Lo scorso anno, giorno più giorno meno, stavamo riposandoci sulle rive del lago d’Iseo, pronte per conoscere i Bobolini di Mont’isola (sono una colonia di gatti, ricordate?) e IO AVEVO GIà INIZIATO A PROGRAMMARE IL GRANDE PIANO DEL 2020. Avevo comperato la guida, avevo prenotato l’appuntamento per il passaporto e predisposto una serie di cose da fare sulla mia agenda bullet in vista di quello che doveva essere il premio per aver raggiunto la data fatidica dei sessanta: un viaggio per esplorare montagne extraeuropee. Nella fattispecie , in Canada.
Come è andata a finire, lo sapete tutti. Il passaporto è finito in un cassetto. E ora che destreggiamo con il giallo rosso arancione, fare progetti sembra un’utopia. E certo non credo che nel ’21 si potrà andare in giro come se niente fosse. Non si può nemmeno uscire dal proprio comune. Ho un amico che aveva ottenuto un contratto di lavoro eccellente in un’università cinese. Doveva partire agli inizi di marzo. Si era messo a studiare il cinese mandarino. Aveva fatto una carrettata di indagini cliniche, per avere il visto. E’ ancora qui. Aspetta che si riaprano le frontiere: il contratto ce l’ha ancora… speriamo.
La pagina bullet ce l’ho ancora, per programmare le escursioni, ormai tutte rigorosamente in regione (mi hanno regalato due deliziose guide escursionistiche della Valsesia e del Biellese e devo metterle a frutto – ho già scoperto che alcune escursioni le ho già fatte, andando come piace a me, a caso). Quindi questi primi articoli del 2021 saranno dedicati… a noi, cioè al Piemonte.
Due giorni fa, al telefono, Luisa mi diceva”Ti ricordi della casa di Bressanone? Scommetto che se telefoniamo adesso possiamo prenotarla: era il posto più rilassante in cui sia stata in vita mia” verissimo, tra l’altro. Sono stata entusiasticamente d’accordo. Già così, sembra un gigantesco atto di fede.
Mi sono accorta che le montagne su Torino erano vicinissime, per la prima volta, aspettando il mio relatore di tesi al quinto piano di Palazzo Nuovo (il palazzo delle Facoltà Umanistiche che era già orrendamente vecchio -nuovo quando io ero una studentessa negli anni Ottanta). Dalle finestre del suo studio, che era esattamente di fronte alla Mole Antonelliana, grazie alla prospettiva di una città assolutamente quadrata potevi vedere direttamente il Rocciamelone. Da qualunque parte ci si pone, sono lì, e i nuovi grattacieli (il palazzone della Regione, il San Paolo) sembrano fare concorrenza alle cime, cercando di arrampicarsi sino al cielo, specie quando è terso.
Le alpi sono lì, dietro ogni angolo. Per vederle bene, basta salire (è a due passi da Palazzo Nuovo), sino al Monte dei Cappuccini, che si chiama monte, non a caso. Da lì, specie sulla terrazza del Museo della Montagna dedicato al Duca degli Abruzzi, proprio dietro la Mole Antonelliana (ancora!) si può completare la vista circolare dell’anfiteatro di montagne che circondano Torino. Se la giornata è tersa, e siamo in inverno, come ora, la neve sulle cime luccica come cristallo. Se la giornata non è tersa, comparirà sempre, in direzione sud ovest il grattacielo della Regione Piemonte, avvolto in una caligine gallina. Caligine che persiste, a mia memoria, da tempi non sospetti, e privi di palazzoni: lo smog. La vocazione principale di questa città è stata di essere una Company Town, cosa che conosco bene dato che il mio nativo Mandrognistan* ha costruito la sua storia sull’essere l’altra Company Town del Piemonte, quella dei cappelli.
Paradossalmente, il Genius loci, la Montagna delle montagne, per essere adeguatamente apprezzata deve essere osservata dalla periferia, al di là della tangenziale, dove, tradizionalmente, per i torinesi finisce il mondo: al di là, sunt leones o orsi, se si preferisce mantenere il criterio che Torino è un centro spostato un po’ in là e noi tutti gli altri, siamo periferia pur essendo più o meno alla stessa latitudine , con l’eccezione di Cuneo. Se non sapete cosa vuol dire essere periferia, non ci conoscete, nemmeno la Lombardia è così Milanocentrica, ed è tutto dire. La foto del Monviso che vedete, e che è di Alberto Giovenzana, è stata scattata lo scorso anno, prima che tutti ci chiudessimo più o meno in casa, dal casello autostradale di Carmagnola, dopo un pomeriggio di camminate con tempo assai uggioso, che si era concluso con una soste al mercato antiquario di Carmagnola, e lì, subito prima del ritorno, il Monviso, che era stato più o meno nascosto tutto il pomeriggio, si era palesato con un’improvvisa e sfacciata esibizione di rosa.
il Monviso dal casello di Carmagnola, appunto
Torino, è lì adagiata in una conca, come una tappa sulla via della Francia e a cavallo delle montagne. Se si volesse percorrere a piedi la lunghissima route royale che porta da piazza Statuto al castello di Rivoli, attraverso corso Francia lo stradone reale, 12,8 km e quasi tre ore a piedi, secondo Google Maps, ebbene si avrebbe davanti , quasi sempre un montagna, anzi una montagnola, anzi una collinetta, pur sempre un rialzo, quello su cui venne costruito il castello di Rivoli, prima fortezza medievale, poi luogo di loisirs a fronteggiare il palazzo reale in città.
Quando penso a Torino, mi vengono in mente altre città di montagna come Grenoble, o Innsbruck, con cui Torino condivide il fatto di avere ospitato le olimpiadi invernali. Lo confesso, sarà poco ecologico, ma ho nostalgia di quelle Olimpiadi, quando io e mia madre andavamo ogni week end a scoprire sport nuovi (l’hockey, il curling) che non avremmo frequentato mai più – vi ricordo che dalle mie parti si pratica a malapena il calcio e il basket- mentre mio marito brontolava, e noi passavamo il tempo a cercare parcheggi, a fare la coda, a fare fotografie analogiche, a comperare gadget, a farci fare l’autografo da atleti famosissimi ma sconosciuti. Sono certa di avere ancora l’autografo della nazionale canadese di hockey maschile, ma una vedovanza e tre traslochi dopo non l’ho più trovato, ma ho ancora una cantina da smontare e non dispero. Sul dopo si può sorvolare. Resta l’Oval, e il braciere olimpico conservato al Museo della Montagna.
Se pensate che sì, manca un po’ lo sci in questo discorso è perchè io verso lo sci ho sentimenti contrastanti (non solo perché in quell’Olimpiadi procurarsi i biglietti per lo sci era impresa impossibile). Ho fatto il tifo per gli atleti italiani dai tempi di Thoeni e Pierino Gros, insieme a mia zia che sciava benissimo (il resto della famiglia era più da alpinismo -escursionismo), e lo faccio tutt’ora. Però oggettivamente lo sfruttamento della montagna a scopi sciistici mi sta stretto, non solo perché arrampicarsi in estate, come talvolta capita, su per le piste è una cosa sfiancante, e brutta, se nessuna erba ci è cresciuta sopra, ma perché anche a Bardonecchia, Cesana o Sestrière (la santa Trinità dello sci torinese) c’è molto altro da fare oltre a scivolare. Lo so, anche lo ski è un affare torinese, da quando nel 1896 l’ingegner Adolfo Kind mostrò agli amici quegli ski comperati in Svizzera e fondò il primo Sci Club, e il CAI, il Museo, Quintino Sella, le esplorazioni in Karacorum del Duca degli Abruzzi eccetera eccetera eccetera… Quest’anno che la neve è abbondantissima non si scia. Lo so, ormai è retorico ricordare che i cambiamenti climatici sono realtà e una nevicata in più o in meno non cambia le cose, ossia la risalita mondiale delle temperature : è retorica, perché parliamo e scriviamo in tanti, ma non cambiano né le politiche generali, né i nostri comportamenti particolari. Ormai anche le organizzazioni governative mettono in evidenza che se non si fa qualcosa alla svelta i danni saranno irreversibili nel giro di quanto, cinquant’anni? Vengo da una famiglia di gente piuttosto longeva, ma mi sembra improbabile propormi come testimone di quel mondo a venire; ma questa mi sembra l’opinione più comune: tanto io non ci sarò più e quindi chi se ne… cosa perderanno le generazioni future: camminare in un giorno feriale nel silenzio della val Troncea; passare ore sedute su una pietra a contemplare gli andirivieni, le corse e i litigi delle marmotte al lago del Moncenisio, che, lo so, tecnicamente è già in Francia, fare lo slalom tra le vipere sul sentiero spaccagambe del colle della Rho, quello vecchio che saliva da Bardonecchia alle Granges la Rho e poi risaliva tutto il lento Pian dei morti sino alla casermetta già in disuso quando io ero adolescente; vedere la pioggia che cade a Malciaussia; l’ultimo tratto del sentiero del Rocciamelone, stando attenti a non guardare troppo proprio il versante di Malciaussia, sperando di arrivare in tempo in cima per farsi abbracciare dall’alba, e non trovare le nubi; scivolare col sedere sui pochi nevai residui scendendo dal Tabor, e potrei continuare.
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Anche la devozione popolare passa sui monti. La sacra di San Michele, luogo sacro ed esoterico nel mezzo di un cammino che parte da Mont St. Michel e arriva in Puglia, adagiata su una roccia, incarna , nella pietra, letteralmente, il salire fino al cielo, l’arrampicarsi sino a Dio (se non lo sapete, ma non potete non saperlo, è lì che Umberto Eco ha trovato l’ispirazione per l’Abbazia de Il nome della Rosa). Se siete saliti a piedi – o in bici, o vi siete arrampicati – avrete il premio divino di una vista mozzafiato, anche dei grattacieli. Troverete i simboli dei pianeti e dei segni zodiacali, tutti segni della città magica, e un panorama mozzafiato su tutta la val di Susa. E di fronte l’altro santuario caro a tutti: Superga, la tomba dei Savoia, e del Grande Torino, il cui aereo si schiantò ai suoi piedi il 4 maggio 1949. Un altro tipo di pellegrinaggio laico, in una città in cui, diciamolo, non sono gli sport invernali a stare sulle prime pagine del quotidiano sabaudo. Salire a piedi a Superga, specie d’estate, può essere una sfida. Ora che l’incuria ha chiuso la tranvia di Sassi, farsi largo nelle stradine poderali sotto il sole sino alla vetta di Superga può essere abbastanza sfiancante: il clima estivo di Torino non è propriamente da montagna e salire sino in cima sotto il sole ha causato ad alcune amiche , molto più giovani ed allenate di me, visioni mistiche estive. Ma superato il baluardo dell’afa, infernale contrappunto della caligine invernale, le montagne sono lì dal Rocciamelone, alle Levanne. E poi le tombe dei Savoia nella cripta sono al fresco e anche il sacrario del grande Torino, nella parte posteriore della chiesa, rimasta incompiuta, si trova dal lato più in ombra. Non per nulla proprio quel luogo fu teatro di una memorabile sfuriata di mio padre, che mi aveva infilato clandestinamente in una gita scolastica, che consisteva nell’immancabile visita a Superga dopo l’altrettanto immancabile visita alla Fiat (stiamo parlando di un periodo antecedente l’autunno caldo). Lì perdemmo uno dei suoi studenti – non io per fortuna, ma uno che conta che ti riconta non si trovava. Così mio padre chiuse la scolaresca recalcitrante nel pullman e batté palmo a palmo tutta la basilica sinché trovò il malcapitato imbambolato davanti al monumento a Vittorio Amedeo II (il fondatore di Superga, colui che voleva trasformare Rivoli in Versailles on the Po, re di Sardegna, e incidentalmente colui che ha separato il natio Mandrognistan dalla Lombardia a cui noi, obiettivamente e storicamente, apparteniamo). Anni dopo mio padre soleva dire che gli avrebbe volentieri spedito un calcione nel didietro degno di Valentino Mazzola buonanima. Ma ovviamente non si poteva (neanche allora). Tra l’altro sempre in quella memorabile giornata all’intera truppa era stata anche trascinata, credo sia la parola corretta, su per i 131 scalini che portano alla cupola. Se ancora avete fiato, la vista è mozzafiato ed è esattamente speculare a quella che si vede dalla sacra di san Michele (per amore delle parallele simbologie mistico esoteriche, anche a Superga c’è una colossale statua di san Michele, a guardia delle tombe, mentre sconfigge il diavolo).
Non so se gli abitanti di Torino si vedono come abitanti di una città di montagna (quelli di Innsbruck e Grenoble sì, e anche quelli di Chambery, che con Torino si è a lungo divisa il titolo di capitale): da una rapido sondaggio fatto tra i miei numerosi amici conoscenti parenti coworkers uno solo aveva con entusiasmo risposto sì **. La maggior parte degli altri erano rimasti perplessi, come se non ci avessero mai pensato (la risposta più frequente, con varianti, è stata “ma fa troppo caldo per essere una città di montagna”: vi assicuro che a Innsbruck d’estate fa caldo come a Torino, e a Trento e Bolzano è molto molto peggio). Secondo me la colpa è della Fiat – naturalmente. Ha dominato talmente tanto a lungo l’orizzonte culturale della città da far dimenticare quasi tutto il resto. E’ ora che Torino ritorni a guardare il suo cielo.
Un altro giorno, un’altra ora, ed un momento
Dentro l’aria sporca il tuo sorriso controvento
Il cielo su Torino sembra muoversi al tuo fianco
Tu sei come me
Un altro giorno, un’altra ora, ed un momento
Perso nei miei sogni con lo stesso smarrimento
Il cielo su Torino sembra ridere al tuo fianco
Tu sei come me
(Subsonica, Il cielo su Torino)
* il Mandrognistan è la landa desolata che si stende da Alessandria a Tortona; questo per i nuovi lettori, se ci saranno; altri lo sanno già.
** questo scritto è dedicato al mio amico Flavio Febbraro, scomparso in un incidente di montagna sul Monte Rosa nel 2019: l’unico che mi aveva detto di sì
C’era una volta il Giulio, Mirta e Tobia. In realtà ci sono sempre,perchè passano i loro pomeriggi tutti insieme, il Giulio nel mezzo, con un cane per lato. Alla fine non si capisce chi fa pet therapy a chi.
Luisa mi ha mandato la foto, una delle molte in cui i cani stanno lì a sorvegliare lo zio, o a far colazione con lui in attesa di un grissino che arriva puntualmente.
Da un po’ di tempo faccio parte della community virtuale Hitrecord, una media company online fondata dall’attore americano Joseph Gordon- Levitt dove ho partecipato a qualche progetto collettivo; soprattutto fotografia paessaggistica. Uno dei prompt, un paio di settimane fa, si intitolava “Vita con i cani”. Io non ho cani…però più guardavo quella foto e più pensavo che era perfetta. Così l’ho postata, spiegando ovviamente che non era mia, e raccontando la storia di Tobia, di Mirta, e anche di Giulio. Ho ricevuto una valanga di like. O meglio, li ha ricevuti Giulio, in realtà.
E’ diventato famoso dall’altra parte dell’oceano. Io e Luisa gli abbiamo raccontato la storia. Lui è stato molto cool. “Ma pensa te” ha detto. A 87 anni, non è mai troppo tardi per diventare una star del web.
E niente, mi pareva una bella storia natalizia da raccontare
Una delle cose che preferisco, della montagna in generale, è la ripetizione. Tornare nei posti che amo di più significa scoprire ogni volta cose nuove e approfondire. La superficialità del turismo di massa non fa per me.
In questo week end di “ libera uscita”, mentre tutti si sono fiondati, anche nel natio Mandrognistan, nelle vie dello shopping, con quel meccanismo, un po’ provinciale, per cui dalla provincia sono venuti nel capoluogo, e i Mandrognistani, potendo, si sono riversati in altre più grandi città, io, seguendo felicemente la mia asocialità, me ne sono andata dove sapevo di non trovare nessuno, o quasi ( in tutto, otto persone in un’intera giornata, compresi un bambino e un cane)
Mergozzo
Ero già stata sul Montorfano, un mio must del periodo natalizio, sino alle casermette della Linea Cadorna, per un sentiero che adesso, passando in macchina per andare a Mergozzo, ho trovato sbarrato: credo che siano le cave, presenti sul fianco della montagna, che si stiano mangiando sia quell’itinerario sia la palestra di roccia.
Comunque sia questa volta sono andata sino alla frazione denominata Montorfano, che si raggiunge proseguendo sulla statale per Verbania e svoltando prima della stazione ferroviaria. L’interesse per la frazione sta nella chiesa di San Giovanni Battista, una bella chiesa romanica costruita a sua volta sui resti di ben due basiliche paleocristiane, le fondamenta sono ben visibili, che sono una testimonianza dell’evangelizzazione della val d’Ossola nell’alto Medioevo.
Da lì, parte il sentiero che sale in vetta : ho in progetto di arrivarci alla prossima zona gialla, questa volta mi sono accontentata del primo belvedere, poi sono scesa perché volevo fare il sentiero del lungo lago, il sentiero Azzurro e non avevo voglia di fare il ritorno con l’eventuale buio (perché avevo scordato, tanto per cambiare, la frontale). In realtà il sentiero , panoramicissimo e molto remunerativo, si è rivelato nulla più che una piacevolissima passeggiata di meno di un’ora, rallentata soltanto dalla coperta di foglie di quercia e castagno, che in questa stagione sono scivolosissime: sotto, infatti, il sentiero lastricato era originariamento lo scivolo, o parte di esso, che serviva per trascinare il granito sino al trasporto, via fiume, lago, navigli, a Milano ( lo si vede nella seconda foto dall’alto). Si arriva nella parte alta di Mergozzo, da cui poi si scende in centro.
A tornare ci ho messo venti minuti in salita (perché in salita si scivola meno).
A Mergozzo non c’era praticamente nessuno, qualche bar aperto, ma non, o almeno così mi è parso, il mio locale preferito, cioè La Fugascina, sulla piazza. Così sono andata in panetteria a comperarmi la fugascina con la minuscola, che sono biscotti burrosissimi e sicuramente poco dietetici, ma chi se ne importa. E sono tornata a chiudermi in casa.
Come si vede, non ci sono assembramenti in vista. Perché come già avevo preannunciato, nella mia domenica di evasione legalizzata da DPCM, avevo tutta l’intenzione di approfittare della natura. Poi sabato mi ha telefonato Lulù e mi ha ingiunto di fare un salto da lei “ perché non ci vediamo da un sacco di tempo”. Vero, in effetti non ci siamo più viste da settembre ( vedersi non sono i dieci minuti a fine lavoro, ma passare un pomeriggio, una giornata). E poi, mi ha comperato gli agnolotti.
Dopo gli agnolotti e dopo aver adeguatamente controllato il Giulio, che in questi giorni ha qualche problemino di pressione, abbiamo preso auto e cani e siamo scesi a Viguzzolo, che è a tre km da dove sta lei ma è un altro comune, quindi off limits sino a oggi.
L’ itinerario parte dalla Pieve romanica, che consiglio di visitare (è aperta grazie all’amore dei volontari locali, ovviamente non in questo periodo in cui i musei sono chiusi), in via Marconi. Si parte in direzione di Castellaro e poi si svolta subito a destra dove si trova l’edificio della Bocciofila (strada vicinale del Castelletto). Si prosegue e all’incrocio si va a sinistra sempre sulla stessa strada, asfaltata ma stretta. La strada è in lievissima salita e si inoltra nei campi. Svariate stradelle la intersecano ( conducono a cascine e stalle) ma si tiene sempre la destra.
Arrivati al quadrivio di Regione Valcarrara ( cartello ) si svolta a destra in strada vicinale di Berzano e si torna verso Viguzzolo. In questa zona ci sono alcune ville padronali interessanti. Ritornati in paese, si svolta in via Circonvallazione, si supera il Bar Milano, che a detta di Lulù fa le pizze migliori del circondario, e poi si gira di nuovo a destra in via Marconi. Da quelle parti una scritta ancora perfettamente leggibile ricorda che la cosa migliore da donare alla Patria è la figliolanza. Tra me lei non abbiamo donato alla patria alcunché.
In ogni caso, abbiamo incontrato una decina di persone tutte a distanza e ben mascherinate, e abbiamo camminato godendoci la vista su Monleale e le sue colline. Dopo il the, la cena di cani e gatti e la nostra, ho spalato ghiaccio dal cruscotto della Mégane per una decina di minuti, e sono tornata nel natio Mandrognistan in tempo per il coprifuoco contando gli alberi di Natale nei giardini. A San Giuliano ci sono persone che da anni prendono le decorazioni natalizie piuttosto sul serio, ma niente di paragonabile al proprietario della villa di Nazzano la cui cascata di luce si vedeva benissimo dal giardino di Luisa, dieci km in linea d’aria circa.
Cinque anni fa… ieri era la giornata della montagna e non posso fare altro che postare una foto del mio amato Monte Bianco in una luce particolare. Io sono ancora qui, come molti, in una condizione di semi arresti domiciliari anche autoimposti, e non posso non temere ( e però anche guardare con un filo di speranza) il liberi tutti di domenica. Dove vorrei andare io, tuttavia, non ho mai trovato nessuno nemmeno in tempi normali…quindi forse…
Il Piemonte è davvero uno dei luoghi più bellli in cui vivere. Peccato non poterci andare. (Ovviamente chi ha scritto il DPCM ignora che in Piemonte c’è il comune più piccolo d’italia, Moncenisio – dove mi piacerebbe andare, perché sotto la neve è delizioso – ci sono stata anni fa e al ritorno ho avuto un incidente in autostrada).
Vorrei tornare su a Riale, anche se ora la cascata del Toce è chiusa, ma il pianoro innevato è bellissimo. Anche solo attraversarlo a piedi, a lato della pista di fondo, ti dà l’impressione di trovarsi in Norvegia, in Siberia, a Shangri La
Eh sì, qui non c’era la neve
Ma anche quando avevo trovato la neve e il Toce era un rivolo e i ghiaccioli si attaccavano alla balaustra panoramica, e il vento ti portava via, era stato una favola (otto anni fa, per la precisione.
Ero scesa a Domodossola che era quasi sera, o forse erano solo le quattro e mezza, ma eravamo già precipitati nel buio dell’ora solare e la piazza Mercato, che è lunga e stretta, e seguendo le istruzioni del navigatore a momenti mi perdevo.
E non sembra nemmeno una piazza. Ma venivo da due o tre ore di strada, perché avevo lasciato l’auto alla cascata e poi ero andata piedi sino alla piana e alla chiesetta, su e giù, e poi sino alla fine della zona pianeggiante che poi si arrampicava sino al primo bacino artificiale, dove non ero arrivata quella volta, ma in estate , come si vede dalla galleria.
Domodossola era viva, attiva, piena di gente , e io avevo passato un’oretta nella libreria all’angolo della piazza (cosa hai fatto a Domodossola,? Ho comperato libri e cartine – non solo a Domodossola, in realtà). La particolarità della piazza, che non si vede benissimo dalle foto fatte con il mio vecchio cellulare, sono gli edifici dipinti , come le case della città vecchia di Innsbruck.
Ricordiamoci di queste belle cose, perché torneremo a muoverci – force questo regalo sarà nella calza della Befana.
Comincio a sentire quella spiacevole ansia che chi è malato di montagna come me inizia a percepire quando è da troppo tempo separato dal suo bene. Per l’esattezza dal…rapido check nell’archivo fotografico…ops 1 novembre scorso. 29 giorni. Nemmeno un mese.
Aver cambiato colore da oggi, e aver visto diminuire abbastanza consistentemente il numero di contagi nel natio Mandrognistan (ma non il numero di persone di mia conoscenza contagiate, in quarantena, e in almeno quattro casi purtroppo morte) non serve a nulla. Siamo sempre confinati nel nostro comune sotto il livello del mare. Tecnicamente, non posso andare nemmeno al cimitero (ai cimiteri) che sono tutti ben al di là del comune.
Sul mio solito pranzo di Natale ho già fatto una croce , perché sono i miei ospiti a venire da fuori solitamente, e io non potrei andare da loro in ogni caso. Qui potrei forzare un po’ la mano ai congiunti, anche perché continuano a invitarmi a pranzo, e in questo sono fuorilegge da un po’: considerate che mi tolgo la mascherina praticamente davanti alla loro porta, dopo tre piani di scale. Uno dei congiunti mi ha aiutato con la cantina sabato mattina e sia io sia lui avevamo la mascherina, che poi in casa non ci mettiamo. Va beh.
Sulla Messa di mezzanotte, l’unico veramente fissato da queste parti è monsignor vescovo. E’ la messa dei Vip (sindaco prefetto questore e quelli che vogliono farsi vedere): c’eravamo andati con mio marito e il cugino Alberto il primo anno del suo insediamente, a sentire il pontificale cantato anche da mia cugina. Poi ne abbiamo fatto a meno: eravamo andati a letto, tra una cosa e l’altra, alle tre. Mia cugina e il coro continuano a cantare stoicamente il pontificale, ma io sono stata dispensata da anni. Gli altri partono tra le 21 e le 22. Monsignor vescovo sta guarendo dal covid e chissà che quest’anno rinunci alla messa fiume. Il coro, dal canto suo, assai responsabilmente da mesi evita di schizzare droplets sui fedeli contingentati.
Oggi avevo intenzione di comperare qualche regalo di Natale, e sono passata in auto all’esterno della via principale, della vasca, dello struscio, così ci capiamo. Ho dato un’occhiata e ho lasciato perdere, e mi sono rifugiata, a comperare la lettiera dei gatti ma non i regali di Natale, in un anonimo supermercato di periferia, dove c’era molta meno gente (quello che vedete in foto è il parcheggio).
Prometto, però, che dopo Santa Lucia, quand la giornà as longa al pas dla furmia, scappo. Evado
Come ho detto la scorsa settimana, quasi tutti gli eventi che potevano svolgersi nell’orbe terracqueo sono finiti online (non solo Amazon si sta fregando le mani, ma anche tutti quelli che hanno sviluppato software di comunicazione). Anche i gatti si fregano le zampe (ma come fate a sopravvivere se non avete gatti ?)perché si prendono un supplemento di compagnia con tutto quello che segue.
Comunque, anche la montagna è finita online: non solo sui profili instagram di questo e di quello (gli allenamenti di tamara quest’inverno mi hanno ammazzata), ma anche situazioni consolidate come l’Alpinmesse di Innsbruck è finita online: non la mostra dei materiali, ovviamente, ma gli eventi dell’Alpinforum, a cui l’ufficio stampa mi ha gentilmente invitato. Io ho partecipato, il sabato, a un panel sulla sicurezza alpinistica, e alla sera a una presentazione dello sciatore estremo Vivian Bruchez.
Potete benissimo domandarvi perché io che nemmeno scio mi sia interessata ad uno sciatore estremo…Beh, in realtà volevo tornare, per qualche momento a Chamonix, dove Bruchez vive e lavora. E infatti era collegato dall’ENSA (dove insegna) perché a casa sua internet funziona male. Ooook: non che all’ENSA il collegamento fosse granché. Ragazzi, un’istituzione nazionale che è l’Oxford dell’alpinismo, e ha la stessa puzza al naso, e il collegamento funziona a scatti? In un posto dove ci sono hotel a sei stelle ? voglio vedere se lì internet non funziona. Tra l’altro Kay Rush che da due settimane ha un posticino a Propagandalive ha detto di essere a Chamonix a passare la sua quarantena e si vedeva benissimo.
Amen: l’idea era vedere un po’ la Verte, i Drus, il monte Bianco anche dal nostro lato, perché il signore ha fatto il colle della Brenva con gli sci… e poi ci fa vedere l’Himalaya e il tentativo abortito di scendere dall’Everest con gli sci: troppi i pericoli oggettivi e le condizioni della montagna. Eh sì, la persona mi piace (lo ammetto prima dell’incontro era giusto un nome su qualche fotografia, ma mi sono documentata), come mi piacciono quelli che non antepongono la loro sicurezza al rischio a tutti i costi, all’impresa, alla bella linea. E alla domanda”Quando stai per affrontare una discesa segui la tua intuizione” , lui ha guardato l’intervistatore un po’ stupito, e ha risposto, “No controllo le condizioni della montagna”. E ha aggiunto che una delle poche volte in cui si è trovato nei guai, ma è riuscito a evitare la valanga , è stato proprio perché non si era adeguatamente preparato, e non stava parlando dei materiali.
E poi mi ha portato via l’idea di portare la tecnica dello sci al pubblico simulando i movimenti su una pedana (il prototipo se lo è costruito in cortile).
Se invece siete interessati agli altri laboratori, su sicurezza valanghe e materiali, i video sono sul canale You Tube dell’Alpinforum 2020:
<<Questo>> per intenderci. Non che io voglia, ovviamente passare per una nostalgica di Stalin, e ce ne sono in giro, ma siccome, zona rossa qui significa che non puoi fare altro che passeggiare (con mascherina) o correre (senza) in zone che sembrano colpite da una crisi postatomica (vedi le foto di domenica sul mio profilo Instagram), rosico. Capita anche alle migliori.
In particolare, in questo periodo sarei (o meglio avrei dovuto essere) a Innsbruck, alla Alpinmesse, che come tutto è stata rimandata al prossimo anno. L’Alpinforum, che si teneva contestualmente invece no, ovviamente, è emigrato come tutto su Zoom, e mi hanno mandato l’invito (in questo momento sto ascoltando una questione sulla sicurezza e sul rapporto corde/ peso – è una dotta faccenda in tedesco e capisco a molto grandi linee ma stasera è in inglese e andrà tutto molto meglio . Ve lo racconto una prossima volta)
E comunque, Innsbruck mi manca (mi mancano anche molti altri posti fuori dall’Italia, ma Innsbruck mi manca particolarmente)
Markus Mair -photography
La foto che ho scelto, che è tratta dal sito ufficiale di Innsbruck e dalla sua pagina Facebook, mostra una delle cose che ami di più, la città che è a due passi dalla montagna, dai sentieri e anche dalle pareti se è il vostro trip. Ho visto Innsbruck in tutte le stagioni (mi mancano proprio i mercatini di Natale, ma non ci saranno nemmeno quelli da noi, forse lì sì, perché il conto dei contagi è più favorevole, ma tanto saremo tutti chiusi in casa da queste parti, e anche potendo, non credo che gli amici austrici sarebbero tanto contenti di vederci arrivare) e ogni volta c’era una scoperta, un sentiero che non avevo ancora percorso o una natura che si trasformava, il tutto essendo in un luogo che offriva molti altri vantaggi. In ogni caso, trovavo bellissimo il fitness walking lungo l’Inn, che nella parte centrale, quella che costeggia la Altstadt, è fiancheggiata da giardini che in questa stagione hanno uno splendido colore rossiccio.
Lungo l’Inn e nell’Hofgarten
e in primavera, tutto è di quel tenerissimo verde “che spacca la scorza” diceva una poesia di Salvatore Quasimodo (Specchio), che ho sempre associato alla montagna, veramente.