Nel frattempo…

Nel frattempo, Riccardo Cassin è andato ad un appuntamento con il Padre Eterno…

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Gruppo vacanze Piemonte Liguria Lombardia

io sono quella che ha scattato la foto

io sono quella che ha scattato la foto

E pur avendo  prestato attenzione a teste e piedi, qualcosa ho pur sempre decapitato, il Dente del Gigante. Però vi assicuro è ancora lì. Sono andata in montagna. Si vede. Mi sento benone, sopporto persino mio marito e il gatto e la montagna di roba da lavare che si è accumulata in soli tre giorni tre.

Sapeste cosa ho fatto… Ma bisogna pur sempre alimentare la suspense…

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Variazioni sociologiche sulla spiaggia libera di Arenzano. + A fiüm a fiüm

Sarà un sintomo di crisi? La bruttezza democratica che infestava l’ultimo angolo non lottizzato di spiaggia della Liguria è considerevolmente diminuita. Non ci sono quasi più extracomunitari (di solito, anche in un giorno estivo, anche feriale, qualche famigliola o gruppetto di ragazzi lo si trovava) Ci sono molti meno anziani (mio marito ha commentato “saranno morti”, il che non è cinico, ma per qualcuno di loro, temo, statisticamente probabile) Ci sono meno pance e meno cellulite, e anche meno bambini ( anche il calo demografico…)

Ci sono molte più ragazze giovani e carine, il genere che non ha ancora trovato una collocazione, perché le varie Cristine o Noemi hanno trovato il loro GF o il loro papi. E temo, però, che di papi in giro ce ne siano pochi, e anche di milanesi, l’unico che si fa notare è un grigio vecchietto, probabilmente ancora in servizio da qualche parte, che bonariamente minaccia un ambulante,  per la verità non  molto impressionato, di rispedirlo da dove è venuto se non è in regola, come “fa la Lega a Milano”…Ma l’aspirante Calderoli non trova molto ascolto.

per contro alle Strette a Pertuso non è cambiato niente, neanche i pesci… e quindi a fium a fium (così come si pronuncia)

(questo l’avevo fatto prima di andare in montagna, ma poi non ho fatto in tempo a postarlo, tanto i miei venti lettori si sono ridotti a uno e gli altri sono in ferie)

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Gatto Silvestro (senza Titti)

D’accordo, potrei piangermi addosso sulle mie numerose disgrazie, e in effetti mi piacerebbe molto farlo. Ma no…

Mi sono ricordata di Silvestro, il gatto siamese che abitava nella stazione dei Carabineri di Courmayeur, ed era del maresciallo e di sua moglie, che non avevano figli, e quindi Silvestro, che come tutti i siamesi aveva molta personalità, era un po’ il loro bambino (io ne so qualcosa) Per la verità, Silvestro non era un gatto particolarmente viziato, non come la mia principessina, in ogni caso, anzi era un animale molto indipendente, che o dormiva acciambellato sullo zerbino, o passeggiava sui tetti circostanti. La stazione dei Carabinieri, allora era nel centro di Courmayeur, appena dietro la casa dei Salluard. Quando era normale che la Forza Pubblica si mescolava ai Signori, e i Signori suddetti, normalmente prendevano il fresco sulla panchina rossa che i Salluard tenevano a fianco della porta d’ingresso ( i Signori affittavano il primo e il secondo piano, noi che  eravamo meno signori le mansarde, quelle da cui occhieggiava anche Silvestro a caccia di passeri, gli stagionali che lavoravano negli alberghi e nei risotranti il seminterrato, la distribuzione socio capitalistica funzionava così)

Chissà cosa penserebbe mio padre dei suv, lui che quando andava laggiù in montagna andava a prendere il latte dal pastore che lo portava giù da la Suche ai Salluard tutte le mattine (l’ho bevuto, anch’io, non bollito, non pastorizzato, e sono ancora qui)

In mancanza di Sivestro, pace all’anima sua, ecco la mia picci

PATSI

poco montanina, ma molto riposante (lei come Silvestro dorme tutto il giorno. Dentro un armadio…)

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Digging into the past (ancora!)

Se si decidere di rivangare il passato, meglio essere precisi. Il vecchio Caio, il calzolaio, in realtà aveva un negozio di scarpe, piccolo ed ingombro di scatole e scatoloni, almeno io me lo ricordo così, ma, certo, aggiustava anche le scarpe. Aveva la vetrina aperta e stava lì a lavorare, e chiacchierava con tutti quelli che passavano. Era un vero uomo di montagna, che indossava gli stessi grossi scarponi che vendeva. Per la verità, quando ero piccola, nessun abitante del luogo andava in giro con scarpe da città. Solo scarponi,  almeno gli uomini. Anche il nostro padrone di casa, il ragionier Salluard, aveva sempre grosse scarpe con la suola spessa, nere, e in un certo senso più eleganti. Del resto, me lo ricordo di più in abiti eleganti, gessati con il gilé e fazzoletto bianco nel taschino, piuttosto che in abiti da montagna (cioè camicia a scacchettoni, come quelle pubblicizzate da Carlo Mauri, e pantaloni di velluto). Per la verità, io appartengo già alla generazione successiva, che ha cominciato a smettere i pantaloni di velluto, lunghi o al polpaccio (variante femminile, la gonna pantaloni di velluto, come aveva mia madre). Per dirla con Giancarlo Motti, la nostra generazione di “falliti” ha cominciato a buttare a mare anche i pantaloni lunghi in generale, a meno che non fossero jeans ( e come facessimo non so, i jeans mi sembrano uno scafandro tanto quanto i pantaloni di velluto) Poco dopo, sono arrivati i pantaloni di cotone colorato, direttamente dall’America e dai fanatici dell’arrampicata. Se ricordo bene, il mio amico Remo era stato uno dei primi ad innamorarsene. Poi naturalmente erano arrivati i fuseaux da arrampicata, ma quello era un capo che non mi apparteneva ( e bisognava avere le gambette di Patrick Edlinger). Adesso, ci sono decine di marchi e si può essere fashion anche andando su bricchi sconosciuti (ma di solito si chiamano sponsorizzazioni).

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Ricordo

Parlavamo di pink ladies… quando qualcuno se ne va in montagna, specie se si tratta di una donna, si pensa sempre ad una fatalità, ad un errore. Mi piace l’idea di voler rimanere là, come chiese anche Casarotto, al K2. Ci possiamo raccontare un mucchio di cose, ma spesso non ci sono ragioni o spiegazioni.
Addio Caterina.

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Digging into the past (e tre)

Le vesciche sono sempre lì, il fastidio al dente anche, ma me lo devo tenere sino al 4 agosto, giorno del ritorno del dentista dalle ferie e di un teorico appuntamento preso un mese fa per fare tutt’altro (in teoria per rifare l’otturazione accanto) Odio andare dal dentista, e riesco a immaginare sei posti diversi in cui preferirei stare anziché sulla sua maledetta poltrona, e non tutti piacevoli, ma migliori. E in più costa quanto un carrozziere.  Tutto ciò ci riporta al passato… Ad esempio, all’ineffabile Caio, il calzolaio, che era in realtà un negozio di scarpe in via Roma, a Courmayeur, proprio sull’angolo dello slargo dove c’era la casa dei Salluard. Caio è morto da moltissimi anni. E al suo posto c’è stato un altro negozio di scarpe, una boutique che vendeva tacco 12 diamantate (adesso non so, non sono ancora andata a Courmayeur quest’estate e i negozi tendono ad essere molto più effimeri) Caio era un simpatico vecchietto quando io ero bambina, ma sinceramente non potrei dire quanti anni avesse. So solo che a Caio si deve il mio passaggio dalle scarpe di tela (rossa) da bambina allo scarpone di pelle con la suola in vibram, passaggio che si consumò non senza qualche dolore, e molte vesciche. Il primo paio di scarponi, dovetti non so più se buttarlo o cambiarlo: conoscendo i miei genitori e il fatto che Caio era più o meno un amico di mio padre, propendo per uno scambio o una sostituzione. Ma ci deve essere rimasto qualcosa di edipico nei miei scarponi, e a quest’età, alle vesciche non ci si fa più caso (purché i compeed siano invisibili sotto le mie tacco 12).

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Digging into the past (ancora)

Ok, sono andata a camminare in un ritaglio di tempo, e come sempre quando ho un ritaglio di tempo, ho scelto un posto collaudato, ossia la camminatiella Issime Gaby. L’ultima volta che ci sono andata era decisamente fuori stagione, o per meglio dire non ho mai pensato che issime avesse una stagione. Ce l’ha. Non ho mai visto tanta gente e non mi risulta ci fosse qualcosa in particolare. Tutti i parcheggi pieni. Quando ci andavo con mamma, l’unica auto che ricordavo ci fosse sempre, di sabato, era quella del parroco di Fontainemore che veniva a dire la messa (una panda bianca), Ho anche incontrato delle persone, ma quelle più o meno, le incontro sempre. Ho anche incontrato i resti della valanga di quest’inverno sotto forma di alberi divelti. E mi sono venute le vesciche.  LE VESCICHE!! Per far due chilometri di strada su vecchie scarpe collaudatissime. D’accordo, sono la principessa sul pisello (stagionata) dal piedino delicato e ogni anno il passagio scarpa sandalo non è mai indolore, neanche se il sandalo è fatto a sua volta di pelle umana. D’accordo il camminamento su scarpone mi richiede sempre accorgimenti speciali (chi si ricorda il primissimo post? dovrei fare un sondaggio tra i miei due lettori (a quest’ora di notte…). D’accordo, ricordo di aver comperato e poi buttato scarponi che non riuscivo a mettere qualunque tipo si calze utilizzassi…Ok sono qui con i compeed (che sono l’unica mano santa contro le vesciche, benedetto sia chi li ha inventati, e la farmacista di Ailefroid che me le ha vendute la prima volta, postescursione al Pelvoux – in Italia nemmeno c’erano ancora) e con un principio di dolore ad una capsula che nelle intenzioni dovrebbe essere morta, ma chissà il resto di dente che c’è sotto…

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Digging in the past

Qualcuno dei miei venti lettori si è lamentato…Meno male.  Ma siccome sono ancora in quella situazione di semi appiedamento (mi ha mollato anche la bici, forse dovrei davvero andare a Lourdes), vi propongo una passeggiata di un paio d’ore nella Valdigne, un posto molto amato dal mo amico Ennio, ma che io non conoscevo sino a due anni fa, il col de la Croix. Si parte dal colle San Carlo, che si raggiunge facilmente da Morgex (anche in pullman) e si prende la bella sterrata che porta al lago d’Arpy. Circa a metà strada si incontra una deviazione segnalata da un grosso cartello di legno, che indica il colle. Il sentiero va a destra e non lo si abbandona più sino alla fine, in salita costante ma morbida. Il percorso si svolge nella maggior parte nel bosco, da cui si hanno scorci sempre più ampi sulla catena del Bianco  sino alle Jorasses (il tempo è cruciale, se si vogliono fare delle belle fotografie. Usciti dal bosco, si risalgono i pendii erbosi sino alle fortificazioni del Principe Tommaso. Il panorama spazia dal Rutor a tutta la catena del Bianco ed è purtroppo deturpato dall’onnipresente ripetitore, proprio accanto alla croce. In compenso si telefona da Dio. Si ritorna sul percorso di salita, oppure verso il Lago d’Arpy per godersi una meritata siesta all’ombra e non al vento (quando ci sono stata io ti portava via, letteralmente)

Ennio al Lago d'Arpy

Ennio al Lago d'Arpy

Come è doveroso, un omaggio.

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Pink Ladies

Comunicazioni di servizio, intanto che sono in matura, stanca morta, appiedata (eh sì) e vogliosa  – di andare in montagna, che avete capito?

Sul numero ultimo di ALP (257, giugno luglio 2009) oltre alla mia recensione a pag. 27, sempre nelle news c’è un articolo interessante sulle tre signore  (Kaltenbrunner, Meroi e Pasaban, in rigoroso ordine alfabetico) che hanno nel loro carnet ben 11 Ottomila – e almeno la Pasaban, se non dice voglio vincere voglio vincere poco ci manca).

Come i miei venti lettori sanno, io faccio il tifo per la Nives, che spanna più spanna meno è quasi mia coetanea. Ma perché per andare in montagna si devono sempre inventare delle rivalità?

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