Torino è la mia città

Inutile, quando vado a Torino, mi sento sempre a casa. Come se avessi camminato appena per qualche isolato. Specie in una giornata come martedì, quando le montagne erano di un bianco abbacinante, e tirava un vento sottile e freddo che illuminava tutto. Camminavi sui Murazzi deserti con i cancelli sprangati, e il sole era caldissimo, sembrava di stare a Parigi. Anche le ragazze, tacchi alti, abiti grafici, erano molto parigine. Solo le maschere del Museo Egizio erano troppo sabaude (la sabauditudine viene anche alle romene), ma quello è l’effetto mummia: come si faccia a rendere così polveroso quello che dovrebbe essere il secondo museo di antichità esula dalle mie capacità di comprendere. É una di quelle circostanze in cui la città fa un gigantesco autogoal (ora, è anche la città del Toro, e qui di autogoal siamo esperti…): non sapere rendere affascinante una materia affascinante senza ricorrere a Giacobbo rivela una certa mancanza di intelligenza. La prossima volta chiamo Super Busio e le faccio tirare qualche tonno-polpetta. Però i poveri che chiedono l’elemosina sono tanti…gli anziani dignitosi stanno insieme ai giovani fricchettoni ( e al Valentino c’ ė anche una meravigliosa palestrina di macchine per l’aereobica, la resistenza e lo stretching. Bella, pulita, nemmeno vandalizzata, c’è ne fossero. E vecchietti anche lì). Da Baratti c’era Chiambretti, così abbiamo a tuo anche un pò di star spotting per i nostri ospiti spagnoli ( che a ben guardare erano un coacervo di brutti luoghi comuni). E un bicerin.

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Grandioso

vorrei averlo scritto io

Invece lo ha scritto Giacomo Poretti di Aldo Giovanni e Giacomo sulla Stampa di oggi. Avrei voluto staccar lo dal giornale e stamparlo sul frigo perché il mio martirio lo leggesse. Sono reduce da un sabato in cui il brasato era cattivo, lui si addormenta davanti alla tv e io ho le vene varicose , eccetera. Tutto perché per il brasato avevo usato il dolcetto che mi aveva regalato la signora Elisabeta. Lo fa suo marito, non sarà un vino stellare, ma è perfettamente bevibile, magari un po’ aspro. Apriti cielo. Lo voglio avvelenare. Non riesco nemmeno a mangiare un brasato ( che poi ha mangiato)
Stamattina, dopo aver spulciato la Parodi ( Benedetta) ho trovato un boeuf bourguignon, ho fatto tutto per benino, ho preso il vino di Elisabeta, l’ho diluito leggermente, ho aggiunto quel che dovevo aggiungere, ho rischiato persino che asciugasse troppo nella pentola a pressione, e l’ ho accompagnato con un’insalatina di pollo e carciofini e della polenta ( ” ecco sei la solita montanara, io preferisco gli spaghetti”) e alla fine aah, che buono il miglior spezzatino del mondo, adesso sì che hai aperto il vino buono(lo stesso, LO GIURO), beviamoci su qualcosa, ah sì una buona freisa di Barolo . Ho evitato di parlargli del boeuf, del vino, di tutto. Ma il fegato è mio. Cracco, Bastianich, Iannaccone, Ducasse, Vercel ( cercate l’intruso), tiè. Come vedete, però, la montagna c’entra sempre.

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Per noi

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Delusione

 

 

 

 

 

 

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Il film di Salvatores Un’educazione siberiana è una vera delusione. Sarà per il doppiaggio che sembra il Commissario Zuzzurro del Drive In del povero Peter Stormare (sschì); sarà perché dopo un po’ di discorsi sentenziosi del nonno ( e non portare soldi in casa, e proteggi tizio e caio, e non usare armi in salotto, e accoppare il tuo prossimo sì, per una buona ragione, ma la droga no non sia mai), capisci perché Gagarin preferisca andarsene per i fatti suoi, e noi quasi con lui. Come da un materiale come il libro di Lilin Salvatores sia riuscito a tirar fuori un film così inerte (girato benissimo, fotografato benissimo, recitato anche benissimo, ma inerte, privo di cuore) non mi riesce chiaro.

tre pecore , nella seconda parte non succede nulla, e si sente.

Non sprecate denaro sull’ultimo Die Hard, cinque pecore e una menzione d’onore allo sceneggiatore, per contro Quartet è la riprova di come solo gli inglesi, e un americano senile, possano fare un film divertente che è anche un omaggio alla musica di Verdi (zero pecore). Se poi volete vedere un film di gangsters molto d’antan, va bene anche Gangster squad, in cui Josh Brolin è proprio uno di quegli uomini  veri di cui molto si sente il bisogno (tre pecore, anche qui)

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Depressione

Sì, sì sono andata in montagna  ( con il marito che ha rugnato tutto il giorno – meglio che non aggiunga il commento della mia direttrice quando glie l’ho raccontato). Sono andata Cogne , che non vedevo da una vita e che non ricordavo così carina, con Luisa e Tobia, le racchette da neve, e un cane che che si tuffava come un folle nella neve fresca. Unico neo, la giornata un po’ nuvolosa, e qualche fiocco di neve verso le cinque.  Ci siamo mangiate le cr^epes (aah, hai mangiato con lei anziché andare a pranzo con me…), abbiamo scoperto dove si trova il posto camper di Cogne – deserto –  ci siamo arrampicate nella “Foresta incantata” con Tobia che faceva da traino (ma al ristorante è stato buonissimo) e poi ci siamo fatte una lunga e bella passeggiata nelle frazioni di Cogne. Tobia, alla fine, era così stanco, che una volta in macchina si è steso sulla coperta e ha ronfato felice per due ore.

Dove sta la depressione? Sono tornata a casa: marito, scuola, governo che non si fa, lo smacchiatore di leopardi che va in tv e sembra un pretino di campagna (non lo ha rianimato nemmeno Fazio), la mia inquilina anzianissima che non è più tra noi, quindi dovrò ristrutturare tutto prima di trovare un inquilino (!!), i soldi che non ci sono, le rogne di Francesco…

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Dopo il grande silenzio

Caro smacchiatore di leopardi, sono costretta ad ammettere di aver avuto ragione, quando a domanda ho risposto che in questo paese i leopardi (già gattopardi),sono molto difficili da smacchiare o anche solo da sloggiare, specie perché fa più effetto una toccata nel portafoglio ( o cento euro e un pacco di pasta) di tante belle parole. E almeno fossero state pronunciate con passione vera…
Caro Mr. B. adesso che hai vinto o quasi, rivoglio la mia Imu. Subito. Potendo, in contanti o a mezzo assegno.
Caro Beppe G. Ma vaffa ( tanto questo ė il tuo programma elettorale).
Voglio andare in montagna. Voglio trasferirmi in un paese civile qualunque.

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L’amore non è polenta

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Non una pecora sola, ma un intero gregge.
L’ influenza mi ha bloccato e così le visioni si sono accumulate.
Cominciando, tra il serio e il faceto, con un film in cui recita, come protagonista, uno dei miei attori preferiti, Marc Wahlberg ( e non chiedetemi perché, l’amore non è polenta). Il film è Broken City, ed è un onesto e ben fatto noir molto anni Settanta, con una bella storia giustamente complicata. Unico problema, quando mai un sindaco così affarista e senza scrupoli è stato eletto a New York? Tre pecore.
La bottega dei suicidi del regista francese Patrice Leconte è una occasione perduta. Non per la scelta della graphic novel, anche se l’ animazione non è originalissima. Ha suscitato molte polemiche e qualcuno scioccamente ha parlato di istigazione al suicidio, quando in realtà
i proprietari della “bottega dei suicidi” sono una brava famiglia di onesti commercianti che si convertono ai valori della vita: peccato che il loro figliolo nato con il sorriso sulle labbra sia veramente insopportabile, da istigazione all’ omicidio. Quattro pecore.
Il nuovo film di Katherine Bigelow, la straordinaria autrice di The hurt locker, ha diretto il molto atteso film sulla cattura di Bin Laden, che però, per quanto ben diretto e su di un argomento scottante, mi ha un po’ deluso: è una detection story abbastanza tradizionale, che resta però abbastanza in superficie, e se non si ha una certa familiarità con la questione, è persino noiosa. Sul tema, c’è un libro interessantissimo, Le altissime Torri, edito da Adelphi, che ricostruisce l’attentato del 2001 sino alla fuga di Bin Laden da Tora Bora, in pratica sin al punto da cui il film della Bigelow inizia. Quattro pecore (mio marito detesta i film di spionaggio).
Sempre nella corsa agli Oscar, c’ è il film di Agneszka Holland In darkness, che racconta di come un gruppo di ebrei di Leopoli riuscì a sopravvivere un anno e mazzo nelle fogne della città, nascosti e salvati da un operaio polacco, prima per denaro, e poi per spirito di solidarietà. Un altro film dove potentemente la voglia di vivere rende umana ma immane tragedia . Zero pecore.
E infine il film di Roberto Andò Viva la libertà dovrebbe essere proiettato coatta ente al caro Bersani, dato che il tema principale, al di là della fuga, a Parigi, del segretario di un partito di opposizione italiano, è l’ immobilismo del suddetto partito. Toni Servillo è semplicemente perfetto.
Una pecora

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Dove eravamo

Avendo circa sette milioni di cose da fare, e altre sette da pensare o pianificare, più il kipple che si autoproduce, nemmeno mi sono accorta che il Papa si è dimesso . Nel senso che mio marito stava sentendo la radio mentre io guardavo la neve cadere, e mi ha detto, ma il Papa si è dimesso, si può? Si può . Mica solo Celestino che fece eccetera, povero Dante, mai stato così citato in tutta la sua storia, o i tre del Concilio di Costanza mille quattrocento e rotti, un papa e due antipapi, o tre antipapi perché poi ne hanno fatto un altro; più certo qualche altro nel Medioevo di cui mi sfugge il nome. È tutti a domandarsi dove eravamo quando il Papa si è dimesso, come sempre acca dei nei “momenti storici”. Tutto è relativo, un fan sfegatato mi parlerebbe per ore di dove era e cosa faceva quando è morto Michael Jackson (una settimana intera di fregnacce sui media di tutto il mondo, vi ricordo e io non saprei nemmeno dire quando è stato). Non ricordo dov’ ero quando ė morto Papa Giovanni, nemmeno quando è morto Paolo VI, e nemmeno Wojtyla, anche se devo aver scritto qualcosa sul mio diario. In compenso ricordo benissimo che ero dalle suore di Maria Ausiliatrice, quando lo hanno eletto e ricordo chiaramente di aver pensato, oddio è un negro. (Chissà che stavolta sia quella buona). Ricordo anche dov’ ero quando hanno fatto Papa questo: in corso Borsalino con mia madre e il nostro ineffabile idraulico il signor Sanzone, che probabilmente non sa nemmeno lui di essere passato alla storia, posto che la cosa gli interessi . Mia madre disse, perché uno così vecchio, il che era una cosa che diceva spesso allora ( e Ratzinger ha un anno più di lei) . E io, accidenti, un altro conservatore – e non credo di essermi sbagliata troppo. So dov’ero quando Neil Armstrong mise piede sulla luna ( a casa del bidello Brusco che aspettavo mia madre, una di quelle volte in cui avevo l’impressione che i miei genitori si fossero dimenticati di me – d’estate , dal custode di una scuola elementare…) e quando sono cadute le Torri (in Valsesia) o quando hanno rapito Aldo Moro ( a scuola, c’è lo disse la prof.ssa d’Italiano, e credo allora di non aver avuto ben presente chi fosse), o il giorno di Italia – Brasile 1982 – a Torino, che dovevo dare Storia della filosofia due, e ci voleva tutto Pietro Rossi per mettere gli esami in pieno mondiale. Torino era assolutamente deserta, sembrava un quadro di De Chirico, e solo in piazza Consolata c’erano dei ragazzini che giocavano a pallone “Zico Zico goalll” e arrivai dalle suore giusto per vedere con loro il secondo tempo e poi prendere il treno straeuforica (avevo passato l’esame al primo colpo). E mi persi Italia Polonia perché andai in giro con Piero Meaglia ( ehi, ti ricordi?) E poi sul treno, il giorno della strage di Bologna, sul treno, il giorno del matrimonio di lady D. ( e chissenefrega, pensavamo allora) e a Parigi proprio quando si schiantò, e c’è ne rimanemmo alla larga del tunnel de l’Alma dove la gente andava a mettere fiori e palloncini. E dopo tutta questa Storia, le elezioni prima del mio compleanno sono una bazzecola (sapessi per chi votare…)

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Orso (visioni rimandate)

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Come promesso vado all’ indietro a raccontare un po’ di montagna, perché qualcosa ho fatto, non moltissimo ( bei tempi quando con la mia mamma andavamo via tutti i sabati, marito ( martirio, lo chiama mia cugina) o no. Ma d’altro canto lui allora stava benissimo da solo, mentre ora se ne sta lì attaccato come una patella allo scoglio o come la gatta al suo cuscino. Sinceramente non ricordo più a quando risale la mia ultima St. Orso, ma sono parecchi anni fa, temo, perché in questi due anni il mio dirigente mi ha pervicacemente messo scrutini il 30 e il 31.
Era così mite il tempo, che pareva primavera, con un accenno di föen che scompigliava i capelli, così non c’era neanche troppo bisogno di dar fondo alle bottiglie, però quello è un classico della fiera, e anche della Veouillà della sera. Si sentiva solo parlare patois. Perché però ho l’impressione, forse solo mia, che la Fiera fosse un po’ sottotono? Forse perché nelle vie si poteva passare agevolmente o quasi ( ricordo di anni in cui la folla era un unico blocco impossibile da attraversare) e fermarsi davanti ai banchetti senza essere spazzato via dai calci negli stinchi. L’unico posto veramente affollato era, ma guarda, il grande stand enogastronomico. Ho lasciato perdere. Sono a dieta.ho resistito persino alle frittelle della fiera (piazza Chanoux odorava di zucchero e di pasta fritta). Ho comperato il Muscat di Chambave in una enoteca e mio marito è stato contento; ho comperato mezz’etto di lardo di Arnad ( ed è già un miracolo che il salumaio non si sia messo a ridermi in faccia) e lo abbiamo odorato alla faccia del dietologo (che, ho scoperto, era a Pila a sciare) .

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oops

Uno dei miei venti lettori, a cui ho telefonato mercoledì ( è il bello di avere venti lettori), mi ha fatto notare che “cinema molto, montagna poca” – cito più o meno – In effetti è così, ultimamente ho parlato più di cinema che di montagna, un po’ perché in effetti non ci sono andata troppo spesso, purtroppo, un po’ perchè il cinema mi ha preso la mano. Farò ammenda, prometto, perché ci sono un paio di uscite che non ho ancora raccontato – appunto perchè il cinema mi ha preso la mano. Mercoledì ero alla Fiera di Sant’Orso, dopo un po’ di anni. Ma si merita un post più lungo e qualche foto (stasera il gatto giocava con il cavo…è un periodo che si rompe tutto, speriamo), meglio di due parole prima di dormire.

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