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E’ iniziato Letterltura: http://www.letteraltura.it/

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Soo hot

Ho ancora un filo di bronchite, ma passa, e anche la mia bambina ha il raffreddore (colpa degli sbalzi di temperatura). Non è che non sono andata in montagna, anzi, vi toccano ancora due racconti, con tanto di neve, ma sono, come dire, acciaccata (mi sta tornando il fastidio al flessore dell’anca, mi sa, e in questo periodo, bronchite o non bronchite, sto facendo del potenziamento muscolare, perché non si sa mai, che mi tocchi correre più svelta di certe pippe azzurre di nostra conoscenza (DOVEVI CONVOCARE BALOTELLI, CRETINO! – Beh però sta facendo la maturità, che è molto utile per il suo futuro…se non lo bocciano). Più mi guardo nello specchio, più mi vedo sentimental matronale. Va beh, qualcuno che ha una salute di ferro sta per partire, beato lui…ma vedi come va la vita, adesso vorrebbe partire pure mio marito…

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Continua

Sempre per quelle signore…http://www.thyagoalves.com/gal.php?v=fotogallery&t=Fotogallery – 66 Festival cinema, così li si trova tutti e due, il povero Poggio che è ormai una gloria locale, nonché una “gloriosa icona gay” e il modello brasiliano (che è andato a Sanremo lo scorso anno, vedi a non guardare mai i programmi nazionalpopolari cosa mi perdo…non riesco a ricordare l’ultima volta in cui ho guardato un festival, non tutto, ovviamente, ma dieci minuti filati almeno). Intanto io ho sempre la bronchite, il medico fiscale non è ancora venuto, e Wayne Rooney si aggira tristemente per il campo… Et tu Brute…Lo so i mondiali sono difficili da ignorare persino per mio marito.

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Ieri sera alla proiezione de Il complean

Ieri sera alla proiezione de Il compleanno, due attempate signore, più di me ovvio,commentavano le “dimensioni” di Massimo Poggio: wow

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Avevo detto

Avevo detto che mi stava tornando la bronchite? E’ tornata alla grande. Così, l’Italia fa schifo, il tempo pure e io non sto benissimo

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Piove, fa pure freddo e sento che mi sta

Piove, fa pure freddo e sento che mi sta tornando la bronchite, e non è che il resto del mondo vada poi tanto bene…

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Non va bene: la chiesetta di via Plana,

Non va bene: la chiesetta di via Plana, angolo via Guasco pericolante… Vergogna

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8 euro

Poiché viviamo nel paese dei balocchi o in uno straordinario esempio di teatro dell’assurdo, vi racconto ciò che un caro amico mi ha riferito. Lui ed un collega, che sono storici dell’arte, hanno realizzato alcune schede su Leonardo da Vinci per conto dell’Istituto Italiano di cultura, non l’ultimo degli enti inutili, per altro. Il suo collega, che ha terminato per primo il lavoro, si è visto pagato il dovuto, se non che il committente ha commesso un errore nel computo delle spettanze (al solito tu compili una fattura in bianco e poi sei pagato al netto di ritenute e trattenute varie, succede anche a me). Ben otto euro (8) in più. Che gli sono stati puntualmente richiesti indietro(!!!) mediante bonifico(!!!) Il prof. in questione, che è ordinario e barone, gli ha mandato un assegno, facendo giustamente notare non intendeva spendere denaro extra per colpa loro. E’ rigorosamente vera, e ometto i nomi per amore di privacy; quando ce l’hanno raccontata, il collega numero due che ancora sta aspettando il bonifico, non sapeva se ridere, incazzarsi o preoccuparsi (forse tutti e tre)

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Come sempre

Come sempre, ciò che fa Israele, giusto o sbagliato che sia, suscita polemiche. A ciascuno venire a patti con i propri fantasmi. Avevo scritto qualche riflessione in merito, e a margine di un libro di Gad Lerner. Dato che non va sulla rivista, lo propino a voi, oh venti lettori (siete ancora venti?)

Il giornalista Gad Lerner definisce gilgul (frammenti, scintille) le due anime che compongono il curioso mosaico della sua esistenza: quella libanese della famiglia materna e quella ashkenazita (se pur trapiantata in Siria) della famiglia paterna. E’ proprio un fare i conti con la difficile eredità paterna che spinge l’autore, sin dalle prime pagine, a voler fare i conti con il proprio di certo non usuale passato, raccontando di come, in anni recenti, si sia recato, spesso accompagnato dai famigliari, sui luoghi sia della sua infanzia, sia di un lontano passato, segnato dalla Shoah, di cui non restano se non frammenti di narrazione. La componente psicologica, seppur rilevante, non è però il principale scopo di questo libro: ciò che importa a Lerner è ricostruire la memoria (familiare, storica, politica) evidenziandone le strutture. Il taglio non è quello dello storico, piuttosto quello del giornalista; le considerazioni sull’uso pubblico e politico della memoria, proprio per l’intricata biografia dell’autore, sono di interesse anche per chi si occupa di storia.

Il paese della sua infanzia, il Libano, è il paese della nostalgia: nostalgia, secondo lo scrittore Amin Maaluf, di un’epoca in cui l’impero ottomano guidava turchi armeni libanesi e altri popoli, una nostalgia sentimentale molto simile a quella degli austriaci per il mito asburgico. Il Libano attuale, ancora diviso tra cristiani e mussulmani e condizionato dalla presenza della Siria, sembra invece aver fatto dell’oblio una chiave di lettura del proprio passato, in particolare della guerra civile che ha insanguinato il paese negli anni Ottanta. Il Libano è l’incontro tra oriente e occidente, un tentativo di coabitazione tra diverse civiltà che l’impero ottomano aveva riunito. La pacificazione che lo stesso Lerner sperimenta nei suoi viaggi (ma al lettore non sfugge come spesso l’autore venga assai ben accolto proprio per il suo destino esotico), con i libanesi occidentalizzati che a Beirut fingono di prendere le distanze sia dai vicini a sud (Israele) sia da quelli ad est (Siria) suona troppo enfatizzata per essere veramente convincente. In Ucraina, dove Lerner invece si reca per cercare le tracce della sua famiglia d’origine, si assiste ad un altro tipo di memoria, quella di colore che proprio sulla ricostruzione di una presenza, spazzata via dalla Shoah, si costruiscono un’identità: vi sono siti internet che aiutano a ricostruire la propria genealogia, vi è persino un turismo della memoria che accompagna i nipoti e pronipoti sopravvissuti a visitare i luoghi, spesso privi di qualunque indicazione in cui questa o quella comunità è stata annientata. E anche là dove una lapide o un piccolo monumento ricordano l’evento, spesso la memoria è condivisa a metà; se il testo ebraico ricorda il ruolo dei collaborazionisti, i nuovi stati nati dalla dissoluzione dell’URSS non sono affatto disposti a riconoscere quella pesante eredità di antisemitismo, spesso ancora strisciante: la colpa per ciò è sempre degli “altri”. ( Questo mi è tornato alla mente mentre ero ad Auschwitz, e ci tornerò)

Alla fine del suo pellegrinaggio, l’autore viene a patti con il proprio passato, in particolare con la nonna Teta, vera incarnazione della yiddische mame di cui la letteratura si è nutrita. Anche con questo colpo di scena, tuttavia, il lettore che ha letto il libro come un romanzo, non può non chiedersi se la storia che ha creduto di poter approfondire tutti gli aspetti della Shoah, non sia invece ancora riuscita a rendere conto non delle ragioni razionalmente indagabili che hanno condotto all’antisemitismo e all’annientamento di un intero mondo, ma di quelle ragioni del cuore, per così dire, che impediscono fino in fondo l’accettazione dell’altro.

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wow, adesso posso integrare tutte le ***

wow, adesso posso integrare tutte le ***te che dico su twitter sui blog . Ho appena tossito sul portatile, ma che bello il mondo digitale

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