La scorsa settimana, prima delle due corse turistiche valdostane, mi sono presa un pomeriggio di quiete e meditazione a Mergozzo. Meditazione perché avevo voglia di un po’ di solitudine , un po’ di boschi, alle pendici del Mont’Orfano e poi ho deciso di percorrere la sponda del lago dove c’erano dei bambini e un cagnetto che facevano castelli di sabbia. Ho invidiato la loro energia: il tempo era tutt’altro che primaverile e tirava un vento decisamente freddo; anche i genitori erano infreddoliti. Poi mi è venuta voglia di costeggiare il lago dalla parte della strada e ho visto che il marciapiede era utilizzabile ben oltre il campeggio Lago delle Fate. Anzi: la spiaggia era percorribile e c’erano tracce di lampioni appena piantati (forse per una costruenda pista ciclabile?). Quindi, ho scoperto dopo un secolo, la spiaggia prosegue, c’è un bar estivo in mezzo agli alberi, e si può camminare a filo d’acqua molto più a lungo di quanto pensassi.
Sono rimasta lì a contemplare i colori, sino a quando un gruppetto di oche mi è venuto incontro minacciosamente. Avevano ragione loro e le ho lasciate stare.
Ora che la Fiera è terminata e siamo andati e tornati tutti sani e salvi, posso dirlo tranquillamente, è andata bene anche in primavera. Lo so, non gridiamo alla lesa maestà. Capisco chi dice speriamo di no: dopo tutto, è stato il Covid. St. Orso non si tocca, come il Plana che è il Plana, e Sanremo è Sanremo. Persino il tempo, venerdì mattina, ha portato una ventata di gennaio: nevicava ovunque. Sapete che non ricordo una St. Orso sotto la neve, almeno negli ultimi dodici, quindici anni? Freddo belluino sì, da cappello e sciarpone (questo, non negli ultimi cinque anni), ma maltempo no, che sarebbe comunque una pietra tombale sulla manifestazione che non ha punti al chiuso o riparati, se non il padigliore in piazza Chanoux.
Sabato il clima era decisamente fresco ma il tempo splendido e la luce fantastica. In bassa Valle è nevicato tanto, nemmeno in inverno mi era capitato di vedere la neve così bassa, mentre la conca di Aosta era relativamente sgombra. Ho lasciato l’auto in un parcheggio in via Monte Vodice, dietro la caserma e davanti aun palazzone ondulato che non so se è la nuova università o il palazzo della regione, ma già a vederlo così dà l’idea di un mucchio di polemiche passate presenti e future. In ogni caso a due passi da piazza della Repubblica, dove iniziano le bancarelle di cibarie varie. Questo alle tre del pomeriggio.
C’era abbastanza traffico pedonale e i finanzieri che facevano rispettare il senso unico di circolazione, così abbiamo fatto tutta Croix de Ville, abbiamo guardato gli animali di Enrico Massetto, e abbiamo fatto il solito giro Duomo -piazza Chanoux . Ho ritrovato molti degli artigiani già presenti a Donnas, Binel, Barmasse, la signora delle tazze e pure quello delle mucchine che la mia amica non aveva comprato perché non le piacevano i colori. Stavolta c’erano altre mucchine e oggi le ha comprate. Si camminava bene e tuttavia, essendo una vecchia boomer, ho messo la mascherina, non lo scafandro che metto in ufficio, ma tant’è. Sulla piazza del Duomo e in piazza Chanoux, molta musica e molti balli. Ad aprile certamente è più facile andare vestiti con sontuosi costumi senza prendersi una polmonite e senza dar prova di eroismo.
In piazza Chanoux c’era il padiglione con gli artigiani più importanti e gli stand istituzionali, e lì abbiamo fatto un po’ di chiacchiere con vari sconosciuti (che sono rimasti tali perché ero troppo impegnata ad ascoltare loro e a evitare che cugino piacione facesse qualche battuta infelice – non l’ha fatta, ma dopo nel padiglioone gastronomico ha preso in mano una formaggetta, e solo perché la signora dello stand non stava guardando ha evitato il linciaggio: il Covid, santo qualcosa! Queste sono le circostanze in cui sono felice di essere una Journeywoman che se ne va da sola, e non deve giustificare le brutte figure di altri). In ogni caso ho comperato un mestolino da Rudi Behr, e dei fiori colorati per il mio albero di Pasqua.
Animali e umani
In ogni caso il tempo è stato davvero primaverile, abbastanza da giustificare un pomeriggio piacevole e anche una sosta alla Patisserie Bovio, dove vado sempre
Ci siamo, da oggi iniziano le attività della Fiera di St. Orso primaverile, mentre è già annunciata la fiera di Pasquetta di Courmayeur (c’era l’annuncio oggi).
E’ già possibile visitare, da oggi, l’Atelier des Métiers in piazza Chanoux, con mascherina e GP e soprattutto il padiglione gastronomico in piazza Plouves dove ci sono moltissime prelibatezze. Il tutto con questi orari (sono gli stessi per i due padiglioni): 31 marzo e 1° aprile dalle 10.00 alle 19.00 2 aprile dalle 8.00 alle 20.00 3 aprile dalle 8.00 alle 19.00
La fiera vera e propria sarà sabato e domenica dalle 8 alle 18: oltre 1.000 artigiani lungo il centro storico di Aosta. Per la Saint Ours 2022 è stato scelto come simbolo che contraddistingue ogni artigiano espositore Le sécateur (cesoia per potatura). È stato realizzato dalla falegnameria Lo Tzapoteun di Christian Chamonin. Ci saranno anche punti di ristoro rossi e neri gestite dalle varie Pro loco valdostane. Considerato che la Veillà sarà di sabato sera, prevedo un gran numero di gente allegra in giro.
Come si va alla Fiera: Con i mezzi pubblici La stazione ferroviaria e l’autostazione dei pullman sono a due passi dalla Fiera. Per noi del Basso Piemonte il treno è fattibile ma scomodo (ci vogliono circa tre ore / tre ore e mezza a seconda delle coincidenze). Per chi viene in auto, ci sono i parcheggi esterni, gratuiti, serviti dalla navetta, oppure la ricerca fortunosa di uno stallo in città, a pagamento. Nelle ultime edizioni ho sempre trovato parcheggio, vedremo (andrò con il cugino piacione, che non posso piazzare su una navetta).
Dopo Donnas, ho letto dichiarazioni soddisfatte. Ne sono lieta; noi siamo andate di mattina abbastanza presto e venute via all’una e si girava benissimo (il parcheggio del campo sportivo era semideserto anche dopo). Ricordo di edizioni con ressa compatta ad ogni ora. Ho comperato alcune cose carine , soprattutto la volpe in legno e un altro tatà. E soprattutto i biscotti di Bonne Vallée (alla faccia della dieta cheto, mannaggia). Vedremo.
Eh sì, come da giorni la pubblicità radiofonica ripete, questo e il prossimo week end saranno dedicati, in val d’Aosta, all’artigianato. Le due fiere gemelle di Donnas e di Aosta, anziché a gennaio, si terranno rispettivamente domani – con un anticipo questa sera con varie iniziative – e il prossimo week end (2/3 aprile) ad Aosta, in tempo per attirare il maggior numero di turisti, e senza sovrapporsi alle numerose fiere di Pasquetta, come quella di Courmayeur.
Che dire…
Nel nativo Mandrognistan si dice pitost che gnente, mei pitost (piuttosto che niente, meglio il piuttosto). e questo devono avere pensato anche in Valle, dopo che il Covid aveva fatto saltare l’edizione 2021 (manco i lanzichenecchi), e stava per far saltare pure quella di quest’anno. Così dopo millenni (dice sempre la pubblicità, ma esageruma nen) ci siamo spostati in primavera. Va bene tutto, pecunia non olet, e domani vi saprò dare qualche immagine in più. Intanto, per vostra informazione: https://www.fierasantorsodonnas.it/
Sono andata via e non è piovuto; non ha nemmeno fatto un tempo stratosferico, e paradossalmente ma non tanto a dicembre faceva molto più caldo; nel senso che adesso c’era la temperatura che ti aspetteresti a marzo, ma a dicembre faceva caldo come a maggio. Non va bene, e qui come in Costa Azzurra non piove da più di cento giorni.
Da un po’ rimuginavo con l’idea di fare un salto a Montecarlo, dove, passando per anni Natale e Pasqua a Sanremo ero stata diverse volte con i miei e dove, ricordo benissimo, mi ero spaventata molto vedendo dal vivo le murene nel Museo Oceanografico (tutti in famiglia eravamo grandi fan dei documentari di Jacques Cousteau).
Così a dicembre c’ero passata in auto e avevo provato una decisa sensazione di straniamento. I grattacieli, che mio marito avrebbe amato moltissimo, complice il buio e le strade deserte, parevano abbastanza inquietanti; avevo girato a caso, perdendomi nei tunnel, e finendo davanti allo Yacht Club, dove era parcheggiata una nave (panfilo mi sembra una parola riduttiva) grande più o meno come una fregata da guerra. Avevo poi scoperto che esiste un bus, il n.100 che va da Mentone a Nizza e viceversa passando da Monaco lungo il litorale (lascia da parte cioè i villaggi fortificati). Così ho messo da parte la mia naturale diffidenza verso i mezzi pubblici, ho controllato gli orari, chiesto informazioni e ho pure messo la sveglia.
Bene, è un’ottima cosa; è puntuale come un orologio svizzero, ci mette più o meno lo stesso tempo rispetto ad un viaggio in auto sulla statale, costa €1,50 da Mentone a Nizza, e puoi dedicarti alle persone che sono intorno a te: due anziani coniugi inglesi, finalmente tornati dopo il covid, una signora che è scesa con me, con una pelliccia di visone e una borsa elegante, una ragazza sudamericana che chiamava ossessivamente il suo fidanzato dicendo cosa aveva comperato per la spesa. Piccoli pezzi di mondo.
Mi sono fermata nel centro di Montecarlo, sulla piazza del Casino, dove sono concentrati i non molti edifici liberty del Principato, il Casino, appunto, il café de Paris con le sue decorazioni e l’hotel Ermitage. Questo è in centro delle boutique lussuose, e delle grandi firme della moda, molte delle quali erano però misteriosamente, almeno per me, chiuse. Dopo aver rischiato di farmi investire da una Porsche davanti al Casino, ho camminato a lungo negli splendidi giardini, cercando una statua di Vasarely che non ho trovato, ma che ho sostituito con altre opere d’arte da Lodola a Botero, e con una passeggiata in mezzo ai piedi dei calciatori famosi (ci sono Rivera Totti e Pelè, ma pure Nakata che da noi non se lo filava nessuno.
E così, alla fine ho anche capito dove mi ero persa quest’inverno, dato che ero proprio sopra al porticciolo e allo Yacht club: c’erano sempre molti panfili grandi come navi da guerra, ma meno. Saranno scappati tutti gli oligarchi? In ogni caso qualcuno mi ha chiesto indicazioni stradali. A me. Si vede che mi mimetizzavo bene nell’ambiente
E’ il primo giorno, o quasi di una primavera che si annuncia ancora lontana. Marzo è stato pazzerello, nel senso che non siamo mai usciti con l’ombrello, e stando alle previsioni non lo faremo nemmeno nell’immediato futuro, e pure il sole non si è fatto vedere. Insomma, io ho ancora freddo, e pure i gatti che vorrebbero buttarsi in terrazzo, poi scappano di corsa dentro. Ricordate vero, la luminosa primavera del 2020, che prendevamo il sole in terrazzo in maglietta chiusi in casa?
Però, se volete iniziare a rifarvi un po’ di fiato, potete cominciare come me, nel vostro cortile, che per me sono i dintorni di Mandrognistan Ville. Dopo aver iniziato dal lato collina, un po’ di tempo fa, la scorsa settimana e del tutto per caso, ho fatto una camminata nella piana, che è, per così dire, la vera essenza del Mandrognistan (i mandrognistani doc stanno sotto il livello del mare). Del tutto per caso perché domenica io e il cugino piacione non sapevamo cosa fare, e io ho perso tempo perché non trovavo gli occhiali e il portafoglio. Così ci siamo trovati, o meglio io sono sbarcata a casa sua che era troppo tardi per fare alcunché (sto diventando una donna inaffidabile, e per fortuna). Così, stabilito che né io né lui avevamo voglia di vedere il milionesimo Batman, ha proposto di andare a camminare.
Ora, il cugino piacione è un uomo tanto caro, ma ci vede pochissimo, e il mio unico tentativo di portarlo fuori dall’asfalto non era stato propriamente un successo. Però, se ti dicono, andiamo a camminare, avendo vaghi sensi di colpa perché hai passato le ultime domeniche facendo di tutto anziché fargli compagnia, vai a camminare, con qualcuno appeso al tuo braccio.
Ora noi abbiamo fatto benissimo la nostra camminata ad anello dal cimitero alla fine del paese, e verso un’altra frazione, tagliando direttamente in mezzo ai campi, e senza infangarci, dato il clima secco. Ma certo, una maggiore inclusività degli itinerari escursionistici, nelle pianure e in fondovalle, di sicuro giova.
I muron
I muron, dalle mie parti, sono i gelsi, che sino agli anni Sessanta punteggiavano tutti i campi facendo da divisori tra una proprietà e l’altra, e che erano foraggio per i bachi da seta, oltre a dare grosse more molto gustose ( con cui era facilissimo sporcarsi).
La frase “ Cala sü dansi muròn” pare sia stata rivolta dal nonno di mio marito ad un militare di origine ignota ( poteva essere tanto un tedesco in ritirata, quanto un alleato brasiliano o canadese in arrivo – quelli sono arrivati dalle mie parti- ma per il nonno di mio marito non faceva molta differenza) che aveva appena scoperto la bontà delle more, sul finire della Seconda guerra mondiale. Il proseguo della frase, dato che il militare, chiunque fosse, non aveva comunque capito, è un filino più scurrile e ricorda una canzone adesso di moda “ con le mani con i piedi con il c… ( ciao ciao), basta cat cali sü
Poi, veramente, smetto di dare consigli non richiesti.
Ci sono cose che bisognerebbe portare sempre (e che finiamo di dimenticare)
un cappello anche se siete di quelle persone che pensano di stare malissimo con il cappello, ma sovente, come molte cose, è soggettivo. A mio marito piacevo con un baseball cap a visiera (degli X Files, che avevamo comperato insieme a Londra). Io adoravo quel cappello, ma per ragioni che non coinvolgevano il fatto di doverlo portare. Ne ho due Lafuma che sono pure impermeabili, beh, diciamo abbastanza impermeabili, quanto impermeabili non l’ho ancora sperimentato, ma quello che per varie ragioni finisce sempre nello zaino, me lo portò dall’India mia zia un milione di anni fa, di cotone. Tutti e tre sono bucket hat, o cloche, se siete molto molto boomer. Se vi scottate sul collo ci sono quelli con la falda posteriore, che esteticamente non saranno il massimo, ma fanno egregiamente il loro lavoro, se tendete a scottarvi nel coppino.
e a proposito di scottature, la crema solare. Lo so che non si dovrebbe mai dimenticarla, ma la mia generazione si è spesso allegramente ustionata, me compresa, e il fatto di aver evitato sinora melanomi è in parte un colpo di fortuna e sicuramente dovuto al fatto che dopo un po’, diciamo intorno ai 25 anni, ho iniziato a spalarmi religiosamente di crema solare. Cionondimeno, riesco ancora ad arrossarmi anche con la protezione 50.
L’acqua sempre, non fate i finti eroici, che ci sono sentieri assolutamente privi di ruscelli e sorgenti, e tra l’altro, questo è stato uno degli inverni più siccitosi degli ultimi trent’anni e questa estate ci sarà poco da ridere. Sempre naturalmente se ci arriviamo. Quanto al cibo, mi sono portata dietro, in realtà lo faceva mio padre, pane e bistecca impanata per secoli (la colazione dell’escursionista). Mio padre, che apparteneva ad un’altra generazione, si portava dietro anche il suo quartino, in una bottiglia di vetro, che mai si è rotta sulle pietre della Val d’Aosta e sta ancora come una reliquia nella mia credenza. Sento già gli sportivi professionisti che squittiscono nel buio, perché tenere acceso il computer è una spesa. In ogni caso le due cose per il mio stomaco attuale sarebbero improponibili. Però i tramezzini con formaggio e verdure ancora me li preparo. O uso le barrette proteiche.
Una cosa che si dovrebbe sempre portare è un kit di primo soccorso. Lo ammetto, ce l’ho, ma resta sempre in auto. Nessuno è perfetto. I cerotti antivesciche, invece, li ho sempre: le vesciche non fanno sconti, e quando passo dalle scarpe chiuse ai sandali, mi becco sempre le vesciche, sempre. Anche con scarpe più che usate. Mi dicono che in farmacia vendono i punti adesivi che “saldano” le ferite. Non li ho mai provati. Qui gli unici che mi feriscono sono i gatti, mannaggia.
In inverno, Artva pala e sonda. Ora è OBBLIGATORIO averli. Andando io sempre da sola, non è chiaro a cosa mi possano servire (dovrei essere in grado di accendere l’Artva, e sperare che qualcun altro mi venga a salvare. Aspettate che rido.) Però, se siete in gruppo, ci vogliono, e si impara a usarli abbastanza facilmente (ho imparato io; poi per carità, un conto è un workshop in cui cerchi palline di plastica nella sabbia, un conto è cercare un disperso su un fronte di caduta che può essere anche di centinaia di metri. Spero non mi capiti). Una cosa che invece è obbligatorio fare è leggere il bolletino metereologico e quello del pericolo valanghe, e non uscire oltre il livello 2. O tornare indietro.
E, dulcis in fundo, la cartina. Cartacea. Eh sì, perché capita che non ci sia campo. ma come, se si può telefonare dalla cima dell’Everest (Lo so che avete letto Aria sottile). Vero, l’Everest è coperto dai satellitari. Capanne di Marcarolo, Alessandria, dove c’è il Sacrario della Benedicta, no. Quando sarà finito il Centro rete forse sì. Forse. Cartina cartacea, o mappe escursionistiche scaricate e utilizzabili anche in assenza di segnale e copertura internet. E per amor del cielo non usate Google Maps, non perché ce l’ho con i navigatori. Ma perché lì non ci sono i sentieri.
Ah, sì. Alle giacche. Come vedete, né per i pile, né per le giacche vi ho propinato una dettagliata spiegazione scientifica. Potrei farlo, certo, ma vogliamo essere ottimisti e non trascorrere i minuti prima dell’apocalisse dettagliando gli strati impermeabili e traspiranti. L’ottimismo mi fa dire, tra l’altro, che dopo un paio di settimane in cui al lavoro è successo di tutto (il clou è stato mercoledì quando ho dovuto telefonare alle dieci di sera a una nostra relatrice, persona simpatica ma che non posso considerare nemmeno una conoscente, che i nostri programmi per l’indomani erano stati rivoluzionati e non per colpa mia, né sua, ma perchè in giro ci sono persone che eccetera. Mia zia che era una persona elegante, non come me, sosteneva che non si telefona a casa “della gente” dopo le nove e mezza di sera e prima delle nove e mezza la mattina, esclusi i parenti gli amici più cari e gli amanti, immagino), ecco dopo queste due settimane, ho chiesto e ottenuto due giorni di ferie per andare a camminare da qualche parte, e indovinate, pioverà.
Comunque, niente roba scientifica, ma due paroline magiche: Polartec e Gore Tex, che sono due brevetti e non due marchi e che indicano le due componenti più preziose quando si tratta di pile e di giacche a vento. Il Gore tex, in particolare assicura un’elevata impermeabilità unita alla possibilità di far evaporare l’umidità corporea, evitando cioè l’effetto scafandro: se mi mettete addosso un sacco di plastica, o uno di quei poncho col cappuccio che vendono i negozi di souvenir, l’acqua non passa, ma dopo pochissimo sarete bagnati fradici di sudore. Un giro su internet o sulle riviste di montagna dove si parla di materiale vi farà capire cosa è più traspirante e cosa più impermeabile.
Un paio di scarpe da escursionismo. Qui, ve lo dico subito, le possibilità di sbagliarsi sono molto elevate. Se le scarpe che avete comprato sono le vostre scarpe lo saprete solo usandole, cioè camminandoci dentro. Quelle che parevano comodissime in negozio possono trasformarsi in una tortura dopo la prima ora o dopo la prima mezz’ora o in discesa (che è una cosa da non sottovalutare mai). Quali sono le scarpe migliori per me? Quelle che non vi fanno male alle sera quando ve le togliete: il piede è indolenzito perché molto sollecitato, ma non dolorante. A me vanno bene le Salomon, ma non le Merrell, troppo dure in discesa nella scocca, le Tecnica e le SanMarco. Le scarpe da escursionismo vanno provate sempre (sorry internet) a meno che non stiate comprando di nuovo il modello che vi va bene; altre cose da tener conto, se supinate o pronate (basta rendersi conto di come prendete le storte…) e come è il vostro arco del piede. Tante cose, e se scegliete bene il negozio, un commesso/a competente ve le spiegherà. Alte o basse alla caviglia? Anche lì, dipende: molto da cosa fate, sostanzialmente. Essendo vecchia scuola, se so che devo camminare tanto, o su un sentiero EE, dove ho bisogno di stabilità, metto gli scarponi alti, altrimenti le low (per me, entro le due ore, basse vanno bene). Altro consiglio, non prendetele troppo pesanti, non dovete scalare il K2 (vedi alla voce comode), ma sempre impermeabili (Goretex anche qui), che avere i piedi bagnati non piace a nessuno, se non ai bambini sotto i dieci anni che ciabattano nelle pozzanghere, e fanno benissimo. Le migliori scarpe da escursionismo, se si tolgono le Salomon, sono quasi sempre italiane. Ps ho detto scarpe da escursionismo, non da running, non da trail running e non (orrore) le sneakers.
Almeno due paia di calze, lunghe o corte, fate voi, assolutamente non di cotone, perché significa vesciche assicurate (che non vengono con i calzettoni di lana però). Le calze, la prima volta, si comprano con le scarpe, ma se anche vi rivendete gli scarponi su Vinted (vedi sopra), è difficile che vi rivendiate anche le calze.
Un paio di bastoncini telescopici da escursionismo: questo potrebbe parere un optional, ma quando ho cominciato a usarli negli anni Novanta mi hanno cambiato l’esistenza. Attenzione, non sono i bastoncini da nordic walking, né quelli da sci, se fate un anello a fondovalle senza troppe salite, quelli da nordic vanno bene, ma per un sentiero non T (cioè non turistico, da E in su) sono utili: scaricano il peso dalla schiena e dalle ginocchia e sono fondamentali in salita e soprattutto in discesa. Perché telescopici? Perché si regolano differentemente in salita e in discesa ( a differenza di quelli da nordic che si regolano sulla vostra statura). Se in salita l’angolo formato da braccia e bastoncini è di circa 90°, in discesa deve essere più ampio, perché i bastoncini vanno davanti a voi.
Quanto costa il tutto? Dipende. Nulla vi vieta di comprare tutto nella nota multinazionale degli articoli sportivi che ha punti vendita in tutte le aree commercali in Italia e pure in Mandrognistan Ville. Io ho un ottimo paio di scarpe da walking che ho preso lì e bene che vanno. Le due cose che costano attualmente di più sono ovviamente la giacca impermeabile e le scarpe, indipendentemente da quello che va di moda, perché anche qui c’è quello che va di moda. Ad esempio dato che molti atleti d’elite le usano, vanno di moda le Hoka One One, che costano una fucilata, ma io non faccio trail, e non sono Franco Collé, che è un loro testimonial e per cui faccio il tifo quando gareggia. Questo è anche un settore in cui la qualità si paga, e con un saggio investimento la giacca impermeabile, se proprio non prendete una roba che va bene solo sulle piste da sci, la portate anche in città (ma non viceversa, la giacca country da fighetto la portate in città, perché in campagna con quella vi prendete freddo, figuratevi in montagna). Per tutto il resto, potete partire basso e poi fare successivi upgrade (la cosa con cui lo farete più facilmente è lo zaino).
Ah, MAI MAI E DICO MAI usare gli ammorbidenti con i capi sportivi. L’ammorbidente è il male: inquina e rovina i tessuti – tutti in realtà.
Mi rendo conto che in questo periodo c’è davvero poco da ridere, ma nell’ipotesi che
a) faccia un filo meno freddo, la mattina qui siamo decisamente sotto zero, e lo so, non sto più a spiegare la faccenda dell’inversione termica e comunque fa freddo e amen;
b) si sia ancora vivi e arzilli tra un paio di settimane, se il dittatore botulinato dell’est nel frattempo non ci ha tirato in testa qualche bomba atomica – e credetemi, quest’opportunità mi speventa realmente, non al punto di farmi fare incetta di pastiglie di iodio (e conosco almeno tre persone che lo stanno facendo, persone che sino all’altroieri mi sembravano quasi normali) ma proprio perché so che nell’eventualità non servirebbero assolutamente a nulla.
Detto questo, facciamoci prendere da una botta di ottimismo (ah già, dimenticavo il Covid che sta rialzando la testa) e ragioniamo – non l’ho più fatto da un po’ di come muovere i primi passi nel mondo dell’escursionismo (o meglio nel mondo del camminare: in città, in campagna, in montagna, al mare).
Quindi in questi due post affronterò le domande più comuni che nel corso di questi ultimi due anni mi sono sentita fare per lo più da conoscenti e sconosciuti, perché con gli amici queste questioni le abbiamo sviscerate da un po’ (e sì, la maledetta malattia c’entra sempre, perchè ha cambiato le nostre abitudini, ricordate quando avere un cane era il nostro passaporto per uscire di casa? e sì, non è nemmeno un caso che lo scriva nell’anniversario di quando tutta l’Italia si è fermata).
Prima grande FAQ: ma cosa mi compro? perché prima ancora di muovere un passo, bisogna muoverlo tutti adeguatamente bardati. E poi perché un po’ di shopping fa male al portafoglio ma bene al morale.
Cosa serve davvero. Se siete veramente digiuni di tutto, vi omaggio di un elenco minimal (che nel mio caso ovviamente non è così minimal, ma adesso ho deciso di trattenermi e non comperare tutto quello che mi sembra interessante utile e nuovo:
un paio di pantaloni da escursionismo, che all’occorrenza possano traformarsi in pantaloni corti (cioè che abbiamo cerniere posizionate all’incirca a metà coscia, per quanto fa veramente caldo);
almeno due magliette tecniche, non di cotone, che si asciughino rapidamente e non vi lascino con il sudore incollato alla pelle, cosa pericolosissima per noi seconda e terza età. Una delle due ve la portate sempre dietro. Se siete freddolose, esiste anche la versione a maniche lunghe (attenzione non sto parlando delle magliette termiche, spesso in lana merino, che si portano solo d’inverno).
uno zaino, ben sostenuto e imbottito sulla schiena, con cinghie regolabili e spallacci. Gli zaini si misurano a litri. La misura ideale di uno zaino per un trekking giornaliero va dai 15 ai 20 litri, se l’itinerario che dobbiamo percorrere è semplice e abbastanza breve. Se invece vogliamo affrontaretrekking più complessi avremo probabilmente bisogno di uno zaino con una capienza di 20 – 30 litri. Pensate che deve contenere acqua, cibo, giacca antipioggia, la maglietta di ricambio ecc, e deve essere comodo (gli zaini per i trekking di più giorni sono un’altra cosa, e qui non ne parliamo). Il concetto di comodo varia moltissimo da persona a persona, ma un punto secondo me è irrinunciabile: non deve sbattere sulla parte lombare della schiena. A tal proposito: le cinghie si allacciano sempre tutte. Con gli zainetti fighi e firmati non si dovrebbe andare nemmeno a scuola, soprattutto a scuola perché i libri sono tra le cose più pesanti in circolazione.
un pile, sintetico, antivento, di medio peso. Sarebbe meglio due ovviamente, uno più pesante e uno più leggero per l’estate. Ci vuole, sempre. Ve lo portate dietro, sempre. Anche se ci sono sette soli. Non c’è niente che cambi più in fretta del tempo in montagna, e in Appennino è anche peggio.
una giacca con cappuccio, impermeabile. Altra cosa per cui è difficile dare un consiglio. Io ho (alla faccia del minimalismo): un guscio esterno goretex della Salewa, (pieghevole, piegabile ecc.), due Nanopuff Jacket Patagonia, che sono un capo costoso, sui 250€, ma sono secondo me un investimento giustificato: la nano puff si porta da marzo a novembre, calibrando quel che mettete sotto, regge una giornata di pioggia battente senza farvi bagnare (testato all’Alhambra di Granada), si asciuga in due ore dopo la suddetta giornata, e potete metterci sotto un tailleur e fa la sua figura, e no Patagonia non mi paga, ma dovrebbe; poi ho sempre di Patagonia, una cosa che non fanno più, la Infurno, che è una cosa invernale imbottita di pile, una giacca 2 in uno (guscio più pile) di Jack Wolfskin, che sono tirolesi, fanno cose qualitativamente pari a quelle di Patagonia e non devi vendere un rene, e soprattutto una XL è una XL e non l’equivalente di una 44 italiana, e poi una giacca foderata di pile di Technique Extreme di Chamonix, leggera, che in saldo costava tipo 40 euro e d’estate è quella che in assoluto metto di più, perchè in uno risolve il caldo il vento e la pioggia. Cosa si deduce sin qui? che è roba che non si compra in città ma sul posto.