Il mio contributo alla #NottebiancaTW : la scoperta di qualche luogo Italiano, in equilibrio tra natura e cultura. Io nasco come fotografa, e questo è il mio contributo a questo periodo di crisi, per quando potremo finalmente uscire #iorestoacasa #litaliachiamò
La pianura umbra da Assisi
Le nuvole e il cielo sono uno dei miei soggetti preferiti, poche cose mi danno un senso maggiore di libertà
Il mio contributo alla #NottebiancaTW : la scoperta di qualche luogo Italiano, in equilibrio tra natura e cultura. Io nasco come fotografa, e questo è il mio contributo a questo periodo di crisi, per quando potremo finalmente uscire #iorestoacasa #litaliachiamò
E alle diciannove , l’aperitivo digitale. I canali da seguire, se ne avete voglia, sono questo blog, il profilo twitter @alpslover, la pagina fb del blog e pure l’instagram @alpsloveritaly
Temo non ci sia molto da ridere, in questo periodo. Tuttavia mi sembra opportuno scrivere qualcosa, non solo per alleggerire l’atmosfera, ma per rimanere un minimo razionali, quando tutto il resto del mondo non lo è, e non mi riferisco a questioni specifiche, ma proprio a tutto il circo
Preferisco il rumore del mare
Sono tornata dalla Francia, ieri, in preda a sentimenti contrastanti. E devo dire, la maggior parte dell’ansia, mi è venuta dall’ascoltare le notizie. Prima che il presidente di Regione positivo ( e io dai a pensare oddio, la riunione con i responsabili delle istituzioni culturali e l’assessore, che ho salutato molto molto da vicino, la conosco da anni. Poi misericordiosamente la mia boss mi ha confermato che tutta la Giunta è negativa) ; oggi quelli contagiati a Cervinia, e io sono andata a Cervinia, quando… due, no, aspetta, tre settimane fa, fiuuu. In realtà, a Cervinia sono stata a distanza ravvicinata con un barista e la coppia lombarda che parlava di Livigno e la commessa del caseificio Evançon e…la barista di Donnas. Abbastanza. Tra l’altro per noi anziani o aspiranti tali è un utilissimo esercizio di memoria.
In ogni caso ieri pomeriggio sono tornata con qualche patema e dopo aver fatto la spesa in Francia, immaginando l’orda all’assalto dell’Esselunga qui. Almeno starò in quarantena a fois gras e champagne ( che come diceva mia zia non deve mai mancare in frigo – oggettivamente però non ricordo di averlo mai visto nel frigo di nonna). Quarantena… io lavoro. Da sola, in pratica, quindi, non posso contagiare nessuno, né essere contagiata perché siamo chiusi al publico. Del resto, ai miei colleghi che telelavorano, qualcuno deve accendere il computer in biblioteca, se no non telelavora nessuno ( di solito questo nessuno lo dice).
Qui si oscilla tra la paranoia, la Guala closures non ti fai entrare senza mascherina e guanti, e ti misurano la febbre ( capitato stamattina al cugino Enrico) e quelli che affollano la tabaccheria di via Mazzini – per giocare alle macchinette. Insensati. Io per il momento farò una cosa pericolosissima: andrò a cena da un altro vecchietto in quarantena come me.
Nonostante si siano prese tutte le adeguate precauzioni, al lavoro, a casa, e pure con i gatti, talvolta c’è bisogno di aria fresca. Letteralmente.
Il mare d’inverno
E calma. E più ancora delle orme di tasso di sabato scorso avevo bisogno di relax. E quello, essendo come dice anche Venditti “ nata sotto il segno dei pesci “ lo può dare solo il ritmico movimento delle onde ( dopo i tre km di passeggiata sul bagnasciuga, limitati di nuovo dalla schiena dolorante) Per rimediare ai dolori sono andata in farmacia e lì il morbo, che hai creduto di poter dimenticare, è lì, nei discorsi della farmacista che menziona medicine sconosciute a qualcuno al telefono (ma non c’è ancora una cura), nei capannelli delle famiglie che chiacchierano sulla passeggiata, forse persino nei discorsi degli innamorati che si baciavano in spiaggia- che sempre, e specie ora – mi suscitano ottimismo.
Non voglio dire che la natura si stia vendicando, ma non dovremmo tutti seguirla anziché combatterla?
Come sanno anche le pietre, oggi è il mio compleanno. Quindi mi autodedico il post di metà settimana che di solito è dedicato, quando c’è, a questioni si montagna.
Di solito non la faccio tanto lunga, ma questa volta il traguardo è a cifra tonda, e sfortunatamento ho cominciato a pensarci qualche settimana fa. Una volta , “alla mia età” si era arrivati decisamente alla terza età. Insomma vecchia. Adesso, non solo non me li sento, ma non ci credo proprio…
Non sono tipo da giustificazioni o bilanci. Se sono arrivata fin qui, è perché ho cercato di fare del mio meglio. Oddio, ci sono ampi margini di miglioramento (sotto sotto sono convinta che il padreterno sia in debito con me), ma complessivamente sono soddisfatta. Alla fine sto facendo un lavoro che mi piace molto, vivo a modo mio, sono stata amata (il che non significa affatto che le cose siano facili o filino lisce) e una cosa di cui vado molto fiera è la mia rete di amicizie e di persone care che mi rendono la vita molto ma molto più bella ( e no non voglio menzionarle qui, ma loro sanno…)
e poi gente, tre torte tre… dovrò andarle a smaltire in montagna (tanto più che magari il freddo mi congela anche il coronavirus)
Non immaginavo una giornata così, onestamente. Avevo molta stanchezza addosso e un’altrettanta voglia di montagna . Così ho fatto troppo tardi per andare decentemente a Chamonix, e ho “ripiegato” su Cervinia (Mike Bongiorno perdonami). E , devo dire, non potevo essere più fortunata.
In effetti, avevo ricordi lontanissimi di Cervinia, di quando avevamo passato qualche stagione a Valtournenche con i miei. Ricordavo benissimo il nome e la collocazione dell’albergo, che infatti è ancora lì, sulla curva , chiuso e in vendita, con l’aspetto inequivocabile della decadenza. In compenso la casa dei Bich dove stavano gli Armano, era lì tale e quale. Ripeto, non avendo che dei ricordi lontanissimi, ho fatto come sempre in queste circostanze, cioè sono andata a naso. Lo so, avrei dovuto affrontare la cosa in maniera pianificata, leggere bene la cartina e la guida, che non ho, o almeno la cartina, che di sicuro ho fa qualche parte. Ma forse nemmeno, perché l’ultima volta risale agli anni Settanta ( e quando ci ho provato a tornare , ci si è messo di mezzo pure il Giro d’Italia)
Invece l’unica cosa che avevo controllato facendo lo zaino era stato il bollettino della neve.
Ho fermato Maggie, che sulle strade gelate è nel suo, nel primo parcheggio dove ho trovato un panorama interessante, a Perreres. E cartelli indicatori di sentieri. A fianco della casa vacanze dei salesiani c’erano il sentiero 107 per Cignana e il lago, e il n.1 per Cervinia o Valtournenche. Ho fatto tre passi e sono sprofondata. Avevo le plasticone Tsl, che van bene per me se non c’è troppo dislivello. Ovviamente non avevo nessuna intenzione di arrivare sino al lago, non solo perché avevo adeguatamente reso l’anima ai tempi ( salendo da Crepin, praticamente l’unica escursione che ricordo di aver fatto, insieme alla traversata dalla Croce di Carrel alle Cime Bianche, e relativa scottatura da ustione di primo grado), ma soprattutto perché non avendo ancora messo le racchette nella neve che non c’è non sapevo bene cosa aspettarmi. Magari non proprio di sprofondare, ma all’una e mezza c’erano almeno dodici gradi, e la neve era solida solo all’ombra. Ho comunque camminato per un paio d’ore, sfruttando una labile traccia, sono salita un pezzo per il sentiero del lago ( il resto era una poderale in falsopiano che poi scendeva verso Valtournenche) approfittando del tramonto del sole, e poi sono andata a Cervinia a prendere il caffè, a un’ora non proprio da merenda, ma nemmeno da après ski ( in realtà ho dovuto prenderne un altro a Donnas, dopo la consueta incursione al caseificio Evançon).
Ecco, il problema di Cervinia è Cervinia
Après ski
Per certe brutte costruzioni da “ Italia dei geometri” ci vorrebbe la pena di morte, non me ne vogliano né la mia amica @ Elda Pozzi, né Laura @les Sans de Mavi, che tutte due hanno casa a Cielo Alto. Sono veramente brutte. Si vede a occhio nudo, dalla foto in basso. Di bello c’è, beh, la Becca e la possibilità di arrivare a casa sugli sci, come a Livigno, con le piste che arrivano veramente dentro casa. Folla relativa in paese, solito deserto dei Tartari fuori dalle piste battute dai gatti. Il che era esattamente quanto sono andata a cercare.
qualche veduta lungo il sentiero (foto mie e di Marisa Cristini)
Quando si dice prenderci gusto. La scorsa settimana, la mia amica Marisa ha detto, facciamo qualcosa. Facciamo qualcosa vuol dire , di solito, andiamo a camminare. Non so come mi è venuto in mente il lago di Viverone. A dire la verità, c’ero passata molti anni fa, con mia madre, in un giorno non particolarmente fortunato – pioveva. Poi, in effetti era stato per molto tempo una macchia blu a fianco dell’autostrada.
Ho provato a pianificare un itinerario sul sito del lago , ma alla fine abbiamo fatto una parte del Cammino 2, quello che dalla via Francigena porta al lago. Il lago è interessato dalle tappe sette e otto della via Francigena, e anche qui sono anni che ci si dice, facciamola, facciamone un pezzo, in provincia, in montagna a Siena, vattelapesca, e poi come sempre si fa prima a farlo che a dirlo, almeno in questo caso.
Non esite un sentiero che consenta di fare il giro completo del lago, ed è un peccato, probabilmente ci sono dei privato con accesso al lago che … se lo tengono. in ogni caso dal parcheggio appena fuori Roppolo al lago e poi sulla riva del lago tra cigni folaghe e altri uccelli, in mezzo a molti che si godevano il sole. Sì perché a 70 km dal natio Mandrognistan c’era il sole. E a parte qualche infante pericolosamente appollaiato sui nuovi modernissimi passeggini che strillava, tutti gli altri si divertivano.
Ci siamo fatte una decina di km senza accorgercene, in pianura, perfetto per una vecchia signora come me (Marisa è molto più giovane) e poi siamo andate a Ivrea, dove abbiamo visto tuta la città imbandierata e pronta per le battaglie di arance che ci saranno, domenica, lunedì e martedì prossimi – insomma il week end di carnevale
Tante bandiere
Non è la mia tazza di thè, ma fate voi .
Scusate se stasera sono meno brillante del solito, ma sono stanca morta e non sono la sola…
Ho fatto il mio primo cammino, e quasi per caso. Ho notato ultimamente che quello che noi chiamavamo trekking /se di più giorni, o escursione / se da farsi in giornata, adesso viene spesso chiamato cammino, in omaggio al Camino de Santiago, e ad altre forme di pellegrinaggio similari. In realtà nessuno ha mai detto esplicitamente che un trek per essere tale doveva avere un cospicuo dislivello, ma essendo ormai anziana certe sottigliezze mi sono sconosciute. In ogni caso, Lulu ha incastrato me, e il suo giovane e sportivo collega Matteo, e io ho incastrato la mia amica canadese Marisa.
L’escursione, chiamata Camminata della Merla, era organizzata dall’Associazione Cammini divini – Nordic Walking Val Cerrina ( hanno una pagina Facebook dove sono indicate tutte le loro attività)
Siamo partiti da Brusasco, più sul limitare di Torino che in Val Cerrina, e già arrivare lì è stata un’impresa. Il natio Mandrognistan infatti soffocava nella nebbia, ma a Brusasco abbiamo trovato un bel sole caldo. Molto caldo. Mentre eravamo in coda per pagare la nostra quota, oltre a pensare che la merla era andata a svernare alle Maldive per trovare un po’ di fresco, mi sono resa conto che forse avrei dovuto mettermi la crema solare.
Dal manifesto si capisce come era il clima lo scorso anno, dalla mia faccia l’assenza di crema solare
Siamo partiti e dopo trenta metri avevo già caldo. A parte che detesto chi parte a razzo ( e tutti partono sempre a razzo, dannazione), però ho deciso che preferivo fermarmi e perdermi il gruppo, piuttosto che rischiare il micidiale mischione colpo di calore / botta di freddo da sudore. Intanto sulla mail che Luisa mi aveva girato c’era l’itinerario, quindi non potevo perdermi nemmeno volendo. Comunque, uno degli istruttori si è fermato, dicendo no no figurati fai bene ( ho poi visto che praticamente tutti avevano fatto vari livelli di spogliarello), mi ha dato saggi consigli su cosa mettere e su cosa levare, e anche come sfruttare diversamente i bastoni da nordic in salita ( ancora grazie, dunque, perché i consigli sulla tecnica sono molto ben accetti, essendo io praticamente un’autodidatta)
Comunque, ben alleggerita ho tenuto il passo dell’istruttrice su per via Temlino, sino all’incrocio con via Garibaldi, dove noi invece abbiamo preso lo sterrato che ci ha portato direttamente alla chiesa di Marcorengo, San Pietro, dove ho fatto in tempo a godermi la spiegazione e la visita alla chiesa fatta dalla locale pro loco ( la chiesa è davvero un gioiellino barocco). Da Marcorengo, tra l’altro ho visto che ci sono diversi itinerari, per cui credo che tornerò ad esplorarli. E c’era una vista spettacolare, che sarebbe stata anche migliore se non ci fosse stata ancora della foschia ristagnante sulla pianura
Dopo siamo rimasti sul crinale della collina per percorrere un lungo traverso che ci ha portato sino al castello di Brusasco, che era ben visibile dinanzi a noi e sembrava lontanissimo, invece ci siamo arrivati in un’oretta di strada piacevole e non faticosa. Al castello c’è stato anche Garibaldi, svariati Savoia, e ora c’è un agriturismo dove dopo la foto collettiva di rito (eravamo duecento!) abbiamo fatto una piacevole e abbondante merenda, con torte varie, bugie e frittelle e varie bevande. Generale aaah di sollievo alla vista di tavoli e panche e assalto al buffet.
Al tramonto abbiamo iniziato a scendere la strada a serpentine che ci avrebbe riportato all’attacco della salita di via Temlino. Siamo tutti insieme, Luisa scherza sul fatto che è già inciampata due volte, alla terza fila lunga distesa per terra. Ci siamo tutti spaventati moltissimo, fermati , fatto controlli vari, appurato che non c’era niente di rotto, e abbiamo proseguito. ( in realtà ha fatto un salto al pronto soccorso il giorno dopo, e si è tenuta lividi un po’ ovunque sino ad oggi)
La pianura da Marcorengo
Giudizio finale ( al netto del fatto che un allenamento di nordic non equivale ad una escursione): bene tutto, istruzioni e itinerario dati in anticipo e chiari, organizzazione e istruttori amichevoli e accurati. Non si è perso nessuno, nessuno è rimasto indietro, nemmeno la sottoscritta, e ciascuno ha potuto andare al suo passo, chiacchierando , guardando il panorama, facendo fotografie.
I bastoncini non sono obbligatori, io li ho usati per tutto il cammino per darmi la cadenza, molti avevano quelli da escursionismo ( che non sono la stessa cosa), molti non avevano niente, molti avevano il cane. In parole povere, va bene tutto, e come dicevo io ho ricavato alcune interessanti indicazioni.
Il prezzo è davvero adeguato, otto euro compresa la colazione e i bastoncini sino ad esaurimento, se li vuoi. Quindi consigliabilissimo. Sulla loro pagina facebook “Cammini divini “ sono pubblicizzate tutte le iniziative, date prezzi, contatti.
Consigli vecchia zia. Non lo consiglierei ai bambini piccoli, diciamo inferiori ai dieci anni. Non è difficile o pericoloso ( per lo più sono strade asfaltate), ma sono pur sempre una decina di chilometri e tre ore di strada. Idem se è la vostra prima uscita, se non avete un po’ di strada nelle gambe: consiglierei un po’ di stretching all’arrivo ( e un bel rilassante bagno caldo…). E per tutto quel sole io mi sono presa un’aspirina che male non fa.
Occhio alle scarpe. La ragione principale per cui Luisa ha assaggiato lo sterrato, ritengo, erano le scarpe non adattissime, pesanti e con poco grip , e il posto migliore per scivolare sono proprio le foglie secche che fanno bel tappeto per terra. Io avevo le mie vecchie Salomon XT low, che hanno un bel po’ di chilometri addosso e a parte la solita vescica sono andata benissimo e senza mal di schiena, che è ormai una costante delle lunghe uscite ( quel meraviglioso misto di scoliosi ed età). Quindi, scarpe da escursionismo leggero o se siete giovani e pimpanti scarpe da trail running ( come aveva il suo giovane e pimpante collega, appunto). Morale: da ripetere.