Appoggiandoci al passato

Causa avverse condizioni del tempo, questo week end non si è combinato nulla, così mi tocca e vi tocca, un’aulica rievocazione di gita passata, in questo caso, Alpe Baranca, in Valsesia. Anzi, in fondo alla Val Mastellone, una tributaria della valle principale che si imbocca all’ultima uscita di Varallo. Si percorre la valle sino alla fine e si parcheggia dopo le ultime case di Santa Maria ( o dove si trova posteggio: le ultime due volte tutto lo spazio era occupato). E ci si imbatte in un enorme cartello esplicativo del progetto  I Sentieri della Libertà (vi rimando per brevità al sito di Memoria delle Alpi che li ha prodotti come – meritorio- progetto Interreg tra Italia, Francia e Svizzera:  www.memoriadellealpi.net) che indica la strada. E qui c’è il primo problema. O io era particolarmente bolsa quella volta lì a metà luglio ( e le due volte precedetni – l’Alpe si è fatta desiderare) o nel cartello c’è qualcosa di sbagliato, perché dà un tempo di percorrenza di 45 minuti e io ci ho messo un’ora e 40. Per il lago, anche di più. In ogni caso, il sentiero è uno e non è possibile sbagliare: costeggia le case, poi sale sovrastando il torrente, che resta ben visibile e a mezza costa. All’altezza della cappelletta si ignora la deviazione verso sinistra e si procede. La prima tappa conduce, a circa milleseicento metri, ad un gruppo di baite abbandonate; più oltre, sempre costeggiando il torrente, si risale lungo un salto che forma una bella cascata. A questo punto si attraversa il torrente su un solido ponte di legno e si risale con un lungo tornante un po’ noioso, per la verita, il versante destro della valle. A questo punto il più è fatto, il sentiero quasi in piano supera dieversi costoni, e si porta in un bel pianoro dove ci sono alcune baite, abitate, una delle quali si trova proprio sotto un grosso masso. Credi di essere arrivata all’Alpe Baranca, ma in realtà la costruzione vera e propria è più oltre nel prato. In realtà, quando sono arrivata in cima, la sensazione più immediata è stata di scorforto. Il panorama è tipicamente valsesiano, anche pittoresco, ma sinceramente la visuale non mi è parsa all’altezza della fatica. D’accordo, faceva caldo, e in luglio la Valsesia può essere particolarmente umida, tanto umida che il sudore ti si appiccica umidiccio dappertutto e ti taglia legambe – o almeno a me fa quest’effetto. Ho  provato a seguire il sentiero in direzione del passo del Baranca e del Lago, ma a pomeriggio inoltrato brutti nuvoloni si stavano accumulando proprio in cima al passo e, memore di acquazzoni presi in passato, ho lasciato perdere. Una vittoria a metà, insomma: senza contare che avendo incontrato almeno una ventina di persone, nessuna delle quali mi è parsa particolarmente provata, ero proprio io ad aver avuto una giornata no. (Continua…nel senso che a quel benedetto Lago prima o poi dovrò arrivarci)

Informazioni su alpslover

camminatrice e scrittrice, insegnante e madre - di - gatto, moglie scoordinata e ricercatrice, vive nel profondo nord.
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