In Appennino

Ieri sono andata in montagna (in Appennino, ma sempre montagna è) e in effetti è stato un caso classico di meglio se me stavo a casa. Sono andata a percorrermi un pezzo dell’Alta via dei Monti Liguri dal passo del Turchino, lascaindo la macchina nel primo slargo che ho trovato libero sulla strada del passo del Faiallo. Potevo evitare la fatica: non c’era nessuno e tirava un vento gelido che neanche in montagna (quella vera, e lasciamo perdere la discussione su cosa sono gli Appennini). La vista, c’era, e il balcone che è a picco sul mare, e sei tra montagna e cielo, a me piace moltissimo; peccato che dato il freddo avessi il cappuccio dell’Infurno bel calcato in faccia e vedessi a malapena dove mettevo i piedi. C’era neve molle a chiazze, abbastanza da essere noiosa, non abbastanza da mettere su le racchette, che così mi pesavano nello zaino. Ci metto una foto estiva, perché no, la macchina non ce l’avevo

dall'alto il mare

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I miei primi e ultimi quarant’anni

Giovedì, un’altra bella giornata delirante, era il mio compleanno: l’ultimo dei miei primi quarant’anni. La mia bacheca su Facebook, che per altro non controllo quasi mai, è collassata sotto gli auguri (dei miei alunni – un’operazione di basso lecchinaggio). Volevo andare in montagna per dimenticare (non il peso della bacheca ma dei miei anni), ma niente, brutto tempo anche questo week end e così ho passato il tempo a leggere libri di montagna (dovrei aggiornare anche il blogroll su aNobii, ma ci pensate mettere in rete migliaia di volumi, nemmeno mi ci metto) Mi sono divorata Turista della neve di Charlie English, che è interessante divertente e molto inglese; per la cronaca, se quella del 1975 – a giugno – è stata l’ultima nevicata registrata in Gran Bretagna (del genere? in assoluto?) quella di quest’anno che ha paralizzato tutto il sud est dove la mettiamo?

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Una pubblicità vivente

La giacca che ho provato giovedì è una Infurno Patagonia, che ho preso in saldo (il venditore non me l’ha tirata dietro, ma quasi), perché pare che Patagonia non voglia fare più le Infurno, le dismetta eccetera. Sembra la storia gemella dei miei scarponi SanMarco. Più lunga, forse, ma non potrei dire. Mi è arrivato per e-mail dal negozio Patagonia di Milano l’invito a partecipare ad un’occasione speciale in cui ci sarebbe stata una sorta di gara del cliente affezionato, ossia chi portava in negozio il capo più vecchio. Non ho potuto andarci, per impegni precedenti, e mi è spiaciuto, perché il mio capilene color senape, anno 1985, avrebbe fatto la sua sporca figura. E ancora me lo metto. Oddio, non ho nessun preconcetto a comperarmi dei pantaloni di pile da dieci auro da Decathlon, in questo periodo, poi … anche perché in casa la mia principessina adora il pile e spesso vado in giro con più pelo addosso di lei (ed è tutto suo, tra l’altro). Però…in un cassettone che ho dovuto svuotare causa demi trasloco – a proposito, credevo di aver finito e purtroppo mi sbagliavo, prima che il mio studio ritorni ad essere uno studio e non un deposito ci vorrà ancora un mucchio di lavoro – ho trovato i pantaloni da montagna di mio padre (in cui sto a malapena perché mio padre è sempre stato più magro di me), di lana, in perfette condizioni e senza una tarma – quelle maledette che si sono mangiate una volta un mio top di cashmere. Mio padre è morto l’anno prima che io comperassi quel pile color senape. I suoi pantaloni sono  lì credo da prima che si sposasse (come il servizio Richard Ginori che è diventato il tormentone di questo periodo). Mi domando quanti oggetti ci saranno ancora di me tra cent’anni ( e ce ne saranno, quantomeno se lascerò i miei libri ad una biblioteca) – sì i libri tra cent’anni ci saranno ancora, è troppo scomodo leggere da un computer. Ennio, sursum corda . (questo va, per così dire, tra noi).

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In montagna finalmente

Giovedì sono andata in montagna, finalmente. Sono tornata in montagna, mentre mio marito lavorava senza sosta giovedì pomeriggio ( anziché stare in casa ad accudire la gatta, che solitamente si accudisce da sola, posto di ricevere le consuete due o tre ore di coccole televisive la sera). Era una giornata troppo bella, e ventosissima, per spenderla al chiuso. Sono andata ad issime, con l’intenzione di prendere le racchette e farmi lo sterrato sino a Gaby, quello che corre lungo il fiume, costeggia la piccola centrale elettrica, alcune frazioni, una cava e arriva al centro sportivo di Gaby.
C’erano candeloni di ghiaccio ovunque e lo sterrato lungo il Lys verso Gaby, quello dove corro/ cammino l’estate – era invaso da una marea di neve che era ormai dura come pietra. Le racchette facevano un rumore di sega elettrica. In ogni caso la mia giacca nuova, che era in rodaggio anche lei, ha lavorato a meraviglia, mi ha tenuto caldo senza farmi sudare le proverbiali sette camicie.  Subito prima della casa lo stradello era interrotto da una massa di neve, ghiaccio, alberi terra e quant’altro. Ho pensato che l’uomo ci avesse messo le mani, in fondo non ero più stata lì dall’estate e poteva benissimo che a qualcuno fosse venuto in mente di costruire e/o fare qualcosa lungo il terreno di esondazione del Lys, non si sa mai. Invece a guardarla da vicino sembrava proprio una slavina. In ongi modo c’erano altre tracce di racchette che mi indicavano come oltrepassare l’ostacolo e così ho fatto. Da vicino era proprio una bella slavina ( e me lo anche confermato la padrona di Walser Delicatessen), che deve aver fatto molto rumore.  Ad ogni modo era una giornata perfetta, mi sono fatta un’ora e mezza di strada in totale solitudine e sono tornata in tempo per recuperare mio marito al lavoro…

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Perché non si vive sulla Luna

Cari signori Englaro, vi porgo le più sentite condoglianze per Eluana, e vi prego di credermi se vi dico che che comprendo e condivido totalmente il vostro operato. Signor Peppino, lei ha dimostrato un notevole coraggio nell’opporsi all’ipocrisia di chi proferisce granitiche certezze, salvo poi, al momento opportuno agire di nascosto. Basta che non si venga a sapere. In questi giorni mi domandavo, ma tutta questa gente ( e c’era pure mia cognata, tanto per dire) si rende conto di cosa significa vedere qualcuno che si ama, come si ama una figlia,ridotta ad un guscio vuoto che solo in qualche particolare poteva ricordare la persona che era (era stata)? Non credo che la vita sia questo. E sono felice che a suo tempo mio padre sia stato abbastanza lucido da rifiutare ciò che per lui era accanimento terapeutico; che forse, certo gli avrebbe allungato la vita; ma quella per lui, ne sono certa, non era più la “sua” vita. Signori Englaro, l’amore si manifesta in molti modi, anche nel lasciare andare qualcuno che amiamo. Grazie per il coraggio che avete dimostrato. Quanto a me, vista l’incivile gazzarra di questo periodo e i tempi non buoni che si prospettano per chi come me crede nel libero arbitrio, rendo il mondo edotto ( e in primis mio marito e i miei amici) che in caso di coma irreversibile non desidero accanimento terapeutico, terapie palliative o alimentazione e idratazione forzata. Può darsi che in seguito cambi idea, ma il libero arbitrio è anche questo, mi sembra.

(perché non si vive sulla Luna, e non mi sembra che si possa far finta di niente…)

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Noi, che abbiamo visto Genova

Come nella canzone di Paolo Conte. Perchè non ne potevo più dell’altalena pioggia-neve-pioggia-neve-tracheitequasisenzafebbre. Perché lo so potevo pensarci, programmare, telefonare, ché qualcuno a Sampierdarena poteva legittimamente aspettarselo, vero Ennio?. Epperò la mia amica Luisa mi ha telefonato alle tre e mi sono messa in marcia alle tre del pomeriggio. Sotto la pioggia. Morale, per non farla tanto lunga, io l’aspettavo al suo casello, lei era venuta al mio, e probabilmente ci eravamo pure incrociate lungo la strada (cioè, le cose che racconto su un blog, ma se le dicessi a mio marito mi farebbe internare). Così, i cellulari sono una gran cosa, ci siamo trovati ad Ovada, e io sono pure arrivata prima (ho fatto la bretella Predosa Bettole ai 160. Lasciata la macchinaa Piccapietra, scoprendo che la berlina è lunga quanto una Mercedes e sporge (gente, fate parcheggi più lunghi), shopaholics a Genova hanno fatto due volte la classica via XX in su e in giù, sono passate alla Fnac (a vedere quanto costano i nuovi Macbook Pro – che gli è venuto in mente di togliere la porta firewire), si sono fiondate al Coin (dove c’era una temperatura tropicale che a momenti provocava alla sottoscritta un collasso da crollo di pressione) e nel tempo che l’una comperava una padella, l’altra, cioè io, spendeva una fortuna da Mac, e riusciva a farsi anche fare la faccia dal make up artist: meraviglioso, peccato che la mia uscita del sabato fosse la multisala di Spinetta con mio marito e due ragazzetti che mi hanno chiamato signora per tutta la sera. Abbiamo finito girovagando per un’altra oretta nei caruggi. Ma giovedì, oh, giovedì….(si annunciano altre nevicate?)

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Under construction

Vi dò una notizia nuovissima…nevica. Volete sapere se sono andata in montagna? La risposta è no. Sabato perché ho dovuto preparare una festicciola domestica ( e sbaraccare velocemente presepio e albero di natale…mi vergogno un po’) domenica perché dopo la festicciola venuta benissimo mi è saltato addosso qualunque germe, che stavolta la solita dose da cavallo di Actifed/Zerinol non è riuscita ad abbattere – di solito ci riesce, ma un paio di volte l’anno non c’è verso, e l’unica cura è stare a letto, che non è proprio malaccio se uno riesce ad abbattere i vari sensi di colpa (lavoro, doppio lavoro, articolo da scrivere – è sul computer grande- commissioni e pagamenti che devono essere fatti se no sono guai ecc. ecc. eccì). Così, fortificata dal successo di Apple che ha surclassato Bill – vai così Steve – magari le mie due azioni due – sono applemaniaca sino a questo punto – aumentano di valore, ho messo in cantiere una nuova page, che vedrete prossimamente.

Ah, bambino con mamma snaturata che mia hai tossito addosso all’esselunga venerdì, se ti rivedo ti dò in pasto al Yorkshire Terrier del mio vicino, disgraziato!

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Passato e presente

Come prevedevo, niente montagna, questo week end, ma tutto sommato la cosa non mi ha pesato troppo: non quando ci sono amici cari, vecchi e nuovi, con cui condividere un po’ di tempo.

Di fatto, la cosa più simile all’essere stata in montagna è stata , giovedì, la lezione inaugurale della Scuola per la Buona Politica. A Torino c’erano ben sei gradi, ossia la giornata più calda da un mese almmeno, forse più e mentre  cercavo l’ingresso del comodo ma orrido parcheggione di piazzale Valdo Fusi cercavo di ricordarmi quando era stata l’ultima volta che ero andata a Torino. e continuavano a tornarmi alla mente le Olimpiadi. E’ possibile, per carità, che siano ben due anni, in realtà quasi tre, che non metto più piede in quella che è la mia seconda città. Mi sembra strano, ma è possibilissimo, vista la piega di questi ultimi due anni. Una delle ultime volte ero andata a vedere gli allenamenti di hockey con mia madre, giusto per essere là, e senza sapere nulla dell’hockey né io né lei (era facile entrare,  intorno al palasport si poteva persino parcheggiare, ed era quasi gratis).

Bene, ho visto un po’ di vecchie facce, non tutte quelle che pensavo di vedere, Michelangelo Bovero mi ha chiamato la sua ragazza (neanche più mio marito…), sono felicissima di essermi iscritta, mi sono fatta la mia passeggiata preferita, via Bogino, via Po, piazza Castello, via Lagrange, via Cesare Battisti, via Roma, piazza San Carlo (pedonalizzata e con i lampioni colorati, bella), via Giolitti. Ho visto che gran parte dei miei ricordi è ancora lì  (il turnover con cui le cose cambiano dalle mie parti è simile solo a New York, non certo alla solidità sabauda – ma noi siamo avanti), compreso il fatto che al di là di via Roma e di qualche via centrale, è come sempre buio pesto e molto inquietante. Quel che non ricordavo è il traffico delirante dell’ora di punta: quaranta minuti solo per raggiungere la tangenziale.

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Niente pesce in barile

Niente pesce in barile: ho fatto il mio mini trasloco (qualche mobile, molti tappeti, un’iradidio di bicchieri, argenteria, cristalli, ninnoli, varie): un’eternità a impacchettare il tutto, un’eternità a spacchettare e non ho ancora finito. Niente montagna, niente fiera di St. Orso a Donnas domenica, niente fiera di St.Orso ad Aosta la prossima settimana, temo,  e ho di nuovo l’ansia.

Sabato da Fazio c’era Bonatti, e ho interrotto la cena per sentirlo un po’ (mi rifiuto di avere la tv dove mangio). E ancora mi piace, e mi piace soprattutto perchè non ha paura a dire che quello che cerca in montagna è la solitudine. Anch’io.  E mi sento fierissima di aver questo in comune con lui. (mio padre ci ha parlato diverse volte, con Bonatti, quando ero piccola e lui stava in val Ferret – lui Bonatti).

Domenica di nuovo la montagna assassina. E’ un incidente. E mi sembra strano. Ma è così la montagna assassina la domenica, e il lunedì nessuno dice più niente. Arrivederci, ragazzi ( da qualche parte poi ci si vede).

Martedì Obama (ma io tifavo per Hillary).

Oggi un delirio di commissioni.

Domani a Torino alla Scuola per la Buona Politica.

VOGLIO ANDARE IN MONTAGNA ( è uno yodel – o un mantra, vedete voi).

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Sono scappata

Sono scappata. Domenica scalpitando non poco, sono riuscita a liberarmi di tutto e sono scappata in Val Borbera. Non so se ci fossero i proverbiali due metri di neve, ma certo anche lì ne è venuta un bel po’. E se si esclude la provinciale, è ancora tutta lì. Volevo salire per il Monte Barillaro, subito dopo la casa cantoniera, e ho praticamente lasciato l’auto in mezzo alla strada. Era tardissimo, e alla fine ho camminato (racchettato?) nemmeno un’oretta. Sono scesa che era già buio orientandomi con la pila che tengo sempre in auto. La neve o la brina che fosse disegnava meravigliosi arabeschi sugli alberi, specie lungo la riva sinistra del torrente, alle Strette, e non faceva nemmeno così freddo: -1 quando qui la sera precipita a -13 (lo so lo il tempo non è equivalente al clima…ma erano anni che non faceva così freddo). C’era anche la luna. Non so che cosa mi ha preso, di fare la statale per tornare a casa. Credevo ingenuamente che a quell’ora all’outlet di Serravalle non ci fosse più il solito traffico pazzesco. Mi sbagliavo, naturalmente. Ci ho messo più di un’ora a fare trenta chilometri.

Ah, sono in fase di mezzo trasloco, e sto già sclerando: non so che cosa potrebbe capitarmi se dovessi fare un vero trasloco…In ogni caso se non mi vedete per qualche giorno, sono qui che sto impacchettando un Richard Ginori da 24 datato 1931…e poi dovrò spacchettarlo e rimetterlo a posto da capo.

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