Anche meglio

Ecco, la Grande Abbazia che è servita a modello ad Umberto Eco ( e a tutti gli epigoni che hanno cercato di mettere in immagini quel libro, di solito con risultati non felicissimi – non agitatevi, ma due minuti di Roberto Herlitzka nel recente telefilm valevano un’intera puntata, e poi il Anton Giulio Majano del buon tempo antico, ho un’età e me lo ricordo, non cambiava il finale dei Demoni di Dostojevskij perché era poco telegenico, dai)

Consiglio numero uno, mai nei giorni festivi. Specialmente se avete difficoltà a camminare, o non ne avete voglia. Il primo maggio la coda iniziava a Rosta all’uscita dell’autostrada (in realtà si può benissimo uscire alla barriera di Avigliana della Torino Bardonecchia): avvicinarsi ai laghi, proibitivo. Uno degli svantaggi del nuovo lavoro – in realtà il solo – è che ora posso muovermi solo nel week end. E nel week end trovi tutti quelli che vanno in montagna una volta l’anno e si credono Messner, Simone Moro, Bonatti e la Lunger messi insieme.

In ogni caso, nei giorni festivi c’è la possibilità di avvalersi di visite guidate gratuite, che sono ben fatte e iniziano con la lunga storia dell’abbazia, molto prima dell’anno mille, e terminano con l’attribuzione dei resti della medesima, dopo due secoli e mezzo di decadenza, ai padri Rosminiani che ancora adesso la detengono, e custodiscono anche le tombe di un certo numero di Savoia, comprese le due Madame Reali, che non sono a Superga. Perfettamente restaurata dopo l’incendio dello scorso anno, visibile da Torino e dalla valle di Susa come monito a pensare al cielo e non alla vita terrena, vista da vicino mostra tutte le stratificazioni della sua lunga storia.

Dapprima si entra nella scalinata dei morti, dove si trovavano le tombe di monaci e benefattori, si passa il portale dello zodiaco e si ritrova la prima terrazza dove gli archi a sesto acuto ottocenteschi stabilizzano la basilica grande e le cappelle molto più antiche sottostanti. Vengono messe da coloro che restaurarono la basilica per migliorarne la stabilità dopo un terremoto, perché in Italia, meglio ricordarsene , non ci sono zone sicure. Adoro il portone con il diavolo perplesso, e poi la basilica con gli affreschi quattrocenteschi (che preferisco al Defendente Ferrari dell’abside).

C’è poi un’altra ampia terrazza accanto all’abside dove si vede tutta la val di Susa e e il torinese sino a Superga (anche se già offuscate tutte e due dalla foschia pomeridiana e poi altre scalette e terrazze e la torre in rovina della bell’Alda.

Poi siamo scesi a piedi lungo la via dei pellegrini sino all’auto che abbiamo lasciato in un buco nel paesino sottostante, unendo al dilettevole l’utile. Il sentiero è fortunatamente ben tenuto, tanto che il cugino piacione, che ha problemi di vista, non ha avuto nessuna difficoltà.

Ricordare: la strada è a senso unico, nei giorni festivi: si sale e si ridiscende dall’altra parte, giusto per evitare l’inevitabile (cioè i dannati suv che si scontrano). Il parcheggino di fronte alla Sacra è a pagamento, ma non è colpa dei frati Rosminiani, che ci tengono a farcelo sapere, ma del comune di Sant’Ambrogio.

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All’opera!!!

Non sono riuscita ad andare a vedere Federico Bonelli alla Scala, e mi sono consolata andando al Regio a vedere Romeo e Giulietta di Prokofiev con il balletto dell’opera di Perm (mah…). Naturalmente, visto il tempo da tregenda annunciato, il tacco si è ridimensionato… ma sono riuscita a vestirmi da donna lo stesso (che ormai è una dichiarazione d’intenti)…o quasi. Età media degli Amici della Musica, tra i 70 e i 90. Età del pubblico al Regio, un filo più bassa per fortuna, merito della danza che ha da sempre un target più giovane, ma i giovani hanno a disposizione la generale che costa meno. La pomeridiana della domenica è dei turnisti e dei foresti come noi. Nessuna sciatteria e un bel po’ di eccentricità Torinese (tipo abito lungo di velluto fucsia devoré con scarpe in tinta): chanellini, cashmirini, gioielli etnici, tanti piumini perché la temperatura è precipitata e la neve è vicinissima . Spero, per non subire le contumelie della Regina Madre, che non sia troppo “moderno ” – McMillan già si rivolta nella tomba. Spero, per non morire di noia io, che sia “molto ” moderno. Ma l’ho portata a mangiare i tramezzini di Mulassano, quindi è contentissima.

(Fragoroso, ineccepibile, senz’anima- e con scenografie pesantissime. Ma i due giovani protagonisti sono bravi)

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Un 25 aprile diverso

Quest’anno niente Masio: abbiamo deciso di fare un giro in val Borbera. E certo la val Borbera di tutti i posti è l’ideale per una full immertion nella storia della Resistenza locale. Dal ponte alle “strette” di Pertuso, dove una lapide ricorda la battaglia del 1944, alla stele dedicatoria della Pinan Cichero, poco più in là, al monumento al partigiano già sovietico Fëdor Poletaev, al Museo “Lazagna ” di Rocchetta Ligure, nel ben restaurato palazzo Spinola (gli Spinola in Val Borbera sono un po’ ovunque)

Se poi dopo Rocchetta e Sisola si tira diritto, si scollina in val Vobbia, uno dei luoghi in provincia in cui la wilderness non è stata minimamente sfiorata dalla presenza umana. Solo qualche casa, isolata, di contemporanea bruttezza, rivela la presenza dell’uomo (in generale , le architetture liguri sono le più presenti, affiancate da case in pietra che hanno già caratteristiche quasi alpine. Come si possa costruire, in un luogo che è bello già a partire dai capannoni industriali di Vignole Borbera, delle villette da geometra brianzolo degli anni sessanta, con tutto il rispetto per i geometri, supera la mia capacità di comprensione)

Castello della Pietra

A Vobbia, girando per Isola del Cantone, ci si imbatte nel castello della Pietra, menzionato nei documenti già a partire dal 1200, ma probabilmente antecedente, risalente all’epoca dei saraceni – qui sono arrivati sino alla piana Mandrognistana. Il castello è visitabile, dopo un lungo lavoro di restauro (la domenica e i giorni festivi, altre informazioni http://www.parcoantola.it/index.php, anche per gli itinerari escursionistici). Per salire al castello occorre lasciare l’auto a circa cinquecento metri dai cancelli, e poi inerpicarsi su uno scomodissimo sentiero a gradini – io, o meglio dire le mie ginocchia cominciano a patire un po’ i sentieri gradinati, specie se i gradini sono alti, e io ho le gambette corte.) Comunque, sono 150 metri di dislivello e anche con le ginocchia malandate li ho fatti in venti minuti (la mia amica Irene li avrebbe fatti in molto meno tempo, ma è stata cortese con le persone anziane). L’ultimo tratto è una passerella metallica sospesa sul nulla . Lo dico perché conosco persone che su quelle non salgono nemmeno morte, anche se stanno appese a un dito a pareti scivolosissime. Il castello, che è perfettamente incastrato nel conglomerato che costituisce la roccia del luogo, consta di un torrione vuoto, che è una stanza -trappola, dato che chi aveva la ventura di arrivar sin lì non aveva poi modo di salire, dato che al castello vero e proprio si accedeva attraverso una scala a pioli. In ogni caso, altre scalette metalliche consentono la visita agli ambienti superiori e ai camminamenti. La vista è mozzafiato.

Ultimo consiglio, per il week end, di questo lungo 25 aprile, ed è un consiglio “istituzionale”, in un certo senso, perchè nel comitato scientifico ci siamo noi dell’Isral e i colleghi genovesi dell’Ilsrec. Sul crinale dell’alta val Borberà si terrà una rievocazione storica delle missioni alleate che sfruttavano il vasto altopiano dell’Antola per i lanci di materiale e per paracadutare i gruppi di OSS da affiancare ai partigiani. Ci saranno figuranti in divisa, e persino un aereo d’epoca (e anche il mio Presidente, Mariano Santaniello, alla celebrazione ricordo della Missione Pedee). Considerato che la rievocazione storica sarà assolutamente accurata, si tratta di sicuro di una proposta originale, che abbina storia , turismo, escursionismo, e anche gastronomia

qui il programma dettagliato, che potete trovare anche su https://www.isral.it/evidence/25-aprile-festa-della-liberazione/
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Auguri

Buona Pasqua a tutti nel risveglio della primavera

(Val Troncea)

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#Piemonteinsolito

Ricostituendo a poco a poco l’elasticità muscolare ( come diamine fanno i calciatori?) avevo deciso, quest’anno, di dedicarmi all’esplorazione di casa mia, cioè del Piemonte, che per noi Mandrognistani è un oggetto abbastanza sconosciuto. Intendiamoci, al di fuori della tangenziale di Torino , per chi ci governa, sunt leones, e alle elezioni di solito glielo si ricorda, fatto sta che dal natio Mandrognistan si vede il mare, come cantava Paolo Conte ( o Fossati? Non ricordo) e in linea d’aria ci mettiamo molto meno ad arrivare a Genova, o a Milano che a Torino – nel secondo caso, non in treno, giusto per ricordarci che in realtà noi abbiamo passato molto più tempo con i Milanesi, che con i Savoia. Ma prima del treno.

Complice il fatto che ho amici pazienti, e un divano, a Torino, ho deciso di esplorare tutte quelle montagne che compongono il Piemonte, e che io, in tanti anni di vita, in realtà non ho mai visto ( e un po’ ci sarebbe da vergognarsi), e anche un po’ di quella landa tra pianura e collina che il mondo tanto ci invidia ( sì, anche i toscani…).

Mia cugina Millina ( aka Lepadelleperdirlo) ama molto la Val Pellice, e io ho deciso di partire da lì. Prima missione esplorativa, risalire tutta la valle, dall’inizio alla fine. Prima Torre Pellice, nel giorno, tra l’altro di una importante partita del Valpe , che non è una squadra di calcio, ma di hockey, e qui e a Courmayeur, se non vado errato, ci sono le due uniche squadre al di fuori del giro tedesco. Torre Pellice, oltre all’hockey, trasuda l’appartenenza comunitaria valdese. Il museo, aperto nei week end, è molto interessante, specie la storia del patriota Janevel ( o Gianavello), che si mi è stato descritto come l’antesignano di tutti i guerriglieri . Sarà stata la giornata particolarmente tiepida, o il momento della giornata , o l’atmosfera sospesa che sempre anticipa un grande evento sportivo ( e la parola sportivo già esclude che si parli di calcio o di formula Uno), insomma regnava una calma assolutamente irreale. Idem a Bobbio, dove ho fatto un giro a piedi tra le frazioni, con un solo cane che mi ha abbaiato dietro. Poi sono salita in auto sino al punto più alto sulla strada asfaltata, che in alcuni punti è davvero stretta e richiede non solo molta attenzione se due veicoli si incrociano, ma soprattutto molta attenzione a non finire nel burrone. D’ estate , già mi figuro: in un normale sabato di marzo, senza una goccia di neve, il parcheggio alla fine della strada era pieno. Poi si può solo salire a piedi ( ci sono diverse possibilità ben descritte al parcheggio in un tabellone) nell’incantevole conca di fondovalle. Io sono salita sin quasi alla cima, ma riprometto di passare un week end di più decisa esplorazione escursionistica ( sempre che lo strappo sospetto che ho sentito saltando sul treno questa settimana non mi costringa a ulteriori rallentamenti… sempre detto che il treno è pericoloso)

Il tempio

Il “duce “ del glorioso rimpatrio

Bobbio

Fondovalle, al tramonto
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Il vento tra i capelli

Per chi fa un lavoro come il mio, aprile è il più crudele dei mesi, davvero. Un mese di commemorazioni, e anche di ricordi, che è iniziato oggi, esattamente nello stesso giorno di settantacinque anni fa. Alla cascina Benedicta.

E oggi ci si è ritrovati alla Benedicta, sotto una pioggia battente e una temperatura molto poco primaverile, non solo a ricordare il passato, ma anche a lavorare per il presente, perché la montagna, privata delle genti dalla guerra e dall’industrializzazione torni in qualche modo a vivere. La natura, lasciata a se stessa, torna a riprendersi i suoi diritti ( io però sono stata fortunata: non facendo parte delle autorità, sono andata a rifocillarmi al banchetto dell’Anpi che distribuiva focaccia e caffè, mentre gli altri sono stati in piedi stoicamente durante i discorsi ufficiali)

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Teaser

Dite pure che era Mercurio retrogrado, o qualche altra diavoleria, tipo il mio gatto è indemoniato, ma sono sopravvissuta ad una settimana di sfiga, no a due settimane di sfiga, le cui propaggini si estendono ancora adesso.

Elenco non esaustivo:

  • Lavastoviglie
  • Gatti indemoniati
  • Morte del computer
  • Assassinio dell’ IPad Pro ad opera di gatto indemoniato (gatta in realtà)
  • Allergia
  • Carenza di vitamina D e grida all’Apocalisse da parte del mio dottore ( ho una storia famigliare dietro)
  • Solite grane relative al cambio di gestore telefonico
  • Riacutizzarsi del dolore causa flessore dell’anca ( li ho stirati tutti  e due, il sinistro in montagna anni fa, il destro…boh da qualche parte tra Natale e capodanno).
  • Però, in montagna ci sono andata, e scrivo. Teaser. Appunto
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Don’t try this at home

Per una strana coincidenza nell’arco di due giorni ho visto due film di arrampicata, già di per sè  una cosa curiosa, perché al di fuori dei circuiti specializzati è praticamente impossibile. La scorsa settimana, mentre ero già in modalità cena- gatto- libro mentre il cugino piacione mi enumerava i film del tutto ininteressanti in programmazione alla locale multisala,  termina dicendo ah e poi c’è questo “evento speciale” Free Solo (pronunciato come scritto). E io, che già ero pronta per il letto dopo una giornatona lavorativa, sono saltata su, pensando “ma quando mi ricapita?” Mangio, mi vesto, esco. A quel punto il cugino piacione (cui, va detto, di Alex Honnold, del free solo e di Yosemite tutti insieme non potrebbe fregare di meno, il tutto per di più in un film sottotitolato che per lui è anche più faticoso seguire) dice no no ti accompagno. Ora, a me non piace andare al cinema da sola, ma a vedere un documentario di freeclimbing, chi potevo trovare, se non degli altri disperati come me? In ogni caso, andiamo, paghiamo (un’esagerazione: la ragazza alla cassa che ci conosce per habituè si è pure scusata)  e ci sediamo giusto in tempo. Ora, la cena del cugino piacione mi ha disturbato tutta la sera, e temo abbia disturbato anche coloro seduti in loco viciniore: siccome notoriamente nella piana circolano orde di vampiri inferociti, la sua cena deve essere stata una testa d’aglio vecchia con qualche foglia di lattughino. Mentre lottavo con le zaffate di nausea cercavo di ragionare sulle immagini che vedevo. Ovviamente non ho intenzione di pontificare sulla sua scelta di vita  (considerato che mi imbragherei per cambiare le lampadine al lampadario):  diciamo che mi sentivo molto vicino ad uno degli operatori che da terra diceva aagh mai più.  Eppure in tutto il film non hai mai l’impressione della vertigine che una scelta del genere comporta, piuttosto è suggerita; nel film abbondano primi piani delle mani di Honnold che si infilano in buchetti inconcepibili. Quello che viene reso esplicito è la preparazione atletica e psicofisica dietro alla prodezza, il lavoro di potenziamento fisico e mentale, la preparazione. Honnold impara letteralmente a memoria la parete, salendo più volte con Tommy Caldwell che la conosce a menadito. Poi, certo, possiamo fare tutte le considerazioni che vogliamo sull’alpinismo contemporaneo che viene per così dire fatto per essere trasmesso (e se anche fosse caduto, gli operatori con lui in parete con macchine e droni avrebbero filmanto lo stesso). Cinematograficamente bello, ma come dire, e anche questo è abbastanza paradossale, molto vecchio stile. Da un’impresa del genere mi sarei aspettata qualcosa di più visivamente interessante (o adrenalinico).

Il giorno successivo, girovagando sulla benemerita Netflix, mi imbatto nel film di Tommy Caldwell The Dawn Wall. Stesso posto, stessa parete, ma Caldwell ha liberato il versante orientale, il primo ad illuminarsi all’alba.  Ha scalato come Honnold, solo con le mani, ma legato, e già non è una cosa delle più semplici, con un compagno molto esperto in bouldering (per noi, sassismo) ma non in free climbing  e in più portandosi dietro una eredità pesante (un matrimonio fallito, un episodio traumatico in Kirghizistan). Caldwell è una figura sicuramente più interessante e a tutto tondo, anche nel gestire il circo mediatico che inevitabilmente avvolge i due scalatori rimasti in parete per tre settimane in inverno con i cronisti che facevano in tv commenti a caso. Honnold, con tutto il rispetto per la sua abilità tecnica e la sua freddezza…beh dà l’impressione di aver qualche difficoltà in più a relazionarsi con il mondo. (Magari ora, con il successo, la paternità, l’Oscar si sarà rilassato…)

In più, ho trovato The Dawn Wall decisamente più appassionante sul piano narrativo (oltre che molto più comoda la visione…). In ogni caso, meglio non ripetere a casa (anche la cena a base d’aglio)

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Il village perché

Una delle cose che i francesi sanno indiscutibilmente fare meglio di noi è valorizzare. Hai una pietra? Diventa un monumento. L’esempio che faccio sempre è Alesia, la città di Vercingetorige, visitata da scolaresche festanti, che non vanno a Barcellona o a Llret de Mar, ma a vedere una fila di pietre.

In più, sanno sfruttare il pittoresco come non mai (come da noi san fare giusto i toscani)

Questi sono Gorbio (in alto), e Sant’Agnès. Sono vicini a Mentone, variamente collegati grazie al Gr5 francese, trasudano pittoresco provenzale da ogni parte, e hanno la vista montagna mare a perdita d’occhio. Hanno la storia ( a Sant’Agnès un forte della linea Maginot con le opere in caverna) la piazzetta con il bar e la fontana e l’acciottolato (a Gorbio anche un albero centenario) e mettono felicemente alla prova le ginocchia di chiunque con i gradini sconnessi e dal passo troppo lungo. Però puoi fare delle meravigliose passeggiate in mezzo agli ulivi. O incontrare il gemello doppelganger di Cinorosino che entra in chiesa (a miagolare le sue preghierine ).

Ci si arriva in entrambi i casi per due meravigliose strade panoramiche che hanno un’altra cose in comune, anche questa tutta francese, la totale indifferenza verso la manutenzione (leggi guardrail inesistenti, paracarri sbreccati, buchi da fare invidia alla Raggi, impossibilità per due auto di media cilindrata di affiancarsi – scordatevi il suv o imparate a guidarlo).

D’estate saranno di sicuro roventi. Ma almeno l’aria è buona.

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Ritorno a Meugliano

Facendo una rapida ricerca all’interno del blog, prima di mettermi al lavoro, mi sono resa conto che l’ultima volta che sono andata a Meugliano è stato nell’estate del 2016. Sì, perché dopo l’inverno del Grande Acciacco – che non è ancora passato – dato che l’ultimo strappo continua a ripresentarsi, non ho veramente più camminato ( camminato, non passeggiato o vagabondato, che sono cose bellissime ma diverse).

Così ci ho provato. E naturalmente, se non sai se la macchina si rimetterà in moto non ti iscrivi al gran Premio di Montecarlo, ma fai un giro dietro casa. Appunto. Quello che mi ci voleva, era una bella passeggiata in saliscendi sul sentiero naturalistico ( alto e basso) in modo da saggiare l’insieme dei miei acciacchi. Niente da fare , sono sempre lì. Però è sempre molto piacevole rimirare il panorama della Valchiusella, e anche i rospi, che amoreggiavano nell’acqua limpidissima. Dovrei scrivere un post in inglese sulle meraviglie nascoste di una morena glaciale di milioni di anni fa, ma sinceramente non ne ho voglia. Un ecosistema così piccolo, che dipende dalla pioggia e anche dalla benevolenza dei visitatori, non reggerebbe all’impatto di un turismo maggiore. Anziché parlare, vi lascio qualche fotografia.

La storia dei rospi, se non l’avete mai letta, la trovatein questo vecchio post

Nella foto in alto si vede lo sbocco del sentiero naturalistico che circonda il piccolo lago glaciale

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