Eccolo il cane morto, schiantato dopo un semplice itinerario di qualche km, vivente, in tutti i sensi , immagine della nostra mezza età. Che come noto alla sottoscritta sta un filino stretto, ma avendo terminato da poco un anno lavorativamente molto faticoso, anche se ricco di soddisfazioni una vacanza molto rilassante ci stava.
In realtà avevamo prenotato la Val Formazza in nome della prudenza più prudente ( e della mancanza di posto dove volevamo andare, almeno per i nostri standard – due camere da letto e il cane). Dopo pochi giorni a Cà Auronia, a Uriezzo, che è una delle Frazioni di Baceno, in realtà non posso dirne che bene. L’alloggio è carino e confortevole, c’è un meraviglioso terrazzo, e anche la stufa, che in effetti abbiamo usato molto più del terrazzo, almeno sinora. Il bello di Uriezzo è la rete di sentieri storici e varianti che la circondano e la collegano a Baceno e alla valle del Devero, tutte varianti di cammini interregionali come quello dell’Arbola. Si possono girare per ore senza allontanarsi troppo da casa. Per altre informazioni si può consultare il sito delle aree protette dell’Ossola https://www.areeprotetteossola.it/it/alpe-devero-b-tta-d-arbola-albrunpass?jjj=1628197483791
Devo aver detto più di una volta che il pezzo di strada sino al Combal è particolarmente detestabile, quasi quanto quello tra Lavachey e l’ Arnouva in Val Ferret che pure ho percorso innumerevoli volte prima che asfaltassero la strada.
Eppure in alta stagione ti assoggetti volentieri alle limitazioni al traffico nelle valli, pensando che è giusto impedire il parcheggio selvaggio da parte di chi guida grosse auto, ma non ha la più pallida idea di come si guida in montagna. Però vivaddio , caro nuovo sindaco di Courmayeur, mettersi d’accordo con Savda o come si chiama ora, per un servizio efficiente, che non comporti un’ora di viaggio con trasbordo per fare dodici km…
Alla terza età come me ci avete pensato? E su dai, salire e scendere con la borsa e i nipotini , da un pullman da cinquanta posti, che li vedo sempre bene sul curvone alla partenza per il rifugio Bonatti…
Noi terza età ormai dobbiamo mantenere la seconda e la prima, a questo punto senza cadere e romperci fragili ossa importanti, quindi, un minimo di efficienza nella gestione dei trasporti non sarebbe male, se no le persone, sbarra o non sbarra, non saranno incentivati a lasciare a casa l’auto, oppure andranno altrove. Sull’ idea della seggiovia a scavalco della valle non commento, perché mi sono ripromessa di non mettere emoticon anche se qui ci vorrebbero proprio.
In ogni caso anche il nuovo ha bisogno di un po’ di freschezza. Lo scorso anno avevo rifatto una vecchia passeggiata
Quest’anno, sempre in un giorno di tempo incerto, sono tornata in Val Veny con la cuginanza al completo e l’itinerario dei casolari di Freney da Fior di Roccia al Purtud e ritorno ha un complemento che non lo scorso anno non avevo notato/ non sapevo che è stato realizzato un sentiero a lato della Dora, che permette di completare l’anello senza dover passare sulla provinciale in mezzo alle auto. Oltretutto ci sono panchine nuove da una parte e dall’altra e se si vuole si può anche prendere il sole. Una favola, sei km per tutto il giro, percorsi abbastanza a passo di carica. Fermandoci, io e Giamma, giusto il tempo per vedere e fotografare il Monzino che giocava a nascondino con le nuvole.
Ho scelto uno scorcio meno noto, la scorsa settimana, per parlare del mio fine settimana in Val d’Aosta; proprio per rimarcare come una delle più montuose tra le nostre regioni non sia solo Cervinia o Courmayeur, ma una miriade di piccoli borghi deliziosamente pittoreschi (e difficilissimi da vivere per i pochi abitanti, però). Per chi come me non si assembra nemmeno con se stessa, ritornare in luoghi che non aveva più visto da quando a Courmayeur ci andava in corriera (non pullman, non autobus, proprio in corriera) è fare un tuffo nel passato. In realtà, un po’ più per caso che scelta deliberata, sono andata tre giorni a Courmayeur … senza passare nemmeno una volta dal paese. Vuoi perchè più invecchio e meno lo riconosco , o almeno lo riconosco come “il mio paese” e vi assicuro che lo è, o almeno lo è stato, vuoi perché in effetti, il mio andare a Courmayeur è diventato andare un po’ in tutta la Valdigne, anche cercando scorci che ancora non conosco – e ce ne sono; vuoi perché ormai da qualche anno facciamo base a Dolonne, nel delizioso Hotel Dolonne, e io sono diventata troppo pigra per andare a prendere l’aperitivo al caffè della Posta dopo. Parlando con Barbara e con suo marito delle difficoltà di gestire un’attività a carattere “familiare” in era Covid sono venute fuori alcune cose interessanti, almeno di come stanno andando le cose sulle Alpi Occidentali. In val d’Aosta hanno perso tutta la stagione invernale, con una perdita di ricavi di centinaia di migliaia di euro, che Barbara in realtà mi ha quantificato con la consueta precisione. I “ristori” (accidenti a chi si è inventato questa espressione) o meglio i giusti risarcimenti, sono stati legati ad una burocrazia sovente assai complessa e sicuramente giunti in modo ridotto e tardi: questo tra l’altro ha creato anche ritardi nella programmazione della stagione estiva, rendendo difficile a volte reperire personale adatto (in sala ad esempio, c’erano un ragazzo sardo – probabilmente uno studente di scuola alberghiera- e la figlia del cuoco, una studentessa liceale intelligente e sveglia, e una cameriera più “anziana”, non si offenda, ma sotto i trent’anni, necessaria per la turnazione del personale); il personale “fisso” sono in realtà le signore delle pulizie e il portiere di notte, che hanno un contratto a tempo indeterminato. L’avvenire dell’industria dell’ospitalità pende però dalle parte delle grandi strutture, gestite da società che permettono di assumere più personale da spalmare su diversi alberghi, sempre per la questioni dei turni e dei riposi. I più “piccoli” hanno molte più difficoltà. Nei week end l’hotel era pieno, e sicuramente in paese c’erano molte più persone. Sui sentieri, assembramenti nemmeno a cercarli: nemmeno in un luogo solitamente frequentatissimo come il lago d’Arpy.
Sorry Uri, I know, taking pictures was as usual strictly forbidden, but in this one it is highly difficult to recognise anyone, let alone you.
Please be sure that I really enjoyed the concert, although for two hours or so I had that lingering, saddening feeling of a presence: my late husband Francesco questioning every single note. As I have said, I loved the concert, but it was no jazz (that was why I loved it anyway).
Ho avuto una epifania venerdì al concerto di Uri Caine: il fantasma di mio marito che aleggiava su di me e sul (grande) musicista, con tutte le sue idiosincrasie musicali che mi tornavano alla mente. Obbiettivamente, in tutto questo tempo, una delle cose con cui mi è stato più difficile confrontarmi è stata la musica, che prima occupava praticamente tutto il tempo della mia vita e ora è stata sostituita dal miagolio dei gatti ( e ne ho due che chiacchierano molto). Il prossimo passo è quindi venire a patti con la musica e con il kipple che nonostante gli sforzi non ha smesso di accumularsi.
La notizia buona è stata il tornare ad essere, dei festival, alla versione abituale seppure con mascherine e disinfettante: anche lo Stresa Festival. Peccato che le indicazioni presenti sul biglietto in tono pure un po’ minaccioso (mascherina Fpp2 obbligatoria, temperatura, distanziamento) nei fatti siano passati alla categoria boh. Nessuno del personale ci ha preso la temperatura – d’accordo era all’aperto ma le sedie erano a malapena un metro l’una dall’altra. Quanto alle mascherine, c’era di tutto, dalle performanti, alle chirurgiche a niente del tutto, come il mio vicino. Risultato, ho tenuto la Fpp2 leopardata tutta la sera.
Alle 23 dell’inizio del week end i bar a Stresa erano in chiusura o deserti (cosa già sperimentata). La barista del chiosco all’imbarcadero alla classica domanda “Si riparte?” ha più o meno allargato le braccia, dicendo che un po’ più di gente si vedeva solo nei week end. La Svizzera, credo, sia responsabile in larga parte degli stranieri che ho incrociato, essendo vicinissima al Lago Maggiore, e anche ben servita dai mezzi pubblici. Anche il meteo ci ha salvati, Stresa era praticamente l’unico luogo non tempestato dalla grandine le Piemonte orientale. Naturalmente un luogo non è un esempio accettabile: a Orta, ad esempio, ho constatato che la presenza di turisti fosse molto più consistente e questo in un giorno feriale.
Anche il Piemonte sta ripartendo: il distretto dei laghi con una sinergia maggiore, forse. Resta da vedere come funziona il resto del comparto.
Se vi state chiedendo cosa ci fa una pagoda thailandese o laotiana in mezzo alle montagne dell’Ossola…potete continuare a chiedervelo.
Questo è unanimamente considerato, dalla critica almeno, come il capolavoro di Portaluppi: la centrale di Crevoladossola (1923-’24) che porta il suo nome: io quando l’ho vista, al termine di una giornata tardoinvernale abbastanza impegnativa ( e questo dimostra che sono una storica, ma non dell’archittettura) ho proprio pensato “Ma è una pagoda…”
Sconta, in realtà, rispetto alle altre, quello di trovarsi in un luogo assai poco pittoresco, un’ansa scura dopo la confluenza tra Toce e Devero, sotto lo sperone di Crevoladossola.
Come Verampio, è molto imponente, ma di una imponenza diversa: se Verampio rappresenta l’aspetto favolistico dell’architettura delle centrali, Crevola rappresenta la potenza di una nuova religione: ecco perché la cupola centrale rimanda effettivamente ad una pagoda stilizzata, ma senza alcun rimando estetizzante all’esotico, è una fiamma che nasce dai trasformatori (il simbolo decorativo che abbiamo visto sovente negli altri itinerari, e che presente anche qui) e quindi dalla mano dell’uomo. E’un edificio barocco, ben lontano dalla semplicità funzionale degli Arts and Craft da cui tutto il movimento delle centrali monumentali è partito: è ampio nelle dimensioni (due corpi laterali e una cupola), con edifici collaterali, come la casa del direttore e i magazzini e un sistema di chiuse per l’acqua (ora nelle vicinanze c’è una zona naturalistica che è accessibile dal parcheggio nelle vicinanze), riccamente decorato, molto colorato, assolutamente visibile. La sua presenza segnala la forza e la modernità dell’uomo. La vittoria della macchina umana sulla natura.
Da questo punto di vista lameno la natura in questo periodo si è presa una bella rivincita: l’acqua del Toce è arrivata sino a Verampio, la strada del Devero è allagata, contrariamente alle intenzioni di Portaluppi che voleva sposare bello naturale e umano, l’uomo ha fatto molti danni.
Su una nota più leggera, la mia ricerca storica sulla simbologia delle centrali di Portaluppi è appena apparsa sull’ultimo numero di QSC Quaderno di storia contemporanea, n.69,2021 e online c’è anche l’intervento da cui tutto è più o meno partito, gatta Pipisita compresa (il suo esempio migliore di catbombing).
Per arrivare a Crevola, si esce dalla superstrada per il Sempione all’uscita Crevoladossola, si ripassa sotto la superstrada e alla rotonda si prende a destra lungo via Edison, che termina direttamente davanti alla centrale (che tra l’altro si trova tranquillamente su Google Maps)
Intanto, qui il numero 2 e qui il primo, tutti e due dedicati a Bressanone, in realtà.
Il natio Mandrognistan (Ville) si è appena candidato a ospitare, il prossimo anno, l’Eurovision Song Contest o come si chiama – quello che hanno vinto i Maneskin, per intenderci. Sul giornale sabaudo di oggi c’è un intervista alla nostra assessora alle manifestazioni, che ne parla seriamente e con grave sprezzo del ridicolo. Anche la giornalista ne parla seriamente elencando le cose che servono (tipo un anfiteatro alto sette metri, o da 7000 posti – confesso di non aver letto del tutto l’articolo): quali che siano, noi non le abbiamo, non avendo nemmeno più un teatro. Era molto che non scrivevo più del nostro teatro, e di teatro in generale. Ma il nostro teatro continua ad essere un sogno ( e tanto di cappello a chi comunque fa teatro anche in piccoli spazi) e se nelle grandi città ci sono già molte occasioni, per il teatro e i lavoratori dello spettacolo (penso ad esempio al “Franco Parenti” a Milano e al recente Dialoghi della vagina nei Bagni Misteriosi- scomodissimi i gradini su cui il pubblico era seduto, mi ha riferito chi c’è stato, ma enorme la gioia di essere lì), in quelle più piccole, o medie come Mandrognistan Ville le cose si muovono molto più lentamente.
I Bagni Misteriosi (foto Ornella Giacobone)
Asti ha spostato Astiteatro 2021 a settembre, con molta fiducia nel futuro, e in Valle D’Aosta sono ripresi i Concerti sotto le stelle. E ci sono le manifestazioni “tradizionali “ da Umbria Jazz a Stresafestival ( che vengono organizzate con una tempistica molto lunga), a cui darò il mio personale contributo di spettatrice, sotto la grandine, temo , viste le previsioni per venerdì.
E poi ci siamo noi ( why not) che portiamo- o almeno ci proviamo- presentazioni e storie anche nei centri cosiddetti “minori”
Oggi presentazione a Ovada
(Nella foto il direttore dell’Isral Luciana Ziruolo, Chiara Colombini e Barbara Berruti di Istoreto)
Addenda (di oggi): l’assessora nostra è agli Eventi, us sa mai che si offendano se non appropriatamente indirizzati; e oltre a tutto quanto ci vogliono anche 2000 posti letto (volendo io ne ho due, con gatti, astenersi allergici): come dicevo, un gran sprezzo del ridicolo (i social sono pieni di “no ma noi facciamo sul serio”: è un mondo difficile).
Ho fatto questo itinerario in auto, ma almeno da Valdo è parte di un più lungo cammino, il cammino del Gries, come si vede dal cartello indicatore nelle storie di sabato scorso.
Che lo si faccia a piedi o in auto in questo modo si ha la consapevolezza di quanto la Val Formazza sia, dal punto di vista dello sfruttamento idrico, un sistema integrato, lo era in passato e lo è ancora , quando una centrale nuova, poco sopra Valdo, ha sostituito i due snodi più piccoli di Valdo stesso e Sottofrua.
A metà valle, la centrale di Cadarese, subito prima del paese, è ancora in esercizio e perfettamente conservata, anche giardino e fontana, sempre presenti per l’impostazione monumentale data da Portaluppi, sono meglio conservate che altrove. La struttura è più massiccia, quasi riminiscente di una abitazione Walser e con le consuete decorazioni di lampi e fiamme
e di trasformatori usati come elementi decorativi. I due edifici successivi sono in condizioni più decadenti: quello di Valdo, che conserva ancora tutti gli elementi originali e che si trova in mezzo al paese, è stato sicuramente utilizzato come deposito; a Sottofrua, in una posizione molto scomoda, se siete in auto, subito prima delle gallerie, non è facile riconoscere come ex centrale elettrica quella che ora è una casa vacanze di una organizzazione religiosa.
Valdo e Sottofrua
Dale fotografie è facile notare gli elementi comuni a tutte le centrali elettriche di Portaluppi, soprattutto nella decorazione delle finestre. Nella foto a destra, anche se schiacciata dalla prospettiva del grandangolo, si vede la grande cascata del Toce, che già da inizio secolo fu sfruttata per la produzione di energia idroelettrica. Ancora oggi, in estate la cascata viene aperta o chiusa secondo un orario preciso, che trovate facilmente su internet.
Se siete fortunati da trovare un modo per parcheggiare l’auto, proprio dalla centrale dismessa di Kastel a Sottofrua è possibile allacciarsi al sentiero che risale sulla sinistra (idrografica) sino alla cascata, molto remunerativo e panoramico. Ci si ritrova sull’ampio piazzale dove c’è l’albergo Cascata, un altro edificio progettato da Portaluppi, e dove c’è la passerella panoramica che si sporge sulla cascata.
Arrivati a Riale non è finita: l’intero bacino alle spalle delle case ospita diversi laghi artificiali, tutti facilmente raggiungibili dal fondovalle: il lago di Morasco, il lago del Toggia e il lago del Castel. Alla diga di Morasco, una targa ricorda (o meglio ricordava quando ci sono stata sette anni fa) proprio l’operato di Portaluppi nella zona.
Sabato vi siete visti una presentazione che termina con il mio faccione e uno spoiler (d’epoca: è uno dei disegni originali di Portaluppi, che si trova sul sito della Fondazione – sulla questione delle foto ho già detto e vi rimando qui). Tra sabato e domenica ho saputo della scomparsa di una cara amica di mia madre, del malore che ha colpito Lorenzo Scandroglio, che è una persona che, professionalmente e non, stimo moltissimo, e domenica a Verrès anche dell’incidente sul Monte Rosa. Le ultime due cose hanno in comune la difficoltà di fornire soccorso nelle zone di montagna, non solo in montagna, ma quando ci si trova in emergenza sanitaria, di qualunque tipo, in zone non facilmente raggiungibili. E qui non intendo solo un rifugio di montagna raggiungibile solo a piedi. Ero a Bormio, due settimane fa, per un lungo week end di camminate terme e relax, in cui c’è stato anche un pomeriggio di shopping a Livigno (e badate, io non ho niente contro lo shopping a Livigno, o altrove, rimarco solo che Livigno potrebbe essere più open riguardo alle taglie: se lo fosse avrei speso molto di più). Però mentre Luisa provava dei profumi diversi in un grande negozio (io avendo in mente due cose precise sono stata molto più rapida), ho chiacchierato con l’addetta alle vendite che mi aveva servito, e che mi ha raccontato come a Livigno abbiano vaccinato gli ultrasessantenni, per fortuna, facendo un hub in paese, poi però abbiamo lasciato i giovani dai cinquant’anni in giù senza notizie e con la prospettiva di dover andare a Sondalo, in ospedale, per la vaccinazione: tra andata e ritorno più due ore di strada di montagna, ampia e ben tenuta, ma non confortevolissima. Quando le ho detto che avevo già fatto due dosi di Astrazeneca mi ha guardato con invidia (e ha anche chiesto informazioni su effetti collaterali e altro, che sono stata per felice di fornire). Stiamo parlando di una persona costantemente a contatto con il pubblico, che ricordava mascherina e disinfettante a chi entrava e che aveva un bimbo piccolo (lo abbiamo incontrato più avanti nel pomeriggio). Senza commenti che non siano insulti per la premiata ditta Fontana e C.
Altra questione, sempre di tipo sanitario, di cui avevo avuto il sospetto – sospetto che è diventato certezza in questi giorni. Il numero unico di soccorso 112 ha inglobato anche il soccorso alpino. Questo significa che la tua telefonata può essere rimbalzata in diversi centralini: il Monte Rosa, ad esempio si estende su due valli piemontesi, una in Val d’Aosta e una svizzera. Questo inevitabilmente rallenta tutto, e nel rallentamento fai in tempo a passare a miglior vita. Parlo purtroppo per esperienza personale: quando mio marito si è sentito male e io ho chiamato il 112, mentre facevo il Cpr, che mia fortuna ho imparato a fare molti anni fa, non crediate so fare solo quello, al telefono ho domandato varie volte quanto tempo ci avrebbero messo ad arrivare: in linea d’aria la sede della Croce Rossa dista cento metri dalla mia vecchia casa. Sono arrivati da Castellazzo. Nulla da ridire su di loro, anzi, però…mia madre, che era stata portata in ospedale d’urgenza prima dell’avvento del numero unico, era stata soccorsa in dieci minuti.
Come avrete capito sul numero unico del soccorso ho molte riserve, per non dire gentilmente che lo considero una sciocchezza. (tranquilli, torneremo a temi più leggeri nel week end)