Sentieri mai percorsi

C’è una ragione per cui Mieming, lo avete visto dalle foto aveva colpito la mia immaginazione mentre stavamo andando a Neuschwenstein ( un altro posto adatto a colpire l’immaginazione. In realtà credevo che quel dolce altopiano pieno di verde fosse a Reutte, parecchi chilometri più avanti. Invece quando me lo sono trovato davanti mi sono resa conto che era molto più vicino all’autostrada di quanto ricordassi. Siccome non avevo la carta con me ( ovvero avevo quella sbagliata), ho lasciato fare al caso. Sono tornata indietro, ho lasciato la macchina in un parcheggino che avevo notato, ho guardato i cartelli dei sentieri e ho lasciato fare. Si chiama Sonnenplateu per una ragione: c’è il sole, e dappertutto è pieno dei soliti gerani dopati.

Poi, ci si può lasciare prendere dal puro e semplice piacere del camminare. Il rundweg, il circuito, percorribile sia a piedi sia in bicicletta, è il numero 17, ma si ramifica in innumerevoli rivoli, a seconda se di vuole risalire la collina per avere una vista dall’alto o perdersi in giro nelle frazioni, o farsi un bagno nell’ennesimo laghetto balneabile (6€ il biglietto per l’intera giornata o 4 per il solo pomeriggio, e c’è tutto – anche se domenica era chiuso alla balneazione, ma il bar era aperto c’erano le panchine e i bambini che giocavano sull’altalena)

Il cartello che ho fotografato è sufficientemente chiaro. Mieming è un insieme di frazioni, il rundweg è la linea rossa tratteggiata che esce dai contorni della cartina, io ho fatto, Zein, See, Weidach e ritorno sulla provinciale, la Mötzerstrasse, che per altro non occorre attraversare perché le stradine passano sotto. Ho camminato due ore ( e non da sola) in assoluta beatitudine contemplando i campi d’orzo pieni di papaveri. Qui la campagna è sacra ( ci sono cappelle ed edicole dappertutto) ed è tenuta in ordine spettacolare.

Per arrivare a Mieming, si prende la A12 verso Bregenz, si esce a Mötz e si segue la strada per il Fernpass per pochi chilometri. I cartelloni che indicano il Sonnenplateau di Mieming sono dappertutto e ci sono ovviamente anche locande e ristoranti.

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Basta guardare

Mieming Sonnenplateu Rundweg

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24 mila gocce

È cominciata che non sapendo che pesci prendere, ho iniziato lo Jochleinsteig ( uno dei possibili itinerari per salire in vetta al Paschekofel, la montagna di Innsbruck con la Nordkette, da una parte e dall’altra della valle. Quando la pioggia è diventata battente ( ero partita con un pallido sole), ho pensato, d’accordo anche oggi non è giornata, e sono tornata indietro. Arrivata nuovamente alla stazione dell’ovovia, ha smesso di piovere. Ovviamente.

Così ho preso lo Zirbenweg, che è il sentiero balcone che percorre le due Montagne, il Pascherkofel e lo Glungezer, in mezzo a praterie di rododendri, nonostante la temperatura non proprio mite ( stamattina, l’aria condizionata impostata sulla temperatura del natio Calcutta Mandrognistan si è trasformata in riscaldamento). Sono arrivata sino a Boscheben, cioè il luogo da dove sarei scesa dallo Jochleitensteig.

Poi si è rimesso al brutto. Intanto ho camminato due orette e mezzo nella pace più totale, salutando famiglie, bambini, cani e giapponesi ( tutti con quell’aria da chissà se ci prendiamo la pioggia).

Nota di colore: ho trovato in vari luoghi le istruzioni su come comportarsi con i cani da guardiania, ma mai su come comportarsi con le mucche. Sino ad oggi. Bilingui. Qui le mucche sono libere di scorrazzare per i prati non recintati, per cui ti consigliano di stare lungo i sentieri, se loro invadono i sentieri ( e lo fanno) girare intorno il più al largo possibile. Le madri proteggono i vitellini ( logico), quindi lasciare in pace tutti, tenere i cani al guinzaglio, corto, e controllare se mentre brucano danno segni di nervosismo. Soprattutto, non guardare mai le mucche negli occhi. Le mucche. Negli occhi.

Lei non ha guardato negli occhi me.

Note. Lo Zirbenweg è il sentiero 350, ed è segnalato benissimo. Esiste un biglietto combinato ( Rundwanderticket) valido per le due funivie, Pascherkofel e Glungezerbahn, che comprende anche il biglietto del bus per tornare alla funivia di partenza: costa 27,50 euro per gli adulti e 17 per i bambini. Mucche non comprese.

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Perché vado (manifesto per una montagna sostenibile)

In realtà questo articolo non nasce dal niente, ma è a tutti gli effetti una risposta a un articolo di @BeppeLey che è comparso sul sito Camosci Bianchi – tra l’altro non ricordavo affatto cosa fossero le zone xerotermiche, ma come è noto la mia formazione scientifica ha “qualche” lacuna.

In più raccolgo qualche suggestione che ho letto qua e la, perché in questo periodo, lavoro tanto, salute boh, montagna poca, stream of sfiga conclamato (devo fare qualcosa di molto esoterico, perché qui non importa se Saturno Mercurio o tuo zio vanno avanti e indietro, a quest’epoca dell’anno ne capitano di ogni colore)

Da Bardonecchia al Moncenisio

Sessantadue anni separano le due foto. Sinceramente non so che ci facesse mio padre in soprabito e gilet in una foto evidentemente sovraesposta, tanto che nemmeno la digitalizzazione l’ha potuta migliorare più di tanto. (tra l’altro, lui e mia madre erano ancora fidanzati, si sarebbero sposati l’anno dopo) Nello stesso rullino c’è una foto di Fausto Coppi in bicicletta e in azione e quindi sospetto che non fosse tutto sommato in gita di diporto, ma fosse lì come cronista sportivo de Il lavoro di Genova o dell’Umanità ( mio padre era socialdemocratico in tempi in cui esserlo non era una brutta parola – invecchiando era diventato molto più “estremista” – un po’ come me)

Eppure andare in montagna con lui, che pure era uno sportivo e poteva stroncare le velleità di gente molto più giovane di lui semplicemente accelerando la cadenza del passo. Era stato un atleta da giovane, poi si era preso la polmonite, una cosa non infrequente quando non c’erano gli antibiotici. Adesso si parla di ecologia , di rispetto. Ho cominciato ad andare in montagna da bambina, quando non c’era ancora il traforo, ma fortunatamente in Val Veny e in Val Ferret avevano inaugurato dei pullman, i miei genitori andavano al col Ferret facendo tutta la strada da Courmayeur (via La Saxe, pont Pailler, Plampincieux, Lavachey e subito prima dell’Arnouva c’era la casetta della guardia di Finanza, casomai ci venisse voglia di contrabbandare qualche capra al di là del confine). Non abbiamo mai buttato via una sola cartaccia. O si faceva una buca, e poi la si copriva bene. O si riportava giù tutto, così che lo zaino dell’andata e del ritorno erano pesanti pressapoco uguali. Mia madre portava anche la tovaglia da picnic, le posate, e, unica concessione all’outdoor, bicchieri di plastica, rosa – ma il quartino di rosso di mio padre rigorosamente nella bottiglia di vetro, e l’acqua e il thermos di caffé. Non mi pare di ricordare che si sia mai rotto niente

Prima andavo perché dovevo. I miei avevano una compagnia di “camminatori”. “Camminatori” non alpinisti ( mio padre anche quello, di nascosto da mia madre per lo più). Non villeggianti, che passeggiavano in paese, andavano a bere l’acqua alla fonte Vittoria a Dolonne (le Terme sono una cosa più recente) e giocavano a Tennis. Così le tre attività principali erano esaurite, camminare, scalare, giocare a tennis. Turismo slow (i mantra di mio padre, i piemontesi capiranno, erano “sa t’ai da curi” e “buta nen al man per tera”, di solito rivolto a mia madre che raccoglieva fiori. Vipere sempre viste, ma non mi hanno mai fatto particolarmente paura (se tu fai la tua cosa, loro fanno la loro e tutti sono felici – ribadisco, ho più paura adesso dei cani da guardiania lasciati soli, prima c’era il cane, ma di solito anche il pastore).

Farsi sei ore di strada di media non era divertente, e infatti come tutti ho avuto la mia ribellione adolescenziale e sono andata al mare. Sono tornata in montagna dopo la laurea, nel 1985 (Sportroccia, qualcuno ricorda? Io ero là, in Valle Stretta, e a Bardonecchia con la Paola, la migliore amica di mio padre, che era molto ma molto più in forma di me). Tra l’altro quello è a parer mio, l’anno in cui le cose sono cambiate e sono arrivati gli sport da (in) montagna: arrampicata, e poi mountain bike, corsa, ultratrail per finire con i raduni di jeep sotto le Pale di San Martino e le folle oceaniche dei concerti.

In ogni caso, dopo quella volta, to cut a long story short, i lost my mind, per dirla con gli Spandau Ballet: la meravigliosa sensazione che si prova quando sei arrivato dove volevi arrivare (che non è necessariamente la cima…), capisco quelli che in vita loro vogliono arrivare in cima all’Everest per guardare dall’altra parte, anche se io non ho ambizioni del genere. Per arrivarci si attua quella che secondo molti è una pratica zen, si sposta il focus da tutto quello che ti preoccupa all’adesso, ai muscoli, tendini, nervi che ci vogliono per camminare. E poi pof, alla fine arriva anche la soluzione al problema che ti assilla. Non ne puoi più fare a meno (specie se vivi a Calcutta, ma un po’ più umido).

Non ho soluzioni, ovviamente, se non quella di farla semplice. By fair means, dicevano. E riportate a casa la monnezza. Se no, andate a Rimini (semi autocit. – peraltro anche Rimini fortemente rivalutata dopo il soggiorno di lavoro di questa primavera)

Fine

To cut a long story short, appunto
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In cammino

Questa volta vi propongo un per fare un po’ rete con chi la montagna (in questo caso l’Appennino) la vive 365 giorni l’anno per davvero. La mia Irene Zembo, geologa , ricercatrice, guida naturalistica certificata AIGAE Associazione Italiana Guide Ambientali Escursionistiche , escursionista e runner (e pure mamma di una splendida bambina) organizza bellissime attività escursionistiche e non in Val Borbera.

C’è un’escursione nella sua lista che mi piacerebbe molto fare (se non fossi la vecchiaccia che sono), perché amo molto il torrentismo ed è quella programmata per il prossimo 27 luglio: Torrentismo lungo le Strette tra storia e geologia. Mi piace molto il torrentismo, ma l’ho praticato un po’ soltanto da sola. Il torrente Borbera per la sua conformazione è perfetto

Potrei fare un lungo discorso, ma vi lascio direttamente il link al suo programma, così sentirete tutto l’entusiasmo di Irene oppure potete visitare il suo sito BorberAmbiente

nota (anzi due)

Lo scorso anno parlavamo proprio dei pericoli insiti in un certo tipo di escursioni, e del fatto che praticamente chiunque può improvvisarsi accompagnatore escursionistico. Ecco qui ci sono esperienza, professionalità e lavoro in sicurezza. Ho lavorato in passato con Irene e ha condotto a fare una bellissima esperienza un gruppo di professori sedentari, proprio sul Borbera quindi…

Secondo, potete portarci i bambini e considerato il caldo prossimo venturo una bella escursione con i piedi a mollo …perché no?

#post in collaborazione, perché collaboro a far conoscere una realtà che merita solo di crescere, e come sapete, qui si consigliano solo cose tried and tested dalla sottoscritta. Tra l’altro Irene ha contribuito a diffondere la Val Borbera all’interno dell’escursionismo femminile. Considerato che turisticamente parlando il mio territorio non fa molto per valorizzarsi (eufemismo, fa meno di zero, come ho notato frequentando gli eventi di settore), spero di fare un servizio ai miei venti lettori.

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Ci andavano per curarsi la tisi (invece io…)

Il proprietario e fondatore dei Giardini Hanbury, a due passi dal confine, ha fatto quello che molti vittoriani facevano: cercavano di curarsi la tisi, e nel frattempo invitavano architetti e paesaggisti a rifargli il giardino

La tisi ovviamente non guariva a nessuno, ma a noi sono rimasti meravigliosi giardini che ora che sono diventati un dipartimento dell’università di Genova sono tenuti piuttosto bene ( chi li ha visti alla fine degli anni Ottanta ricorda che erano in pessimo stato)

Mettiamo subito in chiaro: i giardini mi piacciono, ma essendo notoriamente non proprio un pollice verde, non ho una particolare passione per le piante, e soprattutto, le mie competenze in fatto di botanica si riducono proprio alle basi ( e in montagna sono andata per anni con un libro per riconoscere le piante e un altro per riconoscere le rocce – poi ho smesso per le ovvie ragioni di opportunità e di peso sulle spalle) In ogni caso, lo ammetto, all’ennesima distesa di succulente (credevo ormai di aver ricordato la differenza tra aloe e cactus, ma a distanza di pochi giorni, nada, nisba, scomparsa nel nulla) mi sono davvero sentita come il ragazzino incontrato all’ingresso, che cercava disperatamente l’uscita…

In realtà , per chi ha già problemi di asma e stava combattendo con la bronchite incipiente, un giardino pieno di pollini non è proprio il massimo della vita. in compenso è stata una passeggiata ottima da un punto di vista fisico (se soffrite il caldo, però, vi sconsiglio l’esperienza in piena estate e al pomeriggio, il senso di discesa è da est verso ovest e avreste il sole proprio in faccia. Questo vale ovviamente anche per le foto). Il giardino si trova lungo il fianco della collina di Mortola e dalla strada scende verso il mare. L’itinerario di visita segue ovviamente lo stesso andamento – anche se al momento l’accesso al mare non è aperto. Quindi si scende per la visita e si risale per uscire. Ci sono frecce di colore diverso, rosso per scendere, blu per salire, ed è virtualmente impossibile, o così dicono, perdersi. Noi ad un certo punto non abbiamo più trovato le frecce, ma siamo risalite lo stesso (sperando in realtà che le due simpatiche signore della biglietteria si ricordassero di noi e non ci chiudessero dentro – non c’era moltissima gente) .

Non è una visita breve: contate almeno un’ora e mezza per tutto il giro, che si allunga invariabilmente se vi fermate a fotografare le tartarughe nella vasca, le ninfee, la Nike di Samotracia in blu o villa Hanbury e i suoi mosaici.

Due ultime considerazioni: come si diceva, sono andata due giorni al mare come la Regina Vittoria, per respirare meglio e mi è venuta la bronchite. Secondo, nel natio Mandrognistan c’è gente che ti ruba la biancheria sporca dall’atrio di casa. Così è.

Ah e ragazze, mettete un po’ alla volta anche i nomi in italiano sul cartellino delle piante: quelli in latino sono così belli, ma pensate a noi poracce che non sappiamo distinguere una rosa da una foca

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Piccola guida

Avendo ormai una certa dimestichezza con le Langhe, posso dire che essenzialmente rimane un problema di fondo, che condiziona, pesantemente la vita di chi ci abita , e non solo di chi ci va per turismo. La questione dei collegamenti resta prioritaria, e devo dire purtroppo. Mi è capitato anni fa, molto prima del boom del turismo, dell’attribuzione Unesco, delle auto con tarda straniera che percorrono queste strade ogni giorno dell’anno. Dovevamo andare a Cuneo per lavoro e trascorremmo un buona porzione di viaggio dietro a trattori e macchine agricole varie, di solito grandi come una casa a due piani. Non avevamo fretta, ma la domanda che aleggiava su di noi (non sul mio collega serenamente addormentato) era “ma come fanno questi tutto l’anno” Il luogo è davvero remoto.

Domenica scorsa, al mercato di Cherasco, la mia amica ha fatto esattamente la stessa osservazione, e noi avevamo fatto una coda per via di un incidente presso Pollenzo tra una moto e un ‘auto. “Come fanno con la scuola, il lavoro, l’Università?

E Cherasco è un luogo turisticamente interessante, pieno di gente, per il mercato dell’antiquariato. Ma tutti o quasi siamo venuti in auto (per rendersene conto, basta, su Google Maps, cercare l’itinerario e spuntare l’opzione “treno”: i tempi sono biblici).

In più, in mezzo alla campagna giace intonso un tronco di autostrada che finisce nel nulla tra Alba e Mondovi. Terminatela! A vedere i tronconi che sono ben visibili soprattutto dall’alto delle colline mi sembra più impressionante la cattedrale del deserto tagliata a metà senza nessun rispetto per la popolazione e i bisogni della stessa.

Sono come sapete sufficiente ambientalista per riconoscerei mutamenti climatici e l’effetto dell’antropizzazione ( se non lo riconosci sei Trump), ma allo stesso tempo l’atteggiamento degli ambientalisti radicali alla Greta mi convince poco. Non si può essere moralisti al punto da pensare che i nostri comportamenti da soli possano cambiare radicalmente le cose, sono una componente del problema e della soluzione. Dubito che potrebbe dire a due miliardi di cinesi ehi smettete di produrre e di arricchirvi… MA la scienza sta studiando sistemi per riconvertire l’anidride carbonica, il che è probabilmente la strategia di lungo termine vincente.

Ma per tornare a più lieti pensieri, togliere le auto dai meravigliosi paesini che costituiscono la Langa non è meglio? I centri storici sono ormai tutti pedonalizzati, in modo da poter ammirare i palazzi storici che sono l’eredità migliore del mondo sabaudo…

la piazza di La Morra
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Una voce da dentro

Mi permetto ancora una piccola interruzione alla mia guida del Piemonte Insolito, ancora per onorare il mese del Pride, rebloggando questo del mio amico Paolo

Mi permetto anche di rimproverarlo bonariamente: dovrebbe essere più costante, soprattutto nel condividere le belle poesie che scrive.

Perché un altro post sul Pride? Per varie ragioni, perché quest’anno ricorre l’anniversario dei moti di Stonewall (1969 – gli storici sono pedanti in ogni circostanza), e poi soprattutto, perché io posso dare sostegno, ma dal di fuori. Per capire, ci vuole una voce da dentro, una voce umana, e volutamente non politica (per altro, se vi interessa, hanno appena ripubblicato i saggi di Mario Mieli, il più importante teorico italiano dell’orgoglio omosessuale; Torino era avanti anche lì, giusto per ricordare l’esperienza del FUORI)

Quindi…enjoy

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#Piemonteinsolito – la serie

L’origine di tutto è in questo vecchio post ormai di due anni fa.  Poi è proseguito  qui

Il perché in quest’altro: Piemonteinsolito 

Perché in effetti ho davvero passato un po’ di tempo ad esplorare il vero Piemonte, quello che costituisce il centro e il cuore della nostra regione, il core  (di pancia e non solo in senso figurato).

In realtà, questa esplorazione ha sia a che fare con la mia voglia di camminare, indipendentemente da come mi sento fisicamente ( e fare sforzi sollevando pesi di certo non aiuta, ma giuro che farò una grande festa online e fuori il giorno in cui avrò finalmente finito. Lo so ormai questo è un tormentone peggio di #markcaltagirone, dura oltretutto ormai da più tempo)

La prima esplorazione del nostro riguarda la Langa, quella recentemente diventata patrimonio dell’Unesco e non per caso. Basta passeggiare per i filari, e ci sono ormai molti itinerari che lo rendono possibile, per rendersi conto della cura , dell’attenzione con cui ogni singola vite – specie di Barolo e Barbaresco – viene tenuta. La prima passeggiata ci ha portati dritto nel cuore delle terre del Barolo, che è il vino migliore del mondo. Avevo letto sul nostro quotidiano sabaudo della risistemazione appena ultimata della piazza belvedere di LaMorra, dove avevano peraltro rubato la statua dedicata al vignaiolo ( e già, che ce ne facciamo di una statua di bronzo di grosse dimensioni…non è propriamente un nanetto da giardino). Comunque con o senza nanetto il panorama era splendido. Giudicate voi.

E quella era una domenica di tempo pessimo e di vento gelido…

Le vigne sono raggiungibili a piedi, in bicicletta – e nei dintorni, c’anche questo… la famosa superpanchina dell’amicizia, con vista sulle vigne, ordinate e pettinate. In ogni caso, lo spettacolo delle vigne ci ha imbambolato talmente che ci siamo dimenticati il mio telefono nel nostro amato ristorante di San Martino Alfieri, la Concordia (Via Alfieri, 11, 14010 San Martino Alfieri, AT,0141 978016 – endorment più che meritato, per i tagliolini, i ravioli dal plin di magro con asparagi e nocciole, il brasato di cinghiale, i dolci) Ho passato una settimana in isolamento audio video social e devo dire, lasciare a piedi la metà (i due terzi) del mondo che non ha il mio numero di emergenza è stato molto rilassante.

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Che non c’entra (apparentemente) niente.

Oggi nel natio Mandrognistan c’è stato il Gay pride. Il primo. E pure con il patrocinio di sua santità il nostro amato sindaco leghista. Potevo mancarlo?. Potevo barattare un pomeriggio di montagna per un’escursione in pianura con musica?. Potevo. Anzi dovevo: conosco la metà almeno degli organizzatori, una delle mie amiche faceva servizio d’ordine (il lavoro peggiore: bloccare la strada con la macchina e prendersi gli insulti degli automobilisti). In una città il cui motto ufficioso potrebbe benissimo essere “Esageruma Nen” (DEPRIMIT ELATOS LEVAT ALEXANDRIA STRATOS, oltre al fatto che non lo ricorda praticamente nessuno,  nessuno sa bene cosa significa), si poteva pensare ad una allegra parata piena di uomini incalze a rete e tacchi a spillo (“che schifo signora mia” grondava da tutte le testate locali)? Immaginavo di trovarci mezza città (alla domanda retorica di prima rispondo dopo), ma dato appunto che amica numero 1 era là a prendersi stoicamente gli insulti e amica numero due mi ha lasciato a piedi – stavo per dire come al solito – e amica numero tre era a un matrimonio ( e il cugino piacione va alle processioni, ossia alla versione religiosa della faccenda), come sempre in questi casi ho ripiegato sulla parrocchia, pardon, sul sindacato (l’istituzione rassicura protegge sostiene ecc. e poi sono delegato sindacale). Non mi sono spinta sino ad andare in Camera del Lavoro a prendere la maglietta – avevo scaricato scatoloni tutta la mattina- ma a cinque minuti alle quattro stavo marciando di buon passo verso il parco dove solitamente stazionano gli spacciatori di cui ha parlato Brumotti in tv. Sperando di incontrare persone, di trovare almeno il gruppo del mio sindacato, con un fondo di eccitazione e insieme di timore ( soprattutto che fosse un forno, ovvero che non ci fosse nessuno. ) Invece già in piazza Garibaldi ho incontrato persone che a gruppetti si avviavano, tiravano fuori camminando cartelli fai da te, avevano i capelli colorati e le ghirlande arcobaleno. Mi sono imbattuta in un’amica giovane con il figlio di due anni e mezzo ( l’ultima volta che lo avevo visto gattonava) che faceva le bolle di sapone con le sue amiche dell’asilo, tutte con unicorni e tutù multicolori. Le pile gli si sono scaricate verso le sette e mezza di sera, quando papà e mamma cominciavano a dare segni di cedimento. E questo è stato il motivo dominante del pomeriggio: le associazioni, i sindacati ( CGIL e UIL hanno fatto carro comune), l’Arcigay, l’Agedo, le associazioni locali ( che, non ci si smentisce mai, sono riuscite in sti due anni e mezzo a scindersi in due tronconi in mezzo a furiose polemiche – ho amici in tutti e due i tronconi ), tre Drag tre, un paio di giovanotti folcloristici e signorine scollate, e poi tante famiglie assolutamente e risolutamente “normali”, di quelle che piacciono tanto ai benpensanti di ogni colore, in cui i genitori sono di sesso diverso e spesso anche sposati e tanta tanta gente di mezza età e anche oltre, come la sottoscritta. E fortunatamente, l’istituzione che rassicura protegge ecc. si era assicurata il posto all’ombra, una fortuna visto che è scoppiata l’estate, così non siamo morti aspettando il nostro turno. Ho incontrato molta gente, mi sono divertita, ho ritrovato amica n.1 alla fine del corteo, che davvero si era presa gli insulti degli automobilisti inviperiti ( e li aveva dirottati prontamente sui vigili urbani). Gli organizzatori dicono 5000 la questura 3000, in ogni caso un bel risultato ( e i negozi che hanno aderito hanno fatto affari d’oro – pure la mia fioraia che ha il negozio in un luogo nemmeno sfiorato dalla manifestazione, e ha fatto una magnifica vetrina).

Perché parlo di tutto ciò? Perché al netto degli haters che odiano e si scandalizzano, uno dei settori in cui è difficile essere se stessi è lo sport. Qualunque tipo di sport. Le eccezioni sono pochissime, Greg Louganis il tuffatore, il decatleta Bruce Jenner transessuale, forse un rugbista o due ( difficile bullizzare un armadio che può stenderti con una manata). Il grande alpinista francese Marc Batard scrive nella autobiografia ( tradotta in Italia nel 2007 con il titolo La via d’uscita) proprio del senso di isolamento che provava prima della decisione di lasciare tutto e andare a vivere con il suo compagno. Non mi risulta che altri abbiamo seguito il suo esempio.

 

 

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