Trittico

“in questa notte di prodigi”

incresparsi d’arpe
per questa primavera di sonagli

e storie più antiche
di estenuanti miraggi
ormai sfocati

come i lampi improvvisi
e cadenzati
d’una tua caduta

e niente più cembali o tirsi
fragranti
ad incendiare le tue
notti ritmate,
ma piuttosto l’indefinito e sabbioso
girondolare verso
il portico severo

verso l’altro bordo della voce
nella tua ultima
silenziosa
stagione.

9-1-2007

“Mandrognistan”
(scortesie per gli ospiti)

questo è per quando
sosti girondolando di sole in sole

nel giorno del leone,
con lo scudo trafitto da insinuanti magie;

per quando non s’arrende al solstizio immemore
la neve perpetua dell’anima.

Questo è il transumanar
lindo e febbrile sull’orlo incenerito
d’una promessa;
quando la tua casa s’accende d’attese
enigmatiche e lievi
e dal vetro corinzio filtrano le ombre
d’una cavernosa dimenticanza.
13-1-2008

“passavolante”

sarebbe bastato con la neve caduta
questo mio rincorrerti
in un silenzioso momento di vuoto

troppo lontano dal seggiolino della giostra
che girando solleva i nostri corpi
quando non accedevo quello strano pensare
quando occorrevano rincorse spinte giochi
senza il pianto

quando volare non portava il peso dei
corridoi spenti
degli occhi chiusi
delle promesse disattese
scivolare di cielo in cielo come un albatross
sbiadito in un impetuoso novembre
ma olmento senza rete
senza la gravitas
di un’altra bugia

sarebbe bastata un’altra lacrima nascosta
dalla protezione fiorita
di un dolcissimo svanire
sarebbe bastato il ritrovare la forma di un gioco
per salutarti un’ultima volta
ancora prima dell’addio.
21-12-2008

(non sono mie, le poesie, ma di mio marito Francesco Roggeri. Un omaggio, perché, se pur sovente a denti stretti, ancora sopporta la mia passione per la montagna)

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Le solite novità…

Il nord Italia è di nuovo sotto la neve, le scuole sono chiuse per due giorni, ma anziché propinarvi la solita astronave di ET, cioè il lampione di piazzale Ambrosoli, vi offro  Vercelli, grazie al mio amico Edoardo Villata (dott. prof. Gran Storico dell’Arte, veramente – è lo specialista, in Italia, per ciò che concerne Gaudenzio Ferrari e la pittura lombarda del Seicento).

nevicata a Vercelli

nevicata a Vercelli

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Auguri, ancora

Questa volta sono auguri che rivolgo non solo a me, o a chi mi sta a cuore, anche se solo via etere, per così dire. Gli auguri vanno a Riccardo Cassin e ai suoi cento anni (benissimo portati, per usare un luogo comune). Finalmente i media ne hanno parlato in modo non sensazionalistico, come questa estate: eppure, la constatazione è, se guardiamo ai media generalisti, che o si va a fare del catastrofismo ( la montagna assassina, le valanghe killer) o si pesca nelle leggende le passato. (A proposito, io ho letto la notizia sulla carta stampata, ma non ne ho visto traccia in televisione – è perché la guardo troppo poco o perché è passata solo nei Tg regionali? o non è passata proprio?) Giustissima, questa leggenda, in ogni caso e a me personalmente cara, perchè su Cassin e la scalata al pizzo Badile verteva il primo pezzo commissionatomi da Alp anni fa.

Cassin rappresenta un modo di fare alpinismo in cui mi riconosco ( e non per età), ma perché è rigoroso e guarda la montagna a viso aperto.  E poi, gli eroi come lui non vanno mai in pensione…

Consigli di lettura : l’autobiografia Capocordata. La mia vita di alpinista per Vivalda, e il numero speciale di Alp Ritratti a lui dedicato ( e che con un edicolante in gamba si può anora reperire).

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Auguri

Auguri a me…perché non si sa mai (conosco gente che per Capodanno fa complicati rituali di protezione).

Auguri a chi mi sta intorno, umani e animali, anche qui, perchè non si sa mai.

Auguri a Elisabetta, GianMarco ed Ennio, con cui vado in montagna, meno spesso di quanto vorrei.

Auguri a Luisa, che quando riusciamo ad andare in montagna insieme è un avvenimento.

Auguri a Paola, perché con lei sono andata in montagna un sacco di volte (anche se non si ricorda mai come si fa a connettersi ad internet).

Auguri a mes chérs disparus: i miei genitori, che mi hanno portato in montagna, mia zia Ester che andava a sciare,  Davide e Mina di Courmayeur…questo percorso è orami troppo lungo.

Auguri a Franco che adesso ha l’influenza.

Auguri ad Adriana ed Edoardo, loro  sanno perché.

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Sommario

Quest’anno non mi posso lamentare, in quanto a frequentazione con la montagna. Ci sono stati anni peggiori. Certo è cominciato con una brutta influenza, ( e speriamo che non finisca allo stesso modo) e il dané mi ha costretto a qualche ripensamento della mia attività escursionistica, ma statistiche alla mano, ho fatto sei escursioni con le racchette da neve,  diciotto escursioni di una giornata (contando anche le vacanze), quattordici escursioni da mezza giornata e tre o quattro volte sono andata a correre al mare, una sola sul lago maggiore. Parrebbero poche, ma vi assicuro che per poterle fare mi sono dedicata a veri equilibrismi. E ora c’è anche il blog.

Bene, auguri a tutti, tenete bambini e animali lontani dai botti etutti voi alla larga dagli incidenti stradali ( così cominciamo su una nota di ottimismo…)

BUON ANNO

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S.Stefano all’outlet

Perché andare a S.Stefano all’outlet? Per fare una cosa risolutamente all’americana. Perché ho l’invito per l’anteprima dei saldi ( mi arriva via e-mail). Perché a Vicolungo il 26 faceva un freddo cane, ma c’era una vista sulla catena del Rosa assolutamente impareggiabile. Specie al tramonto: il Monte Rosa rosa/rosso. Non so se la marea di gente che passeggiava lo sapeva, o se ne accorgeva. E questa è la sorpresa: avrei detto che il 26, quando tutti sono lì a digerire il cappone o il capitone, quel posto, che è proprio molto all’americana e molto una cattedrale in mezzo al nulla della piana vercellese ( Serravalle almeno ha la pretesa di somigliare all’ architettura ligure), sarebbe stato deserto. E così avrei visto i miei saldi non ancora saldi in santa pace. Invece no. Il parcheggio era strapieno, i negozi anche: Think Pink era inavvicinabile, per dire, e così molti negozi di articoli sportivi, per non parlare dei bar. Da Lindt, per prendere la cioccolata o il varesino, c’era la coda fuori.  E le commesse erano persino gentili e cordiali (una giusta e doverosa segnalazione, visto che lavoravano quando tutti gli altri stavano ancora digerendo). A Serravalle, l’ultima domenica prima di Natale, ho letto sulla Stampa, c’erano diecimila persone ( forse  ho letto male, ma immaginate tutta la popolazione di Serravalle che si è spostata qualche chilometro più in là).

Però la vista sul Rosa era davvero impagabile ( anche i miei acquisti, però)

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Buon natale? Buon Natale!!!

lo gnomo portafortuna

Questo è uno gnomo portafortuna che ho fotografato a Brusson due anni fa: l’unica cosa che sappia di vagamente natalizio nella mia Library di IPhoto. Quanto alla fortuna, ognuno può pensarla come crede. In ogni caso, AUGURI !

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Ma quanta neve, quanta…

Ieri mi veniva in mente una poesia sul Natale (Guido Gozzano, credo, ” Maria già trascolora, divinamente affranta /il campanile scocca la mezzanotte santa”) non per la mezzanotte santa, ma per la tanta neve, che era una specie di ritornello della poesia. Non credo, da quando vado in giro con le racchette da neve, di averne mai visto tanta da affondare, talvolta, sin quasi al ginocchio racchette e tutto. Sono andata in Val Sapin ( a Courmayeur), perché quello è un classico percorso da racchette da neve ( e infatti ho incrociato un gruppo di altri racchettanti) e perché, soprattutto, è un percorso sicuro, con le debite cautele. Sino a Tzapy si cammina nella foresta in una bella strada interpoderale. Quando la foresta si dirada invece, è molto molto facile vedere piccole slavine o colatoi che scendono dalle pendici del Monte Saxe e dalla Testa Bernarda; a me, anni fa è capitato che ero quasi ai Trou des Romains, che da allora sono off limits. Del resto, la pista di fondo in Val Ferret era chiusa e con quella tutte le possibilità di escursioni da quelle parti; e dopo aver visto la neve accumulata in cima al Mont Crammont risalire da Dolonne verso l’Arp non era proprio consigliabile. E meno male che a Courmayeur è nevicato meno che altrove e ha fatto molto più freddo che altrove (l’altra notte, ho letto, la minima è scesa a -12 quando ad Aosta era 0). Però ieri il tempo era splendido e io ho fatto la sauna perché avevo l’imbottito più pesante – così il raffreddore altalenante che mi porto dietro da qualche giorno ( c’è gente che ti alita addosso i suoi bacilli) non sarà più altalenante, ma certo preferisco essere io la causa dei miei raffreddori, specie se sono la coseguenza di una giornata splendida trascorsa nel silenzio e nella pace più totale – anche il mormorio del torrente Sapin ghiacciato era attutito. E alla fine ho anche avuto il piacere di vedere il Dente del Gigante rosa al tramonto. La pace di ieri è, credo, il massimo che posso fare quanto a spirito del Natale.

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Analogico / digitale

In questo periodo di regali (in cui il cazzeggio prevale sulla montagna – semplicemente perché non ci posso andare, in montagna, perché lavoro, perché a Natale hai sempre da fare, perché il pericolo valanghe sta a 5, perché qui piove sempre e lì nevica sempre fermatemi…) io e mio marito, come succede a chi sta insieme da tanto quanto AndyCapp e Flo siamo andati per regali. Il mio a lui, l’ho fatto a fine novembre. L’ho portato a Trivero da Ermenegildo Zegna e abbiamo passato un pomeriggio nel negozio, non c’era nessuno e la vendeuse, però, (in quei posti non osi dire commessa, una mia cara ex alunna che lavora da Dolce e Gabbana si chiama sales assistant, e avrei voluto avere lei quel mercoledì) la vendeuse, però, dicevo, era in un giorno di scazzo. In ogni caso, io invece volevo uno zoom per la reflex digitale, che secondo mio marito, è come comperare una katana del ‘500 per tagliare il lardo di Colonnata. Però la fotografia è il mio hobby, da quando a dieci anni, usavo la Ferrania, non reflex, che mio padre si portava dietro in montagna.  E quello, vi assicuto è un bell’allenamento per chiunque, perché in ogni caso era tutta manuale e bisognava indovinare l’esposizione, il diaframma, e la distanza per la messa a fuoco, e stare bene attenta a centrare l’inquadratura: è rimasta famosa, in famiglia, e un giorno o l’altro la passerò allo scanner, una foto, rigorosamente in bianco e nero, di mia madre in abito a fiori in piazza San Pietro ( viaggio di nozze classico), tagliata esattamente a metà, per il lungo, da un ragazzo con un enorme mazzo di fiori. Mio padre  era famoso per ghigliottinare la gente in fotografia, ma per il lungo… Dopo la Ferrania, e molte insistenze, i miei mi regalarono per Natale una Canon AT1, la mia prima reflex (che non si scorda mai, come il primo bacio), equipaggiata progressivamente con un 28mm, un 50mm, un 120mm (in montagna avevo uno zaino solo per l’armamentario) e finalmente con un 28-200, detto il cannone (tutto Canon), che ci sta ancora attaccato. Poi mio marito mi ha regalato una Canon Eos50 con un 28-80mm, molto più leggera e maneggevole. Poi, avendo comperato anche un computer più potente, mi sono fatta la prima digitale, una Minolta. Sì, ho tradito la Canon, qui, per tre ragioni: il prezzo, la compatibilità Apple, e le il fatto che le Canon di tre anni fa , quelle piccole erano troppo automatiche per i miei gusti. Sono molto affezionata alla mia Minolta DImage Z3 da 4 megapixel . E’ piccola, maneggevole, ha lo stesso menù delle mie Canon, e l’ho già sbattacchiata su e giù ben bene: nella mia galleria sono fatte con quella le foto della Valsesia; le altre invece vengono dalla mia ultima macchina, la Canon 350D, che ho comperato in un momento di follia da mediaworld perché era in offerta. Lo zoom era per lei, un Tamron 28-200.  Ho le mie foto ben ordinate, in computer e in album, di tanto in tanto me le guardo (e vedere come sono cambiate le montagne è abbastanza terrificante) Come funzionerà, lo saprò dopo Natale. Quale macchina fa le foto migliori? Ve lo lascio indovinare…A proposito, ho visto le foto di Tempesta (tempestapfx.blogspot.com) e credo anche lui abbia a che fare con la Mela…

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In ogni caso, nessun rimorso….

Il tempo è quello che è, e ieri era quello che era e domenica anche peggio: deprimente. Da quando è mancata mia madre, il Natale, che già non era tra le mie Festività preferite, mi deprime ancora di più. (Forse perché si è più o meno costretti a fare cose che si ha poca voglia di fare, tipo telefonare a persone che quando va bene incontri ai funerali, mandare auguri, ostentare un’aspetto festoso, addobbare la casa, mangiare pranzi troppo abbondanti e sentirsi in colpa – l’altra botta me la dà Capodanno, da anni dicevo a mio marito che non si era obbligati a uscire a tutti i costi e lo scorso anno lo abbiamo fatto, peccato avessi la febbre a 39 e stessi malissimo.) Allora ho deciso di andare a correre, ma non a casa , perché l’abituale percorso qui si snoda dietro la municipalizzata dello smaltimento rifiuti,  a fianco del cimitero. tra l’atmosfera e la puzza, perfetto per il mio umore. Così ho preso la macchina e sono andata a Frassineto Po a correre lungo il Po. Meno deprimente, ma con la nebbia a banchi. D’estate si corre sull’argine interno in mezzo agli alberi fioriti. Adesso si camminava speditamente sull’argine interno in mezzo a sbuffi di foschia. Il fiume a un centinaio di metri in mezzo ai pioppi (o betulle? in biologia sono sempre stata una scarpa) era alto e marrone. Correre, ho corricchiato: l’esercizio fisico è altra cosa, e le endorfine anche. In ogni caso, non mi è proprio piovuto sulla testa, e le piste lungo il Parco Naturale del Po da Casale a Valenza sono perfette, per correre e per la MTB.
Il titolo era il motto di una banda di bombaroli francesi dell’inizio del secolo (Pino Cacucci ci ha scritto su un bel libro, qualche anno fa…)Afferrato il nesso?

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