Montagne d’Abruzzo

Domenica sera guardavo l’ultimo numero di Alp dedicato al Gran Sasso e alle Montagne d’Abruzzo, dove non sono mai stata. e poi c’è stato il terremoto. Sto sentendo la radio da due giorni e molti dicono che L’Aquila ormai è una città morta. Non ci sono parole per commentare, se non un pensiero, una preghiera in silenzio (o un aiuto monetario e concreto). Io che ho solo visto qualche lampadario oscillare (Friuli), o i libri precipitare dai piani alti della libreria (Sant’Agata Fossili, qui vicino), mentre stavo abbracciata al muro maestro di casa – questo il bello dell’aver comperato sul nuovo, che sai dove erano i piloni portanti – sono con quelle persone.

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Indietro nel tempo

Siccome piove, sono sempre di corsa, il mio portatile sta avendo crisi da terminale, da nuovi blocchi di memoria e quant’altro, questa domenica torniamo indietro a quel che sono riuscita a fare nel mese di marzo. Quasi tre settimane fa sono riuscita ad andare in val d’Ayas per farmi la mia solita escursione sopra le baite di Extrepieraz, che è uno dei miei luoghi preferiti (ricordate lo gnomo di Natale? lì è il posto). Ne ha parlato anche l’angolo del montanaro su La Stampa, ma vorrei vedere cosa è riuscito a fare. Sono entrata in paese per prendere l’imbocco del sentiero ( o almeno prendere il segnavia) ma mi è stato impossibile proseguire. Anche aggirando la muraglia lasciata dagli spartineve, la neve era impossibile da navigare. Ventata e crostosa in superficie, molle sotto: sono sprofondata sino alla vita e nella neve anche con i pantaloni impermeabili ci potevo nuotare. Stessa situazione in tutta la zona, anche nei boschi: infatti non ho notato orme di racchette da nessuna parte, quando lì ho spesso incontrato sciatori, gente che camminava, cani. L’unico posto praticabile era la pista del fondo. E allora mi chiedo, come ha fatto il montanaro della Stampa?

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Bastardi

I cani, naturalmente. E anche questo per tornare su una notizia di cui tutti i giornali hanno parlato.  Ovviamente non è bello essere azzannato da un cane. E lo posso ben dire, perché io, in generale, ho paura dei cani. O meglio, dipende dal cane, ma dovrei dire dipende dal padrone, o dalla mancanza di padrone. Oggettivamente, non ho paura della yorkshire terrier del mio vicino di casa, degna e bravissima persona, che però ha inanellato una serie di cagnetti il cui quoziente intellettivo, complessivamente, non eguaglia quello della mia gatta (e spero che lui non legga questo blog). Non ho paura del bellissimo border collie cui un’altra mia vicina fa da baby sitter, né del beagle del vicino di casa di mio marito (altro no comment), né dei pastori tedeschi che alleva un’amica di mia madre, e che sono molto più intelligenti ed educati di tanta gente che conosco. E però. Mi è capitato di essere azzannata alla caviglia, dio sa perchè, da un botolo alto trenta centimetri mentre me ne andavo a prendere la macchina nel centro di Traverselle. Avevo gli scarponi alti e mi dispiace dire, il cane ha fatto un volo: mi  ha ricordato il botolo del vicino di mia nonna, che le sue gatte inseguivano con particolare ferocia. Perché un botolo azzanna tutto viene lasciato libero di andare in giro. E giovane pastore tedesco che è schizzato via da un cortile al Villair superiore, una mattinata d’inverno, che mi ricordo molto bene, è il giorno in cui ci fu l’incendio al traforo del Monte Bianco. Si è felicemente masticato i miei bastoncini da sci,  e tutti quelli che incontravo mi dicevano oh che bel cane quando io avrei solo voluto che se tornasse felice a casa sua, da quell’idiota del suo padrone che lasciava libero un cane del genere, a rischio di perderlo o che facelle, del tutto involontariamente, del male a qualcuno.  O l’altro branco di botoli di varie dimensioni che mi ha preso a musate sempre in Valchiusella, dove evidentemente ci sono padroni particolarmente sbadati. O il branco dall’aspetto pericolosissimo, e legato alla catena, che sorvegliava un cantiere, anni fa, prima della cappella del Montsérrat a Bardonecchia (un enorme spavento). O il vecchio e un po’ malandato pastore scozzese che ho trovato ad Arcesaz. In Italia. In   Alto Adige, in Austria, in Francia, vado in giro ovunque in montagna, e comunque sempre su sentieri segnalati, su itinerari conosciuti, su strade asfaltate, e di cani in giro non ce ne sono, da soli, che abbaiano o vengono abbandonati o mordono i passanti.

Non è colpa dei cani.

E’ colpa nostra.

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Catastrofe digitale

Allora, in questo periodo a casa mia le macchine hanno dato forfait: il mio powerbook, forte della sua nuova megamemoria, mi è andato in crash due volte in due giorni (la prima volta è comparsa una stringa minacciosa di unix), giovedì ho sbattuto la minolta contro un albero ed è partito lo sportellino che tiene ferme le pile, è collassato un mobile fine ottocento ( sto ancora aspettando che il falegname mi richiami) e infine ho passato  lo stesso giovedì a chiedermi quando ho comperato le mie Tubbs e se era per quello che continuava a slacciarsi, anzi a scivolare giù, la cinghia che tiene fermo il tallone , il che nella neve alta non è proprio bellissimo  – le due ultime cose non sono digitali, ma vanno nel conto catastrofi.  Così anziché parlare di me e di quello che ho fatto (e ho fatto , finalmente), stiamo sulla notizia che ho sentito su radio rai sabato mattina mentre mi preparavo il caffelatte e la gatta premeva per il tonno (prima tonno, poi caffelatte). Nel programma sportivo che precede il giornale radio delle otto e dove di solti si parla di baseball o di hockey su prato o di altri sport minori ma bellissimi (minori perché campano senza quattrini), hanno intervistato Romeo Benet, il marito di Nives Meroi, che ha parlato della loro imminente partenza per il Kangchenjunga ( e sarebbero dodici, se tutto va bene, gli ottomila scalati da Nives).  A parte la considerazione di cui gode l’alpinismo in casa rai (in casa tv/ radio in generale, temo), la differenza tra le spedizioni commerciali miliardarie e l’essersi licenziato dalla Forestale perché non ce la faceva a concliare lavoro e spedizioni era a dir poco… raccapricciante, eclatante, scoraggiante? tutte e tre le cose.

Farò il tifo per Nives, naturalmente e spero che batta tutte le altre, anche se non è questo il suo scopo, e nemmeno il suo metodo. Spero che le batta proprio perché non è il suo scopo e nemmeno il suo metodo.

Per tutti, questo è il  il sito di Nives Meroi .

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In Appennino

Ieri sono andata in montagna (in Appennino, ma sempre montagna è) e in effetti è stato un caso classico di meglio se me stavo a casa. Sono andata a percorrermi un pezzo dell’Alta via dei Monti Liguri dal passo del Turchino, lascaindo la macchina nel primo slargo che ho trovato libero sulla strada del passo del Faiallo. Potevo evitare la fatica: non c’era nessuno e tirava un vento gelido che neanche in montagna (quella vera, e lasciamo perdere la discussione su cosa sono gli Appennini). La vista, c’era, e il balcone che è a picco sul mare, e sei tra montagna e cielo, a me piace moltissimo; peccato che dato il freddo avessi il cappuccio dell’Infurno bel calcato in faccia e vedessi a malapena dove mettevo i piedi. C’era neve molle a chiazze, abbastanza da essere noiosa, non abbastanza da mettere su le racchette, che così mi pesavano nello zaino. Ci metto una foto estiva, perché no, la macchina non ce l’avevo

dall'alto il mare

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I miei primi e ultimi quarant’anni

Giovedì, un’altra bella giornata delirante, era il mio compleanno: l’ultimo dei miei primi quarant’anni. La mia bacheca su Facebook, che per altro non controllo quasi mai, è collassata sotto gli auguri (dei miei alunni – un’operazione di basso lecchinaggio). Volevo andare in montagna per dimenticare (non il peso della bacheca ma dei miei anni), ma niente, brutto tempo anche questo week end e così ho passato il tempo a leggere libri di montagna (dovrei aggiornare anche il blogroll su aNobii, ma ci pensate mettere in rete migliaia di volumi, nemmeno mi ci metto) Mi sono divorata Turista della neve di Charlie English, che è interessante divertente e molto inglese; per la cronaca, se quella del 1975 – a giugno – è stata l’ultima nevicata registrata in Gran Bretagna (del genere? in assoluto?) quella di quest’anno che ha paralizzato tutto il sud est dove la mettiamo?

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Una pubblicità vivente

La giacca che ho provato giovedì è una Infurno Patagonia, che ho preso in saldo (il venditore non me l’ha tirata dietro, ma quasi), perché pare che Patagonia non voglia fare più le Infurno, le dismetta eccetera. Sembra la storia gemella dei miei scarponi SanMarco. Più lunga, forse, ma non potrei dire. Mi è arrivato per e-mail dal negozio Patagonia di Milano l’invito a partecipare ad un’occasione speciale in cui ci sarebbe stata una sorta di gara del cliente affezionato, ossia chi portava in negozio il capo più vecchio. Non ho potuto andarci, per impegni precedenti, e mi è spiaciuto, perché il mio capilene color senape, anno 1985, avrebbe fatto la sua sporca figura. E ancora me lo metto. Oddio, non ho nessun preconcetto a comperarmi dei pantaloni di pile da dieci auro da Decathlon, in questo periodo, poi … anche perché in casa la mia principessina adora il pile e spesso vado in giro con più pelo addosso di lei (ed è tutto suo, tra l’altro). Però…in un cassettone che ho dovuto svuotare causa demi trasloco – a proposito, credevo di aver finito e purtroppo mi sbagliavo, prima che il mio studio ritorni ad essere uno studio e non un deposito ci vorrà ancora un mucchio di lavoro – ho trovato i pantaloni da montagna di mio padre (in cui sto a malapena perché mio padre è sempre stato più magro di me), di lana, in perfette condizioni e senza una tarma – quelle maledette che si sono mangiate una volta un mio top di cashmere. Mio padre è morto l’anno prima che io comperassi quel pile color senape. I suoi pantaloni sono  lì credo da prima che si sposasse (come il servizio Richard Ginori che è diventato il tormentone di questo periodo). Mi domando quanti oggetti ci saranno ancora di me tra cent’anni ( e ce ne saranno, quantomeno se lascerò i miei libri ad una biblioteca) – sì i libri tra cent’anni ci saranno ancora, è troppo scomodo leggere da un computer. Ennio, sursum corda . (questo va, per così dire, tra noi).

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In montagna finalmente

Giovedì sono andata in montagna, finalmente. Sono tornata in montagna, mentre mio marito lavorava senza sosta giovedì pomeriggio ( anziché stare in casa ad accudire la gatta, che solitamente si accudisce da sola, posto di ricevere le consuete due o tre ore di coccole televisive la sera). Era una giornata troppo bella, e ventosissima, per spenderla al chiuso. Sono andata ad issime, con l’intenzione di prendere le racchette e farmi lo sterrato sino a Gaby, quello che corre lungo il fiume, costeggia la piccola centrale elettrica, alcune frazioni, una cava e arriva al centro sportivo di Gaby.
C’erano candeloni di ghiaccio ovunque e lo sterrato lungo il Lys verso Gaby, quello dove corro/ cammino l’estate – era invaso da una marea di neve che era ormai dura come pietra. Le racchette facevano un rumore di sega elettrica. In ogni caso la mia giacca nuova, che era in rodaggio anche lei, ha lavorato a meraviglia, mi ha tenuto caldo senza farmi sudare le proverbiali sette camicie.  Subito prima della casa lo stradello era interrotto da una massa di neve, ghiaccio, alberi terra e quant’altro. Ho pensato che l’uomo ci avesse messo le mani, in fondo non ero più stata lì dall’estate e poteva benissimo che a qualcuno fosse venuto in mente di costruire e/o fare qualcosa lungo il terreno di esondazione del Lys, non si sa mai. Invece a guardarla da vicino sembrava proprio una slavina. In ongi modo c’erano altre tracce di racchette che mi indicavano come oltrepassare l’ostacolo e così ho fatto. Da vicino era proprio una bella slavina ( e me lo anche confermato la padrona di Walser Delicatessen), che deve aver fatto molto rumore.  Ad ogni modo era una giornata perfetta, mi sono fatta un’ora e mezza di strada in totale solitudine e sono tornata in tempo per recuperare mio marito al lavoro…

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Perché non si vive sulla Luna

Cari signori Englaro, vi porgo le più sentite condoglianze per Eluana, e vi prego di credermi se vi dico che che comprendo e condivido totalmente il vostro operato. Signor Peppino, lei ha dimostrato un notevole coraggio nell’opporsi all’ipocrisia di chi proferisce granitiche certezze, salvo poi, al momento opportuno agire di nascosto. Basta che non si venga a sapere. In questi giorni mi domandavo, ma tutta questa gente ( e c’era pure mia cognata, tanto per dire) si rende conto di cosa significa vedere qualcuno che si ama, come si ama una figlia,ridotta ad un guscio vuoto che solo in qualche particolare poteva ricordare la persona che era (era stata)? Non credo che la vita sia questo. E sono felice che a suo tempo mio padre sia stato abbastanza lucido da rifiutare ciò che per lui era accanimento terapeutico; che forse, certo gli avrebbe allungato la vita; ma quella per lui, ne sono certa, non era più la “sua” vita. Signori Englaro, l’amore si manifesta in molti modi, anche nel lasciare andare qualcuno che amiamo. Grazie per il coraggio che avete dimostrato. Quanto a me, vista l’incivile gazzarra di questo periodo e i tempi non buoni che si prospettano per chi come me crede nel libero arbitrio, rendo il mondo edotto ( e in primis mio marito e i miei amici) che in caso di coma irreversibile non desidero accanimento terapeutico, terapie palliative o alimentazione e idratazione forzata. Può darsi che in seguito cambi idea, ma il libero arbitrio è anche questo, mi sembra.

(perché non si vive sulla Luna, e non mi sembra che si possa far finta di niente…)

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Noi, che abbiamo visto Genova

Come nella canzone di Paolo Conte. Perchè non ne potevo più dell’altalena pioggia-neve-pioggia-neve-tracheitequasisenzafebbre. Perché lo so potevo pensarci, programmare, telefonare, ché qualcuno a Sampierdarena poteva legittimamente aspettarselo, vero Ennio?. Epperò la mia amica Luisa mi ha telefonato alle tre e mi sono messa in marcia alle tre del pomeriggio. Sotto la pioggia. Morale, per non farla tanto lunga, io l’aspettavo al suo casello, lei era venuta al mio, e probabilmente ci eravamo pure incrociate lungo la strada (cioè, le cose che racconto su un blog, ma se le dicessi a mio marito mi farebbe internare). Così, i cellulari sono una gran cosa, ci siamo trovati ad Ovada, e io sono pure arrivata prima (ho fatto la bretella Predosa Bettole ai 160. Lasciata la macchinaa Piccapietra, scoprendo che la berlina è lunga quanto una Mercedes e sporge (gente, fate parcheggi più lunghi), shopaholics a Genova hanno fatto due volte la classica via XX in su e in giù, sono passate alla Fnac (a vedere quanto costano i nuovi Macbook Pro – che gli è venuto in mente di togliere la porta firewire), si sono fiondate al Coin (dove c’era una temperatura tropicale che a momenti provocava alla sottoscritta un collasso da crollo di pressione) e nel tempo che l’una comperava una padella, l’altra, cioè io, spendeva una fortuna da Mac, e riusciva a farsi anche fare la faccia dal make up artist: meraviglioso, peccato che la mia uscita del sabato fosse la multisala di Spinetta con mio marito e due ragazzetti che mi hanno chiamato signora per tutta la sera. Abbiamo finito girovagando per un’altra oretta nei caruggi. Ma giovedì, oh, giovedì….(si annunciano altre nevicate?)

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