La montagna ferma il tempo

Sempre con in mente l’idea della ricostruzione di me stessa, sono partita. Come dice anche Lia, ormai è questione di tempo e di soldi. E di gatti, e di voglia. Ho tacitato il senso di colpa dando loro crocchette e coccole e bacini ( e il frontline, che non si sa mai – ma i dannati piccioni hanno smesso di venire a posarsi sul balcone). 

Il leit motiv è, affrontare l’ignoto. In compagnia, ma pur sempre ignoto, e fare un viaggio back to the roots.  Il primo pezzo che avevo scritto per Alp  riguardava il Pizzo Badile e la prima scalata di Riccardo Cassin della parete Nord ( il versante di Bondo). Piccolo particolare, io il Badile non solo non lo avevo mai scalato, non lo avevo mai neppure visto.  Se non in fotografia. Però, avevo visto molte fotografie, mi ero documentata,  le cie di vetta e tutto quanto, e quello sul Badile resta uno dei miei pezzi migliori. L’ho visto per l’appunto oggi. Il Badile, non il pezzo. L’ho fotografato, e poi è venuto giù un acquazzone. Potenza del simbolismo. 

Simbolismo due. A sera, con la convinzione che magari il temporale era passato, siamo andati a Bormio. Che è una cittadina molto graziosa, molto di montagna, e che non ha l’eleganza mozzafiato di Courma, o Cham, oppure Innsbuck. Ma mi è piaciuta. Ha l’aria della montagna – montagna, e non ha nemmeno troppi mostri da edilizia residenziale da anni del boom ( ma chi ha costruito quelle robe rosse sopra Sondalo, andrebbe messo al muro senza se e senza ma, la bruttezza fa male a tutti.) Mentre passeggiavamo nella via principale  di Bormio, guardo l’ora e dico, è ancora presto sono solo le sei e mezza. Ma va, mi dice Lia. Amen, un altro orologio si è fermato. E ormai sono cinque che mi hanno lasciato, e uno a titolo definitivo, perché gli Swatch quando si fermano , si fermano davvero. Voglio fermare il tempo, o almeno scendere per un po’ dalla giostra di fabbri, imbianchini idraulici avvocati…

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Notizie dalla mia cucina

In questi giorni, l’alpinismo e la montagna hanno avuto un po’ di risonanza in più nei media. Non in tv, per carità non sia mai, ma nella stampa sia online sia cartacea sia sui social media, sì. In parte è stata la morte di Ueli Steck, e già qui ci sarebbe da interrogarsi sul perché la morte faccia “più notizia”- ma è così sin dai tempi degli antichi romani, quindi, un po’ semplicisticamente, essere qui a scrivere della morte di altri ci fa sentire forti e “sopravvissuti”, è un climax psicologico e probabilmente non possiamo farne a meno.

Cosa è uscito dalle news di questi tempi ( fonti Montagna Tv e La Gazzetta dello Sport):

Marco Confortola in vetta al Dhaulagiri e poi impegnato in salvataggi in alta quota . Qui per vederlo in azione e avere un’idea di quello che fa, seguire il suo profilo fb come faccio io è  utile dilettevole sconfortante. Sconfortante perché a me che sto dietro una cattedra, che già è meglio di una scrivania, sapere che c’è chi la mattina ha davanti certi panorami e non un ospizio per anziani non sempre autosufficienti ( una sorta di memento mori anticipato), ecco mette una certa invidia. Però chapeau, c’è voluta forza e pazienza.

Hervé Barmasse e David Goettler  sono arrivati in vetta alla parete sud dello Shishapagma, ma forse non proprio in vetta vetta. Personalmente  rinunciare a pochi metri dalla cima, per non correre un rischio eccessivo, sembra una cosa sensata, che nulla toglie.

Simone Moro e Tamara Lunger hanno invece dovuto rinunciare all’ integrale delle creste del Kamchenjunga. Problemi di salute di Simone, questa volta. I virus intestinali fanno male al Giro d’Italia e anche in Himalaya, che è peggio, lo racconta anche Messner in uno dei suoi libri di quando prese la giardia in Karakoram, e gli ci volle un sacco di tempo a guarire. Anche qui, chapeau. Rinunciare è meglio che cadere.

Poi c’è la storia del tipo che è stato pescato nel Kumbhu senza permesso per scalare che voleva fare la traversata dell’Everest sud-nord, salgo in Nepal, scendo in Tibet, cioè in Cina , avete presente? Non aveva i soldi per il permesso. E nessuna esperienza alpinistica a cuii fare riferimento. Per tanto così, quando vinco al superenalotto ci vado anch’io, che ci vuole a salire sull’Everest, è tutta salita e ci posso andare con le ciaspole. (Per carità sto scherzando, ormai il senso dell’ironia è morto o moribondo) . Intanto come ogni anno vengono a dirci che è franato l’Hillary step. Per gli alpinisti occidentali non c’è più, per gli sherpa è sempre lì, mettetevi d’accordo una buona volta.  Capisco che l’Hillary step è l’attrazione turistica della via normale, che senza quello è veramente una micidiale salita su ghiaccio, dove ti ammazzano la fatica e l’altitudine più che le difficoltà alpinistiche. Ma la montagna è una cosa viva, nel nostro piccolo anche il Dru con la frana ha  cancellato una via famosa (e tecnicamente più difficile) ed è lì visibile a tutti, a testimoniare che i cambiamenti climatici ci sono e le conseguenze si vedono ovunque. Figuriamoci il terremoto.

La mia cucina nuova è pronta, il bagno è in fieri,  l’imbianchino ha dato forfait, il /i trasloco/chi incombe/ incombono e scalare l’Everest al confronto è la classica passeggiata di salute.

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Angeli

Oggi a pranzo, davanti a un piatto di tagliolini, ragionavamo io e Luisa sui casi della vita, e sulla nostra quarantennale amicizia. A Como . Dove siamo andate per dimenticare i nostri rispettivi problemi di lavoro,  di casa, personali. Perché tutte e due non eravamo più state a Como da almeno dieci anni o forse più. E le meteo erano clementi. Dopo l’immancabile giro in centro abbiamo preso la funicolare per Brunate e abbiamo fatto un lungo giro panoramico in mezzo alle ville liberty. Gli itinerari sono chiari, ben segnalati e con vista lago. Stavamo considerando l’idea di scendere a piedi (in salita due ore, 500m di dislivello, in discesa probabilmente un’oretta), quando dalla foschia il tuono si è fatto sentire. Abbiamo riguadagnato la funicolare in tutta fretta. In realtà su Como centro non è piovuto e ci ha solo disturbato. E ci ha lasciato un bell’arcobaleno. 

Se non ci fossero le amiche… sarei rimasta in casa a guardare il soffitto 

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Bisognerebbe 

Per quanto questa sembri una curiosa primavera, ho camminato. Ho camminato a Chamonix, ho camminato a Innsbruck (sotto la neve), ho camminato in Val Borbera. Poi sabato sono tornata dal lavoro sotto il diluvio, ho guardato i miei tristi zucchini rotolati nella farina di mais, ho guardato la farina di mais che miracolosamente Cinorosino non aveva fatto rotolare per tutta casa, e ho messo su il paiolo di rame. Il risultato fa tanto nouvelle cuisine. 

L’impiattamento come sempre lascia a desiderare, e qui credo di doverci lavorare, o finirò di mangiare come gli scimmioni di Kubrick…

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Addio Ueli Steck

Eiger record 2015 : se qualcuno tra voi che leggete questo blog non ha idea di chi sia Ueli Steck, può farsi un’idea vedendo questo video. Lo avevo postato a suo tempo su fb, commentando la bellezza e la perfetta inutilità della cosa. Vederlo danzare sulla nord dell’Eiger,  la classica Heckmair sulla parete più pericolosa del mondo, o almeno che aveva avuto quella fama, era uno spettacolo, vederlo correre , letteralmente, sul ragno, era davvero una cosa dell’altro mondo, lui un alieno di un altro pianeta. E sentirlo dire con perfetta naturalezza, che sì, date le condizioni (che, obiettivamente, non sono proprio semplicissime da avere), si poteva fare in meno di due ore (quanti giorni ci svevano messo Heckmair, Harrer e soci nel ’38?), anche più alieno.

Solo lui poteva avere l’idea del concatenamento Everest Lothse in quel modo: salire al campo 2, il campo base avanzato oltre l’Ice fall dove lui e Simone Moro avevano litigato con gli sherpa, attraversare il Western Cwm, fare l’Horbein diretto sino in vetta, scendere dalla strada normale – e mi pareva quasi di sentirlo dire “permesso… permesso” ai turisti arrancanti sull’Hillary step- al Colle sud risalire in cresta il Lothse, e poi scendere al campo 2 dalla normale. Sentirlo raccontare da lui sembrava facile. (Everest Lothse project). Come sempre, perché e come sia caduto non ha quasi importanza. E’ così.

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Parte quinta del riassunto, la bellezza

Francesco mi aveva prevenuto che la bellezza della grande Moschea di Cordoba, la Mesquita, toglieva il fiato. Una foresta di colonne, grande tanto da poter contenere una cattedrale al suo interno. Una foresta di colonne che respira. O almeno , questa è l’impressione che ho avuto. Una foresta umana, a dispetto delle molteplici sovrapposizioni religiose che ha subito, dove la bravura degli artigiani e degli architetti ha creato ciò che dovrebbe essere il vero scopo del nostro stare al mondo, del nostro esserci, la bellezza. 

Cordoba è tutta bella e bianca, e in quel biancore ti immagini che il tiepido febbraio diventi un luglio rovente e che i fiori che qui sono in anticipo si secchino in un lampo. È anche la città dei filosofi, di Averroè e Maimonide e di Ibn Gebirol ( almeno per la nascita), delle tre religioni, di una eredità ebraica che la Spagna di oggi cerca di riconquistare – la juderia di Cordoba, proprio dietro la moschea, conserva un fascino non finto e  la riscoperta di edifici come la piccola sinagoga, il suk (zuk), i mulini sul Guadalquivir. 

Un ricordo bellissimo, e un monito su come fare turismo responsabile, dove il traffico privato è dirottato dal centro, ma dove i mezzi pubblici ci sono e i taxi tanti e poco costosi, dove il turista è una risorsa, e certo accanto a tante attività, quelle sì più banali e globalizzate, è facilissimo, se appena si ha la possibilità , imbattersi nella vita del luogo nel suo cibo, e nelle sue abitudini . La coda di toro stufata, con tutto il rispetto per il toro, è una squisitezza.

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Riassunto parte quarta: sublime 

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Puntata 3 del riassunto -Come a primavera

Sul mare è sempre primavera, più o meno. Intanto non ci sono più le mezze stagioni, signora mia, è ormai non più (solo) un luogo comune, ma un azzardo climatico. Di fatto siamo noi diversamente giovani, dai trent’anni in su, che rimpiangiamo i ciliegi in fiore e i tailleur di mezza stagione color rosa o verde pastello. Noi donne, voglio dire, gli uomini costretti al giacca – e -cravatta benedicono il tasmania e il fresco di lana tutto l’anno. A Malaga fine febbraio erano quasi tutti in infradito e shorts – e ti viene ovviamente da pensare che con il caldo torrido andranno in giro nudi? Ma era Carnevale, e i più vestiti erano i bambini costretti nei costumi di angelo o Zorro o Frozen  o Topolino e Minni ( viene da pensare, tra l’altro, tutti personaggi Disney. Aver avuto la Commedia dell’arte ha reso originali persino i nostri Carnevali). Abbiamo perso il piatto frote, la sfilata dei carri allegorici la sera , quando il gruppo doveva tornare a Siviglia. Ma Malaga, anche non andando al mare o al porto offriva molto lo stesso. Il museo Picasso, parzialmente in ristrutturazione, purtroppo, frutto di un legato della famiglia alla città natale del maestro, che qui passò l’infanzia. “Un terno al lotto”, ha detto la nostra guida, dicendo c he questo ha trasformato Malaga da aeroporto sulla via di Torremolinos e Marbella  e delk resto della trafficatissima Costa del Sol, in città turistica autonoma. Ha ragione, anche monco come lo abbiamo visto noi, il museo merita, e intanto che rinforzavano le mura del Castello, un’altra Alcazaba moresca, è saltato fuori un intero teatro romano in perfetto stato di conservazione e stanno ancora scavando. La Cattedrale, anch’essa costruita sopra un’antica moschea, di cui rimane solo il giardino degli aranci è bellissima ( e costa più del museo Picasso). Ha uno splendido soffitto a cupola e un solo campanile (la chiamano infatti la Manquita, cioè la monca – non è chiaro se sono finiti i soldi o se si sono accorti che il terreno sabbioso non avrebbe retto il peso). Bellissima: non quanto la fritura malaguena (niente accenti nella tastiera italiana) con i bianchetti e la verdura, gustata in un caffé dietro plaza de la Costitution, abbastanza lontano dai turisti e senza buttadentro, che annaffiato di vino bianco ben freddo sarebbe stata altro che la morte sua, ma avevo troppo caldo per il vino. La compagnia di suonatori folkloristici bardati dei colori della confraternita ( se ho capito bene) non aveva palesemente quel problema: erano allegri come alpini in raduno e hanno cantato per tutto il tempo del nostro pranzo. Tra piazza della Costituzione, Plaza de la Merced, dove c’è la casa natale di Picasso, la città vecchia, e Marques del Lario, la via principale, si trovano i marchi della globalizzazione e tante botteghe carine.

Ma forse dovevamo andare in spiaggia.


Foto di gruppo con Picassso e foto di gruppo di suonatori avvinazzati

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Puntata 2 – del riassunto Granadaaa, cantava Claudio Villa

“Ah, sei fortunata, a Granada in questa stagione vedrai la Sierra Nevada con la neve (appunto…Nevada, neve, haha)”. Averla vista, la Sierra Nevada, uno dei suoi picchi o un’altra altura tanta da poter essere tacciata almeno di Appennino. Invece niente. Oltre al tempo decisamente freddino, appunto per la vicinanza delle montagne, la Sierra è rimasta ben nascosta dietro una coltre di nebbia. Favoriti dall’albergo vista sull’ Alhambra, ci siamo goduti il centro storico e la fortezza. Meglio ricordare , tuttavia, che se la discesa è brevissima – in dieci minuti si scende alla Plaza Nueva, la risalita dura il triplo, secondo la consueta ratio della salita, ossia dai trenta ai quaranta minuti a seconda di quanto ti basta il fiato (e a me partita con una congrua scorta di antibiotici, antinfiammatori, antitutto, il fiato non bastava; o meglio dopo aver fatto la salita due volte in un giorno, alla terza ho salutato gli astanti e preso un taxi.) Non solo, oltre ad essere decisamente conservatori- Granada fu una delle prime città a consegnarsi a Franco, e anche a non saperlo, è difficile ignorare la lista di poveri parroci vittime della furia dei rossi i cui nomi sono scolpiti a fianco dell’altar maggiore in Cattedrale (scritto proprio la furia del comunismo, alla faccia del politicamente corretto)- oltre a essere decisamente conservatori, dicevo, gli abitanti di Granada sono assai poco malleabili , resilienti, quel che volete:abbiamo rischiato di non poter visitare l’interno del palazzo del Sultano, una meraviglia di fontane e decorazioni, perché qualcuno a monte aveva sbagliato la data della nostra prenotazione. Il consiglio al viaggiatore, che sitrova in molte guide, ma è veramente da seguire, è prenotare la visita online. L’Alhambra ha un numero chiuso di visitatori giornalieri, e venduta la quota di biglietti non fanno entrare più nessuno. Veramente. Per questo contrattempo, abbiamo perso la visita al palazzo del Generalife, e pazienza, ma siamo riusciti avedere il resto e il tramonto rosato sulle pietre della fortezza dell’Alcazaba ha un fascino particolare. Ma Granada è anche il pittoresco quartiere arabo dell’Albaycia, dove le case costano molto più di un attico con vista Colosseo, la Cattedrale, le tombe di Ferdinando e Isabella nella Capilla Real, le viuzze del centro storico, il dolce Pio V di pan di Spagna e crema, che si chiama così in onore del papa Pio V, che a sua volta era originario del natio Mandrognistan (tout se tient). Bocadillos di jamon serrano, caffè, acqua da un litro e mezzo, dolci, 14 € in una pasticceria della Reyes Catolicos piena di boiseries e stucchi (in quattro, ossia tre euro e rotti a persona). Un gelato e un Negroni vista tramonto su Palazzo Carignano, 22€, in una pasticceria piena di boiseries e stucchi a Torino (Pepino). 

Ossia hanno già vinto. Centro storico rigorosamente chiuso al traffico, autobus sino a tarda notte, taxi numerosissimi e poco costosi. Vita notturna gradevole, anche se non affollatissima (ma ci siamo stati a metà settimana, quando lì è poco vivace, ma qui ci sono gli zombi per strada)

Il cortile dei leoni

Per informazioni Il sito ufficiale

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Puntata 1 -del riassunto

Se vi state chiedendo se la nebbia si è spostata, la risposta è sì,  ci ha raggiunto a Siviglia. Si può dire che dal natio Mandrognistan, abbia rincorso il liceo scientifico in trasferta  nella bassa spagnola, bassa che, ricordo ai digiuni di geografia, sta un po’ più giù di Catania. Più o meno. Però, nonostante il clima decisamente più mite, almeno a Siviglia – in realtà dappertutto con la sola eccezione di Granada- c’era la nebbia mattutina che velava la Giralda , e anche qualche bruttura assortita. Ho sempre avuto una certa diffidenza verso la Spagna. Però mia zia- la mitica zia Ester, era stata anche a Siviglia, e nell’altrettanto mitica Plaza de Toros, aveva visto il Cordobès, che è come dire aver visto Pelé, Maradona e pure Messi. Perché torear a Siviglia è come essere a Wembley, a San Siro,  al Maracanà ( a proposito, i Galacticos, fuori Madrid, stanno sulle tortillas un po’ a tutti quanti, pare). I tori, per quel che mi riguarda, possono stare liberi e felici, e Siviglia ha fascino, ma non quanto le altre città dell’Andalusia che ho visto: la Giralda, che è la banderuola collocata in cima alla torre già minareto della moschea, l’Alcazar e i suoi giardini, e le sue maioliche, la sua commistione di gotico e moresco, le viuzze della scomparsa juderia, dove stanno ricostruendo a poco a poco una storia millenaria che si è interrotta bruscamente per non riallacciarsi veramente mai, il fiume e i suoi quartieri alternativi, il Mirador Parasol, il  simbolo di quell’esposizione universale degli anni Novanta che ha tirato fuori la città da un abbandono un po’ delabré.( lo dice il grande Longo che in Spagna è di casa), la fintissima Plaza de Espana, ma tanto pittoresca. E quasi non ci si ricorda che qui è nato Don Giovanni (il Burlador de Sevilla, appunto). Si beve bene e si mangia anche meglio, se si presta l’orecchio al parlare degli avventori – e se senti parlare spagnolo è meglio.

Peccato che il nostro albergo fosse in capo ai lupi e di una americanaggine terrificante (non so come siano le normative sulla sicurezza, ma in Italia, persino da noi, lo avrebbero già chiuso) – seppur con piscina ( nelle stati calde si va sopra i 50)

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