Dalla centrale elettrica di Verampio è possibile fare una deviazione naturalistica, e allo stesso tempo continuare ad apprezzare le centrali di Portaluppi.
Siccome alla centrale ci sono arrivata in auto, ho poi potuto parcheggiare in uno slargo proprio davanti alla centrale, a fianco del maneggio. Avevo già visto come un’altra centrale si trovasse a poche centinaia di metri e così ho proseguito lungo la strada, che dopo poco diventa sterrata, verso la centrale di Crego, che è più piccola, ma è visibilissima da lontano, soprattutto per la lunga condotta forzata che porta l’acqua dall’invaso situato in alto sulla montagna (lì, lo ammetto, non ho ancora capito se è raggiungibile o no, e da dove) dove si trova un secondo edificio. La centrale si trova oltre il ponte sul Toce, su un piccolo slargo e si può osservarla da tutti i lati, perché non è recintata. E’ ancora in funzione e da fuori si sente il ronzio delle macchine.
La decorazione è simile a quella di Verampio, anche se la centrale è stata costruita successivamente. Le grandi finestre hanno decorazioni pittoriche simili a rose dei venti, differenti e simmetriche, e finestrine simili a bifore. A fianco, molto danneggiata, la casa del direttore, con ancora tracce della decorazione originale. Come già detto le centrali elettriche all’epoca erano un sistema compiuto che prevedeva non solo gli edifici funzionali, ma anche quelli residenziali per dirigenti e maestranze.
Tornando lungo lo sterrato e seguendo le indicazioni si può arrivare alla marmitta del Toce e agli Orridi di Uriezzo, con una facile camminata di una quarantina di minuti (saranno molti di più se vorrete soffermarvi a ogni singola cascata)
Crego
Ci sono tre itinerari per raggiungere i diversi canyon quasi completamente privi di acqua. Il più noto parte dalla Parrocchiale di Baceno e scende a costeggiare lo sperone roccioso su cui è costruita la chiesa (dall’interessante facciata affrescata); il secondo è quello che sale da Verampio, costeggiando come dicevamo la centrale di Crego, raggiunge con una breve deviazione le marmitte dei giganti di Uriezzo (da lì attraversando il ponte pedonale si può tornare indietro facendo un anello, prestando attenzione alle greggi e ai cani da guardiania, ci sono i cartelli) e si unisce all’itinerario precedente all’Orrido sud. L’ultimo orrido, quello di Balmasurda è più a nord e non ci sono ancora arrivata. Tra l’altro ci sono indicazioni da Premia per scendere, ma come sempre il parcheggio è difficoltoso. Cercherò ancora.
Dato che talvolta il caldo dà alla testa, ho deciso di passare un sabato andando a rilassarmi in spiaggia. Non si tratta di un tradimento rispetto ai miei principi. A tutti gli effetti, andare al mare ora metterebbe a durissima prova i nervi, a meno di non partire all’alba, altra durissima prova. Così come sempre abbiamo volto il cofano verso nord, ai laghi, ma non il lago Maggiore, per non incorrere nella Mezza maratona di Baveno, con conseguente chiusura di strade e altri inconvenienti. Abbiamo optato per il lago d’Orta, ma siccome io odio il percorso dai parcheggi al centro di Orta, tappa successiva dopo il sole, ho cautamente suggerito di prendere l’altra sponda, quella forse ingiustamente meno famosa.
Lì ci siamo come al solito persi, il che è giustificabile rispetto al fatto che ci muovevamo in territorio sconosciuto, e alla fine ci siamo fiondati in un parcheggio semideserto (a metà pomeriggio non lo era più, ovviamente) dove abbiamo mangiato un ottimo gelato al food truck presente, Luisa ha sconvolto una signora del posto dicendo di voler andare a prendere una pashmina, e alla fine siamo approdati alla spiaggia più vicina. Dove il relax era palpabile.
Pensate. A pochi metri da noi un gruppetto di bambini ha giocato in acqua per ore, divertendosi presumo, senza che noi praticamente li sentissimo. Le uniche conversazioni che ho udito riguardavano l’abilità della mamma anitra con i suoi ormai cresciuti paperotti (eh, guarda, li ha salvati poi tutti, che brava). Sopra di noi, la mole quasi minacciosa del santuario della madonna del Sasso, tutto intorno paesini ben tenuti e pieni di fiori, che abbiamo attraversato per andare a cena a Omegna. Dove se non costruivano gli orrendi palazzoni datati del periodo d’oro di rubinetti e affini (siamo ancora adesso in zona Alessi) era sicuramente meglio. Se il vostro stomaco regge i fritti il locale che si chiama Siamo fritti fa per voi (il mio stomaco ha retto benissimo, e ho pure bevuto, perché una volta tanto non ho guidato io- lo so non è del tutto un deterrente, come sapete). Se siete più sul tradizionale la trattoria LaSperanza, vicino al cinema della SOMS, aveva un aspetto e un menu assai invitanti e il cuoco pareva pure simpatico, ma iniziava a servire alle sette e mezza e Luisa aveva fame, troppa fame.
E no, dove si trova esattamente la nostra spiaggetta non ve lo dico nemmeno sotto tortura. E’ un segreto.
In questi mesi ho studiato, per il mio lavoro, il lavoro dell’architetto Piero Portaluppi in val d’Ossola. La sua presenza consiste, principalmente in un certo numero di centrali elettriche, che da sole costituiscono un esempio interessantissimo di archittettura inizio secolo, quella che noi genericamente chiamiamo liberty o art nouveau, ma sono anche, per chi si interessa di montagna un esempio interessantissimo di integrazione tra uomo e natura: una forma di turismo un po’ diversa dal solito.
Iniziamo … dall’inizio, cioè dall’edificio che sin dalle origini è, ed è ancora al centro del sistema idroelettrico della val Formazza. La centrale di Verampio, che si trova tra Crodo e Baceno, sotto uno sperone roccioso ed è perfettamente invisibile dall’altro della provinciale della val Formazza, talmente invisibile che ho dovuto cercarla su due mappe diverse per essere sicura di trovarla, ed è strano, perché si tratta di una edificio particolarmente imponente, che ancora adesso è lo snodo di sistema che porta l’energia elettrica a noi mandrognistani (fu costruita apposta, tra l’altro: se salta Verampio, come nel migliore dei film catastrofici hollywoodiani, siamo al buio)
Verampio
Come è anche evidente dalle fotografie, a Verampio le misure di sicurezza sono abbastanza stringenti e non è possibile, ad esempio, avvicinarsi abbastanza al giardino per notare i suoi effetti geometrici.
Dedicata a Ettore Conti, il committente, che era anche lo suocero di Portaluppi, e iniziata nel 1910, questo edificio è un vero e proprio castello medievaleggiante, con tanto di torre e bifore: un castello di fiaba, dove, si sposano funzione e bellezza e dal mondo moderno viene la fata elettricità: infatti Conti e Portaluppi litigarono praticamente su tutto, tranne che su una cosa, usare i materiali del luogo. Cattedrale dell’elettricità sì, ma costruita di pietra dell’Ossola e lose; i simboli sono scoperti (negli edifici Arts and Craft la simbologia è più mediata) e tutt’intorno si costruisce un piccolo mondo; non solo la centrale ma la casa del direttore, delle maestranze, i depositi, gli edifici di servizio (questi per lo più sono abbastanza rovinati, con una sola eccezione, il sistema che Portaluppi edificò vicino a casa nostra, a Molare).
Che dire, sembra abbastanza incongrua nella sua opulenza, rispetto al territorio circostante, ma lo ammetto, mi piace (il che probabilmente dimostra che di architettura non ne capisco più di tanto). Ho scoperto, mentre facevo ricerche, che esiste una vera e propria passione turistico escursionistica per dighe e centrali elettriche, cosa che non mi aspettavo assolutamente. Vedremo, nel prossimo episodio, come coniugare arte e natura in un bell’itinerario che parte proprio da Verampio
Come promesso, un po’ di foto dell’escursione da casa del Romano verso l’Antola con tanto di narcisi in bella vista.
Dato che oggi è stato il primo giorno veramente estivo (cioè di caldazzo, da queste parti), ho cercato di emigrare in altri lidi, salvo scoprire “dove va signora ?” “A Chianocco” ” ma deve andare a destra o sinistra (in effetti, dritto)? da Susa arriva la manifestazione No tav” “Ah grazie, torno verso Torino” Siccome il dialogo si è svolto ad un posto di blocco della polizia, e il poliziotto, per altro gentilissimo, aveva l’aspetto di quelli che tempo trenta secondi si mettono in assetto antisommossa, ho evitato di discutere sia con lui sia con i manifestanti no tav. Andando verso Borgone ho incontrato un bel po’ di gente che si sistemava per aspettare il corteo. Ho ideee molto definite su un sacco di cose, ma la questione NoTav mi ha sempre lasciato molto combattuta perché le ragioni della gente della valle sono assolutamente condivisibili, ma allo stesso tempo, togliere un po’ di tir dalle strade e di cappa caliginosa da Torino e dintorni non è male…Tra l’altro, l’edizione torinese del quotidiano sabaudo dava notiza della cosa, ma non è che leggo tutte le edizioni locali tutti i giorni (in realtà posso, ho un abbonamento digitale, in realtà sarà meglio, ogni volta che abbandono il mondo mandrognistano per uscira dalla provincia, non si sa mai). In ogni caso sono andata poi al colle del Lys, sperando di trovare un po’di fresco, e ho fatto una passeggiata (notate le parole) fotografando un po’ di rigogliosi rododendri.
come questo
Ho trovato molti motociclisti (la strada si presta, fate attenzione), molti ciclisti (c’è stato il giro d’Italia nel 2018, se non vado errata) e molti caprioli.
Il mio amico Manuel Chiacchiararelli, di cui vi ho già parlato, fotografo e guida naturalistica, ha passato un po’ di tempo con una famiglia di volpacchiotti: vi linko l’ultimo articolo
Ci sono i rimandi ai due precedenti e al video: le mie foto preferite sono le ultime due della prima serie (il volpacchiotto che si gratta l’orecchia): Manuel rispondendo al mio commento ha confermato che lui era il più avventuroso del gruppetto. Sono bellissimi.
Premetto, per pigrizia non ho ancora scaricato le foto: molta pigrizia, dato che sono di domenica scorsa. Quindi per la galleria di foto rimando ad un prossimo post.
Fra le cose da fare in primavera, sicuramente, ci sono le esplorazioni degli Appennini, che diventano però un po’ troppo afosi in piena estate: si tratta per lo più di itinerari in cresta, dove il sole, in estate, è piuttosto potente.
Stranamente in tutti questi anni di vita, la mia famiglia ha sempre un po’snobbato gli Appennini, probabilmente per mere ragioni logistiche: mio padre non guidava. E arrivare sino a Casa del Romano, in fondo alla val Borbera, e sul versante ligure (siamo nel comune di Fascia), richiede in auto quasi due ore (con lo stesso tempo vai a Courmayeur, o direttamente in Francia) di strada provinciale stretta, ondulata, piena di buche, e spesso priva di protezioni. Una favola.
Probabilmente questa è la parte più faticosa dell’intera giornata. Una volta raggiunta la Casa del Romano (albergo ristorante dove, mi assicura la solita fonte fidedigna che mangia fuori più di me, si possono gustare eccellenti manicaretti), si parcheggia, e si prende a fianco della casa l’imbocco del sentiero 200, si supera la cappella di San Rocco, l’osservatorio astronomico, e seguendo i cartelli si prosegue in leggera salita sino a trovarsi sullo spartiacque. Il sentiero in falsopiano, ottimamente segnalato, rimane quasi sempre sul versante ligure, ma è possibile affacciarsi facilmente verso il versante della Val Borbera, a nord, mentre verso sud, man mano che ci si avvicina alla vetta dell’Antola compare il lago del Brugneto). Dopo il passo tre Croci, si passa al di sotto della vetta del Monte Tre Croci, si entra nel bosco e ci si ritrova sull’ampio costone della vetta del Monte Antola, da cui si vede benissimo la croce di vetta.
Ecco, io mi sono fermata più o meno lì: perché la bella pensata di scapicollarmi in fondo alla Val Borbera l’ho avuta nel primo pomeriggio di una bella domenica di sole, quindi sono arrivata nei dintorni di Fascia quando ormai le persone stavano abbandonando i luoghi. Non è stata una cattivissima idea, però: alle strette c’erano ancora le auto parcheggiate sin sugli alberi, e qualcuno alle prese con improbabili grigliate (per cena?), segno che il rilancio turistico del posto sta funzionando alla grande. Il bello è, però, ritrovarsi quasi da sola sui sentieri, con il sole in fronte ma non molto forte (per gli altri, meglio muoversi la mattina in modo, all’andata e al ritorno, da aver sempre il sole dietro alle spalle), e la temperatura più mite. Approfittando anche delle ormai lunghe ore di luce sono tornata a casa che il cielo era ancora chiaro: e ho potuto vedere due numerosi gruppi di caprioli, una volpe e una bella leprona (che spero non sia diventata la cena della volpe).
Se volete una descrizione più seria (ma in effetti non più precisa, è tra l’altro una descrizione invernale, vi indirizzo al sito del parco dell’Antola)
Ragazzi, questo sito sta diventando troppo serio, quindi un infrasettimanale di #gattini e #streamofsfiga ci vuole.
Lunedì ho preso ferie perché nel pomeriggio avevo ben due assemblee condominiali (quelle le liquido con una sola frase: abito e ho abitato con una manica di dementi, e dato che un sito è un luogo pubblico mi fermo qui), e perché, anche, ho una lunga serie di ferie non godute, dato che nel 2020, mentre l’Italia era bloccata, io ho lavorato in presenza nell’ufficio deserto – sicuramente un posto più sicuro di molti altri.
La mattina volevo andare a consegnare degli abiti in ottimo stato ad un’associazione che li raccoglie. Avevo fatto i miei scatoloni in garage e ho pensato di spostare Maggie la Mégane. Invano: Maggie la Mégane è morta lì. Tiro giù un paio di imprecazioni, faccio cadere la bicicletta, mi arrampico qua e là per recuperare i miei scatoloni e penso adesso chiamo l’elettrauto. Invano: ho dimenticato il telefono.
Pace. Carico i miei scatoloni sull’altra macchina, e penso che alla faccia dell’ecologia avere due macchine è una cosa sensata. Arrivo davanti all’associazione e sulla porta c’è un cartello che dice che il ritiro degli abiti usati è sospeso sino al 31 maggio. Lunedì era il 31 maggio. Penso eccheccavolo e scarico gli scatoloni. Morale: ho parlamentato per farmeli accettare dal responsabile. Probabilmente l’occhiataccia che gli tirato deve averlo convinto. Come ho già detto più volte, fare del bene è faticoso. Dato che il mio elettrauto è vicino all’associazione, vado direttamente.
Prime parole di Fabio l’elettrauto: <<Ma hai ancora quella macchina?!>> Ehm sì, ha quindici anni, ho capito che ormai posso guidarla solo io (gli altri si spaventano per la frizione che non va su e per il cambio che non entra) ma salvo complicazioni va benissimo. <<Va beh, vengo oggi>>.
A quel punto, visto che non avevo più frutta in casa, sono passata nella piazza vicina dove il lunedì c’è il secondo mercato di Mandrognistan Ville, quello agricolo (se volete comprare un pollo vivo è in piazza Perosi che dovete andare). Banchi di frutta a iosa, mi fermo nel più vicino che è abbastanza affollato. Compro albicocche fragole un melone un peperone; vicino a me un signore (sudamericano direi dall’accento) compra asparagi, un melone, albicocche e no no fragole, sono allergico. Paghiamo quasi insieme e ognuno va per la sua strada.
Arrivo a casa, faccio per mettere la giacca a posto nell’armadio e vedo che la porta del medesimo è socchiusa e mezza mia giacca di Max Mara è incastrata nella porta e qualcuno si è arrampicato sulla giacca e ha tirato tutti i fili. Al mio urlo qualcuno ha fatto praticamente un capriola ed è corso a nascondersi sotto il letto.
Caccio dentro la giacca (ho poi passato un’ora e mezza a risistemare trama e ordito e a stirare il tutto e insomma è ancora mettibile), torno in cucina, apro il sacchetto di plastica e dentro, rullo di tamburi, ci sono un melone, un cestino di albicocche, un mazzo di asparagi. Ho immaginato la faccia del tipo allergico alle fragole. Ho messo in frigo la roba, mi sono girata, e la borsa di plastica era in terra e sopra Fanny stava facendo una lunga e beata pipì, socchiudendo gli occhi come a dire grazie mamma. Non so perché ma la plastica l’attira irresistibilmente, se non c’è plastica in giro non sporca mai altrove. Per fortuna centra sempre perfettamente l’interno della borsa, così basta arrotolare i lembi ben stretti e buttare via il tutto e il pavimento è rimasto immacolato.
Nel pomeriggio è venuto Fabio e Maggie è di nuovo alive and kicking, visto che la terrò almeno sino alla prossima revisione. Dei dementi ho già detto; morale della favola, era meglio se lavoravo.
Oggi tornerò a parlarvi della Valchiusella, che per me è un luogo del cuore. Dalle foto capirete che la mia visita risale al periodo giallo invernale, e che ora la visita è assai più remunerativa sia per i colori sia per gli animali .
Delle diverse parti della Valchiusella non ancora esplorate, una che mi ha sempre incuriosita è quella che circonda il bacino di Vistrorio.
Il lago
Come si vede, qui il bacino è ancora in veste invernale, adesso il bacino sarà probabilmente più in secca.
Per arrivare al bacino, è meglio salire non dalla strada della Valchiusella, che passa a lato della sponda sinistra dell’invaso fatto dal torrente Chiusella chiuso dalla diga Gurzia, ma da Baldissero Canavese con la Sp 61 sino a Vidracco, dove si può lasciare l’auto a fianco del Municipio (una costruzione gialla in stile tipico anni Trenta. Subito dopo il Municipio si scende sulla destra verso il lago. L’itinerario che fa il giro ( a metà) del lago si chiama Sentiero dell’uomo: dal Municipio si è circa a metà: si può andare verso la diga, fermandosi ai casotti di osservazione degli animali, e poi, ritornare sui propri passi e risalire non dalla strada iniziale, ma passare vicino a un prato dove pascolavano diversi cavalli e poi tornare sulla provinciale oltre il paese. Un itinerario adatto a tutti, perfetto per i bambini (pensiamo anche a loro, dai), meno “famoso” del lago di Meugliano, ma tutta la Valchiusella è favolosa.
Ho deciso di scrivere, senza nessuna pretesa di voler essere esaustiva, o di fornire dati statistici generali, alcuni articoli su come la montagna ha affrontato questo secondo periodo di chiusure.
Il primo articolo è dedicato all’Alto Adige e alla zona di Bressanone, le cui iniziative, in questo periodo, ci parlano di una programmazione che si spinge a tutta l’estate.
Ho domandato a Erica Kircheis dell’Ufficio Turistico di Bressanone quale è stato l’impatto della pandemia e mi ha fornito alcuni dati:
“Bressanone è una destinazione che lavora bene tutto l’anno. Maggio e giugno che per noi sono mesi importanti grazie al Water Light Festival e ad altre iniziative purtroppo nel 2020 non si sono potuti tenere e così la stagione estiva è partita molto tardi. Infatti abbiamo lavorato nel mese di luglio, agosto e settembre.
A causa della seconda ondata a metà ottobre l’anno si è praticamente concluso togliendoci la stagione autunnale che con il Törggelen è molto attiva. Per non parlare delle perdite avute per il periodo natalizio che registra normalmente uno dei momenti clou del flusso turistico.
Di seguito alcuni dati per poter fare paragoni:
confronto: 2019 – 2020, -40% di pernottamenti
Giugno, -80%
Luglio, -30%
Agosto, -10%
Settembre, -30%
Lo stop invernale è stato durissimo, anche perché i mesi dicembre-aprile incidono circa 40% sui pernottamenti annui.
Le strutture ricettive, gestite soprattutto da famiglie, hanno retto bene… e non pensiamo (e ci auguriamo) di perdere qualcuno… Preoccupante, invece è la situazione nel commercio (soprattutto negozi)… qui vedremo le conseguenze fra qualche mese.” Per molti aspetti la situazione descritta è comune ad altre situazioni: sono le strutture commerciali (e in parte i ristoratori) ad aver avuto maggiori problemi e non tutti hanno avuto accesso ai risarcimenti (i “ristori” giornalisticamente intesi). Nelle cifre mostrate si vede come i due mesi migliori sono quelli estivi, agosto e luglio -settembre, solitamente i mesi migliiori per gli appassionati. Questo coincide anche con la nostra esperienza, di un agosto decisamente affollato, molto simile ad una situazione di quasi normalità, mentre luglio e settembre sono stati decisamente meno affollati, pur avendo frequentato luoghi diversi da Bressanone.
il lago di Varna, che io amo molto, (courtesy Brixen Tourism)
Come sapete non sono un’agenzia di stampa, e di solito non commento l’attualità, ma mi è proprio impossibile tacere rispetto a quanto successo ieri sul Mottarone.
Cinicamente, un ritorno alla normalità? Dapprima l’epidemia di Covid ci ha chiuso momentaneamente gli occhi sul nostro paese in cui tutto o quasi scricchiola, e ora, che grazie ai vaccini le cose vanno leggermente meglio, ritorniamo alle care vecchie e in fondo evitabili catastrofi: ma alla fine per evitarle basta un pizzico di fortuna… insomma non trovarsi nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Quante volte siamo saliti su una funivia e vi giuro che guardando fuori dai finestrini la domanda quanto siamo alti ? e se cade? me la sono sempre posta da quando a sei anni o giù di lì mi hanno messo sull’ovovia del Checrouit
lungolago di Stresa
Sono stata una sola volta al Mottarone, in auto, perché era inverno, faceva freddissimo, la funivia ovviamente era chiusa, e stavo pure covando un’influenza: il panorama era mozzafiato e il luogo deserto, non come ieri certamente.
Leggevo stamani di altri incidenti: io ricordo, personalmente, solo il Cermis, e lì non si trattava di incuria ma di devastante e colpevole errore umano. Non ho ovviamente soluzioni. ma certo, voglio sentirmi sicura, la prossima volta in cui metterò piede su una funivia e mi chiederò, come al solito, “Quanto è alto?”
Update26 maggio: ho appena ascoltato le notizie, e mi è montata una rabbia enorme: perché nel mio cinismo avevo visto giusto, anzi peggio di quanto potessi immaginare. Per un po’ di profitto in più. E il nostro fantastico Presidente del Consiglio vuole togliere i controlli (in effetti, per come li fanno, la nostra vita è tutta un rischio non si sta quanto calcolato)
Cosa avranno fatto mai i poveri valdostani per rimanere sempre in zona arancione? Basta un focolaio a Courmayeur? O ad Aosta? (dovrei stare zitta, qui in Mandrognistan Ville un’intera scuola elementare è finita in quarantena, dopo che la dirigente ha cercato di occultare un focolaio…una delle maestre, fortunatamente non contagiata, è la figlia di un’amica e ho potuto seguire la faccenda sin dall’inizio. E’ successo il finimondo e alcune famiglie hanno deciso di presentare denuncia contro la dirigente. Giustamente. Sono contenta di non essere a scuola, in questo periodo. Anziché in ospedale sarei probabilmente finita in galera. Per omicidio. E ho un immenso rispetto per i colleghi che hanno dovuto affrontare la malattia, la didattica a distanza e pure certi dirigenti e hanno mantenuto la sanità mentale. Ci credevate, che avevo smesso di parlare del mondo?)
Il caso della Val d’Aosta è però emblematico del fatto che a fronte di molti progressi, che hanno un solo nome: vaccinazione di massa, dal gelido inverno non siamo ancora fuori. E la luminosa primavera per ora ci ha riservato più freschetto e pioggia che altro, il che per me va benissimo. In questo periodo ho sbagliato equipaggiamento una sola volta – avevo troppo caldo, ma fortunatamente ho sempre in auto la mia vecchia giacca Lafouma (un supersaldo in un negozio ormai defunto) che tengo in auto come emergenza. E come sapete la camminata sotto la pioggerella è uno dei miei must.
in viaggio
Adesso che possiamo più o meno andarcene di casa, posso dire che grazie al lavoro che faccio, me ne sono andata in giro per il Piemonte anche in zona rossa (l’ho già detto, ho disboscato un pezzo di foresta amazzonica a forza di autocertificazioni). Sono andata fotografare pezzi di Val d’Ossola e dintorni, che vedrete dalla prossima settimana, per un lavoro scientifico che spero passi la peer to peer verification. In ogni caso, con tutto chiuso per il covid, varie fondazioni che non rispondevano alle mail e altre amenità, non mi è restato che andarea fotografare di persona l’oggetto della mia ricerca (non sto a raccontarvi questioni legate all’uso di immagini protette da copyright: anche se le trovate su internet, di solito sotto c’è un disclaimer del tipo, sono sul tal sito, se sono protette sono cavoli tuoi, e in ogni caso, se lavori per un ente pubblico è meglio che non lo siano).
Per farla breve non ho incontrato nessuno, nessuno mi ha fermato o quasi, non ho subito inquisizioni di nessun tipo.
Solo un paio di scenette buffe. Ero a Cadarese in Val d’Ossola, davanti alla centrale dell’Enel (vi lascio la suspence di sapere perché di tutte le cose possibili sono andata in cerca di centrali elettriche): cancelli tutti aperti (sappiatelo, se volete fare attentati, che nessuno vi chiederà niente o quasi, santo cielo), entro pronta a spiegare, ho due macchine fotografiche, il treppiede preso a prestito, lo zaino e piovicchia, quindi ho il cappuccio della giacca a vento su, scatto quello che devo scattare e con la coda dell’occhio vedo un’auto dei carabinieri che sale da Premia, dove c’è la caserma, inchioda in mezzo alla strada e sta lì. Immaginate la scena: la centrale è di fronte a una zona picnic, in giro tranne me, la mia auto e loro non c’è un grillo e pure piove. Stanno un po’ lì e poi se ne vanno. Ho avuto un vago senso di sollievo.
Quel sabato lì è venuto il sole, faceva freddo, io sono stata poi a Valdo (centrale dismessa), Sottofrua, pure, cascate del Toce e Riale, ho incrociato l’auto in su o in giù almeno altre tre volte, a Valdo gli ho pure inchiodato davanti per trovare l’imbocco del parcheggio, e niente. Probabilmente avevano controllato la targa dell’auto e scoperto che sono perfettamente innocua. Un amico che è un ex dell’arma, ma come gli agenti segreti, una volta dentro sei carabiniere per sempre, mi diceva che hanno avuto regole d’ingaggio precise, cioè di non disturbare più del necessario. Per altro, ho sempre trovato pochissima gente in giro e quelli con cui mi è capitato di scambiare due parole, se erano forestieri erano gente da seconde case.
Seconda scenetta: ritorno da Varzo, ultima centrale, bella giornata, sette soli e pure caldo, statale del Sempione deserta, letteralmente, vedo un’auto dei carabinieri ferma in una piazzola, penso ora mi fermano, e infatti come mi avvicino, paletta e segno, accosto, metto il freno a mano, metto la mascherina che in auto non indosso, ovviamente, tiro giù il finestrino, ho le mie autocertificazioni sul sedile del passeggero, sono un ragazzo e una ragazza che faranno insieme quarant’anni: “buongiorno, signora, vada pure”, buongiorno a voi e ciao.
In entrambe le situazioni, io (e credo non molti altri) ho avuto un vago senso di colpa: per avere “una buona ragione” per muovermi, per avere la buona salute necessaria per farlo, e un lavoro alle spalle – un lavoro culturale, tra l’altro, di quelli che per i più sono sostanzialmente inutili – in un ambiente che in tutto questo anno e oltre ci ha protetti, me e gli altri che ci lavorano, e non lo dirò mai abbastanza, sono molto molto molto fortunata. E soprattutto mi sono sentita in colpa perché questo lavoro di ricerca, oltre che lavoro per me è divertimento , passione, e intanto che cercavo quello che mi serviva mi sono passata delle belle giornate in mezzo alla natura, camminando e in perfetta sicurezza: poca gente, all’aperto, mascherine tirate su se ci si incrociava da vicino, saluti.
In sintesi, no dal gelido inverno non siamo ancora fuori, e tra chi si assembra in mezzo al prossimo senza sessun senso civico e senso di colpa (ricordo che nemmeno prima ero un tipo da folla) e chi si sente in colpa in mezzo al nulla, direi che dobbiamo trovare una via di mezzo.