









L’ultimo è il labrador felice. Lago d’Arpy. Una meraviglia.










L’ultimo è il labrador felice. Lago d’Arpy. Una meraviglia.



Avevo un voucher per le Terme di Pré, e l’ho usato. Intendiamoci, l’unica frequentazione che ho avuto con le Terme, adesso si dice Spa, è stato per curarmi la sinusite a Salice Terme da bambina, e dovrei tornarci, perché la sinusite col tempo non se n’è andata, ma è ancora lì viva e vegeta. Non ci sono più le Terme a Salice Terme, però, e la QC terme che gestisce, oltre a Pré Saint Didier, San Pellegrino, Dolomiti Val di Fassa, Bormio vecchie e nuove, Milano, Torino, Roma e ora anche Chamonix, non si è avvicinata nemmeno alla voragine di debiti dello stabilimento di Salice. Almeno così mi hanno riferito i bene informati del posto.
Così sono andata, senza saper bene cosa aspettarmi, e portandomi dietro il mio costume da bagno – che al resto ci pensavano loro, almeno così recitava la prenotazione , che mi dava appuntamento tra le nove e le nove e mezza. Insomma una levataccia, ma , ed era l’unica nota minacciosa del foglio, l’ingresso era consentito solo nell’orario specificato. I ritardatari fuori. Poi, a tutti gli effetti, puoi restare lì sino all’ora di chiusura, alle 23. Volevo andare prima che la temperatura esterna rendesse certe “attrazioni” agibili sono al prezzo di una broncopolmonite, e grazie al calor bianco di questo settembre sino alle 16 potevi stare tranquillamente al sole in costume da bagno senza ulteriori orpelli.
Comunque sono arrivata alle nove e un quarto già bella stressata, e ho fatto la coda. L’addetto distribuiva caffè e biscotti, ma il mio turno di entrata è arrivato prima di loro. Primo check in nome e numero di prenotazione, e una scheda magnetica “che servirà per l’armadietto”, secondo check in, dopo altra coda, la cassa, dove paghi l’ingresso e tutte le prestazioni (e quando dico tutte, dico proprio tutte ). Io ho prenotato un massaggio corto da 25 minuti al modico prezzo di 44€ – tutti i prezzi si trovano chiari ed elencati sul sito QC Terme , quindi niente sorprese. L’addetta mi ha dato il voucher per l’accappatoio e un braccialetto per il massaggio, che naturalmente non sono poi riuscita ad allacciare (e non c’è riuscita nemmeno la signora volonterosa che negli spogliatoi si è offerta di aiutarmi, quindi non nutro particolari sensi di colpa).
Comunque sono scesa negli spogliatoi, ho trovato a fatica un armadietto libero, sono miracolosamente riuscita a capire come si apriva e chiudeva (ho visto signore più ganze e truccate di me che dicevano parolacce davanti alla serratura). Mi sono cambiata, e mi sono resa conto che l’accappatoio non aveva tasche. Fortunatamente ho incrociato una signora che la chiave dell’armadietto l’aveva allacciata al polso, e ho capito perché la chiave suddetta era allacciata ad un braccialetto con chiusura a scatto. Così sono andata a cercare il luogo dove dovevo essere massaggiata. E mi sono persa. All’ingresso avevo detto scherzando che ci voleva una piantina, e credetemi ci vuole: i massaggi, per esempio, si fanno in due luoghi diversi in due parti opposte del “sistema”. Insomma un po’ di tempo ad orientarti lo perdi. Il massaggio è stato davvero rilassante. Il mio massaggiatore (Gabriele – in quel settore sopra il buffet ho visto solo uomini) si è dedicato a collo spalle e schiena – perché il massaggio corto è concentrato su una o più parti a richiesta. E io sono stata benone. Poi mi ha detto di rilassarmi ancora, cioè di sdraiarmi da qualche parte per una decina di minuti , perché ogni massaggio può avere un effetto destabilizzante. Io sono scesa , mi sono imbattuta nella sala della pietra e mi sono sdraiata in uno dei letti. Durante la giornata ho visto gente beatamente addormentata su letti amache sdraio grossi pouf. Beati loro. Siccome non c’è un ordine preciso , un percorso prestabilito , ma si può fare quel che si vuole quando si vuole, sono uscita nel giardino delle terme. Che tipo di giornata fosse, lo si vede dalla foto in alto, dove ci sono anche la veranda dell’Ancient Casino e la cascata.
Nel giardino ci sono due costruzioni in legno che contengono tre saune finlandesi due da sessanta gradi e una da novanta, che hanno diverse indicazioni. Lo confesso, prima di sabato non ero mai stata in una sauna. Io ho la pressione bassa, e il calore unito all’umidità una volta mi ha fatto quasi svenire. Ora ho scoperto che la sauna finlandese fa per me, è calda e secca e quella apposita mi ha aperto le vie respiratorie molto bene – il baio di coraggio, cioè la vasca con l’acqua a temperatura della Dora , 15° , no, grazie. Ho scoperto strada facendo che ci sono saune in tutti e due gli edifici e mi sono lanciata – o meglio, ho provato il bagno di vapore profumato e purificante della fonte bianca, che è la fonte termale calda originaria, e un’altra sauna adatta ai reumatismi con un grande braciere al centro. Non sono morta, non sono svenuta, ma sono stata dentro sempre dieci minuti, se non meno. Il bello sono le vasche, che erano un vanto anche delle terme originarie di Giovanna Battista di Nemours, fondatrice del termalismo in Valle, anno 1680. Hanno tutte l’acqua a 35°e gli idromassaggi, dall’interno puoi scivolare nella grande piscina centrale, farlo e trovarsi in mezzo alla neve deve essere molto suggestivo (ma la broncopolmonite è sempre in agguato) la più panoramica è quella della veranda dell’Ancient Casino, che ha una vista su tutta la catena del MonteBianco.
Devo dire la verità. Dopo due ore non sapevo più che fare. Ho fatto una pausa , ho mandato un whatsapp ad una delle mie chat e un’amica mi ha risposto con molte faccine dicendomi, non sai nemmeno rilassarti. In realtà c’è voluto un po’ di tempo perché il cervello finalmente si svuotasse, e io cominciassi a godermela, a rientrare negli spogliatoi, prendere il telefono, fare qualche foto. Ho superato persino il percorso Kneipp, la versione meno dura della vasca di coraggio dove l’acqua passa da 35 a 15° ed è un vero toccasana per la circolazione.
È stata una bella esperienza? Sì ma con qualche accorgimento.
– non è un’esperienza che consiglio a tutti. Ci sono persone, e ne conosco, che sarebbero a disagio in mezzo a decine di corpi sommariamente vestiti, ancorché coperti da asciugamani. Bisogna star bene con se stessi e il proprio corpo, il che non significa essere giovani belli o esibizionisti ( e sì c’erano ragazze con bikini davvero minuscoli, ma c’erano anche due simpatiche coppie di ultrasessantenni che si sono davvero divertiti ed erano assolutamente a loro agio). Per non parlare dello spogliatoio, dove le cabine per cambiarsi sono quattro e tutte ci siamo vestite/svestite davanti all’armadietto, come in palestra o in piscina.
– memorizzate il numero dell’accappatoio: è l’unica cosa che vi permetterà di ritrovarlo in mezzo a decine di altri tutti uguali. Idem per le ciabatte. Gli habituè se le portano da casa, non penso soltanto come misura igienica, ma perché le possono riconoscere . L’ingresso dà diritto ad un accappatoio e a una salvietta su cui dovete sedervi in sauna e ovunque ci sia da sedersi. Dopo un’ora l’accappatoio è zuppo, e infilarsi dopo una serie di getti d’acqua calda in un accappatoio bagnato e freddo non è il massimo. Ergo, bisogna cambiarlo. Costa due euro. Io l’ho cambiato quantomeno, e così molti altri
– Io non ho mangiato niente. E sono stata benone. Vedete voi se riuscite a stare a mollo in una vasca a stomaco pieno. O semi pieno.
– Nei week end c’è gente e fatalmente talvolta si deve aspettare. Con pazienza.
– Ci sono solo due situazioni:o si sussurra, o si tace. Ci sono cartelli dappertutto. C’era silenzio persino in giardino. L’unico che ho sentito parlare con un tono di voce abbastanza normale, pareva che urlasse. In pochissimo tempo , intorno al suo gruppetto c’era un vasto spazio vuoto. C’erano tre ragazze che parlavano di uomini in una delle vasche interne e riuscivo a sentirle perché la vasca era un metro quadro. Questo per me è meraviglioso (siamo in Italia, ci pensate?).
-Non è un’esperienza per single. Eravamo credo in due in tutte le terme. A me non ha dato fastidio e credo neanche all’altro single , un ragazzo del luogo, da come lo hanno salutato alla porta; l’ ho ritrovato nella vasca e in una sauna. Ma io sono una persona che sta molto bene con gli altri, ma a cui fa molto piacere stare con se stessa e che certe cose preferisce farle a modo suo. La tipologia prevalente (e più felice) erano coppie di giovani innamorati che si sbaciucchiavano tutto il tempo dappertutto senza il minimo imbarazzo , beati loro, gruppetti di tre o quattro persone , tipo tre amici o amiche, due sorelle con una figlia, due coppie, due amici o due amiche; ho osservato coppie che erano insieme ma nemmeno si guardavano tra di loro. In questi casi , le terme non fanno granché. Soprattutto non trascinateci una persona riluttante, specie se uomo. Penso con terrore a come avrebbe reagito mio marito, nel caso assai improbabile fossi riuscito a portarlo sin lì (avevo buttato lì l’idea una volta, e la risposta era stata “vacci tu”.)
Prima di uscire meglio fare la doccia. E poi cospargersi per bene di crema per il corpo. A disposizione, almeno delle signore, c’erano i prodotti del Dottor Nicola, che come sapete io amo molto; poi c’era chi aveva il suo arsenale di fiducia. Io che dopo la crema mi sono passata la terra e un filo di mascara, sono uscita praticamente a faccia nuda. Del resto sono andata a fotografare il ponte di pietra sull’orrido che è lì a due passi e a far e un pezzo di sentiero panoramico, quindi non c’era bisogno di un grande apparato.
Non finisce davvero mai… e mentre nella piana le temperature stanno stabili sopra i 25*, il vento della notte non abbassa le temperature, e alle sette di sera è buio, ma tu sei in maglietta che ceni sul terrazzo (intanto i ghiacciai scompaiono poco a poco), sabato che volevo fare i classici due passi del bosco ( e vedere se vivaddio le foglie si decidono a cadere), mi sono precipitata col passo lento della vecchia megane – sì è un ossimoro – al passo del Faiallo. Allora, il Faiallo è uno dei posti che, in un modo o nell’altro, ce l’ha con me. Ci sono andata tre volte compreso sabato, e tutte tre le volte c’erano le nuvole a livello strada. La seconda volta in inverno tirava un tale vento gelido che ero scappata. Letteralmente. Sabato, mentre dappertutto come è noto eravamo allegramente sui trenta gradi, su non si vedeva niente. Con lo scoramento, ho parcheggiato vicino al rifugio La nuvola sul Mare, un nome assai appropriato, e ho preso l’inizio dell’Alta Via dei monti Liguri, senz’altra intenzione che farmi un pezzo di strada, oltre il tratto che avevo già percorso (dal Turchino al Bric del dente, un giorno di qualche anno fa dove camminavi a picco sul mare – il Faiallo è cinque km in linea d’aria da Arenzano e c’era la vista mozzafiato che di solito l’alta via garantisce).
Per farla breve, vista zero, ma le nuvole andavano e venivano, temperatura gradevole con giacchetta impermeabile, umidità al cento per cento dentro e fuori il bosco, bosco per altro affollato di cercatori di funghi tutti di ritorno con il loro bottino -intatti io ho fotografato soltanto vari tipi di Amanita muscaria che parevano le casette dei Puffi, ma che sono letali solo a guardarle. Ho camminato per un paio d’ore senza meta seguendo uno dopo l’altro i segnavia biancorossi dell’Alta via alla ricerca di un punto panoramico che avevo individuato sulle carte di Maps.me, ma niente, nel senso che con le nuvole che andavano e venivano il panorama anche lui è andato e non venuto.
Però nel bosco era, più o meno, autunno.
Tips. Meridiani Montagna ha fatto un numero sull’Alta via dei Monti Liguri, il n.80. Il passo del Faiallo è all’interno del Parco Regionale Naturale del Monte Beigua e a Sassello si possono trovare tutte le informazioni necessarie, comprese carte e itinerari . Se no c’è il sito Parco del Beigua. In inverno l’itinerario in bosco che ho fatto io è percorribile con le ciaspole (ci sono i cartelli sugli alberi). La signora del Rifugio non mi ha assicurato l’apertura annuale dello stesso, asserendo di essere ormai anziana – a vederla non pareva affatto, comunque meglio telefonare al 3488829978.


Stamattina, leggendo i quotidiani e pensando che avevo saltato un’intera settimana di lavoro sul sito, mi chiedevo come affrontare la questione d’attualità con un minimo di senso comune e senza cadere nel qualunquismo. Il problema è che la questione stessa, come si dice, oscilla tra la tragedia e la farsa (in cui tragedia è decisamente esagerato, mentre farsa, al contrario rende la cosa assolutamente reale). Sto ovviamente parlando delle Olimpiadi invernali. Quelle stesse per cui, comunque vada a finire, abbiamo già rimediata la solita figuraccia internazionale.
Io sono in generale favorevole ai grandi eventi (grandi, appunto, non le solite sagre provinciali), pur sapendo che in Italia, che è un paese di cialtroni eccetera , l’ho già detto più volte, di solito le cose non vanno a finire benissimo: non nell’organizzazione dell’evento in sé (vedi Torino 2006), ma in quello che graziosamente viene definito follow up (vedi Torino 2006). Possiamo sorvolare sull’incapacità dei grillini di gestire qualcosa di più grande di una sagra paesana, possiamo sorvolare sui legittimi dubbi in ambito economico ed ecologico, ma l’incapacità di fare sistema del Piemonte ci condanna alla marginalità economica e politica. Nemmeno all’Ottocento, ci condanna, perché il traforo del Frejus, quello ferroviario, è nato da un fare sistema di pubblico e privato, quindi nell’Ottocento erano, pare, più moderni di noi. Ma allora, certo certo, c’era gente come Cavour…Quanto alla valle d’Aosta, si è cancellata dalla carta delle Alpi, a quanto pare, iniziando dalla dissennata politica sui trasporti. A chi invoca il turismo d’élite in Valle ricordo a bassa voce che le prossime , forse , Olimpiadi invernali le organizzerà Cortina, non esattamente un luogo che può definirsi popolare.
Quindi, a noi basso Mandrognistan alla periferia dell’Impero Torinese non resta che domandarci, seriamente questa volta, se non ci convenga chiedere (sì anche noi) un bel referendum per tornare in Lombardia, cui storicamente e geograficamente apparteniamo. La proposta non è mia, ma siccome non so se la persona con cui parlavo ieri ha piacere che lo menzioni, non lo menziono. Voglio vivere in un mondo moderno. A quanto pare in Italia c’è rimasto solo Milano. Per il resto , devo rifare il passaporto.
Il mese di ottobre sarà decisamente affollato di occasioni importanti per parlare di montagna e per fare anche altro, ovvio:una bella camminata, un film, e magari anche qualche gustoso piatto (per me i primi due, grazie, sono a dieta , e funziona…). E siccome lo sport mi fa bene, correrò metaforicamente parlando un po’dappertutto. E spero di fare un salto anche nell’alta Val Tanaro, dove domenica scorsa, per la precisione a Garessio, è stata presentata in modo molto piacevole una nuova iniziativa, il progetto PROFILI D’AUTORI, L’alta Val Tanaro tra Montagna , Cultura e sport, che nasce all’interno di un’altra esperienza di valorizzazione culturale e turistica del territorio, e con sponsor importanti come la Compagnia di San Paolo. L’idea è quella di riunire e rivitalizzare esperienze preesistenti in qualcosa di nuovo. L’anteprima , in piazza Marconi è stata davvero piacevolissima, con un aperitivo offerto dai commercianti di Garessio, quindi un live-set di musica elettronica a cura del collettivo Amargine (Francesco Torelli, Alessio Dutto e Simone Sims Longo). Alle 20.30 circa, con il buio, sempre in Piazza Marconi, era in programma la proiezione di “MAKHNO” di Sandro Bozzolo (miglior cortometraggio documentario al gLocal Film Festival 2018 di Torino). Ma lì, considerato il vagabondaggio che siamo stati costretti a fare per arrivare, abbiamo desistito. Nelle colline patrimonio Unesco, si è perso anche Google, e peggio per lui, perché il panorama é di una bellezza sconfinata (come già dicevo il due giugno, siamo un paese di cialtroni governato da cialtroni -il perché già lo aveva capito Talete, il simile può essere solo associato al simile – ma siamo il paese più bello del mondo). Bellezza che non si perde in montagna. Bellezza che però perdi se per arrivarci ti sei perso (Coelho vatti a nascondere). La battuta cerca di alleggerire una situazione seria. Garessio e l’alta val Tanaro scontano la carenza di infrastrutture e il relativo isolamento del luogo, che invece si trova proprio alle spalle della luminosa piana di Albenga. Tra prelibatezze gastronomiche e sagre poco note come quella della rapa di Caprauna il 21 ottobre prossimo ( qui il sito del comune ), per altro presidio Slow Food, c’è tempo anche per la presentazione di opere interessanti come il libro il pastore dii stambecchi di Irene Borgna e Lois Oreiller. E poi escursioni, bike , sport in generale.
Tra serio e faceto, il problema che la provincia di Cuneo sta cercando di superare, turisticamente parlando, credo sia la frammentazione del territorio, e come già per la Garessio, la relativa …remotezza? Anche a non voler parlare di politica, e come sapete cerco di farlo il meno possibile qui, il completamento dell’autostrada da Alba credo sia una condizione indispensabile ( poi ben venga l’utilizzo a scopo tutistico delle reti ferroviarie minori – la Centovalli di Domodossola è un esempio Piemontese virtuosissimo).
Alcune foto per mostrare la varietà di questo grazioso paese a metà tra la Liguria e il Piemonte e più info su Ideawb.tv e su https://www.alpicuneesi.it/ per trovare trekking ed escursioni su Garessio e su tutte le Alpi cuneesi.





(Tranquilli, nessuna marmotta ha subito violenze durante la scrittura di questo post).




Camminare nei dintorni di Bormio è una meraviglia, c’è solo l’imbarazzo della scelta e delle valli da percorrere . In Valfurva, dopo Santa Caterina, lungo,la strada del Gavia (appena meno affollata dello Stelvio, abbiamo anche trovato un cagnolino nel trasportino della bici). Tobia non ci consentiva escursioni troppo pericolose – avete presente, il cane dà uno strattone e si precipita tutti e due nel dirupo?. Però la valle dell’Alpe ci ha fornito una bella e comoda passeggiata di un’oretta, che ci ha portato ad affacciarci sino al passo dell’Alpe e dalla parte opposta dove si scende fino a Frontale.
Il primo fischio di marmotta lo abbiamo sentito praticamente al ponte sulla strada del Gavia . Poi uno ogni cinquanta metri . Nel mentre Tobia passava da un orgasmo olfattivo all’altro. E cercava di infilarsi in ogni dannato buco di marmotta che vedeva. Come si vede dalla foto, lo abbiamo tirato fuori con fatica in due. Quasi al passo, si sono fatte vedere, dopo un ultimo fortissimo fischio che ci ha fatto sobbalzare.
Siamo tornate che si stava rannuvolando (una fortuna, perchè lì con il sole pieno si cuoce) e abbiamo fatto tutta la strada sino al passo . La pioggia ci ha sorpreso in auto che scendevamo al consigliabilissimo rifugio Berni per …rifocillarci, e la pioggia sulle tagliatelle al ragù di capriolo non è poi così male. Sulla stessa direzione, se preferite camminare un po’ più a lungo, oltre all’attraversamento sino a Frontale – dovete prevedere due auto- potete risalire sino al Rifugio Sunny Valley alla stazione della Funivia che anche in estate è in funzione a Santa Caterina.
Il Gavia è per fachiri ciclisti, e quelli che abbiamo visto non erano dopati.
Aggiornamento: avrò venti lettori, ma quelli forti commentano di persona, per così dire (bonariamente- è solo sui social che si prendono a male parole gli sconosciuti, io appartengo ad una generazione che ha ancora piacere a raccontare storie e a commentare). Il sunto della cosa è stato ma no, il capriolo no…in realtà c’è dietro una faccenda molto più complicata. Il rifugio era affollato , fuori pioveva a secchiate, e nei rifugi del CAI non ti cacciano anche se non hai prenotato (almeno non in tutti). Quindi tra le persone che erano in piedi a ripararsi dall’acqua, il sovraffollamento, il cameriere giovanissimo che ha biascicato qualcosa che io non ho capito, io volevo tutt’altro , e sono capitate le tagliatelle. La proprietaria voleva cambiarle ma mi è dispiaciuto fare casino date le circostanze… ok, erano anche buonissime, le torte fatte in casa di più. Cosa mangiare e cosa no ormai è una questione politica, se è come in val d’Aosta dove le regole sono rigorosissime e la selezione quasi chirurgica ( non come in altre regioni a statuto speciale dove vogliono sparare a orsi e lupi …) ci si può “rassegnare”…
A Luisa non piace Livigno. Io come sapete ci sono stata a Maggio e mi sono innamorata (di nuovo, ormai ho l’innamoramento facile, pare) così mi ci sono messa d’impegno per farle cambiare idea. Andarci a Ferragosto forse non è stata un’idea felicissima, perché l’affollamento fa sovente saltare i nervi alle persone (fatto), i cani litigano (fatto) c’è una coda enorme alla latteria per mangiare il gelato (fatto, o almeno abbiamo aggirato la coda). Alla fine però mi ha dato ragione. Perché siamo andate al lago, dove io mi ero solo affacciata, invece dopo aver convenientemente parcheggiato la Giulietta, abbiamo fatto tutta la strada sino al ponte delle Capre, dove partono tutte le belle escursioni verso l’interno. Peccato che prima di partire hai nei piedi già tre quarti d’ora di strada, ma la vista del lago è davvero una favola. Ci sono persino i pedalò. Non go visto nessuno buttarsi in acqua, però, e non ho capito se è vietato , è pericoloso ( ma lo spericolato di turno non avrebbe avuto problemi) o se è quel tipo di acqua da trenta secondi, poi congeli ( e anche qui, ricordate il vichingo che lo scorso anno si è buttato nel lago Checrouit). Ha fatto pace persino con lo shopping ( profumi, cosmetici e borse… Luisa, quando vuole, è molto peggio di me da questo punto di vista), forse perchè le persone che lavorano nei vari negozi che abbiamo visitato, anche quelli in cui non abbiamo comprato niente, sono state gentili e prodighe di spiegazioni.
In realtà, la sua buona disposizione è iniziata quando abbiamo trovato un biergarten vicino alla chiesa parrocchiale che serviva ottimo cibo da birreria, a prezzi modici, all’ombra, con accompagnamento musicale, un duo davvero bravo che faceva musica italiana in modo non ovvio. Quindi poi la passeggiata si è svolta nel modo più piacevole e Tobia per di più è andato al passo come un cane modello.
Un ricordo nostalgico: il negozio Foto Gino, che vende macchine fotografiche come una volta, non asparagi al supermercato (aveva anche il copriobbiettivo per la mia macchina, perchè naturalmente in sei mesi ne ho già perso uno).
Ora vi lascio con la pace: è il primo week end di settembre, il natio Mandrognistan ha già “festeggiato” il capodanno alessandrino, siamo tutti più buoni e soprattutto ci aspetta un altro faticoso (o meraviglioso) anno – io spero nel secondo, ovviamente.









Ok, eliminiamo subito la diatriba su ciclisti motociclisti camperisti dischi volanti (in effetti mancavano solo loro). La strada è sufficientemente ampia, non amplissima, ma ci stanno tutti, basta che ciascuno stia nella sua corsia (ma io non capisco i motociclisti come dice Luisa, che in effetti vive con uno di loro, che allo Stelvio va regolarmente a fare i raduni – molto meglio di Castellazzo, con tutto il rispetto). Volar giù è tanto facile. Guardate la seconda foto dal basso e ditemi se non è uno spettacolo- questo è il versante Trentino. E la strada è rimasta sostanzialmente, nell’impianto, quella ottocentesca, quindi un capolavoro di ingegneria. Sulla cima del passo c’è una rete di sentieri, che voglio assolutamente esplorare la prossima che potrò passarci – per Tobia sono un pò pericolosi, soprattutto se si lancia ad inseguire i gracchi o le marmotte. Il paesaggio è assolutamente lunare, da alta montagna, la morena del ghiacciaio copre praticamente l’intero pianoro, e si può immaginare che anni fa la neve fosse a quota molto più basso. Chissà per quanto ancora si potrà sciare d’estate sul ghiacciaio…la funivia funzionava a pieno regime e i 3000 metri erano sorprendentemente vicino. Fantastico. Un suggerimento: abbiamo parcheggiato dopo due tornanti, per carità benissimo fare un bel pezzo di strada panoramica, ma abbiamo scoperto che il parcheggio interno della funivia era praticamente deserto…certo avevo qualche remora a passar sopra con la macchina ai pedoni. Ci sono moltissimi ristoranti e noi abbiamo mangiato molto bene sulla terrazza dell’hotel Pirovano ( questo il sito ), dove nonostante fosse abbastanza tardi ci hanno servito lo stesso- certo i pizzoccheri di loro hanno questa tendenza a sedersi sul tuo stomaco con la delicatezza di un mattone, ma una passeggiata e una buona tisana al Tibet hanno risistemato lo stomaco di tutte e due. Una giornata di sole accecante, anche se con qualche nuvola, e un altro tassello sulla lista dei luoghi in cui devo tornare assolutamente, soprattutto per esplorare le trincee della prima Guerra Mondiale che sono ancora visitabili.
Avviso ai pedalanti, lo Stelvio non è per tutti, nemmeno se andate a batteria, la maggioranza, ormai.

Come sapete, non essendo io un’agenzia di notizie, non sono come si dice, sul pezzo. Però, specie se c’è qualcuno che mi legge per la prima volta, un commento a questa nostra estate è doveroso. Alcuni giorni fa, il Collegio delle Guide Alpine ha rilasciato un comunicato stampa relativo ai fatti della Gola del Raganello, che potete trovare qui.
Dopo aver letto un po’ di articoli sulla questione, non sono riuscita a capire se i gruppi che si trovavano nelle gole erano accompagnati da professionisti accreditati o no ( se ho capito male è ovviamente colpa mia e pazienza)
Il punto è che come sempre in Italia c’è una gran confusione circa compiti e attribuzioni e di solito nessuna sanzione. Io, per dire, che nemmeno sono iscritta al CAI, potrei benissimo accompagnare amici a fare un’escursione di torrentismo alle strette di Pertuso, che è una semplice passeggiata in una gola , tutto sommato, abbastanza ampia. Ma dopo una giornata di pioggia, un improvviso innalzamento del livello del torrente farebbe sicuramente qualche danno e vi assicuro che l’acqua che è così deliziosamente fresca quando fa caldo, può diventare assai meno deliziosamente fredda. Quindi io che ho portato la mia amica a fare quella passeggiata sono una guida? Forse sì nel senso che io conoscevo la strada e lei no, anche se anni prima era stat proprio lei a farmi scoprire la spiaggia e tutto il resto. E però non mi sognerei di portarci un gruppo, nonostante , CAI o non CAI, tutta l’esperienza che ho in montagna. Difatti, una volta, durante un convegno, ad accompagnare il gruppo dei sedentari convegnisti su e giù per il greto del Borbera, è stata una geologa che è anche guida naturalistica. E a organizzare quel convegno avevo lavorato anch’io.
Per carità, a tutti è capitato di sbagliarsi clamorosamente sulle previsioni del tempo. Anche a me , e in un caso particolare mio marito me lo ha rinfacciato per tutto il resto della nostra trentennale vita in comune ( e in quel caso lì, c’erano quelli “in scarpe da tennis”, ma erano amici suoi) Come ci sono quelli in bermuda e infradito – e qui io non mi capacito. O ho delle caviglie di palta, o anche solo su una spiaccia di sassi come sono quelle in Liguria praticamente dappertutto mi prenderei una storta in trenta secondi.
In parte questa mancanza di attenzione alle condizioni meteo, che sono sempre più estreme è dovuta al fatto che tutti abbiamo poco tempo e necessità di consumare le nostre vacanze, e quindi come siamo andiamo. Ma il compito di un accompagnatore “patentato” dovrebbe essere anche quello di evitare , nei limiti del possibile, incidenti. Quelli possono sempre capitare, con o senza guida, perché nessuno è infallibile, e c’è sempre un margine di imponderabile. (La frana in val Ferret, per esempio) Ma essere preparati ad affrontare il rischio , nel modo giusto, con gli strumenti giusti la montagna (ma anche il mare, o qualsiasi altra situazione) contribuisce al tuo ritorno a casa sano, salvo e felice per la bella giornata, rilassato e in pace con te stesso. Anche quando con giovanile eravamo in giro per montagne senza i nostri genitori , cercavamo sempre, forse perché catechizzati sin dall’infanzia di non cacciarci in guai più grandi del necessario. Avessi detto a qualcuno dei miei vecchi, di quelli che ignoravano i traumi psicologici e le sottigliezze dell’educazione, che ero salita sul Breithorn in scarpe da ginnastica, ma persino un roussoviano convinto come mio padre che non ha mai alzato le mani sulla propria figlia ( per quanto mi ricordi) avrebbe fatto partire uno sberlone che sul Breithorn ci sarei arrivata volando presumibilmente… E qui, laddove non poté né buon senso né educazione, a fronte di un soccorso somministrato a chi si mostra palesemente inadeguato al luogo e alla situazione in cui si trova, presentare la fattura dei costi potrà probabilmente risolvere il problema.
Prima di tutto, il cane.

Fiero, nella sua posa solenne, là dove non dovrebbe stare, con tutta la pena che ci siamo date, ma pazienza, Tobia è un cane da montagna. Non chiedetemi di che razza è, tanto non basterebbe il DNA a dirlo, ma certo è un cane da caccia mancato ( nel senso che nessuno in “famiglia” va a caccia, lui l’istinto lo avrebbe, ma può sfogarsi solo con le lucertole) . Comunque da qualche giorno vive un perenne stato di orgasmo olfattivo.
Comunque una discussione sui proprietari di cani che sono nel nostro residence mi ha fatto venire in mente la classifica, un altro giochetto che facevamo da bambini, delle cose che in montagna ci davano più fastidio, le rotture di c…ni di Schiavoniana memoria ( sorry)
Al decimo posto ci sono gli incontri con quelli convinti: che bisogna far così e non cosà, che loro in fondo al Tor ci arriveranno, che sono bravissimi bellissimi in formissima. Se pensassi di poter arrivare in fondo al Tor, lo sarei anche io, sognare non costa nulla, se qualcuno mi presta un paio di vertebre nuove sono a posto. ( il termine convinto traduce il mandrognistano l’ è cunvint, come dire la pensa così e vabbè).
Al nono posto, tutti gli altri, cioè quelli che in montagna ci vanno a fare cose diverse dalle tre principali attività che in montagna si dovrebbero fare: camminare, scalare, sciare ( in inverno, per lo più). Comincio a rimpiangere i tempi in cui tutti vivevano per lo sci invernale, d’estate non c’era quasi nessuno e potevi camminare e scalare in pace. Avete notato che chi cammina o scala ormai lo fa quasi clandestinamente? Ah, sciare non vuol dire fare tardi al Super G. Se no schizzi direttamente al quinto posto. Non siamo a Rimini.
All’ ottavo posto i proprietari di cani che tanto è un cane buono, e non gli mettono il guinzaglio. Tobia ha il guinzaglio e questa categoria costituisce il top dello scazzo per la sua padroncina. Non solo in montagna. ( se non siete d’accordo, c’è stata giorni fa una discussione su due gruppi di Facebook dedicati alla montagna che per poco non degenerava. Questa è la mia opinione . Una volta un cane libero altro sei centimetri ha provato a mordermi, e se non avessi avuto gli scarponi ci sarebbe riuscito.)
Al settimo posto quelli con la villa. Si chiama invidia, oppure lotta di classe. La maggior parte di quelli che conosco che hanno una villa (oppure un bilocale a Morgex dove vedi il Monte Bianco dallo stanzino da bagno) di solito detestano la montagna. Nel migliore dei casi se ne fregano.
Al sesto posto Messner: che fuori dall’Italia è sempre sud tirolese. Qui mi monta il criptoleghista che è nascosto in ognuno di noi.
Al quinto posto, quelli dell’aprés ski. Vedi nono posto. Andate a Ibiza. E se mi parlate di Ischgl, che è come Ibiza ma sugli sci, vi ricordo che in giro ci sono posti molto più belli in cui sciare, tipo il comprensorio del Civetta. Ma forse manca l’aprés ski.
Al quarto posto i motociclisti. Specie quelli con la go -pro sul casco. C’è da dire che sono,di solito, meno isterici dei ciclisti (il cortocircuito ciclisti pedoni padroni di cani bambini a Ferragosto a Livigno ha rischiato di far scoppiare una rissa). Però anche loro sono pericolosi. Specie per gli altri
Al terzo posto i ciclisti. Sino a pochi anni fa facevano tenerezza, si ammazzavano di fatica sui sentieri e spesso a piedi si andava più forte di loro. Poi sono nate le e-bike, quindi, tutti dopati. Quelli che ancora vanno di polmoni su Stelvio e Gavia che NON sono alla portata di tutti sono una minoranza, gli altri tutti dopati, e tutti felicemente ignari del codice della strada. Il top l’anno scorso, il tipo che saliva spedito e felicemente contromano il Piccolo San Bernardo. Sorpassandolo, insieme ad epiteti poco gentili nei confronti di sua madre, gli ho ricordato che si tiene la destra. In inglese (poteva essere solo un inglese: spero sia ancora vivo)
Al secondo posto i proprietari di suv, di qualsiasi marca. Nel Novanta per cento dei casi, li comprano e poi non li sanno guidare: li parcheggiano ad mentulam canis ovunque e si piantano sui tornanti (meglio, in mezzo ai tornanti di una strada stretta come quella del passo di Fraele: vero, signora con il Duster bianco? Su quella strada ci passa un pullman, signora UN PULLMAN!)
Al primo posto quelli che vanno in montagna in bermuda e infradito o in “scarpe da tennis”. Se ai tempi di mio padre ci si divideva tra scarponi pesanti e scarpette da tennis di quelli che, almeno a Courmayeur o a Valtournenche andavano appunto a giocare a tennis, e magari si spingevano a fare una passeggiatina (ma il bagnante alla Mer de Glace era sempre in agguato) ora si sono evoluti sino ad essere una specie pericolosa: quelli che vanno sui ghiacciai in scarpe da tennis e magari si stupiscono di quelli che in montagna salgono legati e in sicurezza. È di qualche giorno fa la notizia riportata da montagna.tv e da diversi altri siti, del tipo in sneakers sul Breithorn. Fossero solo pericolosi per loro stessi, pazienza. Sono pericolosi per tutti. Sperare che caschino in un crepaccio, e poi lasciarli lì, o far pagare l’elicottero.