Su “Il Piccolo” di oggi, che guardavo stamattina mentre facevo la rassegna stampa (non perdo tempo al lavoro, neh) ho trovato una piccola chicca che non conoscevo: un mandrognistano al Tor : qui sperando che il link funzioni (con gli amici del giornale più letto in città us sa mai , e l’articolo è a pagamento).
In ogni caso sintetizzo: Federico Aprea, diplomato al liceo scientifico Galilei e ora iscritto a Ingegneria biomedica al Politecnico di Torino, è un finisher al TOT dret, che non è la verione corta del Tor, mannaggia informarsi un po’meglio, no. Come ho già detto, 12000m di dislivello positivo da Gressoney a Coumayeur non sono una passeggiata, e infatti il nostro ha ammesso, come molti, che il vero problema è gestire il sonno, e che in discesa è più pericoloso che in salita. Se cadi, infatti, cadi sempre in discesa, perché sei stanco, inciampi, è buio ecc.
Ha vent’anni e pochi mesi, che è l’età minima per iscriversi e quindi al momento è pure il più giovane ad aver finito la gara, che come vi ho detto più volte, non è faccenda per ragazzini.
In ogni caso, chapeau.
(foto che credo venga da lui, dal fb del Tor, dal Piccolo, non so)
Ne parlo tutti gli anni o quasi (qui il 2021 e il 2022 ) ma in realtà lo seguo da parecchi anni – da quando ho sentito Giovanni Storti parlarne a “Ring!” l’ormai defunto festival di critica cinematografica (è risorto con un altro nome per fortuna e ci sarà anche quest’anno con Marco Bellocchio ospite d’onore).
Al Rifugio della Barma sono in testa Romain Olivier e Franco Collè, il terzo è fra il Coda e la Barma, e poi c’è il resto del mondo – ricordate dei1087 o giù di lì runners di quella che è, diciamolo, una delle corse più famose in assoluto, i potenziali vincitori sono una manciata, che arrivano di solito più o meno nella notte di mercoledì; tutti gli altri camminano per fare l’esperienza della vita o sono drogati di Tor come il giornalista Giorgio Macchiavello, che non ho idea di dove si trovi (trovato, viaggia intorno alla trecentesima posizione o giù di lì). La prima delle donne è un’inglese, Emma Stuart, quattordicesima, ma io seguo la fortissima padovana (valdostana? chissà) Lisa Borzani, che è ventiduesima (a metà pomeriggio, il gruppetto delle tre prima era a Perloz, quando Lisa usciva dalla base vita di Donnas).
Se andate qui e cliccate su un atleta a vostra scelta vi fanno vedere dove si trova.
Qui c’è anche la mappa:
(modificherò questo post durante la settimana per rendervi partecipi dei miei pensieri intanto che lavoro e finisco di dare il bianco al bagno – che almeno è un lavoro atletico)
Update di martedì: Lisa Borzani si è ritirata (la sfiga che porto a quelli/ quelle per cui tifo è leggendaria) e Franco Collè è al comando, ma lo dico sottovoce. I primi quattro, a giudicare dal tracker, sono piuttosto vicini e stanno saliscendendo verso Oyace. Le ragazze sono sempre quelle, al Tor des Glacier stanno andando a tutta (è quello celeste).
Giorgio Macchiavello è 372°: sta salendo, stando al tracker, verso il rifugio Coda, che è sopra Lillianes, ed è uno dei punti caldi del Tor (pure Collè detesta la salita al Coda che un’affare spaccaginocchia). I primi, ripeto sono a Oyace. Mi sbaglierò, ma domattina presto qualcuno arriva.
Mi correggo oltre Oyace
Update di mercoledì: Franco Collè è arrivato alle quattro del mattino e io dormivo zampetta zampetta con Cinorosino, e me lo sono perso, il secondo, Olivier, mentre stavo prendendo il caffè, più di tre ore dopo.
Facebbok Tor des Géants
Però guardatevi l’arrivo sul sito o su Facebook: vedrete un atleta abbastanza stravolto, provatissimo dopo la discesa da Malatrà, a riprova che in quel tipo di gare niente è scontato e averne vinte quattro non significa farla facile. Olivier è stato in testa per un bel po’ poi ha dovuto fermarsi e riposare, il terzo, il canadese Reynolds Galen, è appena arrivato, il quarto e il quinto sono ancora in giro…
Al Tor des Glaciers, Reichon va da solo…
Update di giovedì: E’ arrivato Raichon, le donne del Tor, il primo del Tot Dret, che è una roba di quelli che gli inglesi definiscono grueling: 12000 metri di dislivello tra Gressoney e Courmayeur, dove infatti sono più quelli che defungono per strada (metaforicamente parlando) che quelli che arrivano. Quest’anno più del 50%, più che al Tor des Glaciers, dove il discrimine è il tempo.
Arrivi: Sebastien Raichon (foto Facebook Tor des Géants)
Adesso, in tarda mattinata, ci sono i bambini dell’asilo di Courmayeur che si divertono sulla linea del traguardo. Tra l’altro è arrivato, non so più in quale delle tre, anche un insegnante del Liceo di Courmayeur: chissà se si è sbrigato per non perdersi il Collegio docenti o la riunione di dipartimento: conoscendo certi dirigenti non mi stupirei.
Nel frattempo stanno arrivando le “persone comune”, quelle che non hanno un team, ma mogli mariti papà mamma figli e nipoti che arrivano nei rifugi più raggiungibili e alle basi vita (sì ce li ha pure Collé, ma questa è tutta un’altra cosa) Tra l’altro, l’ignoto atleta giapponese che stavo guardando prima non deve essere proprio poverissimo per venir sin qui a gareggiare… chi non ha sponsor, nemmeno la cartoleria sotto casa, si paga tutto.
E questa è Enrica Demattei che ha vinto il Tot Dret femminile (sempre Facebook del Tor) – ho messo la foto per il simbolo del mondo Occitano e perché come dicevo il Tot dret è proprio tanta roba.
Ah, Macchiavello è ancora in giro, sempre intorno alla trecentesima posizione (lui dorme , di tanto in tanto, mentre gli extraterrestri nemmeno lo fanno), sta scendendo verso la Valpelline.
Ah il professore di Courmayeur è Gael Jeannet, ed è arrivato terzo al Tot Dret ieri sera alle 20, ed è stato festeggiato dai suoi studenti (il Collegio docenti ci sta tutto, direi)
Ultimo aggiornamento di lunedì : e così chi è arrivato è arrivato, chi non ce la fatta è tornato mestamente sui suoi passi. E ieri hanno premiato tutti i finisher. Se volete sapere com’è andata a Giorgio Macchiavello ecco qui il suo tweet o x o quel che è, che rimanda all’articolo per la Stampa Edizione di Aosta (non so se è a pagamento o no, ma se leggete online il quotidiano sabaudo lo potete trovare facilmente). Sette volte finisher è un bel record credo. Io correre non corro ormai più, ma nel week end ho macinato un po’ di km con Amica Giovane e vi racconterò (spoiler: ho accarezzato le marmotte, le mie ginocchia sono state zitte e l’acido lattico è andato via con una doccia calda e un bel massaggio di crema tonificante)
Eh sì, ho fatto una ulteriore puntata in Val Grana, approfittando del fatto che ci vogliono un paio d’ore ad arrivarci (ma senza dover pagare cara e salata l’autostrada come in Valle d’Aosta – lo sto dicendo da così tanto tempo che magari qualcuno ascolta, ma lo so, per dirla in modo elegante, è pia illusione).
In val Grana ci sono diversi itinerari ad anello in quota, il più noto dei quali è la Curnis Auta che si può percorrere a piedi o in mtb, con punti di accesso in diversi paesi della valle, e collega la valle stessa con la Val Maira a nord e la valle Stura a sud. Io ho percorso uno di questi punti di raccordo partendo da Pradleves.
(Sembra tutto molto aulico, ma in realtà sono arrivata a Pradleves, ho mollato la macchina in centro vicino alla chiesa, con l’idea di buttarmi sul primo sentiero che sembrasse promettente. Il ragionamento su dove sono stata è arrivato tutto a posteriori. In realtà avevo anche il caveat del meteo, perché era il sabato dove si annunciava tregenda in tutto l’arco alpino a partire dalle 15.00. E poi non c’è stato).
Comunque, mi sono avviata verso uno dei sentieri di accesso alla curnis, che portava alla cappella della Madonna dell’Angelo e ad una o due frazioni nelle vicinanze, perché in un’oretta pensavo di farcela. E infatti, in un’ora e un quarto comprese le soste per fare due foto e fermarmi a far due parole con le persone (una vera folla, 13 persone e un cane svogliato) Problemino: a parte una spruzzata di gocce poi subito passata faceva un caldo infernale. E la mia maglietta tecnica era zuppa. In ogni caso sono arrivata al bivio, ho girato in tondo nel bosco per cercare la chiesetta, meditando come suggeriva il cartello (comunque, ragazzi se dovete farci girare in tondo dentro al bosco senza vedere più un segnavia, poi sentirete le Madonne volare…) comunque alla fine sono arrivata alla chiesa, e girandomi ho scoperto che c’era pure una panchina gigante, che ormai sono come i nani da giardino, solo molto più ingombranti.
Dopo mi sono spinta sin verso Cugn, ma sono tornata indietro dall’itinerario dell’andata, senza spingermi oltre le case per riprendere una interpoderale asfaltata e completare l’anello.
Mi sono cambiata la maglietta zuppa davanti ai vecchietti che prendevano il caffè nell’unico bar di Pradleves che mi è sembrato aperto e poi sono andata a comperare il formaggio alla Pojana. Poi Maps mi ha portato in giro per la ridente campagna piemontese. Mai che si faccia due volte la stessa strada.
Allora, in realtà l’itinerario è su strada asfaltata abbastanza bella anche se stretta, perché ci sono frazioni molto belle e ordinate e deserte. Solo dal bivio a Cugn diventa sterrato. Però non barate e andate a piedi, che se incontrate un’auto a scendere poi chiamate di nuovo la Madonna. Oltretutto, là strada sale comoda e a tornanti e la vista è piacevole sempre.
Ah, devo smettere di chiamare vecchietti quelli che ormai potrebbero essere potenziali fidanzati.
Ve l’ho detto che c’era la panchina ( e pure lo zaino)
Mentre sono andata a lavorare nel bel mezzo della Pianura Padana, senza lo straccio di una collina intorno e scoprendo tuttavia che senza ripetitori internet non prende neppure lì (con qualche intermezzo comico e qualche patema per chi come me ha scritto “vai lì e fai bella figura!” nel DNA), ho lasciato indietro polemiche e rovine fumanti. E pensate, nemmeno le ho provvocate io.
L’ultimo giorno del nostro soggiorno caragliese lo abbiamo dedicato a Saluzzo e dintorni. Io a Saluzzo ho già passato del tempo (caldo: lo trovate qui l’articolo di un po’di tempo fa, gatto incluso, me inclusa con dieci chili in più e i capelli di un altro colore- so mimetizzarmi benissimo). Anche questa volta faceva caldo e dopo un pranzo decisamente poco estivo – almeno per me, ho mangiato una finanziera buonissima innaffiata di nebbiolo, appunto un pranzo prettamente estivo. Il ristorante era i Quat taulin e vi assicuro che merita tutte le recensioni osannanti su Trip Advisor – favoloso e a un prezzo decisamente onesto.
Comunque dopo, tra le varie possibilità che ci si presentavano per digerire il non leggerissimo pranzo (che, tra l’altro, ho perfettamente digerito), siamo andate all’Abbazia di Staffarda. Ora quello era uno dei posti che io e mia madre volevamo visitare (insieme a molti altri ben più lontani). Così io ero piena di aspettative e anche un po’ di nostalgia. Poi a Staffarda c’è una colonia di gatti (ci sono gatti un po’dappertutto), che sono persino menzionati nell’app con cui si segue la visita: quindi Luisa ha dovuto riportare indietro il cane, proprio nell’unico posto in cui poteva entrare in realtà – infatti c’erano altri cani che non facevano una piega né ai gatti, né alle persone.
Io ho trovato bellissima la chiesa, che è in effetti uno dei monumenti romanico -gotici più significativi del Piemonte, e contiene una crocifissione lignea, con San Giovanni e la Vergine, la grande macchina cinquecentesca (che se siete stati a Boscomarengo vi darà un’idea di come poteva essere la macchina del Vasari a Santa Croce, che è stata dispersa – sempre furbi noi). L’altro punto forte è il chiostro, anche se rimaneggiato come molta parte degli edifici intorno alla chiesa, che oggettivamente dovrebbero avere una manutenzione miglioreu8pò (è passata Fanny , ma è molto leggera).
Tornando Luisa ha continuato a dire che era brutta mal tenuta e cara (il biglietto costa 6 euro, ridotto per gli insegnanti e gli studenti, e fa parte del circuito Musei Piemonesi). Lo ha scritto sulla loro pagina fb, dicendo che la chiesa era bella, ma il resto andrebbe tenuto meglio. La seconda cosa è effettivamente vera e sarebbe necessaria molta più cura. Apriti cielo: è stata accusata di ignoranza e di non “capire la bellezza”. Commento mio: la gente è fuori. A me è piaciuta moltissimo, perché il gotico è la mia passione, pensavo a mamma e c’erano i gatti. Ma oggettivamente il nostro patrimonio andrebbe valorizzato meglio. Almeno, l’app con cui seguire la visita è interessanta e fatta bene (ma a Staffarda l’unico punto in cui puoi scaricarla è accanto alla porta della biglietteria, altrimenti sei in un buco nero; e quindi, avrei dovuto saperlo, che la pianura Padana è un grande gorgo).
Ah, se volete vedere una grande, bellissima Abbazia, tardogotica, con meravigliosi affreschi del ‘400 benissimo conservati, fate un salto di domenica a Rivalta Scrivia, dove i volontari vi faranno fare un viaggio nel tempo (la diocesi locale se ne disinteressa abbastanza, tra l’altro). Non la conosce quasi nessuno.
Impossibile mancarlo, Il Filatoio rosso di Caraglio, che in realtà era un setificio, è un edificio imponente che si trova ai margini del paese in direzione Dronero.
Ed è un innamoramento tutto mio, perché Lulu non è riuscita, non ha voluto/potuto venire causa cane, ma lei è stata benissimo a leggere in terrazza e io sono stata immersa in un orgasmo storico e senza bisogno di Barbero (che ho pure rischiato di investire con la macchina in via Cavour , ora che ci penso – sì perché onora con la sua presenza pure Mandrognistan Ville, o meglio l’UPO)
Si può visitare solo con le visite guidate, nei week end e nei giorni festivi, informazioni qui : https://www.filatoiocaraglio.it/ .Le visite sono a cura della cooperativa Emozionalp, a cui ho promesso di dare un (piccolo) contributo alla conoscenza del luogo, che è un vero tesoro architettonico della seconda metà del Seicento, quando per iniziativa di un commerciante di seta la zona si è specializzata nella produzione di filo di seta, diventando un polo tessile durato sino agli anni Sessanta del secolo scorso (la storia è molto divertente, il fondatore Giovanni Girolamo Galleani , rubò un telaio ai concorrenti bolognesi, lo fece smontare pezzo per pezzo, e poi qualcuno lo rubò a lui).
Nel museo ci sono tutte le macchine, ricostruite sulla base delle fonti e dei disegni, alcuni anche di Leonardo, e funzionanti : il cugino piacione viene da una famiglia di proprietari di Filande, e qui gli ho mandato le foto in diretta, praticamente. Quindi ero felice come un gatto: diciamo, gli storici sono felici con poco, dateci una fonte un rudere un libro e siamo soddisfatti.
Il filatoio
Andateci, è molto bello, e i bambini si divertiranno a vedere le macchine, specialmente il torcitoio, in azione. E non lo conosce nessuno, maledizione, alla mia visita alle 10,30 eravamo in tre, due simpatici signori di Nizza, e la vostra umile amanuense.
Quando leggerete questo e il prossimo post, io sarò a sudarmi lo stipendio su scala nazionale, sperando, dopo essere tornata dalla montagna in tempo per ritrovarmi seduta sulla bocca dell’inferno, che la suddetta bocca non si sia spostata un filo più a sud, un pochino più a est. Io però, per completare il giro della Val Grana, vi lascio due luoghi da visitare e poi parleremo ancora di qualche percorso.
Il primo luogo da visitare è sicuramente Sancto Lucio di Coumboscuro, che si trova in un vallone laterale rispetto a Monterosso Grana, e che è la culla della riscoperta della civiltà Occitana in Piemonte, con la Fonazione del Centro di Cultura Occitana (trovate tutte le informazioni qui ). Sancto Lucio, in provenzale, è Santa Lucia, che trovate raffigurata nella piccola chiesa della frazione. Il paese e la chiesa costituiscono una sorta di Museo a cielo aperto.
Sculture dentro e fuori la chiesa
Volevamo da Sancto Lucio, fare un giro nelle frazioni, ma ci siamo prese l’unico temporale di tutte le vacanze , un acquazzone di calore che ha lavato le strade, ma che ci ha lasciato con una sensazione di incompiuto..
Rifugiate in chiesa
Inoltre, se non conoscete la musica Occitana, vi condivido una playlist di Spotify, con la musica del gruppo più famoso, i Lou Dalfin di Sergio Berardo. Li ho sentiti innumerevoli volti , specie dal vivo, che è la modalità migliore, e trascinano sempre.
Carissimi tutti, annunciazione: mi sono venduta a Jeff Bezos, ma credo che per andare in giro con uno yacht come il suo questa vita non basterà e probabilmente nemmeno la prossima. In altre parole se vi verrà la curiosità di leggere il libro di cui parlo, potrete farlo tramite il link e io guadagnerò qualche centesimo (di questo si parla , neh). Le scatolette dei due disgraziati che si godono l’aria condizionata costano (e pure l’aria condizionata).
Se devo dire la verità, a me Amazon ha salvato in numerose circostanze, anche al lavoro. In molti casi, se ti serve un libro per il giorno dopo e il tuo libraio di fiducia non ce l’ha, santa consegna il giorno dopo ha sistemato le cose; inoltre, dato che leggo molto – quasi tutto in realtà- in lingua, non ho molte alternative: non ne ho proprio. E sì, dato che i testi di filosofia che mi interessano non li traducono proprio, non ho alternative, again: Amazon è l’unico modo per averli, talvolta anche con lo sconto.
Fine del pippone e passiamo alle cose serie: a Caraglio si leggeva benissimo, sulla terrazza, e quindi ho letto.
Primo libro, La felicità del lupo di Cognetti. Mi autodenuncio: quando vi ho parlato di <a href=”http://senza mai arrivare in cima“> non mi sono resa conto che ve ne avevo già parlato durante il lockdown. Vuol dire che l’arterio avanza. Resta il fatto che è un libro che mi è piaciuto molto allora e ora – sì io rileggo. La felicità del lupo mi è piaciuto persino più de Le otto montagne: è più asciutto, come se le vite dei personaggi bastassero da sole. Un uomo, Fausto, e una ragazza, Silvia, che provano a ricostruire le loro esistenze in montagna (a cercare la loro felicità, come il lupo, che forse alla fine ritorna nella valle)
Secondo libro. Dato che qui si parla anche di gatti, mi sono portata dietro un libro che parla di gatti, L’istinto del gatto mediterraneo di Paolo Ganz: un libretto tenerissimo che parla di viaggi -l’autore è un filosofo e viaggiatore, e di gatti. Se non ne avete uno, di gatti voglio dire, vi verrà sicuramente la voglia (non non si parla dei peli dappertutto e delle camicie da notte con i buchini da gommini, quando si sta vicini vicini – Fanny vorrebbe anche adesso, immaginatevi.)
Terzo libro, snob che più snob non si può: New York sans New York di Philippe Delerm, che nessuno ha tradotto, quindi se lo volete, e non siete nei pressi della libreria di Antibes dove l’ho comperato quest’inverno, non avete scuse. Ho un amore alternante per Delerm, alcuni libri sono più riusciti, altri insopportabilmente melensi, ma questo mi sembra particolarmente riuscito: si parla di New York come di un luogo – non luogo, di Parigi, della sua vita (chissà perché tutti hanno compagni di scuola fighissimi che diventano famosi / milionari/salvano il mondo, quando nessuno dei miei compagni è mai arrivato a tanto – e spero per voi, che vi ho perso di vista per lo più quarant’anni fa, che stiate facendo una buona vita, qualche maledetto è già in pensione, mannaggia). L’idea di fondo è che New York è un concetto, un’idea e come tale può servire anche se non ci siete mai andati. A me soprattutto piace la forma del piccolo saggio/bozzetti ecc. Una cosa tipo i Pensieri di Pascal o lo Zibaldone di Leopardi, ma tranquilli, molto più leggero nel tono e nel racconto
Della Val Grana il luogo che ci ha colpito di più, d’accordo forse più Lulu di me, è stato Monterosso Grana (l’altro che mi è piaciuto è sicuramente Pradleves). Soprattutto perché abbiamo esplorato i suoi boschi in lungo e in largo..
C’è un itinerario ad anello, consigliabilissimo anche a chi viaggia con i bambini, che è l’anello del Lou Servanot, un folletto (siamo nell’ambito della cultura occitana) bruttino, dispettoso, ma non cattivo, lontano parente , forse , dei lepricani irlandesi, ma senza tesori nascosti. Ho scoperto dopo che si tiene lontano con dei sassolini bianchi, che si trovano vicino al cimitero, da dove l’ itinerario inizia. Ma naturalmente non siamo partite dall’inizio, se no sarebbe troppo facile.
Foto Comune di Monterosso Grana
Noi abbiamo fatto la zona 2, quella che in gran parte si percorre su strada asfaltata, e passa a fianco del torrente . Siamo partite, cioè , dal centro del paese. Ci sono comunque varie indicazioni, tra cui quelle per Paraloup, perché questo è un itinerario alternativo rispetto a quello principale che sale da Rittana. Questa parte di percorso è legato al bosco e agli alberi, di cui vengono raccontate le proprietà e le caratteristiche. Passata la borgata Quagna, abbiamo proseguito sino al gruppo di case successivo, Tetti Armandi, poi si è messo a piovigginare.
Sul sentiero
Siamo tornate sui nostri passi , abbiamo preso la deviazione “giusta” per il Vio dei Mort, ma abbiamo poi preferito ritornare dalla strada asfaltata. E poi rientrare in paese per fare un giro più preve intorno alle rovine del Castello (anche quello fa parte del Lou Servanot).
Non si può dire che l’abbiamo girata in lungo e in largo, ma abbiamo fatto qualche giro (remember, signore vecchiette con cane vecchietto)
Siamo partite dall’alto, ossia dal paese più noto, forse, della valle, che poi un vero paese in senso classico non è, ossia Castelmagno, che è un insieme di piccoli nuclei, che culmina a 1600 e rotti metri con il santuario di San Magno che è anche meta di un itinerario che copre due Valli, a riprova di una devozione molto forte nella zona. Meritoriamente il consorzio ( ma non so se è davvero così) ha creato un vero e proprio itinerario gastronomico che collega tutte le località della valle. Dovrebbe andare oltre e vendere la non larghissima strada che percorre la valle dopo Pradleves come Gorge, ruote panoramique come fanno i cugini francesi dato che nel limitrofo Mercantour ho percorso strade simili e pure peggiori vantate come attrattive turistiche.
Lì tra l’altro la mia vecchia Meggie ha cominciato a battere i coperchi bis e sono andata a tanto così dalla crisi isterica ( c’ è un lungo restringimento di carreggiata subito sotto il santuario e tanta stima a chi lavora sotto il sole cocente facendo passare le auto e spostando la benna , in salita). Poi San Magno ci ha messo una pezza e siamo arrivati tutti senza incidenti al santuario.
Il santuario
L’impianto è gotico, è stato barocchizzato come tutto o quasi in Italia e anche fuori, ha ancora un rettore, e come vedete in giro non c’era moltissima gente. Dal santuario partono diversi sentieri che conducono ad alcuni punti panoramici e noi abbiamo fatto un lungo giro per avere una bella panoramica sul fondo valle. Se avete cani, attenzione che ci sono le mandrie e i cani da guardia: il Castelmagno formaggio non si fa da solo.
Poi per trovare un filo di sollievo dopo la giornata piena di emozioni guidatorie ci siamo fermate a Pradleves al caseificio Poiana, che ha non solo il negozio ma anche un giardino, dove puoi assaggiare di tutto, e berci insieme quello che vuoi, a prezzi davvero interessanti (di tutto vuol dire i formaggi e i salumi): seguitemi per proposte estive di qualità e a prezzi interessanti.
Buona festa più inutile dell’anno (sì, un po’ ce l’ho con Pio nono). Che sia così:
Val Maira
O così
Con vista condizionatore, che ha acceso lui, per altro
oppure così
Petit cros, foto di Irene Martini
Le alternative che si vedono sui giornali non mi competono (e pure ai miei amici, come si vede)
Aggiornamento: mi autodenuncio, sto passando ferragosto in una piscina piuttosto affollata (in un luogo bellissimo, tra l’altro e adults only). Peccato abbiano messo musica da discoteca a palla