Primo Maggio

il lavoro che non c’è
Il lavoro che è un sogno
Il lavoro che canta
Il lavoro che uccide
Il lavoro che appaga
Il lavoro che paga
Il lavoro che è un miraggio
Il lavoro che stanca
Il lavoro che fa amicizia
Il lavoro che fa piangere
Il lavoro che coraggio
Il lavoro che fa sognare le vacanze
Il lavoro che è precario
Il lavoro che non smette
Il lavoro che non arriva a fine mese
Il lavoro che è il Primo Maggio

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Post Pasqua (Snow,sex et tartiflette)

Nessuno, ti giuro nessuno. A Chamonix non c’è nessuno . Che bella la montagna fuori stagione . A Megève, che è come Courmayeur, ma più piccola, ancora meno (gli errori sono courtesy dell’ ordinateur dell’ hotel Morgane e nella tastiera la a è in un posto molto strano). Oggi avvistato soltanto uno sparuto gruppo di giapponesi. Non c’è più neve, i negozi sono chiusi, nei ristoranti ti sorridono,  ci sono persino i saldi (al 20%, esageruma nen) e il parcheggio di Place des Allobroges, quello vicino alla stazione, è diventato asfaltato e a pagamento, i bastardi. Personalmente questo tipo di silenzio mi sembra molto gradevole (gli unici che si fanno sentire sono gli americani, che al di là dei luoghi comuni, sono molto peggio di noi). A parte la dieta che è andata a quel paese, avevo proprio bisogno di una vacanza ( mio marito mugugna, ma si sta divertendo anche lui).

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Kalòs

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E se non è bello questo….

il trampolino di Bergisel

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Un fantastico mondo (è possibile)

Sempre niente montagna e non ho voglia di tornare al mio rewind di cose fatte epperò…Sono andata a vedere Nanni Moretti, a dire il vero non ne avevo tantissima voglia, visto che gli ultimi due erano proprio molli molli. Ma questo… un capolavoro. Classico, nel linguaggio, quasi felliniano nell’assunto, recitato benissimo (e se non danno un premio a Cannes a Michel Piccoli sono una manica di bastardi), con una enorme carica di umanità e bellezza. Lo stesso Moretti è meno invasivo con la sua presenza del solito (la partita di pallavolo è veramente da antologia, tanto cinematografica quanto metaforica);  posso dire che ha realizzato il suo film più bello in assoluto, una specie di ideale continuazione di La messa è finita – quanti anni sono passati, già – ma più pacificata, più se posso dire umana. Un bel regalo per noi cinefili (sono uscita dal cinema un quarto d’ora fa), specie in questo natio Mandrognistan dove oltre a non accadere nulla, quel che accade è triste e volgare. Appunto, sembra un’altra Italia possibile, quella che ti  fa ricordare che a dispetto del nostro velleitario individualismo tra noi albergano ancora delle persone di  talento.

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Il martedì di giugno in cui

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No, non siamo in anticipo, è l’incipit de”La donna della domenica” di Fruttero e Lucentini. Mi rendo conto che con quel che succede, parlare di una fiction televisiva sembra assurdo, soprattutto perché la realtà al momento è molto più incredibile di qualunque fiction (Berlusconi in astinenza da televisione, il processo breve, ai barconi non possiamo sparare, in Giappone c’è stata un’altra Cernobyl, ma molto meno pericolosa(??!), Camera & Fabietti sono una coppia di pericolosi comunisti). Comunque io sono uno di quelli che sin da subito ha adorato AnnaCarla Dosio e c. Non da subito subito, ma subito dopo, nel periodo intermedio tra il primo scoppio di adorazione collettiva e il film di Comencini (in famiglia si era così snob da non leggere i livres à succès subito, ma dopo – e infatti io ho ancora tutti lì i romanzi di Faletti, un po’ regalati da qualche benintenzionato, un po’ comprati al Libraccio di seconda mano, e non ne ho ancora letto neanche uno) e comunque mi ero trasformata in una groupie. Li ho letti tutti, poi gli altri libri di F&L, ma devo dire neanche lontanamente come il primo. Il film mi era piaciuto (anche se AnnaCarla non me la immaginavo così) e così quando ho visto che ci avevano fatto una fiction, sponsorizzata dalla ProLoco e dalla Torino Film Commission (non so se avete notato, ma Milano Roma e Napoli in tv sono ormai irriconoscibili, senza alcuna traccia o quasi di colore locale, ma Torino è sempre Torino e la vedi sempre dall’alto, con le Alpi e la Mole  in bella vista . Difficile rimuoverle, d’altro canto). Le fiction tratte dai libri (liberamente tratte sempre, come se non ci fosse più uno sceneggiatore capace di fare un adattamento) di solito sono a vario titolo orrende, e infatti non le guardo mai, ma qui non potevo non fare una eccezione. E beh e beh…ni. Cioè. Il cast c’era, e in una storia così il cast è (quasi) tutto. Le parti di contorno, perfette: hanno preso un po’di gente del Teatro Settimo come la Curino e lì vai per forza sul sicuro, dei buoni caratteristi rodati (Zucca, Frattini, Castellano), quelle facce che hai già visto ma non ti ricordi dove (ma Lello, non ha lavorato con Corsicato?) e poi devi azzeccare i protagonisti. Morelli era perfetto (fra l’altro, molto più somigliante al “vero” Santamaria di Mastroianni, che però, appunto, è Mastroianni). Andrea Osvart no. Non perché non sapesse recitare (l’hanno doppiata?), ma perché pur bellissima è troppo bonazza per essere credibilmente AnnaCarla: tanto valeva metterci la Bellucci, bonazza per superbonazza, e magari farle una tinta un po’ meno tinta. Torino poi è sempre Torino, ieri passavo in via Berthollet – sì sono andata a Torino, martedì – e chiaramente non si poteva girare nel multietnico San Salvario di adesso. Il problema appunto è l’adattamento. Nel libro, AnnaCarla e il marito vanno perfettamente d’accordo, come vanno d’accordo le coppie altoborghesi, e AnnaCarla non avrebbe mai lasciato il marito (hanno convenientemente espunto la bambina) per qualcuno, diciamocelo, simpatico, ma “inferiore” (non nell’”ambiente”); e infatti, la domenica, AnnaCarla e il commissario vanno a letto (da qui il titolo). Nella fiction no. Ci si bacia, ci si mette insieme, ma l’adulterio mon Dieu no. La tv è diventata di colpo il “Rotary delle troie” (lo dice la signora Tabusso di quelle che frequentano il suo vallone) e il convento delle Orsoline allo stesso tempo?  Senza contare il disvelamento dell’assassino, che niente ha a che fare con il libro – anche lì, era troppo difficile per il pubblico medio?
Comunque sono andata doverosamente a Torino perché perché la volevo vedere tutta imbandierata e assolata (e dovevo cercare anche un libro, un pretesto ci vuole sempre). Mi sono sentita veramente a casa (extracomunitari compresi)

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Minimerrima

Piccola rubrica per segnalare le piccole e grandi cose sulle quali bisognerebbe indignarsi, qui nel nostro natio Mandrognistan. banalità, che vengono in mente in una pigra domenica di sole…

Le piste ciclabili che finiscono con un gradino, o su una macchina correttamente parcheggiata nel suo spazio (bello, la pista prolungata nel parcheggio…)

Il totale disinteresse per la faccenda del nostro teatro ( e scusate, il direttore amministrativo in partenza, con la più grande puzza sotto il naso che si sia mai vista – si sa, in un posto piccolo ci si conosce tutti  un po’ – che ha messo in vendita biglietti per una stagione in partenza compromessa, se ignorava   le condizioni reali del teatro è grave, se non le ignorava e ha messo in vendita lo stesso i biglietti, si è comportato disonestamente nei confronti degli utenti. Dunque la sua prossima dipartita comunque da prebende accompagnata, non mi fa perdere il sonno)

Il totale disinteresse delle Istituzioni e soprattutto dei poteri forti (Guala, Fondazione CRAL) per la nostra Università, che noi abbiamo voluto e poi mollato. Cota è nato a Novara, lo ricordo per chi fa finta di dimenticarsene.

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Primavera

(Basta non maledetta, come nella canzone, che è diventato un luogo comune, d’altro canto qualcuno – Eliot, credo – diceva che aprile è il più crudele dei mesi). Comunque la scorsa settimana, di giovedì, nel giorno in cui la nube radioattiva di Fukushima è passata sopra di noi, e fidandomi del fatto che tanto la mia tiroide ha già preso, a suo tempo, le radiazioni di Cernobyl, io sono andata, oh sorpresa, in montagna. Senza neve, perché la scorsa settimana, se ricordate il pericolo livello 3 aleggiava su tutto l’arco alpino e io non me la sento di mettermi volontariamente in pericolo, dato che per questo ci pensa il resto del mondo a nostra insaputa. Sono andata la lago di Mergozzo, passando dal cappotto alle otto di mattina alle maniche corte del pomeriggio, e nemmeno mi sono presa un accidente. Il laghetto di Mergozzo è sovrastato dalla mole di un monte, il cui nome ora come ora non ricordo, ma confido di poterlo  cercare se solo riesco ad avvicinarmi al computer grande , dove si trova, proprio al di sotto della vetta, una batteria della Linea Cadorna, che adesso è stata ripristinata a scopo turistico. Per la storia, durante la I Guerra Mondiale, temendo una invasione dalla Svizzera, non degli svizzeri, ovviamente, fu costruita dall’omonimo generale, una line di difesa di artiglieria puntata su Locarno. Non è stata mai usata, ma di mulattiere militari nella bassa ossolana ne sono rimaste un po’. Si entra nello sterrato subito dopo le indicazioni per Mergozzo, dalla statale. E’ sulla destra e la macchina come al solito la puoi buttare, perché non c’è modo di lasciarla. Io comunque ho fatto un giretto esplorativo, la cima, sarà per la prossima volta.

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Segnalazione che…

C’è un pezzo di Mandrognistan nuovo (visto che sono indietro su tutto) e c’è anche un Grossglockner nuovo…Effettivamente, sono stata oltrepassata al galoppo dal mondo (deve essere questa la ragione per cui ho smesso di ascoltare i notiziari alla radio – preferisco non sapere, c’è già mio marito che ci pensa a farmi venire l’ansia)

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Per fortuna

Come diceva Gaber, io non mi sento italiana, ma per fortuna o purtroppo lo sono. Appunto. Ho appeso alla mia finestra il tricolore (di carta, quindi dentro, perché con la pioggia di queste settimane si sarebbe bagnato tutto. Ieri, in giro per Alessandria deserta, ho contato ben 70 bandiere, escludendo quelle istituzionali. Poi certo le cose restano quelle che sono: Berlusconi che dice di non voler lasciare l?Italia ai comunisti, al solito. Come spiegargli che i comunisti erano un’altra cosa…bisognerebbe mettere vicini lui e Bersani e fare loro una lezioncine di storia, ma tant’è, per loro, uno che come mio padre originariamente stava tra Nenni e Saragat e per la verità più vicino al secondo che la primo doveva essere per forza pericoloso e comunista (ma anche socialista: in entrambi i casi razze estinte nella mente e nella storia italiana). Io non mi sento italiana, molto poco mediterranea, molto più svedese, assolutamente socialista e comunista, tanto non ce n’è più, bisognerà farsene una ragione, vecchia menopausica donna. Il mio tricolore è ancora lì.

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Rewind

Sto rimanendo fedele, nel mio piccolo, alla promessa di esplorare nuovi luoghi (chissà che questa voglia di esplorazione, un giorno o l’altro, non mi porti a cambiare anche altri elementi importanti nella mia vita…) così sono andata alla scoperta della valle Antrona, ormai due settimane fa. Armata di guida delle escursioni invernali, che segnalava una possibilità interessante a partire proprio da Antronapiana. Il paesino è molto pittoresco, ma mai una volta che le guide siano precise…l’ingresso al sentiero l’ho trovato per puro caso, e l’ho perso subito dopo, nel senso che i segnavia scomparivano improvvisamente. Sospetto che ci fosse un’altra  passerella in altro per superare il torrentello, che non era agibile comunque in inverso. In ogni caso, di neve ce n’era pochissima. Ce n’era di più verso il lago di Antrona, che però, proprio per questo andirivieni, non ho potuto raggiungere. Potrei dire che si è trattato di una giornata deludente, ma il cielo era così limpido e terso che non è assolutamente possibile lamentarsi, specie se lo si confronta con la caligine morale e mentale (fisica, sentimentale…)  in cui ci tocca vivere.

Valle Antrona

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