Siamo partiti in quattro e in quattro siamo tornati, con fatica.

Ho fatto il mio primo cammino, e quasi per caso. Ho notato ultimamente che quello che noi chiamavamo trekking /se di più giorni, o escursione / se da farsi in giornata, adesso viene spesso chiamato cammino, in omaggio al Camino de Santiago, e ad altre forme di pellegrinaggio similari. In realtà nessuno ha mai detto esplicitamente che un trek per essere tale doveva avere un cospicuo dislivello, ma essendo ormai anziana certe sottigliezze mi sono sconosciute. In ogni caso, Lulu ha incastrato me, e il suo giovane e sportivo collega Matteo, e io ho incastrato la mia amica canadese Marisa.

L’escursione, chiamata Camminata della Merla, era organizzata dall’Associazione Cammini divini – Nordic Walking Val Cerrina ( hanno una pagina Facebook dove sono indicate tutte le loro attività)

Siamo partiti da Brusasco, più sul limitare di Torino che in Val Cerrina, e già arrivare lì è stata un’impresa. Il natio Mandrognistan infatti soffocava nella nebbia, ma a Brusasco abbiamo trovato un bel sole caldo. Molto caldo. Mentre eravamo in coda per pagare la nostra quota, oltre a pensare che la merla era andata a svernare alle Maldive per trovare un po’ di fresco, mi sono resa conto che forse avrei dovuto mettermi la crema solare.

Siamo partiti e dopo trenta metri avevo già caldo. A parte che detesto chi parte a razzo ( e tutti partono sempre a razzo, dannazione), però ho deciso che preferivo fermarmi e perdermi il gruppo, piuttosto che rischiare il micidiale mischione colpo di calore / botta di freddo da sudore. Intanto sulla mail che Luisa mi aveva girato c’era l’itinerario, quindi non potevo perdermi nemmeno volendo. Comunque, uno degli istruttori si è fermato, dicendo no no figurati fai bene ( ho poi visto che praticamente tutti avevano fatto vari livelli di spogliarello), mi ha dato saggi consigli su cosa mettere e su cosa levare, e anche come sfruttare diversamente i bastoni da nordic in salita ( ancora grazie, dunque, perché i consigli sulla tecnica sono molto ben accetti, essendo io praticamente un’autodidatta)

Comunque, ben alleggerita ho tenuto il passo dell’istruttrice su per via Temlino, sino all’incrocio con via Garibaldi, dove noi invece abbiamo preso lo sterrato che ci ha portato direttamente alla chiesa di Marcorengo, San Pietro, dove ho fatto in tempo a godermi la spiegazione e la visita alla chiesa fatta dalla locale pro loco ( la chiesa è davvero un gioiellino barocco). Da Marcorengo, tra l’altro ho visto che ci sono diversi itinerari, per cui credo che tornerò ad esplorarli. E c’era una vista spettacolare, che sarebbe stata anche migliore se non ci fosse stata ancora della foschia ristagnante sulla pianura

Dopo siamo rimasti sul crinale della collina per percorrere un lungo traverso che ci ha portato sino al castello di Brusasco, che era ben visibile dinanzi a noi e sembrava lontanissimo, invece ci siamo arrivati in un’oretta di strada piacevole e non faticosa. Al castello c’è stato anche Garibaldi, svariati Savoia, e ora c’è un agriturismo dove dopo la foto collettiva di rito (eravamo duecento!) abbiamo fatto una piacevole e abbondante merenda, con torte varie, bugie e frittelle e varie bevande. Generale aaah di sollievo alla vista di tavoli e panche e assalto al buffet.

Al tramonto abbiamo iniziato a scendere la strada a serpentine che ci avrebbe riportato all’attacco della salita di via Temlino. Siamo tutti insieme, Luisa scherza sul fatto che è già inciampata due volte, alla terza fila lunga distesa per terra. Ci siamo tutti spaventati moltissimo, fermati , fatto controlli vari, appurato che non c’era niente di rotto, e abbiamo proseguito. ( in realtà ha fatto un salto al pronto soccorso il giorno dopo, e si è tenuta lividi un po’ ovunque sino ad oggi)

La pianura da Marcorengo

Giudizio finale ( al netto del fatto che un allenamento di nordic non equivale ad una escursione): bene tutto, istruzioni e itinerario dati in anticipo e chiari, organizzazione e istruttori amichevoli e accurati. Non si è perso nessuno, nessuno è rimasto indietro, nemmeno la sottoscritta, e ciascuno ha potuto andare al suo passo, chiacchierando , guardando il panorama, facendo fotografie.

I bastoncini non sono obbligatori, io li ho usati per tutto il cammino per darmi la cadenza, molti avevano quelli da escursionismo ( che non sono la stessa cosa), molti non avevano niente, molti avevano il cane. In parole povere, va bene tutto, e come dicevo io ho ricavato alcune interessanti indicazioni.

Il prezzo è davvero adeguato, otto euro compresa la colazione e i bastoncini sino ad esaurimento, se li vuoi. Quindi consigliabilissimo. Sulla loro pagina facebook “Cammini divini “ sono pubblicizzate tutte le iniziative, date prezzi, contatti.

Consigli vecchia zia. Non lo consiglierei ai bambini piccoli, diciamo inferiori ai dieci anni. Non è difficile o pericoloso ( per lo più sono strade asfaltate), ma sono pur sempre una decina di chilometri e tre ore di strada. Idem se è la vostra prima uscita, se non avete un po’ di strada nelle gambe: consiglierei un po’ di stretching all’arrivo ( e un bel rilassante bagno caldo…). E per tutto quel sole io mi sono presa un’aspirina che male non fa.

Occhio alle scarpe. La ragione principale per cui Luisa ha assaggiato lo sterrato, ritengo, erano le scarpe non adattissime, pesanti e con poco grip , e il posto migliore per scivolare sono proprio le foglie secche che fanno bel tappeto per terra. Io avevo le mie vecchie Salomon XT low, che hanno un bel po’ di chilometri addosso e a parte la solita vescica sono andata benissimo e senza mal di schiena, che è ormai una costante delle lunghe uscite ( quel meraviglioso misto di scoliosi ed età). Quindi, scarpe da escursionismo leggero o se siete giovani e pimpanti scarpe da trail running ( come aveva il suo giovane e pimpante collega, appunto). Morale: da ripetere.

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Se è gennaio, allora…parte II

Dopo una settimana che non sto a raccontare, un pomeriggio ad Aosta tra la folla della fiera di St.Orso è quasi come scalare una montagna. E poi ascoltare le voci e vedere i volti , e sovente la passione, degli artisti/ artigiani ( specie dei ragazzi delle scuole che erano sotto i portici di piazza Chanoux) . Le sculture di Robert Pernettaz. I biscotti Bonne Vallée , che mi ringrazia sempre quando le dico che la metto sul sito. ( La proprietaria, non i biscotti – sarebbero una droga, se non dovessi scapicollarmi sino a Donnas per comperarli) . Rudy Menr e gli altri che ho imparato a conoscere tra Donnas e Aosta. La novità di quest’anno: sculture della tradizione reinterpretate con colori vivaci, cartapesta e giornali. Perché la tradizione va svecchiata e modernizzata, altrimenti si trasforma in museo e muore – dice l’autore Aldo Stella.

L’artigianato di tradizione è davvero una realtà bella e importante e non solo in Val d’Aosta. Magari è una buona idea fare un salto a Courmayeur per la Paqûerette – una vita che non faccio Pasqua da quelle parti – per la prossima fiera. Nel frattempo qui trovate l’elenco di tutti gli espositori e tante altre informazioni.

Vincitori

Ma se è gennaio, è anche il mese della Marcialonga, e qui la parte Roggeri Ariotti della famiglia si è distinta molto più di me. Quest’anno è stato molto più difficile seguire online i passaggi degli atleti, perché non c’era più il contachilometri in tempo reale . Soprattutto non c’era neve. E mi dicono, su quella riportata c’era pochissimo scivolamento.

Ad Aosta c’erano 12 gradi alle quattro e otto alle sette di sera. Avete presente i giorni della merla? Quest’anno sarà andata alle Maldive a cercare il fresco. A chi non crede ai cambiamenti climatici – lo so, sto diventando noiosa – ricordo che Tanaro e Bormida qui potevano gelare…

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Due donne, una Mégane, e un cane triste a casa: l’isola dei gatti

Se sei su un lago, la tentazione più forte è quella di navigarlo, o farci una nuotata ( e come sapete io sono molto amante del nuoto di lago). La seconda possibilità, data la stagione, non era praticabile – per quanto quella mattina facesse decisamente caldo- però la scoperta di Montisola, l’isola più grande che galleggia sul lago d’Iseo, ci ha regalato una bella giornata. Montisola è diventata famosa nel 2016 per The Floating Piers di Christo, la passerella galleggiante che la univa alla terraferma.

The Floating piers (foto visitlakeiseo.info)

Dopo le migliaia di visitatori di quell’estate, l’isola è rimasta famosa, ma fortunatamente è tornata ad essere placida e un po’sonnacchiosa (o forse appariva così non in altissima stagione). Attenzione, non ci sono moltissime corse invernali da Lovere sulla Navigazione del lago d’Iseo (per orari, informazioni, tariffe ecc. http://www.navigazionelagoiseo.it/ ) per cui siamo partite da Sulzano per Peschiera Maraglio, che è il centro più importante dell’isola, con l’intenzione, se non di fare proprio il giro dell’isola, come suggeriva la pianta con gli itinerari, almeno di camminare abbastanza da avere un’idea generale del luogo. Considerando le nostre partenze bibliche siamo riuscite ad arrivare a Sulzano, trovare un parcheggio, pagarlo (sia lode a chi ha inventato le app), prendere i biglietti e saltare sul traghetto in tempo. Quasi miracoloso. Il viaggio è brevissimo, ed è impossibile farsi venire il mal… di lago.

Mentre aspettavo Lulu nel solo bar aperto di Peschiera (pause pipi) ho deciso che la giornata così bella meritava uno spriz e non la temibile brodaglia che prende il nome di caffè americano. Spriz buonissimo, per la verità. Così doppiamente rinfrancate abbiamo iniziato la strada pedonale che costeggia il lago. Sull’isola non ci sono auto, ma solo biciclette e scooter, degli abitanti, per lo più e un pulmino. Non avevamo l’intenzione di fare tutto il giro (9 km) o di salire al santuario, ma almeno di fare una passeggiata panoramica. Una leggera nebbiolina affiorava dalla superficie del lago, creando romantici controluce… Sarebbe piaciuto a Ruskin, nel caso ci fosse passato (e no, non lo so, se ci è passato). Finché con l’ora di pranzo incombente arriviamo al cartello stradale della foto. Attraversamento gatti. Tutti a pensare, ma no, ma dai, è una trovata turistica. Dall’altro lato del cartello c’è una trattoria, dall’aspetto promettente e alla fine ho consigliato Lulu di fissare il tavolo, e menomale, perché, al ritorno, il nostro era l’unico rimasto.

Comunque, mentre aspettavo fuori, ho notato il gatto sotto l’albero. Poi un altro. poi…una colonia intera (Colonia I gatti al sole, molto appropriato, erano tutti spapapanzati a panza all’aria). C’era anche il presepio, con le sagome, e un gatto – chiunque ne abbia uno sa che è facilissimo ritrovarlo al posto di Gesù bambino ( Pipisita aveva un’antipatia particolare per le pecore, di solito le trovavo sparpagliate per il corridoio – l’imperfetto si giustifica con il fatto che lei è viva e vegeta e io ho smesso di fare il presepio). Abbiamo poi saputo che i gatti sono in effetti una colonia censita dall’ Asl, la loro responsabile è la signora Elena del ristorante “La spiaggetta”, dove si mangia benissimo (solo a pranzo. Il fritto di pesce vale da solo una sosta). I gatti li trovate su Google Maps, hanno la loro pagina fb e c’è anche il bussolotto dove lasciare qualche soldino per il cibo.

Siamo comunque arrivate sino a Sensole, che è piccolo e molto pittoresco, e abbiamo fatto un pezzo di salita sino alla Rocca Martinengo. Poi siamo tornate indietro dai gatti e nel pomeriggio siamo tornate all’imbarcadero e ci siamo goduti i paesini della sponda bresciana del lago. L’isolotto di fronte a Montisola è dei Beretta – quelli delle pistole, non dei salumi: però a Montisola c’è un salumificio che fa cose molto interessanti…assaggiate anche quelle al ristorante, ma il punto vendita è vicino all’imbarcadero a Peschiera. Non proprio un posto per vegani, ma un’intera giornata senza auto, e senza respirare odori mefitici vale davvero il viaggio

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Entrac’t III. Quello che avremmo dovuto raccontare ai nostri nipotini, se mai li avessimo avuti

Sono rimasta sola circa tre anni fa, e credo che il miglior modo di ricordare mio marito sia di raccontare una storia allegra, che forse ho già raccontato , ma è una di quelle belle storie che non si finisce mai di raccontare, almeno sino a quando l’interlocutore non ti dice, “ah, okay, la so già “. Quella che avremmo dovuto raccontare ai nostri nipotini, che però non ci sono.

Dobbiamo fare un grosso salto indietro, davvero molto grosso, seconda metà degli anni Ottanta, quando eravamo giovani belli e soprattutto magri. Sì c’è stato un tempo in cui mio marito era se non proprio magro, almeno perfettamente in forma. E camminava. Per non essere da meno, in qualche modo, ma aveva frequentato la casa estiva di Don Antonio a Torgnon, in cui io, che pure ero di quella parrocchia, non avevo mai messo piede, e quindi i suoi chilometri se li era macinati.

L’occasione di venirmi a trovare in montagna, però l’aveva data una locandina che avevo visto dalla tabaccaia di Courmayeur, quella, diciamo, non proprio cordialissima (o se preferite, di una leggendaria malmostosità). Diceva Miles Davis ad Aosta, arena della Croix Noire, £7000. Ripeto settemilalire. Nell’arena dove fanno la battaglia le mucche. Anche negli anni Ottanta, settemila lire non erano niente.

Cerco una cabina telefonica, telefono, e dopo un attimo di stupore mi dice che si attiva. Perché mio marito non aveva la macchina. Comunque, arriva un’intera comitiva, io e Silvia che eravamo su troviamo da dormire un po’ a tutti (all’Agip, al Venezia, al Roma sopra il bar, che era ed è molto trendy) e compriamo i biglietti. Per la cronaca musicale, due concerti, quell’anno, l’altro a Cagliari, così non fate fatica a cercarlo su Wikipedia.

Comunque, andiamo, the King of Cool suona con spaziale malmostosità, senza quasi girarsi a guardare il pubblico attonito e senza dire pressoché parola, ma è Miles Davis e si sta a bocca aperta in una sera calda. Torniamo un po’ intronati in quota, e il giorno dopo, adeguatamente riposati- leggi non prestissimo- andiamo a ri ri posarci in val Ferret.

Una val Ferret temporalesca

E io, la pietra dello scandalo, dico, andiamo alla bocca del ghiacciaio di Pré de Bar, che è una passeggiata che potete fare anche con le scarpe da tennis? (orrore, lo so). Il ghiacciaio, allora , arrivava quasi a filo della strada sotto il rifugio Elena. Quaranta minuti di strada, tempo limpido, nessun problema andiamo su chiacchierando, ci sediamo sui pietroni, e vediamo una nuvoletta venir fuori da dietro il Mont Dolent, e in dieci minuti il cielo si copre.

Comincio a dire, forse è meglio che scendiamo. Alla prima curva, quella del bivio per il rifugio Dalmazzi, sentiamo il primo tuono. In un secondo, per così dire, si scatena l’inferno di un temporale estivo. Fulmini vicinissimi, grandine, pioggia a catinelle. Io e Silvia avevamo il kway. Gli altri no. Vi lascio immaginare lo stato in cui l’allegra combriccola ha raggiunto la macchina (mia) nel parcheggio dell’Arnouva. Siamo rimasti tutti in mutande per asciugarci. Commento di Francesco (avrei dovuto imparare molto da quel commento lì): tu mi vuoi morto

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Entrac’t II. La stagione delle fiere.

Se è gennaio, allora è la fiera di Sant’Orso. Anzi le fiere di Sant’orso. Cominciamo da quella di Donnas, dove oggi, sotto un cielo davvero #blutrail limpido e freddo. Una folla strabocchevole ha invaso la via principale del piccolo paese ( e che fosse strabocchevole, lo si è visto dalle epiche code alla Pro Loco per pranzare).

Ecco un po’ di bellezza per iniziare piacevolmente la settimana

C’erano diversi Tatà cinghiale, cosa di cui dovremmo informare l’Andrea Pennacchi di Propaganda Live. La statua dello pseudo San Michele Arcangelo era un possibile acquisto di Luisa, ma l’Autore, mentre noi racimolavamo gli euro da prestarle, ha asserito essere in realtà un san Giorgio, come per altro si evince dalle lettere S.G scolpite sulla base. La cosa ha innescato una dotta discussione teologica, cui tornando anche il cugino piacione ha dato il suo contributo. L’abito (gonnellino da soldato romano e spada) fa il sangiorgio, ma le ali? erano ali, ve lo assicuro perché lo abbiamo preso in mano. Soprattutto, che fine ha fatto il drago? Sant’Orso ha l’uccellino, San Rocco il cane, San Giorgio il drago. Luisa non lo ha comperato e il mistero rimane.

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Entrac’t ( dovevamo fermarci prima)

Obbiettivamente, dovrei proseguire a raccontare di itinerari lombardi, invece, mi prendo una piccola pausa per narrare di una piccola gita invernale e dare un suggerimento…per il prossimo anno, casomai io non sia più qui a raccontarvela. O non ci siate più voi a sentirvela raccontare – così adesso abbiamo fatto tutti i debiti scongiuri e possiamo passare avanti

Volevo andare a fare un giro in montagna per la Befana, giorno come si sa assai propizio alle viaggiatrici invernali, invece Lulù mi ha indotto ad andare con lei a Mondovì a vedere il raduno internazionale delle mongolfiere. Confesso. Delle mongolfiere non mi importa granché, ma in effetti su internet si vedevano bellissime foto di mongolfiere vista Monviso e alla peggio avrei fatto qualche bella fotografia. Ho anche coinvolto il cugino piacione, che ho un po’ colpevolmente trascurato in queste vacanze, e siamo partiti. Non di buon mattino, ovviamente, ci riesco a malapena se devo fare un’esclusione o partire per un lungo viaggio, ma comunque adeguatamente per arrivare e fare con tutta calma.

Primo problema “ Ah ma dovevi prendere di lì e non di là perché ci sono le curve, bisogna scalare la collina, poi mi viene la nausea” Ora, con un’autostrada cosiddetta che finisce in mezzo al nulla dopo Alba, scapicollarsi in mezzo ad una collina patrimonio Unesco forse è il meno. Tanto ci perdiamo sempre.

Secondo problema. Tutti i ristoranti in giro (almeno quelli che non sembrassero troppo una bettola) erano o chiusi (il giorno dell’epifania!) o con le macchine parcheggiate sin in cucina. Prima di Mondovi. A Mondovi bassa. A Mondovi piazza. Così siamo stati leggeri. Molto leggeri. Almeno, devo dire, che la funicolare che sale nella parte alta del paese, dove era auspicabile vedere lo spettacolo dall’alto e senza la folla supposta al parco da dove partivano, aveva un piacevole aspetto liberty, e l’intera cittadina mostrava quello charme piemontese che da un anno andiamo a cercare. Bei palazzi barocchi, portici, negozi eleganti e ristoranti ( va beh, lì non potevamo sapere, alla fine siamo giusto riusciti a prendere un caffé al banco)

Qui però si innesta il terzo problema. Saimo partiti con la nebbia bella spessa e qualche dubbio. Dopo alba la nebbia è diventata foschia, ma è rimasta ostinatamente piantata nella pianura e davanti alle montagne. In più il bel parco del Belvedere era comunque, alle tre del pomeriggio, controsole. Tutta la città lo era. Quindi la differenza tra tempo limpido e foschiaccia, era anche quella tra uno spettacolo magnifico e uno…insomma.

Il dirigibile è stato l’unico a sorvolare a bassa quota e in modo circolare il Belvedere e la torre civica dove con gran sprezzo del pericolo è salito il cugino, mentre io battagliavo con i capelli ingombranti della dignora che avevo davanti. Poi fortunatamente i bambini hanno cominciato a fare i capricci e ci siamo accaparrate il parapetto, ma con la foschia le cose non sono cambiate granché. Il grande pallone olandese che riproduceva il volto di Van Gogh con il cappello era a malapena visibile e il rinoceronte ci ha ostinatamente mostrato il didietro

In conclusione, la manifestazione è sicuramente una attrattiva turistica notevole, almeno a giudicare dalla massa di gente che abbiamo incontrato, ma o c’è il tempo adatto, o finirete per rimediare un torcicollo. Prenotare un ristorante, a meno di non portarvi da casa il picnic, è assolutamente necessario (se volete fare il picnic, vi ricordo che a Mondovì è anche possibile che nevichi, o abbia nevicato).

Non essendoci fermate prima, ci siamo fermate dopo. Ma ormai lo scazzo era subentrato e il coeur n’y était plus. Ad Alba, mentre gli altri nicchiavano con vari pretesti, io ho fatto quel che faccio di solito quando subentra lo scazzo: ho bevuto. Arneis. Responsabilmente.

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Due donne, una Mégane, e un cane triste a casa

Montisola
Lovere #borgodellaluce

Come avrete capito, le nostre viaggiatrici attempate sono andate a camminare al lago d’Iseo, questa volta lasciando a casa un tristissimo Tobia a far compagnia “ al Giulio” insieme alla sua sorellona Mirta e ai gatti. I miei, di gatti, erano incazzati già così e mi hanno devastato casa.

Abbiamo fatto base a Lovere, che con Iseo è sicuramente il paese più affascinante in riva al lago, che dopo il clamore mediatico della passerella di Christo ( i floating piers del 2016), è tornato alla tranquillità un po’ sonnacchiosa che Piero Chiara descriveva così bene a Luino, ma che ben si adatta anche al lago d’Iseo. A Lovere abbiamo scelto un albergo diffuso, una soluzione che si sta diffondendo anche sulle montagne piemontesi ( Fenestrelle, per esempio), e che aiuta anche ad evitare il degrado dei centri storici dei piccoli paesi. L’albergo diffuso Torre Socca è composto da otto unità abitative nelle vicinanze di una reception e di una sala colazioni. Tutti i minialloggi si trovano in edifici d’epoca, e contribuiscono a mantenere le case in efficienza, e con la necessaria manutenzione.

Un unico caveat: se avete problemi di deambulazione o a salire le scale, meglio farlo presente. Il nostro alloggio era al secondo piano, e trascinare le valigie su per due rampe di gradini non uniformi non sarebbe stato facilissimo, se il gentile gestore non ci avesse portato su lui le valigie medesime ( a farle scendere, nessun problema).

Secondo non – caveat. Se siete di quelli che parcheggiano il suv in pizzeria ( ma se lo siete non leggete questo blog), sappiate che il centro storico di Lovere, come quello di Iseo e Pisagne, è zona a traffico limitato, con esclusione dei residenti, e le strade sono strettissime. È naturalmente possibile ottenere un pass temporaneo dai gestori, se ci coso problemi particolari. Noi siamo stati indirizzati subito ad un ampio parcheggio gratuito nelle vicinanze, e a far meno di cento metri per prender l’auto non ci ha impegnato particolarmente.

Prima che gli elementi artistici, della zona colpiscono il gran numero di bar e di pasticcerie ( tutti con un aspetto assai piacevole e specialmente le seconde con delle vetrine assai peccaminose ( e noi abbiamo anche ceduto alla tentazione) . Non per cadere nei luoghi comuni, ma direi che la propensione era più allo spriz che al the delle cinque ( e andare in giro con una astemia non aiuta di certo), e lo spriz aiuta a socializzare maggiormente nelle sere d’inverno.

Al prossimo post i suggerimenti di itinerari, ma se avete intenzione di passarci, come alternativa alla settimana bianca che dista da Lovere una trentina di chilometri ( di coda automobilistica, in questo periodo) a Lovere ancora per tutti i week end di gennaio, sarà possibile ammirare sulle facciate di piazza Tredici Martiri e su altri edifici le proiezioni delle opere dell’artista americano Robert Duncan, decisamente suggestive.

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Auguri

Fotobombing di capodanno

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Due donne, una Giulietta e i cani a casa: itinerari post prandiali

In realtà non c’è Giulietta, ma Maggie la Mégane, che con i suoi 200 mila chilometri e rotti, infili la scheda e parte, con qualunque tempo e in qualunque luogo, e soprattutto per varie ragioni delle due auto che possiedo ( una casa tre gatti due auto), é l’ unica a possedere le ruote invernali – che però, cari lettori non vi esimono dal metter su le catene se le circostanze lo richiedono, per non far la figura del bauscia con il SUV che si pianta in mezzo alla strada.

Questi suggerimenti sono perfetti per questo periodo, se non amate buttarvi sulla Stelvio e se non avete le cosce di Dominik Paris.

Primo suggerimento. Il lago di Garda, lato Veneto. D’accordo, sponda. Riva, quel che volete. Noi abbiamo fatto base a Lazise .

Lazise
Bianzone

Trovato un pregevole residence (che d’estate sarà sicuramente più attraente che sotto la pioggia di novembre in cui lo abbiamo provato – Residence la Fattoria – ma ovviamente non è colpa loro) e abbiamo programmato un giro sulla riva veronese. Lazise, Bardolino, Garda, Torri del Benaco, Bianzone. Una infilata di piccoli paesi cui se ne sarebbero aggiunti altri se le nostre vacanze lente non fossero, appunto, lente, soprattutto la mattina

In realtà, l’idea originaria era di esplorare Torbole e Arco. Ma abbiamo finito di fare tutt’altro, e anche questo capita almeno a noi. Però uno dei vantaggi del viaggio lento, oltre che di una frequentazione più che quarantennale, è proprio quella dell’essere senza meta, il che consente di fare sempre interessanti scoperte. Ad esempio abbiamo scoperto uno splendido itinerario di nordic walking che parte dal centro storico di Bianzone e unisce a mezzacosta quel paese con Garda, garantendo viste mozzafiato sul lago – e vi ricordo che le previsioni meteo sono clementi sin dopo la befana.

Per terminare in bellezza la giornata ci sono le terme ( ok, i sono andata una volta in vita mia – beh, due volte – e adesso faccio tanto la saputella). A Colà di Lazise c’è un parco termale ( tutte le informazioni qui ) molto piacevole con acqua a 39 gradi circa. Il parco termale più grande con una grande piscina nel bosco è all’aperto. In inverno può essere un po’ freddino deambulare con un accappatoio bagnato…

Per cui il mio consiglio è di prendere a fianco dell’ ingresso principale, seguire la strada e entrare dal cancello una trentina di metri più avanti, dove c’é la piscina del centro riabilitazione. La sorgente termale ė la stessa, ma si entra in acqua al coperto e da lì la piscina prosegue all’esterno con getti , cascate e idromassaggio e una vasca di acqua bollente dove per salire occorre uscire brevemente dall’acqua: effetto kneipp assicurato e pericolo polmonite assicurate. Tra l’altro c’è un conveniente ingresso serale che consente di rilassarsi prima di cena. Possono entrare anche i bambini e la cuffia è obbligatoria. A noi un simpatico bagnino l’ha regalata (eh trent’anni fa ci avrebbe anche provato…)

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Buon Natale

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