dimenticato. E io ho perso quello che a tutti gli effetti era il mio secondo lavoro. O almeno quello vero, l’altro essendo in qualche modo quello alimentare. Ora , a parte il bollettino del CAI, Montagne a360*, che è appunto un bollettino, dove ci sono le attività delle sezioni e le notizie ( in quest’ordine), c’è rimasto solo Meridiani Montagna, di Marco Albino Ferrari, che è un giornalista bravissimo ( oltre che uno degli uomini più belli che abbia mai visto in vita mia). E io sono rimasta al mio primo lavoro, alla ricerca, alla vita – che non rimpiango, sia ben chiaro. A scrivere altre cose. Poi la vita è andata come è andata, io avevo cominciato a pensare che tanto valeva scrivere questo blog più professionalmente, e ho ri- cominciato, beninteso tra un trasloco e l’altro. E grazie a internet, ho trovato la mia occasione per ricominciare, o meglio, sull’app. di Innsbruck, alla sezione manifestazioni, l’annuncio della Alpinmesse Winter 2017 mi è sembrata una eccellente occasione per seguire una manifestazione importante senza che il mio primo lavoro interferisse. Così ho controllato sul sito e ho richiesto un accredito stampo come Freie Journalist, cioè freelance che è quello che tecnicamente sono , alla responsabile delle pubbliche relazioni Irene Walser, che ringrazio. Perché ho avuto l’accredito . E dopo un giorno trascorso a passeggiare per Innsbruck. Questa mattina puntuale mi sono presentata al palazzo delle Esposizioni, scoprendo che il posto è privo di un parcheggio dedicato e prima di trovarne uno non in sosta vietata ho girato mezz’ora e poi ho camminato una vita. Se il successo di una manifestazione si vede dalle code in biglietteria, il successo è stato assicurato. Era pieno di gente. Davvero c’erano tutti i grandi nomi del settore, Millet, Mammut, Dynafit, Löwe Alpin, Arva, Scarpa, La Sportiva, Arc’teryx, Petzl, Salomon, Suunto, persino le mie amate racchette Tubbs con il loro distributore Austriaco. Sul sito della manifestazione si trova l’elenco completo degli espositori (Austeller). Il momento più atteso di oggi è stato sicuramente la conferenza proiezione di Adam Ondra, alle 19, che era sold out prima ancora che chiedessi di partecipare. E se non ci sono posti a sedere rimasti, non entri, per ragioni di sicurezza. Per la cronaca, Adam Ondra, il campione ceco di arrampicata, ha realizzato in Norvegia questa estate il primo 9c della storia, ossia ha portato un gradino più in là la scala (francese) delle difficoltà in arrampicata, che si fermava al 9b+. Ondra è un atleta di primo livello è una persona simpatica e alla mano. Alle sei, quando sono tornata dopo una pausa all’Alpinmesse, lui era nello stand del Club Alpino Ceco, poi in giro fra gli stand senza nessun tipo di divismo, con un bel sorriso gli ho scattato un po’ di foto, che come il resto vedrete in seguito. Mi sono gustata un po’ di competizioni alla parete artificiale, perché c’erano i campionati austriaci, con un bel po’ di divertente arrampicata. Non quanto aver ripreso un po’ del mio vecchio lavoro.

In attesa, un pezzetto della divertente sfilata di moda fitness (l’episodio è quello del soccorso alpino del Tirolo)

Aggiornamento: ecco il mio Adam (il fotografo ufficiale della Alpinmesse ne ha fatte di splendide, per la stampa, ma questo è il mio)

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Foliage

Ho un debole per il cimitero di Montaldeo, e in generale per i cimiteri di montagna/ collina. E in questi giorni generalmente tristi, e quest’anno ancora più tristi e disarmonici, per andare dai nonni nell’ovadese mi sono presa il mio tempo, e il tempo di una camminata. Ho persino sentito, mentre bighellonavo in mezzo alle vigne, una goccia, probabilmente una illusione tattile, ma il tempo nuvoloso lascia sperare in un epilogo di questa siccità (altrimenti non ci restano che le processioni propiziatorie: da giovane mi capitò di assistere ad una cerimonia di questo tipo officiata dal parroco di Excenex, nella valle del Gran Dan Bernardo. Nella notte si scatenò un violento temporale, per chi ci crede, causa ed effetto) i colori sono meravigliosi anche più che ad Arnad, di cui dovrò a breve parlare. Siccome non avevo fretta di tornare a casa ho camminato un po’ in giro. Poi sono andata a pranzo a Gavi, così a caso. E purtroppo ho scoperto l’osteria Piemontemare. Purtroppo perché per smaltire il Sacripantino (…ino) mi è toccato salire a piedi al forte. Per non parlare dei tartrà con doppio bagnetto e i corzetti al pesto di maggiorana. Una favola . E sapete che l’endorsment eccetera. Andate. Come sia venuto in mente di sconciare questo stupendo territorio con il Terzo Valico sfida la mia comprensione. i

Aggiornamento: arrivo a casa e leggo sul giornale sabaudo che a Oropa faranno una processione propiziatrice. Della serie, ci vuole la Madonna. Almeno un miracolo ( qui si scherza ma in altre parti del mondo la siccità mette in pericolo la vita delle persone

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Any news is good news (non tanto, purtroppo)

In queste due ultime settimane si sono svolte due interessanti eventi relativi al mondo della montagna. Il primo, l’International mountain Forum di Bressanone Qui, da qualche anno è la mia araba fenice, nel senso che per un motivo o per l’altro non riesco mai ad andarci, e quest’anno non ha fatto eccezione. C’era, per dire, Alex Honnold, fresco del suo exploit sul Capitan. In questo week end c’era anche Skipass a Modena (qui), manifestazione di turismo e sport invernali (sci e snowboard in testa) che esiste da ben 24 anni. Anche qui molte attività, il ministro Lotti e tra le varie premiazioni anche quella del gruppo sportivo dell’Esercito per le vittorie ottenute. Ora come sapete, qui viene dato l’endorsement solo a cose che la sottoscritta conosce/sperimenta/ prova di persona. E il capo dipartimento sportivo della Scuola Militare alpina di Courmayeur è il Ten Col. Remo Armano che è un mio amico d’infanzia e se c’è una persona che ha vissuto e vive la montagna a360* questo è lui ( e sì, se Remo è lì dove si trova, una parte di colpa ce l’ha anche mio padre che gli ha passato il “morbo”;il resto lo hanno fatto le nostre montagne”

La premiazione ( foto courtesy of sportmilitarealpino.it)

Le pessime notizie vengono anche quelle dalle nostre montagne. Da più di una settimana la Valsusa brucia. E brucia in luoghi(il Rocciamelone, la Valcenischia), che mi sono profondamente cari. La colpa è dell’uomo, l’autocombustione in natura è davvero fenomeno più unico che raro. Chi appicca un fuoco, per incuria, o per mal riposto desiderio di guadagno , è tre volte un assassino, della natura, degli animali che ci vivono e sono creature viventi e di se stesso e degli altri che respirano i fumi micidiali prodotti dalla combustione. Il vento la siccità fanno il resto. In quest’autunno tutto è polvere, come quella a cui ritorneremo…

E ci è voluta una settimana perché la Stampa facesse uscire questa catastrofe, che è degna del terremoto in Umbria o dell’alluvione, dal limbo delle pagine sociali. C’è voluto Wu Ming e le centinaia di immagini postate sui gruppi di montagna dei vari social. Una brutta caduta di stile. Si dirà, e tu? Io per la stessa natura di questo blog non posso dare le notizia in diretta, e del resto il mio compito è commentare quel che succede in montagna non la cronaca puntuale. Questo è compito dei giornalisti della Stampa.

Appunto. Questo è l’articolo

Pubblicato il 23.10.2017Wu Ming

La Valsusa brucia, e stavolta non è una metafora. Contro le «grandi opere», per l’Unica Grande Opera

la cui lettura consiglio caldamente

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Dietro casa

La Cittadella

Finalmente, si potrebbe dire. Ho ripreso ad allenarmi. Una tal manifestazione di giubilo merita un carattere più grande. Era così facile in estate nuotare un’ora al giorno, fare escursioni e camminare quanto mi piaceva: non lavoravo! E in più cercavo di dimenticare tutte le cose che stavano per saltarmi addosso. E che mi sono puntualmente saltate addosso a tempo debito.

La Cittadella è diventata molto alla moda tra i podisti della Città Mandrogna. È pubblica, ha un orario decente ( da novembre chiuderà alla cinque del pomeriggio, ma tanto con la fine dell’ora legale alle quattro saremo già precipitati nel buio) per arrivarci puoi passare sul suggestivo ponte Meyer, vedi foto 2, lo smog è meno pesante e in più passeggi in luoghi onusti di storia – Ai foresti ricordo che la Cittadella, costruita sul modello dei forti di Vauban ed elemento centrale di un modello integrato di fortificazioni, che sono tutt’ora in piedi, è una delle pochissime del suo tipo, a pianta stellata. Da lì Santorre di Santarosa diedi inizio ai moti del 1821 e dunque al Risoegimento. Si può correre intorno alla piazza d’armi, seicento metri circa di perimetro, sulle mura, intorno ai fossati. Da pregare tutti gli dei che arrivino i soldi di Franceschini che permettano il restauro e mettano in sicurezza gli edifici abbandonati. E che la facciano diventare un’attrazione turistica, diamine.

Ho detto correre e in effetti ho corricchiato, inutile ingannare se stessi, aspettandomi i dolori di schiena che non sono giunti, ho persino fatto un paio di sprint in salita, grosso vantaggio rispetto all’argine, perché sulle mura devi salire. E tutto sommato senza il memento mori del cimitero ci si allena con più leggerezza. Sono andata senza sapere bene dove si

cominciasse e con solo alcune indicazioni che mi ha dato Daniela, la mia cat sitter. Di fatto ho seguito il primo runner che passava, che poi era la madre di un mio studente. 2km in una mezz’ora di camminata veloce corsette, ci si può tenere botta, e poi ho portato la piccolina a far vaccinare.

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Posso perché devo

Mercoledì sono stata a Milano per la presentazione del nuovo libro di Simone Moro, Devo perché posso, edito da Rizzoli, scritto con Marianna Zanatta, alla Rizzoli in Galleria. Se devo essere sincera non amo molto le presentazioni, perché negli anni ne ho organizzate parecchie, ma certamente la saggistica specialistica non attira le folle, e i testi universitari tendono ad essere faccende per happy few. Invece nel giro di un mese e mezzo ho partecipato a due presentazioni affollatissime, per ragioni diverse. Cognetti, prima del successo, enorme per il mercato italiano, del suo libro e dello Strega era relativamente sconosciuto e a Verbania la gente voleva vedere lui , me compresa, dopo aver letto il suo libro. Simone Moro è un personaggio pubblico, che ha saputo usare i mezzi di comunicazione molto bene, per quello che sono, e rimanendo sostanzialmente se stesso, cosa di per sè già non facile, per diffondere le sue “imprese”, il che è parte di quello che è l’alpinismo attuale. Fa bene a farlo, lo sa fare in maniera adeguata, e la maggior parte delle persone accorse mercoledì sera, me compresa, erano lì per vedere lui. Con o senza libro, e non me ne voglia Simone Moro. E per altro, oltre ai soliti milanesi chic che vanno dove fa figo, di praticanti e appassionati di montagna ce n’erano di sicuro, anche se dissimulati in abiti da pomeriggio (e d’altro canto non eravamo in una palestra ma in una libreria). Lo confesso, il libro non l’ho ancora letto, anche se alcuni dei precedenti stanno nella mia biblioteca (Cometa sull’Annapurna e In cordata, scritto insieme a Mario Curnis), ma come ho già detto, mi interessava ascoltarlo dal vivo. Mi sono divertita, e ho scoperto alcune cose di Simone che non sapevo – d’accordo le avrei scoperte leggendo il libro, probabilmente, ma sentirle raccontare, ovviamente , ha un fascino diverso. Mi é piaciuto in particolare l’elogio del fallimento, approccio sensibile alla montagna, perché come gli racconta Riccardo Cassin, l’alpinista migliore è quello che torna a casa vivo (e Cassin infatti è vissuto ben 101 anni). E diventare il nuovo Messner, il suo idolo della giovinezza (Moro compirà cinquant’anni nelle prossime settimane), implica quasi naturalmente essere lì per raccontarlo.

Simone Moro è certamente è un uomo felice, quando arrampica, quando vince, quando sta tre mesi lontano da casa a d inseguire un sogno e non importa se alla fine la vetta non si concretizza (ci sono voluti due o tre tentativi per salire l’invernale del Nanga, e la felicità è nel percorso per arrivare non nella vetta. E certamente meglio che andare in ufficio tutti i giorni.)

Almeno Simone sa cosa significa fatica, ha persino fatto il minatore in val Formazza per il raddoppio del metanodotto, e con quei soldi si è finanziato una delle prime spedizioni.

Divertente il pragmatismo tutto bergamasco dell’avere un piano B ( se fallisci, per quando sarai vecchio, perché un giorno o l’altro e lo dice come un dato di fatto su cui ha già riflettuto, bisognerà smettere) e la cassetta degli attrezzi per il piano A, diventare il nuovo Messner, le lingue, la laurea, gli sponsor ( ed è lì che incontra la Zanatta, che è nel marketing di North Face e adesso da molti anni gli fa da manager e alter ego, o meglio, fa da manager all’ego non proprio piccolo del suo cliente che è noto per essere abbastanza polemico verso l’ambiente. ) Il giornalista Filippini è la giusta spalla per lasciar trascorrere un pomeriggio piacevole, tra aneddoti e perle di saggezza. Che Moro sia un uomo felice è evidente, e la sua felicità è contagiosa… le sue abilità di conferenziere, per così dire hanno bisogno ancora di qualche messa a punto:nonostante tutto, l’uomo non è così disinvolto come vuol far credere al suo pubblico, quando manca il filtro di una telecamera.

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