Digging into the past (ancora!)

Se si decidere di rivangare il passato, meglio essere precisi. Il vecchio Caio, il calzolaio, in realtà aveva un negozio di scarpe, piccolo ed ingombro di scatole e scatoloni, almeno io me lo ricordo così, ma, certo, aggiustava anche le scarpe. Aveva la vetrina aperta e stava lì a lavorare, e chiacchierava con tutti quelli che passavano. Era un vero uomo di montagna, che indossava gli stessi grossi scarponi che vendeva. Per la verità, quando ero piccola, nessun abitante del luogo andava in giro con scarpe da città. Solo scarponi,  almeno gli uomini. Anche il nostro padrone di casa, il ragionier Salluard, aveva sempre grosse scarpe con la suola spessa, nere, e in un certo senso più eleganti. Del resto, me lo ricordo di più in abiti eleganti, gessati con il gilé e fazzoletto bianco nel taschino, piuttosto che in abiti da montagna (cioè camicia a scacchettoni, come quelle pubblicizzate da Carlo Mauri, e pantaloni di velluto). Per la verità, io appartengo già alla generazione successiva, che ha cominciato a smettere i pantaloni di velluto, lunghi o al polpaccio (variante femminile, la gonna pantaloni di velluto, come aveva mia madre). Per dirla con Giancarlo Motti, la nostra generazione di “falliti” ha cominciato a buttare a mare anche i pantaloni lunghi in generale, a meno che non fossero jeans ( e come facessimo non so, i jeans mi sembrano uno scafandro tanto quanto i pantaloni di velluto) Poco dopo, sono arrivati i pantaloni di cotone colorato, direttamente dall’America e dai fanatici dell’arrampicata. Se ricordo bene, il mio amico Remo era stato uno dei primi ad innamorarsene. Poi naturalmente erano arrivati i fuseaux da arrampicata, ma quello era un capo che non mi apparteneva ( e bisognava avere le gambette di Patrick Edlinger). Adesso, ci sono decine di marchi e si può essere fashion anche andando su bricchi sconosciuti (ma di solito si chiamano sponsorizzazioni).

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Ricordo

Parlavamo di pink ladies… quando qualcuno se ne va in montagna, specie se si tratta di una donna, si pensa sempre ad una fatalità, ad un errore. Mi piace l’idea di voler rimanere là, come chiese anche Casarotto, al K2. Ci possiamo raccontare un mucchio di cose, ma spesso non ci sono ragioni o spiegazioni.
Addio Caterina.

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Digging into the past (e tre)

Le vesciche sono sempre lì, il fastidio al dente anche, ma me lo devo tenere sino al 4 agosto, giorno del ritorno del dentista dalle ferie e di un teorico appuntamento preso un mese fa per fare tutt’altro (in teoria per rifare l’otturazione accanto) Odio andare dal dentista, e riesco a immaginare sei posti diversi in cui preferirei stare anziché sulla sua maledetta poltrona, e non tutti piacevoli, ma migliori. E in più costa quanto un carrozziere.  Tutto ciò ci riporta al passato… Ad esempio, all’ineffabile Caio, il calzolaio, che era in realtà un negozio di scarpe in via Roma, a Courmayeur, proprio sull’angolo dello slargo dove c’era la casa dei Salluard. Caio è morto da moltissimi anni. E al suo posto c’è stato un altro negozio di scarpe, una boutique che vendeva tacco 12 diamantate (adesso non so, non sono ancora andata a Courmayeur quest’estate e i negozi tendono ad essere molto più effimeri) Caio era un simpatico vecchietto quando io ero bambina, ma sinceramente non potrei dire quanti anni avesse. So solo che a Caio si deve il mio passaggio dalle scarpe di tela (rossa) da bambina allo scarpone di pelle con la suola in vibram, passaggio che si consumò non senza qualche dolore, e molte vesciche. Il primo paio di scarponi, dovetti non so più se buttarlo o cambiarlo: conoscendo i miei genitori e il fatto che Caio era più o meno un amico di mio padre, propendo per uno scambio o una sostituzione. Ma ci deve essere rimasto qualcosa di edipico nei miei scarponi, e a quest’età, alle vesciche non ci si fa più caso (purché i compeed siano invisibili sotto le mie tacco 12).

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Digging into the past (ancora)

Ok, sono andata a camminare in un ritaglio di tempo, e come sempre quando ho un ritaglio di tempo, ho scelto un posto collaudato, ossia la camminatiella Issime Gaby. L’ultima volta che ci sono andata era decisamente fuori stagione, o per meglio dire non ho mai pensato che issime avesse una stagione. Ce l’ha. Non ho mai visto tanta gente e non mi risulta ci fosse qualcosa in particolare. Tutti i parcheggi pieni. Quando ci andavo con mamma, l’unica auto che ricordavo ci fosse sempre, di sabato, era quella del parroco di Fontainemore che veniva a dire la messa (una panda bianca), Ho anche incontrato delle persone, ma quelle più o meno, le incontro sempre. Ho anche incontrato i resti della valanga di quest’inverno sotto forma di alberi divelti. E mi sono venute le vesciche.  LE VESCICHE!! Per far due chilometri di strada su vecchie scarpe collaudatissime. D’accordo, sono la principessa sul pisello (stagionata) dal piedino delicato e ogni anno il passagio scarpa sandalo non è mai indolore, neanche se il sandalo è fatto a sua volta di pelle umana. D’accordo il camminamento su scarpone mi richiede sempre accorgimenti speciali (chi si ricorda il primissimo post? dovrei fare un sondaggio tra i miei due lettori (a quest’ora di notte…). D’accordo, ricordo di aver comperato e poi buttato scarponi che non riuscivo a mettere qualunque tipo si calze utilizzassi…Ok sono qui con i compeed (che sono l’unica mano santa contro le vesciche, benedetto sia chi li ha inventati, e la farmacista di Ailefroid che me le ha vendute la prima volta, postescursione al Pelvoux – in Italia nemmeno c’erano ancora) e con un principio di dolore ad una capsula che nelle intenzioni dovrebbe essere morta, ma chissà il resto di dente che c’è sotto…

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Digging in the past

Qualcuno dei miei venti lettori si è lamentato…Meno male.  Ma siccome sono ancora in quella situazione di semi appiedamento (mi ha mollato anche la bici, forse dovrei davvero andare a Lourdes), vi propongo una passeggiata di un paio d’ore nella Valdigne, un posto molto amato dal mo amico Ennio, ma che io non conoscevo sino a due anni fa, il col de la Croix. Si parte dal colle San Carlo, che si raggiunge facilmente da Morgex (anche in pullman) e si prende la bella sterrata che porta al lago d’Arpy. Circa a metà strada si incontra una deviazione segnalata da un grosso cartello di legno, che indica il colle. Il sentiero va a destra e non lo si abbandona più sino alla fine, in salita costante ma morbida. Il percorso si svolge nella maggior parte nel bosco, da cui si hanno scorci sempre più ampi sulla catena del Bianco  sino alle Jorasses (il tempo è cruciale, se si vogliono fare delle belle fotografie. Usciti dal bosco, si risalgono i pendii erbosi sino alle fortificazioni del Principe Tommaso. Il panorama spazia dal Rutor a tutta la catena del Bianco ed è purtroppo deturpato dall’onnipresente ripetitore, proprio accanto alla croce. In compenso si telefona da Dio. Si ritorna sul percorso di salita, oppure verso il Lago d’Arpy per godersi una meritata siesta all’ombra e non al vento (quando ci sono stata io ti portava via, letteralmente)

Ennio al Lago d'Arpy

Ennio al Lago d'Arpy

Come è doveroso, un omaggio.

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Pink Ladies

Comunicazioni di servizio, intanto che sono in matura, stanca morta, appiedata (eh sì) e vogliosa  – di andare in montagna, che avete capito?

Sul numero ultimo di ALP (257, giugno luglio 2009) oltre alla mia recensione a pag. 27, sempre nelle news c’è un articolo interessante sulle tre signore  (Kaltenbrunner, Meroi e Pasaban, in rigoroso ordine alfabetico) che hanno nel loro carnet ben 11 Ottomila – e almeno la Pasaban, se non dice voglio vincere voglio vincere poco ci manca).

Come i miei venti lettori sanno, io faccio il tifo per la Nives, che spanna più spanna meno è quasi mia coetanea. Ma perché per andare in montagna si devono sempre inventare delle rivalità?

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Bric dei Gorrei

Sono in maturità, è tornato internet, e non mi capacito del perché (scusate, ma talvolta le cose sono troppo esoteriche anche per me) e oggi sono andata in Appennino. Devo dire che poche volte ho avuto una bella soddisfazione con così poca fatica. Il Bric dei Gorrei, davvero a una mezz’oretta di strada da Piancastagna – ma si può raggiungere anche da Abbasse, io ho fatto l’anello al ritorno, è un cucuzzolo verdeggiante da cui la vista spazia sulle tre valli in cui sono avvenute, per la maggior parte, le vicende della guerra partigiana qui in Provincia. Con una giornata limpida come oggi, con nuvole d’ogni colore – e un bel po’ di vento – era davvero bellissimo. Da Piancastagna il sentiero passa dietro al monumento e al centro rete di Memoria delle Alpi ( e lì, caro sindaco di Ponzone, una strappata alle erbacce gioverebbe) e si inotra sul fianco della montagna, sopra la strada, sempre ben visibile e segnalato (segnavia bianco -rossi), quasi in piano sfocia su un’ampio sterrato  dove in lontananza, per fortuna, scorrazzavano dei rumorosissimi quad. Si percorre in falso piano sinché il segnavia, collocato un po’ precariamente su di un alberello, ci conduce in breve salita sul piasto cucuzzolo erboso che si percorre sino al mucchietto di pietre che sta a indicare la vetta. Al ritorno alla sterrata si va a detra sino a incotrare in discesa la strada provinciale ( mi sono orientata a vista). Ci voleva – ho avuto una settimana assai poco allegra.

Ah, Ennio, buone valigie e buon viaggio  – mi perdo uno dei miei venti lettori  che si trasferisce, beato lui in montagna.

bric dei gorrei, la cina con il mucchio di pietre

bric dei gorrei, la cina con il mucchio di pietre

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Talking Politics (e sempre in crisi)

Non voglio parlare del referendum, né dei ballottaggi, almeno di questi. Delle elezioni europee sì, perché da lì piovono soldi purché burocraticamente documentati. Ne abbiamo parlato io e Luisa domenica scorsa (questa domenica lei che lavora in un comune era precettata sino alle ore piccole). L’Europa ha pagato i restauri alla caserma di Machaby per trasformarla in un ostello ( così almeno diceva il cartello lo scorso anno, adesso non c’era più e i lavori parevano quasi finiti). Per far cosa un ostello a Machaby non è chiaro , se poi devi portare le persone e i loro bagagli con un fuoristrada. E i sentieri della libertà, in tutto il Piemonte e Savoia (e pure Svizzera,  è un progetto interreg). Peccato che spesso i locali, specie in Val Borbera, vedessero assai di malocchio i cartelli di segnalazione…L’Europa, come fornitore di denari, non pare proprio vicinissima alle nostre montagne, almeno non nell’indicare una prospettiva concreta che combatta lo spopolamento in modo sostenibile con la conservazione dell’ambiente.

Le uniche novità sono le strade di montagna a pedaggio come i nostri “vicini austriaci” fanno da un po’. Intendiamoci, io che sono un’automobilista sono d’accordo, specie se serve a fare la manutenzione…  E i riugi del CAI di Belluno che sono senza soldi…appunto, gira e rigira sempre lì si finisce.

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In crisi nera ( ma non per il mio andare in montagna)

Torniamo in montagna …finalmente, posto che riesca a trovare un network a cui connettermi (il mio router è andato – sto scrivendo dal lavoro e non so come andrà)

Nemmeno le foto posso inviare, ma quelle si trovano già nella mia galleria. Dunque le gole di Gondo, in Svizzera. Visto che sto scrivendo in situazione di fortuna, avrò  pensieri di fortuna.

– Non conoscevo la punta settentrionale del mio Piemonte, e ho fatto male, la zona mi è molto piaciuta, a metà tra la bassa Val di Sua e la Val d’Adige. Pensare che mia zia ha passato trent’anni di vacanze tra Crodo e Bognanco.

– Ho fatto il tratto tra Gabi e Gondo, o quasi, partendo da metˆ, ossia dalla Alte Kaserne, ora museo napoleonico. La cartina igp non è precisissima, ma ci sono molti cartelli indicatori, in tedesco, ma comprensibilissimi. Il tratto più spettacolare è dalla caserma verso Gondo, dove il sentiero è una passerella metallica, ben protetta, ma proiettata direttamente sopra il torrente. La vertigine c’è e io di solito non soffro particolarmente di vertigini. (al ritorno è passata, ma all’andata sono andata con i piedi spettacolarmente di piombo) Per contro verso Gabi, il sentiero è piuttosto aereo in un paio di tratti scoperti di sfasciumi: sospetto che sia una conseguenza della neve di quest’inverno

– e c’era gente pure l“, il che è sempre una consolazione, anche se era un giorno feriale. Potessi prendermi sempre le vacanze a giugno o a settembre. Invece no, gli insegnanti sono costretti ad intrupparsi con il gregge del ferragosto, con tutto il rispetto. E quest’anno che ho un fiume di maturandi, rischio di non farmi nemmeno i 35 giorni come da contratto nazionale.

– c’era ancora neve, in molti punti a nord, e i torrenti erano gonfi d’acqua.

– la Svizzera è diversa, e non solo perché la benzina costa meno (ho fatto il pieno a Gondo); le infrastutture della ss.33 ( e della ferrovia) dopo il confine parlano da sole: sono tutte arrugginite.

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Lo so dovrei parlare di montagna. Ma

Prometto che poi si ritorna alla solita, si fa per dire, routine (anche perché avrei molto da raccontare). Ma preferisco finire con quanto ho iniziato domenica – finire, naturalmente andando da tutt’altra parte.

Tutti noi, che abbiamo due volte vent’anni, talvolta anche meno, cominciamo ad essere affezionati ai nostri ricordi. più si invecchia e più si è affezionati, alla fine della vita, qaundo davanti non c’è più nulla o quasi, quello che ci rimane è il passato dietro le spalle. Il nostro passato è una entità differentemente condivisibile: é noto, infatti che i testimoni oculari di un certo evento si contraddicono spesso tra di loro, e non per menzogna o cattiva volontà, ma perchè, come dice, tra gli altri Cristina Bicchieri in un bel libro di qualche anno fa, Ragioni per credere, ragioni per fare, ogni fatto è una descrizione, e cioè un punto di vista; la comparazione è  possibile solo in presenza di linguaggi comuni (giochi linguistici comuni) o condivisi nelle regole.

Esempio (dalle stelle alle stalle – di solito è il contraio). Sabato un gruppo di miei compagni di scuola del liceo si è ritrovato a pranzo a casa di uno di loro.  La mia amica Luisa è stata invitata, io no, e domenica mentre passegiavamo per la campagna nella canicola mi ha raccontato chi c’era, chi non c’era e perché. Premetto che i miei anni di Liceo non sono stati particolarmente felici, per molte ragioni, e agli occhi del mondo dovevo apparire parecchio stronza (me lo dicono ridendo anche gli amici più cari – però se mi sopportano da allora significa che il mio livello di stronzaggine era tollerabile, e soprattutto che la sottoscritta è cambiata moltissimo da allora). Agli occhi del mondo, però, io sono ancora la stessa ragazza di allora; ai miei occhi, però, sono loro gli stessi individui di allora, che ho visto scomparire dalla mia vita all’80% dopo l’ultimo giorno di maturità. Quelli con cui avevo qualche rapporto “vero” allora, sono gli stessi che vedo ancora oggi, e tra i quali conto alcuni amici. A onor del vero, Luisa mi ha detto che si sono stupiti moltissimo quando ha detto che ero la persona cui voleva più bene al mondo (e grazie, naturalmente, anche se non puoi leggere questo blog dal lavoro se no Brunetta e il tuo nuovo sindaco ti uccidono), stupendosi del fatto che fossimo così amiche già allora… e la domanda sorge opportuna, dov’erano? Io e Luisa eravamo sempre insieme e dalla V ginnasio, pure compagne di banco. Appunto, questi sono gli scherzi della memoria.

Chissà se ci sarà la famosa riunione di classe di cui tutti parlano da trent’anni? Trent’anni esatti quest’anno, tra l’altro. Il fatto che a parte i “pranzi parziali” non ci sia mai stata, la dice lunga su quanto la nostra classe si amasse appassionatamente…la nostra omologa III C si vede ancora adesso regolarmente. Lo so so, sono cosa che fanno tanto provincia padana…

MA.

(se andrò alla riunione di classe, posto che mai si decidano a farla? Boh?)

mia madre al col Checrouit, 1958

mia madre al col Checrouit, 1958

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