Secondo suggerimento: andare al mare e camminare

Il secondo suggerimento ci ri-porta in Liguria, sempre se riuscite a superare il disgusto per il traffico.

Come vi ho detto, quel pezzo di Liguria non è il mio preferito, vuoi perché è il risultato della speculazione selvaggia degli anni Sessanta, vuoi perché mezzo Mandrognistan si è comprato, in quegli stessi anni, le due stanze al mare e quindi preferisco non avvalermi.

Però un certo numero di amici giurava sulla bellezza di Varigotti e quindi ho provato. Almeno, volendo, si può andare da Finalmarina a Varigotti a piedi , come si può fare il tratto tra Borgio Verezzi e Pietra Ligure. A Varigotti, dopo aver gironzolato per le sue stradine ( deserte, fuori stagione, e senza nemmeno un negozio) si può salire a punta Crena dal parcheggio del centro storico. Due le alternative, salire al castello e godersi il panorama, o proseguire sul sentiero dopo il primo visivo e continuare sino a scendere alla spiaggia. In entrambi i casi, meglio dei tre km sulle pietre della spiaggia che abbiamo fatto noi (ricordatemi di non andare a Varigotti d’estate).

L’acqua aveva la classica temperatura da tedeschi, quando siamo andati noi, adesso se siete coraggiosi, potreste anche fare il bagno.

Punta Crena e il castello
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Suggerimenti

Con almeno un ponte di una certa lunghezza in arrivo, e mentre due gazze bisticciano nel giardino di fronte a casa mia, vi scrivo alcuni suggerimenti su dove trascorrerlo. Il mio ponte lo trascorrerò, se tutto va bene, alle terme (cioè se riusciamo a prenotare l’ingresso)

Primo suggerimento: la Val Susa.

Era da parecchio tempo che volevo andare a vedere l’orrido di Chianocco; avevo tentato la scorsa primavera e mi ero imbattuta in un corteo No Tav; questa volta sfortunatamente, salgo emi fermano nuovamente i carabinieri, ma per una circostanza sfortunata:il funerale di un ragazzo di diciannove anni (alla fine sono andata a leggere i manifesti). Tutto il paese era lì, e lasciata l’auto davanti alla protezione civile come mi avevano consigliato, non ho potuto far altro che osservare da lontano tutte le persone presenti.

In realtà l’ho fatto perché in qualche modo mi sembrava di disturbare, con il mio atteggiamento sportivo vacanziero quello che per Chianocco era sicuramente un momento triste. L’imbocco del sentiero è di fianco alla chiesa, superato il ponte sul torrentello, lo stesso che salta giù nel canyon. Da lì si possono scegliere diversi itinerari di varia lunghezza, tutti ottimamente segnalati.

Io ho scelto quello dell’Orrido vero e proprio,proprio perché non lo avevo mai visto. Il sentiero risale il torrente sino a una prima piccola cascatella, e lì ho avuto la prima sorpresa, era una cascatella artificiale, il salto era un muretto di cemento. Il sentiero piega a sinistra, abbandona una piccola grotta dove c’è un segnale di pericolo e i nastri di chiusura, e risale con bei saliscendi nel bosco, mai faticoso e sempre molto panoramico sinché arriva al bordo del canyon, da dove si può cadere dall’alto, qualora uno voglia buttarsi al di là della recinzione. Il panorama è ampio sulla media Val Susa, anche se quando sono andata io c’era un filo di foschia pomeridiana

Proseguendo si arriva ad un bivio, e per vedere il canyon dal basso si scende verso destra, sino a quello che in bassato doveva essere un bacino piuttosto ampio, perchè qualcuno ci ha subito piazzato una piccola diga che chiude l’imbocco del canyon. Invece ora il torrentello è davvero sottile, e ho potuto attraversarlo facilmente per salire ad un punto più alto sulla riva sinistra dove c’è un secondo belvedere

Il fatto che nello spiazzo ci fosse un cerchio di pietre mi fa supporre che sia un punto di ritrovo (o il luogo di un sabba, chissà), e anche che il lago non è così ampio da parecchio.

In ogni caso ho trascorso un pomeriggio rilassantissimo. Tasso di assembramento post Covid: zero. Non un’anima viva, eccetto gli uccelli.

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Culturale: l’alpinismo è uno sport?

Tranquilli, inizia seriamente poi precipita subito.

Alcune settimane fa, nell’ambito di un corso di formazione di storia dello sport, abbiamo parlato di alpinismo: una di quelle volte, insomma, in cui lavoro e passioni si intersecano. Il prof. Morosini ci ha raccontato del significato sociale e politico di andare in montagna nel periodo postunitario.

Di come le Alpi come terreno di gioco non fossero solo un simbolo di bravura sportiva, ma anche di conquista “reale”, e ha fatto il ben noto esempio dell ‘Eiger e di Emilio Comici, che era anche Commissario prefettizio.

Ora ci si arrampica per sport – ero a Finale, ricordate, e ho anche quell’età in cui ho visto le prime gare di arrampicata sportiva. Da “arrivare in cima” a arrivare e basta. È certamente diverso scalare in montagna dal salire su un muro; ho visto alle Olimpiadi che un fuoriclasse come Adam Ondra nemmeno si è classificato, se non ricordo male. Salire su un muro non è salire sulla roccia. Per altro, nemmeno nuotare in piscina e nuotare in mare sono la stessa cosa. A me piacciono tutte e due, ma non sono la Pellegrini.

Io mi arrampico poco. Nel senso che non mi sono mai spinta oltre il “mani e piedi “ che capita di tanto in tanto camminando.

Poi uno le avventure se le va a cercare…

Pochi giorni fa ho rimesso l’auto in garage, ho chiuso, ho risalito due piani, e quando ho fatto per tirar fuori le chiavi per aprire il cancello automatico ho realizzato che erano rimaste in macchina che era rimasta in garage che era ovviamente chiuso. Mi era anche capitato nella casa vecchia, ma lì c’era una porta sempre aperta che faceva entrare nelle cantine del palazzo di fianco e da quello (Francesco non c’era) ero tornata dove sto adesso e avevo svegliato mia madre per farmi aprire la porta . Molti anni fa quindi. Invece ho chiamato mia cugina che ha le chiavi e le ho detto dove poteva trovare anche quelle del garage. Ho interrotto la sua cena e mi sono messa ad aspettare.

Il mio garage si trova nel palazzo adiacente a dove abito adesso (meravigliose case di geometri – cioè senza nessuna pretesa di bellezza architettonica) e si può uscire con il cancello di emergenza nel cortile. Ma da lì ovviamente non esci più perché non c’è un apriporta. Intanto che aspettavo mi sono messa a valutare l’altezza del cancello di recinzione. Che non è altissimo, in effetti. Così, ho aperto a 90° il cancelletto d’emergenza da cui ero uscita, l’ho appoggiato alla recinzione, sono salita, da lì ho appoggiato i piedi alla scatola metallica dell’ allaccio dei VVFF (perché ho le gambine corte e facevo fatica a salirci direttamente) e ho agilmente scavalcato la cancellata saltando giù a piedi uniti. Oplà.

Oddio, oplà fa pensare a un agile balzo, proprio , ecco, no. Avevo dei mocassini, tra l’altro, che non ammortizzano moltissimo. Comunque ho recuperato la borsa e l’ombrello e sono andata tutta fiera ad aspettare mia cugina.

Sono stata tutta fiera sinché ho scoperto che il cancello automatico che dà sul cortile, spingendo un po’ si apre benissimo… senza fare tutta questa pantomima. Però vuoi mettere.

Cinorosino sulla cuccia mobile – a caso
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Post…ino

Conviene guardare sul Menu (quello in alto). C’è una nuova pagina per il Canale You Tube. Che si chiama Alpslover, perché l’originalità impazza.

Fare video era la passione di mio padre, io sono sempre stata molto meh in proposito, il teaser è quel che è, ma ho un paio di buoni amici nel ramo che mi daranno consigli adeguati. Insomma è un work in progress.

volendo, c’è pure il QR code (non sanno più che inventarsi, signora mia)
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Cadere dal basso

Dall’alto o dal basso

Sabato scorso sono andata a camminare a Chianocco, e nel punto più alto del belvedere ho trovato questo cartello. Lapalissiano, dato che buttarsi giù nel canyon non è una buona idea: se non cadi dall’alto, però, da dove cadi?

Rewind. Ricordate, immagino la scappata nel finalese (ne riparleremo). Bene, tornando a prendere l’auto, con la borsa e tutto il resto, sono volata per terra nel parcheggio (sconnesso). Devo avere inciampato in una pietra. Caspita mi sono detta mentre mi disinfettavo il ginocchio sbucciato, due volte in un mese o quasi. Sì perché a fine marzo, uscendo da un incontro al sindacato tutta bella gasata e contenta ero rovinata nel loro cortile ampiamente sconnesso sullo stesso ginocchio (il mio lato destro è ampiamente disastrato). In ogni caso ho detto no no non è niente (e intanto pensavo, devo farmi una TAC?), ho sperato che il sangue sui pantaloni venisse via (è venuto via, per fortuna, dopo un semplice lavaggio con sapone a casa) e ho camminato verso Perti mentre la crosta si solidificava. E’ ancora lì, combattuta a suon di pomate cicatrizzanti (commento del mio ex compagno farmacista: CHE HAI COMBINATO?).

Sabato, dicevo, sono andata a camminare a Chianocco, ho saltellato in mezzo al bosco e pure sulle pietre per guadare un torrentello, poi mi sono seduta a guardare l’orizzonte e mi è balenato il fatto che nell’intero pomeriggio non ero inciampata neanche una volta – e capita, basta una pietra o una radice un po’sporgente. Ricapitolando la mia vita, mi è sovvenuto che in montagna non sono praticamente mai caduta. In realtà, sì, sono caduta a otto anni in Val Veny guadando un rigagnolo vicino al Pré de pascal, che allora era molto diverso da come è adesso (leggi, c’erano delle baite diroccate): sono caduta di culo nel rigagnolo medesimo, bagnadomi il posteriore suddetto, tra l’ilarità degli astanti, e facendo incazzare moltissimo mio padre, per cui il terzo peccato mortale dopo l’essere disonesti e fascisti era l’essere goffi (avrebbe accettato l’essere disonesti, credo, piuttosto che goffi, ma non l’essere fascisti). Per lo meno, l’essere goffi in montagna.

E infatti me lo ricordo cinquant’anni dopo.

Invece, dal basso, o meglio nei cortili, cadevo spesso. Devo avere un atavico rifiuto dei cortili. Ho ancora sullo stinco (sinistro questa volta) una traccia di cicatrice, ancora parzialmente visibile, che mi sono procurata a cinque o sei anni nel caro quartiere Milano di Rapallo, nella prima casa in cui abbiamo abitato, non la Serenella interno 13 del resto della mia infanzia, quella rosa (Serenella era azzurrina – i condomini avevano e hanno nomi di fiori). Quella aveva uno scivolo per accedere ai garage e io avevo imparato a volare, e una pietra mi aveva aperto lo stinco (pianti, farmacia, no non è da cucire – i punti sono stati il terrore della mia infanzia – i miei sempre variamenti incavolati). Ho passato l’infanzia con le ginocchia sbucciate (eh ma cade sempre, diceva la mia elegantissima zia – cadevo anche nel cortile della nonna, di cemento).

Ma cadere in montagna no, nemmeno adesso. Ma dal basso nei cortili – e nei parcheggi, che sono grossi cortili, eh lì devo fare attenzione.

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Inizio di Finale

Ok lo so che non guardate le foto, boomer che non siete altro, disse quella che si sentiva come Matusalemme. Eppure le foto di tre giorni fa sono importanti per alcune ragioni, e sono pure belle. ( tra l’altro un blog di montagna privo di immagini chiude dopo una settimana, e io sono qui imperterrita da quindici anni ad ammorbare le vostre domeniche)

Prima ragione. Sono andata a Finale Ligure, che per chi sa di alpinismo e arrampicata è un po’ come andare allo Yosemite e a Camp IV. Sono vecchia come Matusalemme e a Finale non c’ero stata. Da piccola bazzicavo il Levante o L’estremo Ponente, e la parte in mezzo Zero.

Luisa invece da piccola bazzicava da quelle parti. Siamo complementari anche in quello.

Nelle foto si vede l’unico tentativo escursionistico della nostra due giorni, perché Luisa cammina ma non in salita per via della sua sciatichina (che rottura i dolori). Si tratta del primo tratto dell ‘ anello di Perti, che coincide con la parte meglio conservata della Strada della Regina, costruita nella seconda metà del Seicento per Margherita di Spagna che andava a sposare l’imperatore d’Austria, e sbarcò a Finale, come ricorda anche l’arco di Trionfo che a Finalmarina fu costruito per l’occasione e che ricorda molto quello di Innsbruck, che è di qualche anno successivo ; sospetto che gli architetti del periodo avessero l’arco per matrimonio standard, cambiavi un po’ di decorazioni a seconda dei simboli araldici del regnante di turno, e hop, veniva su in due settimane come gli orrendi palazzoni degli anni Sessanta, e vi assicuro che in zona ci sono degli esempi di una bruttezza raccapricciante.

Comunque dal borgo, dietro all’antico Tribunale si seguono le strisce bianche e rosse, si superano i due castelli, il forte di San Giovanni e le rovine di Castel Govone, si scende sulla provinciale a Perti alta, e si riprende il sentiero che arriva sino alla celebre parete di arrampicata.

Sia il borgo sia la parte sulla passeggiata a mare, che il giovedì presenta un mercato molto interessante ( perché non di solo escursionismo eccetera) sono però molto belli e pittoreschi, più caratteristici e meno leziosi, ad esempio di Borgio Verezzi. Finalborgo è un paese fortificato di origine medievale, e ora nelle sue viuzze si trovano artigiani di alto livello, come la vetraia che ha lavorato a Murano, che ci ha manipolato in diretta per così dire una murrina con magnifiche sfumature verdi, intanto che ci raccontava dell ‘ambiente. Ma a differenza di altri Borghi turistici, ho trovato a Finale rappresentanti di un artigianato di altissimo livello, e di gusto notevole.

Poi naturalmente negozi di articoli sportivi di livello altrettanto alto. Sportivi ( se si escludono i turisti tedeschi in gita), per lo più bikers, che direi hanno soppiantato gli arrampicatori. Escursionisti pochi, per lo più stranieri e boomer (tiè).

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Salendo verso Perti in un giorno di primavera

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Partigiani, per sempre

Vi omaggio Qui l’ articolo dello scorso anno, che era dedicato alla valle Angrogna.

In questi anni, però, vi ho lasciato una serie di racconti diversi sui luoghi che in Piemonte e pure nel natio Mandrognistan, ci consentono sia di camminare, sia di ricordare, da soli o in compagnia.

Ve li elenco, per comodità, liberi di cercare nel sito ( la funzione di ricerca serve a quello).

Masio, da dove si possono fare bei circuiti a piedi o lungo il Tanaro, o verso i Mogliotti.

Tutta la Val Borbera. Dalle strette alle cima del Monte Antola , dove era collocata la missione alleata.

Alba, così vi rileggete I ventitré giorni della città di Alba di Fenoglio, dato che quest’anno è il centenario della nascita

La Val d’Ossola, per ricordare la Repubblica dell ‘Ossola, il primo vero laboratorio di libertà del Piemonte.

Alla Benedicta ci sono andata venerdì con i ragazzi di una scuola media, infreddoliti ( c’erano 5 gradi) ma interessati. L’incontro migliore però l’ho fatto prima del passo degli Eremiti ( se è giornata, si può pure salire al Tobbio): due caprioli che mi hanno squadrato con curiosità.

Nel caso servisse un altro tipo di promemoria, vi lascio il video degli Istituti piemontesi . Ci fosse una città che si è liberata il 25, tra l’altro.

Buon 25 aprile.

La Langa ( foto di Mariano Santaniello)
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Alla Benedicta in un giorno di pioggia

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E lunedì? dopo la grigliata, la Valsesia

Sapete che per me, non c’è primavera se non c’è la Valsesia. Così non molto tempo fa sono tornata a Prato Sesia, perché volevo prendere qualche ramo per il mio albero di Pasqua (prima , mio marito non spingeva sino a tanto la sua anglofilia). E già che c’ero, vedere la nuova panchina gigante collocata davanti alla chiesetta della Natività di Maria, nel punto sicuramente più panoramico.

Spoiler: non l’ho vista. Me ne sono beatamente dimenticata. Tanto che quando mi è venuto in mente ero già a Casale.

Pazienza. Ho fatto la strada che sale dal parcheggio a fianco del campo sportivo di Prato, ci sono le indicazioni. È più larga e comoda e meno scivolosa di quella che sale da via Cavour, il panorama, con o senza la panchina, è bello lo stesso. E dopo si può andar a comprare una sciarpa di cashemire da Loro Piana. Perfetta passeggiata post prandiale

Peccato che quando ci sono andata io era appena piovuto e mi sono infangata sino alle caviglie…

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