Sempre antropologico

Qualche precisazione sul post della scorsa settimana da Innsbruck, anche perchè con il caldo che fa qui, la mia pressione non mi consente troppe elucubrazioni. E’ oggettivamente vero che ad Innsbruck la bellezza femminile è notevole e ben distribuita in ogni fascia d’età (quella maschile, per la par condicio, quest’anno va detto scarseggiava alquanto). Per evitare danni irreparabili alla psiche, basta far una cinquantina di km e ritrovarsi in Baviera: lì anche la più squarza, come dicono a Genova, fra noi ha le possibilità di Elisabeth Taylor da giovane. La classe è acqua, per così dire. Nel mio piccolo, sono stata abbordata dal solito vecchietto (senza offesa per gli amici over 60, ma io ho un seguito tra gli ultrasessantenni…) e anche da un commesso di libreria, peccato che mio marito scalpitasse di fuori…Ho molto da raccontare, compresa l’estate più calda degli ultimi dieci anni, dicono a Innsbruck, e il cervello non mi funziona abbastanza per farlo…(devo avere di nuovo la massima a 90)

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Aggiornamento

Due parole grazie ai potenti mezzi dell´Hotel Maximilian di Innsbruck (link la prossima volta) . fa un caldo incredibile, in giro c é pochissima gente (Ischgl  a ferragosto pareva un incubo bergmaniano) e si cammina, si cammina. E come diceva lo scomparso prof. Scamuzzi ai miei compagni di scuola del tempo che fu, figa a pacchi. Tremendo, per noi quasi due volte venticinquenni…

A presto

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Chiuso per ferie

Dato che, crisi o non crisi, Mandrognistan città sembra una città morta (non come negli anni ’70, ma comunque morta), un incubo bergmaniano o qualcosa del genere, ho deciso di affiggere anch’io un bel cartello con su scritto, chiuso per ferie, almeno temporaneamente.

A chi resta, c’è il nuovo centro commerciale Panorama (in Mandrognistan città ne sono già morti altri due, ma a questo hanno fatto apposta la tangenziale, per cui…) che anche lui è da solo un incubo bergmaniano.

Se siete come mio marito e un altro tot di gente che conosco che va in delirio alla soal idea delle vacanze, pazientate ancora 10 gioni10, non è poi così tanto… E buon Ferragosto !

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Nel frattempo…

Nel frattempo, Riccardo Cassin è andato ad un appuntamento con il Padre Eterno…

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Gruppo vacanze Piemonte Liguria Lombardia

io sono quella che ha scattato la foto

io sono quella che ha scattato la foto

E pur avendo  prestato attenzione a teste e piedi, qualcosa ho pur sempre decapitato, il Dente del Gigante. Però vi assicuro è ancora lì. Sono andata in montagna. Si vede. Mi sento benone, sopporto persino mio marito e il gatto e la montagna di roba da lavare che si è accumulata in soli tre giorni tre.

Sapeste cosa ho fatto… Ma bisogna pur sempre alimentare la suspense…

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Variazioni sociologiche sulla spiaggia libera di Arenzano. + A fiüm a fiüm

Sarà un sintomo di crisi? La bruttezza democratica che infestava l’ultimo angolo non lottizzato di spiaggia della Liguria è considerevolmente diminuita. Non ci sono quasi più extracomunitari (di solito, anche in un giorno estivo, anche feriale, qualche famigliola o gruppetto di ragazzi lo si trovava) Ci sono molti meno anziani (mio marito ha commentato “saranno morti”, il che non è cinico, ma per qualcuno di loro, temo, statisticamente probabile) Ci sono meno pance e meno cellulite, e anche meno bambini ( anche il calo demografico…)

Ci sono molte più ragazze giovani e carine, il genere che non ha ancora trovato una collocazione, perché le varie Cristine o Noemi hanno trovato il loro GF o il loro papi. E temo, però, che di papi in giro ce ne siano pochi, e anche di milanesi, l’unico che si fa notare è un grigio vecchietto, probabilmente ancora in servizio da qualche parte, che bonariamente minaccia un ambulante,  per la verità non  molto impressionato, di rispedirlo da dove è venuto se non è in regola, come “fa la Lega a Milano”…Ma l’aspirante Calderoli non trova molto ascolto.

per contro alle Strette a Pertuso non è cambiato niente, neanche i pesci… e quindi a fium a fium (così come si pronuncia)

(questo l’avevo fatto prima di andare in montagna, ma poi non ho fatto in tempo a postarlo, tanto i miei venti lettori si sono ridotti a uno e gli altri sono in ferie)

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Gatto Silvestro (senza Titti)

D’accordo, potrei piangermi addosso sulle mie numerose disgrazie, e in effetti mi piacerebbe molto farlo. Ma no…

Mi sono ricordata di Silvestro, il gatto siamese che abitava nella stazione dei Carabineri di Courmayeur, ed era del maresciallo e di sua moglie, che non avevano figli, e quindi Silvestro, che come tutti i siamesi aveva molta personalità, era un po’ il loro bambino (io ne so qualcosa) Per la verità, Silvestro non era un gatto particolarmente viziato, non come la mia principessina, in ogni caso, anzi era un animale molto indipendente, che o dormiva acciambellato sullo zerbino, o passeggiava sui tetti circostanti. La stazione dei Carabinieri, allora era nel centro di Courmayeur, appena dietro la casa dei Salluard. Quando era normale che la Forza Pubblica si mescolava ai Signori, e i Signori suddetti, normalmente prendevano il fresco sulla panchina rossa che i Salluard tenevano a fianco della porta d’ingresso ( i Signori affittavano il primo e il secondo piano, noi che  eravamo meno signori le mansarde, quelle da cui occhieggiava anche Silvestro a caccia di passeri, gli stagionali che lavoravano negli alberghi e nei risotranti il seminterrato, la distribuzione socio capitalistica funzionava così)

Chissà cosa penserebbe mio padre dei suv, lui che quando andava laggiù in montagna andava a prendere il latte dal pastore che lo portava giù da la Suche ai Salluard tutte le mattine (l’ho bevuto, anch’io, non bollito, non pastorizzato, e sono ancora qui)

In mancanza di Sivestro, pace all’anima sua, ecco la mia picci

PATSI

poco montanina, ma molto riposante (lei come Silvestro dorme tutto il giorno. Dentro un armadio…)

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Digging into the past (ancora!)

Se si decidere di rivangare il passato, meglio essere precisi. Il vecchio Caio, il calzolaio, in realtà aveva un negozio di scarpe, piccolo ed ingombro di scatole e scatoloni, almeno io me lo ricordo così, ma, certo, aggiustava anche le scarpe. Aveva la vetrina aperta e stava lì a lavorare, e chiacchierava con tutti quelli che passavano. Era un vero uomo di montagna, che indossava gli stessi grossi scarponi che vendeva. Per la verità, quando ero piccola, nessun abitante del luogo andava in giro con scarpe da città. Solo scarponi,  almeno gli uomini. Anche il nostro padrone di casa, il ragionier Salluard, aveva sempre grosse scarpe con la suola spessa, nere, e in un certo senso più eleganti. Del resto, me lo ricordo di più in abiti eleganti, gessati con il gilé e fazzoletto bianco nel taschino, piuttosto che in abiti da montagna (cioè camicia a scacchettoni, come quelle pubblicizzate da Carlo Mauri, e pantaloni di velluto). Per la verità, io appartengo già alla generazione successiva, che ha cominciato a smettere i pantaloni di velluto, lunghi o al polpaccio (variante femminile, la gonna pantaloni di velluto, come aveva mia madre). Per dirla con Giancarlo Motti, la nostra generazione di “falliti” ha cominciato a buttare a mare anche i pantaloni lunghi in generale, a meno che non fossero jeans ( e come facessimo non so, i jeans mi sembrano uno scafandro tanto quanto i pantaloni di velluto) Poco dopo, sono arrivati i pantaloni di cotone colorato, direttamente dall’America e dai fanatici dell’arrampicata. Se ricordo bene, il mio amico Remo era stato uno dei primi ad innamorarsene. Poi naturalmente erano arrivati i fuseaux da arrampicata, ma quello era un capo che non mi apparteneva ( e bisognava avere le gambette di Patrick Edlinger). Adesso, ci sono decine di marchi e si può essere fashion anche andando su bricchi sconosciuti (ma di solito si chiamano sponsorizzazioni).

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Ricordo

Parlavamo di pink ladies… quando qualcuno se ne va in montagna, specie se si tratta di una donna, si pensa sempre ad una fatalità, ad un errore. Mi piace l’idea di voler rimanere là, come chiese anche Casarotto, al K2. Ci possiamo raccontare un mucchio di cose, ma spesso non ci sono ragioni o spiegazioni.
Addio Caterina.

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Digging into the past (e tre)

Le vesciche sono sempre lì, il fastidio al dente anche, ma me lo devo tenere sino al 4 agosto, giorno del ritorno del dentista dalle ferie e di un teorico appuntamento preso un mese fa per fare tutt’altro (in teoria per rifare l’otturazione accanto) Odio andare dal dentista, e riesco a immaginare sei posti diversi in cui preferirei stare anziché sulla sua maledetta poltrona, e non tutti piacevoli, ma migliori. E in più costa quanto un carrozziere.  Tutto ciò ci riporta al passato… Ad esempio, all’ineffabile Caio, il calzolaio, che era in realtà un negozio di scarpe in via Roma, a Courmayeur, proprio sull’angolo dello slargo dove c’era la casa dei Salluard. Caio è morto da moltissimi anni. E al suo posto c’è stato un altro negozio di scarpe, una boutique che vendeva tacco 12 diamantate (adesso non so, non sono ancora andata a Courmayeur quest’estate e i negozi tendono ad essere molto più effimeri) Caio era un simpatico vecchietto quando io ero bambina, ma sinceramente non potrei dire quanti anni avesse. So solo che a Caio si deve il mio passaggio dalle scarpe di tela (rossa) da bambina allo scarpone di pelle con la suola in vibram, passaggio che si consumò non senza qualche dolore, e molte vesciche. Il primo paio di scarponi, dovetti non so più se buttarlo o cambiarlo: conoscendo i miei genitori e il fatto che Caio era più o meno un amico di mio padre, propendo per uno scambio o una sostituzione. Ma ci deve essere rimasto qualcosa di edipico nei miei scarponi, e a quest’età, alle vesciche non ci si fa più caso (purché i compeed siano invisibili sotto le mie tacco 12).

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