Non va bene: la chiesetta di via Plana,

Non va bene: la chiesetta di via Plana, angolo via Guasco pericolante… Vergogna

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8 euro

Poiché viviamo nel paese dei balocchi o in uno straordinario esempio di teatro dell’assurdo, vi racconto ciò che un caro amico mi ha riferito. Lui ed un collega, che sono storici dell’arte, hanno realizzato alcune schede su Leonardo da Vinci per conto dell’Istituto Italiano di cultura, non l’ultimo degli enti inutili, per altro. Il suo collega, che ha terminato per primo il lavoro, si è visto pagato il dovuto, se non che il committente ha commesso un errore nel computo delle spettanze (al solito tu compili una fattura in bianco e poi sei pagato al netto di ritenute e trattenute varie, succede anche a me). Ben otto euro (8) in più. Che gli sono stati puntualmente richiesti indietro(!!!) mediante bonifico(!!!) Il prof. in questione, che è ordinario e barone, gli ha mandato un assegno, facendo giustamente notare non intendeva spendere denaro extra per colpa loro. E’ rigorosamente vera, e ometto i nomi per amore di privacy; quando ce l’hanno raccontata, il collega numero due che ancora sta aspettando il bonifico, non sapeva se ridere, incazzarsi o preoccuparsi (forse tutti e tre)

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Come sempre

Come sempre, ciò che fa Israele, giusto o sbagliato che sia, suscita polemiche. A ciascuno venire a patti con i propri fantasmi. Avevo scritto qualche riflessione in merito, e a margine di un libro di Gad Lerner. Dato che non va sulla rivista, lo propino a voi, oh venti lettori (siete ancora venti?)

Il giornalista Gad Lerner definisce gilgul (frammenti, scintille) le due anime che compongono il curioso mosaico della sua esistenza: quella libanese della famiglia materna e quella ashkenazita (se pur trapiantata in Siria) della famiglia paterna. E’ proprio un fare i conti con la difficile eredità paterna che spinge l’autore, sin dalle prime pagine, a voler fare i conti con il proprio di certo non usuale passato, raccontando di come, in anni recenti, si sia recato, spesso accompagnato dai famigliari, sui luoghi sia della sua infanzia, sia di un lontano passato, segnato dalla Shoah, di cui non restano se non frammenti di narrazione. La componente psicologica, seppur rilevante, non è però il principale scopo di questo libro: ciò che importa a Lerner è ricostruire la memoria (familiare, storica, politica) evidenziandone le strutture. Il taglio non è quello dello storico, piuttosto quello del giornalista; le considerazioni sull’uso pubblico e politico della memoria, proprio per l’intricata biografia dell’autore, sono di interesse anche per chi si occupa di storia.

Il paese della sua infanzia, il Libano, è il paese della nostalgia: nostalgia, secondo lo scrittore Amin Maaluf, di un’epoca in cui l’impero ottomano guidava turchi armeni libanesi e altri popoli, una nostalgia sentimentale molto simile a quella degli austriaci per il mito asburgico. Il Libano attuale, ancora diviso tra cristiani e mussulmani e condizionato dalla presenza della Siria, sembra invece aver fatto dell’oblio una chiave di lettura del proprio passato, in particolare della guerra civile che ha insanguinato il paese negli anni Ottanta. Il Libano è l’incontro tra oriente e occidente, un tentativo di coabitazione tra diverse civiltà che l’impero ottomano aveva riunito. La pacificazione che lo stesso Lerner sperimenta nei suoi viaggi (ma al lettore non sfugge come spesso l’autore venga assai ben accolto proprio per il suo destino esotico), con i libanesi occidentalizzati che a Beirut fingono di prendere le distanze sia dai vicini a sud (Israele) sia da quelli ad est (Siria) suona troppo enfatizzata per essere veramente convincente. In Ucraina, dove Lerner invece si reca per cercare le tracce della sua famiglia d’origine, si assiste ad un altro tipo di memoria, quella di colore che proprio sulla ricostruzione di una presenza, spazzata via dalla Shoah, si costruiscono un’identità: vi sono siti internet che aiutano a ricostruire la propria genealogia, vi è persino un turismo della memoria che accompagna i nipoti e pronipoti sopravvissuti a visitare i luoghi, spesso privi di qualunque indicazione in cui questa o quella comunità è stata annientata. E anche là dove una lapide o un piccolo monumento ricordano l’evento, spesso la memoria è condivisa a metà; se il testo ebraico ricorda il ruolo dei collaborazionisti, i nuovi stati nati dalla dissoluzione dell’URSS non sono affatto disposti a riconoscere quella pesante eredità di antisemitismo, spesso ancora strisciante: la colpa per ciò è sempre degli “altri”. ( Questo mi è tornato alla mente mentre ero ad Auschwitz, e ci tornerò)

Alla fine del suo pellegrinaggio, l’autore viene a patti con il proprio passato, in particolare con la nonna Teta, vera incarnazione della yiddische mame di cui la letteratura si è nutrita. Anche con questo colpo di scena, tuttavia, il lettore che ha letto il libro come un romanzo, non può non chiedersi se la storia che ha creduto di poter approfondire tutti gli aspetti della Shoah, non sia invece ancora riuscita a rendere conto non delle ragioni razionalmente indagabili che hanno condotto all’antisemitismo e all’annientamento di un intero mondo, ma di quelle ragioni del cuore, per così dire, che impediscono fino in fondo l’accettazione dell’altro.

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wow, adesso posso integrare tutte le ***

wow, adesso posso integrare tutte le ***te che dico su twitter sui blog . Ho appena tossito sul portatile, ma che bello il mondo digitale

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Campioni del mondo !!!No quella era un’altra cosa…
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Cracovia

Il nucleo storico della città, antica capitale della Polonia, sta arroccato sul Wawel, il castello che domina la Vistola. Ha un aspetto rinascimentale, un cortile affrescato, il Duomo dove sono sepolti i re di Polonia, Kosciusko, e pure il maresciallo Pildsuski, che ha reso indipendente la Polonia dopo la Prima Guerra Mondiale. Ai piedi del castello, una piazza è dedicata ai caduti di Katyn. Il centro storico ha davvero molte chiese ( per contro il palazzo arcevescovile dove ha abitato Woytila prima e adesso monsignor Dzwiwitz – posto che si scriva così – è abbastanza qualunque, quel barocchino – quasi – neoclassico che abbiamo in piazza Marconi). Come si vede il tempo quel giorno era pessimo e questo ha in parte giustificato anche la visista al pantheon degli eroi polacchi, dove in effetti si soffocava per il caldo. In realtà Cracovia è costruita non solo accanto, ma sopra la Vistola – alcuni dei suoi rami sono stai interrati alla fine dell’Ottocento, ma si puo dire che la terra intera trasudi acqua. Era la festa nazionale e c’era moltissima gente.

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Interludio

Se qualcuno si ricorda di un mio post dello scorso anno a proposito della fatidica riunione di classe…Ok, si sono finalmente decisi ad organizzarla. Non ho dato ancora una risposta definitiva, ma non ci andrò. Alla fine, la maggior parte dei miei compagni di classe, li ho persi di vista l’ultimo giorno della maturità e non li ho più visti da allora. E devo dire con mia grande soddisfazione. Perché allora rivederli? non me ne potrebbe fregare di meno, sinceramente. Gli altri, i veri amici, non ho bisogno di questi rituali piccolo borghesi per vederli

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A qualcuno piace Picci (Cracovia a puntate)

Stasera la mia micetta ha affogato una delle mie pantofole nella sua ciotola dell’acqua, come fa con i suoi topolini di pezza. Credo volesse dirmi qualcosa. Ad esempio che non devo andare troppo in giro. Ma il viaggio a Cracovia è stato molto interessante, per noi, insegnanti, per le ragazze che hanno partecipato e penso per gli altri studenti piemontesi, per Bruno Mayda e anche, certo per la Regione Piemonte che lo ha organizzato (nella persona dell’ineffabile Marica e delle sue colleghe). Il sospetto che possa essere l’ultima edizione del Concorso di storia contemporanea aleggiava su di noi (ho sentito Marica dire che le amministrazioni che hanno cambiato per così dire colore hanno contribuito sempre meno)….Almeno al nostro assessore alla P.I. Barbadoro abbiamo fatto fare bella figura e siamo persino finito in tv (su rai3 – peccato che il giornalista fosse veramente insopportabile, la versione in piccolo e in meno potere di un Bruno Vespa locale). In questa prima puntata in ordine sparso le persone: le mie alunne, per intanto, che si sono divertite (quando si poteva divertirsi, perché no) e hanno pensato quando c’era da pensare e parlato quando si doveva farlo, e hanno fatto su anche un bel gruppetto di studenti di Saluzzo, perché sono carine (perché no?)E poi gli insegnanti: il numero di persone che lavora in maniera eccellente qui in Piemonte dovrebbe spaventare la Gelmini (cui non credo piacciano troppo gli insegnanti che sanno insegnare a pensare – e infatti mi riduce le ore di lezione, non per far della polemica), e qualcuno era davvero di un’enorme simpatia(Carla di Saluzzo, Fabrizio di Casale, la collega di Torino che non so come si chiama) Avevamo una guida che votava per il defunto presidente polacco ( e ora voterà per il fratello); simpatico anche Piotr, ma un nazionalista conservatore (se non proprio reazionario). Le ragazze di Cracovia sono molto belle, quelle che piacciono ai raiteri e la città è piena di studenti. Poi ci sono quelli che mandano cartoline da Auschwitz, tanti cari saluti, con vista sul forno crematorio (ecco questo mi ha fatto un filino rabbrividire – non che il turismo della shoà non sia un fatto esistente e documentato (leggersi il libro di Gad Lerner); e quelli che mandano cartoline con la faccia di Woytila (il pellegrinaggio cattolico va sempre bene, e tra tutti e due Cracovia è turisticamente messa bene e lo merita, la città è davvero magnifica _ segue…

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Questo è

Cinque del mattino, caffé doppio, in bagno prima di andare a Cracovia con le mie alunne, lasciando gatta e marito così soli, poveretti ( e con il frigo pieno, tutti e due). Comunque sia, tre gironi di libertà

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Oh

E così Miss Oh ce l’ha fatta, ad essere la prima donna a scalare tutti gli Ottomila della terra. Ha finito adesso con l’Annapurna. Un piccolo bravo Caterpillar coreano, che però, secondo me, porta l’alpinismo indietro di cinquant’anni, a quelle spedizioni nazional popolari dove tutto era pianificato per il successo dell’impresa e la maggior gloria non si sa bene di chi. Mi si dice, anche con l’ossigeno. Ha fatto bene Nives a ritirarsi dalla competizione, a fare tutti gli ottomila ci arriverà comunque. A modo suo.

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