
Questo è uno gnomo portafortuna che ho fotografato a Brusson due anni fa: l’unica cosa che sappia di vagamente natalizio nella mia Library di IPhoto. Quanto alla fortuna, ognuno può pensarla come crede. In ogni caso, AUGURI !

Questo è uno gnomo portafortuna che ho fotografato a Brusson due anni fa: l’unica cosa che sappia di vagamente natalizio nella mia Library di IPhoto. Quanto alla fortuna, ognuno può pensarla come crede. In ogni caso, AUGURI !
Ieri mi veniva in mente una poesia sul Natale (Guido Gozzano, credo, ” Maria già trascolora, divinamente affranta /il campanile scocca la mezzanotte santa”) non per la mezzanotte santa, ma per la tanta neve, che era una specie di ritornello della poesia. Non credo, da quando vado in giro con le racchette da neve, di averne mai visto tanta da affondare, talvolta, sin quasi al ginocchio racchette e tutto. Sono andata in Val Sapin ( a Courmayeur), perché quello è un classico percorso da racchette da neve ( e infatti ho incrociato un gruppo di altri racchettanti) e perché, soprattutto, è un percorso sicuro, con le debite cautele. Sino a Tzapy si cammina nella foresta in una bella strada interpoderale. Quando la foresta si dirada invece, è molto molto facile vedere piccole slavine o colatoi che scendono dalle pendici del Monte Saxe e dalla Testa Bernarda; a me, anni fa è capitato che ero quasi ai Trou des Romains, che da allora sono off limits. Del resto, la pista di fondo in Val Ferret era chiusa e con quella tutte le possibilità di escursioni da quelle parti; e dopo aver visto la neve accumulata in cima al Mont Crammont risalire da Dolonne verso l’Arp non era proprio consigliabile. E meno male che a Courmayeur è nevicato meno che altrove e ha fatto molto più freddo che altrove (l’altra notte, ho letto, la minima è scesa a -12 quando ad Aosta era 0). Però ieri il tempo era splendido e io ho fatto la sauna perché avevo l’imbottito più pesante – così il raffreddore altalenante che mi porto dietro da qualche giorno ( c’è gente che ti alita addosso i suoi bacilli) non sarà più altalenante, ma certo preferisco essere io la causa dei miei raffreddori, specie se sono la coseguenza di una giornata splendida trascorsa nel silenzio e nella pace più totale – anche il mormorio del torrente Sapin ghiacciato era attutito. E alla fine ho anche avuto il piacere di vedere il Dente del Gigante rosa al tramonto. La pace di ieri è, credo, il massimo che posso fare quanto a spirito del Natale.
In questo periodo di regali (in cui il cazzeggio prevale sulla montagna – semplicemente perché non ci posso andare, in montagna, perché lavoro, perché a Natale hai sempre da fare, perché il pericolo valanghe sta a 5, perché qui piove sempre e lì nevica sempre fermatemi…) io e mio marito, come succede a chi sta insieme da tanto quanto AndyCapp e Flo siamo andati per regali. Il mio a lui, l’ho fatto a fine novembre. L’ho portato a Trivero da Ermenegildo Zegna e abbiamo passato un pomeriggio nel negozio, non c’era nessuno e la vendeuse, però, (in quei posti non osi dire commessa, una mia cara ex alunna che lavora da Dolce e Gabbana si chiama sales assistant, e avrei voluto avere lei quel mercoledì) la vendeuse, però, dicevo, era in un giorno di scazzo. In ogni caso, io invece volevo uno zoom per la reflex digitale, che secondo mio marito, è come comperare una katana del ‘500 per tagliare il lardo di Colonnata. Però la fotografia è il mio hobby, da quando a dieci anni, usavo la Ferrania, non reflex, che mio padre si portava dietro in montagna. E quello, vi assicuto è un bell’allenamento per chiunque, perché in ogni caso era tutta manuale e bisognava indovinare l’esposizione, il diaframma, e la distanza per la messa a fuoco, e stare bene attenta a centrare l’inquadratura: è rimasta famosa, in famiglia, e un giorno o l’altro la passerò allo scanner, una foto, rigorosamente in bianco e nero, di mia madre in abito a fiori in piazza San Pietro ( viaggio di nozze classico), tagliata esattamente a metà, per il lungo, da un ragazzo con un enorme mazzo di fiori. Mio padre era famoso per ghigliottinare la gente in fotografia, ma per il lungo… Dopo la Ferrania, e molte insistenze, i miei mi regalarono per Natale una Canon AT1, la mia prima reflex (che non si scorda mai, come il primo bacio), equipaggiata progressivamente con un 28mm, un 50mm, un 120mm (in montagna avevo uno zaino solo per l’armamentario) e finalmente con un 28-200, detto il cannone (tutto Canon), che ci sta ancora attaccato. Poi mio marito mi ha regalato una Canon Eos50 con un 28-80mm, molto più leggera e maneggevole. Poi, avendo comperato anche un computer più potente, mi sono fatta la prima digitale, una Minolta. Sì, ho tradito la Canon, qui, per tre ragioni: il prezzo, la compatibilità Apple, e le il fatto che le Canon di tre anni fa , quelle piccole erano troppo automatiche per i miei gusti. Sono molto affezionata alla mia Minolta DImage Z3 da 4 megapixel . E’ piccola, maneggevole, ha lo stesso menù delle mie Canon, e l’ho già sbattacchiata su e giù ben bene: nella mia galleria sono fatte con quella le foto della Valsesia; le altre invece vengono dalla mia ultima macchina, la Canon 350D, che ho comperato in un momento di follia da mediaworld perché era in offerta. Lo zoom era per lei, un Tamron 28-200. Ho le mie foto ben ordinate, in computer e in album, di tanto in tanto me le guardo (e vedere come sono cambiate le montagne è abbastanza terrificante) Come funzionerà, lo saprò dopo Natale. Quale macchina fa le foto migliori? Ve lo lascio indovinare…A proposito, ho visto le foto di Tempesta (tempestapfx.blogspot.com) e credo anche lui abbia a che fare con la Mela…
Il tempo è quello che è, e ieri era quello che era e domenica anche peggio: deprimente. Da quando è mancata mia madre, il Natale, che già non era tra le mie Festività preferite, mi deprime ancora di più. (Forse perché si è più o meno costretti a fare cose che si ha poca voglia di fare, tipo telefonare a persone che quando va bene incontri ai funerali, mandare auguri, ostentare un’aspetto festoso, addobbare la casa, mangiare pranzi troppo abbondanti e sentirsi in colpa – l’altra botta me la dà Capodanno, da anni dicevo a mio marito che non si era obbligati a uscire a tutti i costi e lo scorso anno lo abbiamo fatto, peccato avessi la febbre a 39 e stessi malissimo.) Allora ho deciso di andare a correre, ma non a casa , perché l’abituale percorso qui si snoda dietro la municipalizzata dello smaltimento rifiuti, a fianco del cimitero. tra l’atmosfera e la puzza, perfetto per il mio umore. Così ho preso la macchina e sono andata a Frassineto Po a correre lungo il Po. Meno deprimente, ma con la nebbia a banchi. D’estate si corre sull’argine interno in mezzo agli alberi fioriti. Adesso si camminava speditamente sull’argine interno in mezzo a sbuffi di foschia. Il fiume a un centinaio di metri in mezzo ai pioppi (o betulle? in biologia sono sempre stata una scarpa) era alto e marrone. Correre, ho corricchiato: l’esercizio fisico è altra cosa, e le endorfine anche. In ogni caso, non mi è proprio piovuto sulla testa, e le piste lungo il Parco Naturale del Po da Casale a Valenza sono perfette, per correre e per la MTB.
Il titolo era il motto di una banda di bombaroli francesi dell’inizio del secolo (Pino Cacucci ci ha scritto su un bel libro, qualche anno fa…)Afferrato il nesso?
Sono le 19, ora italiana del Nord, fuso orario di Greenwich o quel che vi pare, e ri- nevica (vi risparmio la solita foto di piazzale Ambrosoli con la neve illuminata dai riflettori) Vi risparmio anche la solita tiritera del stiamo a casa che è meglio: Mercalli il metereologo di Fazio scriveva sulla Repubblica di domenica che ormai siamo tutti come Indiana Jones nei nostri suv, non ci spaventa niente e poi rimaniamo bloccati (mi diceva oggi il mio medico che si rimaneva in autostrada bloccati anche 30 anni fa, ma forse c’erano meno tir, e certo, ci si aspetterebbe, adesso, che ci fossero un po’ più di spartineve in giro – questa è per lei, signor sindaco che era così soddisfatto dell’altra volta. Noi un po’ meno.). Se siete in giro per la rete, andate sul blog di Mente Locale (qui spesso Radio Popolare si sente con in sottofondo Radiomaria che dice il rosario) oggi in trasmissione si accettavano scommesse su quando sarebbe comparsa la molto annunciata neve e rallegratevi che a Montreal vanno per i 14 sottozero ( a Palermo non so) Ecco il link per il mitico blog di mente locale.
Ah secondo mio marito non nevica e io ho preso dell’acido
Ho deciso, dopo aver scritto un post qualche giorno fa, che le cose da fare prima di morire ( o qualcosa del genere) meritavano non solo la scrittura, ma anche l’azione. Così, cominciando dal più fattibile, ho preso ferie e ho deciso di visitare un mercatino di Natale.
Eccolo qui, il mercatino natalizio di Trento, che non sarà il più antico o il più rinomato, come Bressanone o Vipiteno, ma ha indiscutibilmente il pregio di essere raggiungibile in tre orette di auto a passo turistico. Che dire? Io amo molto Trento, e la sua pulizia (che non vuol dire niente cartacce per le strade), amo la tranquilla cordialità delle persone, ancor più in un’ infrasettimanale, quando tra le bancarella girava, sì, qualche turista, ma per lo più all’ora di pranzo c’erano studenti appena usciti di scuola – meglio il canederlo che MacDonald – e gente del posto che cercava i regali di Natale lontani dalla folla che si immaginava strabocchevole dei fine settimana. Tutti gli stand avevano merce graziosa, erano locali tutti tranne due (Aosta e Rimini), i prezzi oscillavano dal fattibile al meno fattibile (le statue in legno) e nell’insieme era tutto molto pittoresco. Diciamolo, per me che ho famigliarità con la Sant’Orso sia di Donnas, sia di Aosta nulla di veramente nuovissimo. Ma, ripeto, vedere cose molto simili senza essere schiacciata dalla folla strabocchevole (ancora!) che nelle due succitate occasioni inevitabilmente trovi, senza contare gli alpini “allegri” è stato molto riposante. Fare un giro da Disertori dopo e poi una passeggiata nel centro storico di Rovereto che è molto raccolto, ha piacevolmente completato una bella giornata ( anche dal punto di vista meteo) Andando e tornando, con i miei amici (mio marito non c’era) abbiamo eviscerato (letteralmente) lo stato dell’Italia, delle nostre vite, del mondo e dell’inanità generale.
Conclusione (cattiva). Di giovedì, a Trento c’è il mercato ambulante. Lui è da una parte (intorno al Duomo); il mercatino di Natale da un’altra (in Piazza Fiera lungo le mura). Da queste parti i mercatini di Natale proliferano. E sono per lo più tristissimi: dove si confonde l’artigianato – quale – con le solite paccottiglie dei cinesi (che non festeggiano il Natale). Ha senso?
Seconda cosa. Atmosfera natalizia, qui e là, zero. La crisi c’è si vede si sente. Checché ne pensi Colui.
Modifica del 12 dicembre: ho scritto proprio eviscerare: puoi sviscerare le sfortuna del Toro, ma la propria vita merita un esame più approfondito.
Ci sono delle volte in cui, semplicemente, la vita si incarica di mostrarti che non sempre tutto va come desideri, o come puoi sperare, non necessariamente a te, ma a qualcuno che ti sta viino, più o meno, e finisci per apprezzare quello che hai, anche se apparentemente non ti soddisfa. Criptico? In realtà non molto, una ragazza più giovane di me, mia parente, che è gravemente malata. E allora non si ha tanta volgia di parlare del più e del meno, nemmeno su un blog.
Causa avverse condizioni del tempo, questo week end non si è combinato nulla, così mi tocca e vi tocca, un’aulica rievocazione di gita passata, in questo caso, Alpe Baranca, in Valsesia. Anzi, in fondo alla Val Mastellone, una tributaria della valle principale che si imbocca all’ultima uscita di Varallo. Si percorre la valle sino alla fine e si parcheggia dopo le ultime case di Santa Maria ( o dove si trova posteggio: le ultime due volte tutto lo spazio era occupato). E ci si imbatte in un enorme cartello esplicativo del progetto I Sentieri della Libertà (vi rimando per brevità al sito di Memoria delle Alpi che li ha prodotti come – meritorio- progetto Interreg tra Italia, Francia e Svizzera: www.memoriadellealpi.net) che indica la strada. E qui c’è il primo problema. O io era particolarmente bolsa quella volta lì a metà luglio ( e le due volte precedetni – l’Alpe si è fatta desiderare) o nel cartello c’è qualcosa di sbagliato, perché dà un tempo di percorrenza di 45 minuti e io ci ho messo un’ora e 40. Per il lago, anche di più. In ogni caso, il sentiero è uno e non è possibile sbagliare: costeggia le case, poi sale sovrastando il torrente, che resta ben visibile e a mezza costa. All’altezza della cappelletta si ignora la deviazione verso sinistra e si procede. La prima tappa conduce, a circa milleseicento metri, ad un gruppo di baite abbandonate; più oltre, sempre costeggiando il torrente, si risale lungo un salto che forma una bella cascata. A questo punto si attraversa il torrente su un solido ponte di legno e si risale con un lungo tornante un po’ noioso, per la verita, il versante destro della valle. A questo punto il più è fatto, il sentiero quasi in piano supera dieversi costoni, e si porta in un bel pianoro dove ci sono alcune baite, abitate, una delle quali si trova proprio sotto un grosso masso. Credi di essere arrivata all’Alpe Baranca, ma in realtà la costruzione vera e propria è più oltre nel prato. In realtà, quando sono arrivata in cima, la sensazione più immediata è stata di scorforto. Il panorama è tipicamente valsesiano, anche pittoresco, ma sinceramente la visuale non mi è parsa all’altezza della fatica. D’accordo, faceva caldo, e in luglio la Valsesia può essere particolarmente umida, tanto umida che il sudore ti si appiccica umidiccio dappertutto e ti taglia legambe – o almeno a me fa quest’effetto. Ho provato a seguire il sentiero in direzione del passo del Baranca e del Lago, ma a pomeriggio inoltrato brutti nuvoloni si stavano accumulando proprio in cima al passo e, memore di acquazzoni presi in passato, ho lasciato perdere. Una vittoria a metà, insomma: senza contare che avendo incontrato almeno una ventina di persone, nessuna delle quali mi è parsa particolarmente provata, ero proprio io ad aver avuto una giornata no. (Continua…nel senso che a quel benedetto Lago prima o poi dovrò arrivarci)
Una volta tanto, si sta sulla “notizia”: nevica!!! Una grande notizia, dato che tutto il nord Italia è sotto la neve, e ogni volta, come se abitassimo ai tropici, tutti si stupiscono e si fanno cogliere impreparati, le città si trasformano in pantani e tutto si blocca. Ma stamattina alle sette, l’ora della fotografia, avevo proprio l’impressione di camminare sopra un manto bianco ancora intonso. E mezz’ora dopo, quando sono uscita di casa, era proprio così
Non ho aggiunto il cornetto perchè non sempre fa parte della mia colazione. Però il rituale è quello, sveglia, bagno, terapie varie (si sa, alla mia età…) e poi intanto che il latte bolle, tiro via il giornale dallo zerbino perché me lo portano sino a casa e accendo il computer. Di solito il portatile che sta quasi sempre in cucina, perché in cucina si fa di tutto non solo mangiare (lo dice anche la pubblicità) Sono figlia dell’era digitale, ma più che altro dell’adsl: prima di avercela e di avere un computer wi-fi (grazie Apple), la faccenda era più lunga dolorosa la posta letta in media una volta a settimana (non rispondi mai…?! era la lamentela più comune). Oddio non è, anche adesso, che la posta la legga tutti i giorni, perché comunque è una cosa che mi stressa, a meno di non trovare messaggi di amici, però un filo più solerte la sono. E in ogni caso, da quando al mio vecchio (obsoleto), ma ancora perfettamente funzionante Imac (quello che in quanto a somiglianza ricordava un po’ il retro di Alien, classe 2000, per intenderci) con mac Os 9.2.1 con due nuovissimi portatile e Imac (quello che è quattro volte più potente ma spesso la metà), posso vedere foto e video in tutta la loro perfezione. E così, accendo, apro firefox e clicco sui miei preferiti : e c\’è tutta l\’Europa, compreso Ponzone… Così vedo anche che tempo fa: andare al lavoro con la neve che scende o il sole che splende sul Goldenes Dachtl è tutta un’altra cosa.