Mentre la mia idea di mondo muore ogni giorno un po’, mentre sto irrobustendo i miei addominali scarpinando qui e là, ben sapendo che non posso fare molto per entrambe le cose, per non parlare di un mucchio di altre questioni irrisolte, ho preso un altro gatto (gatta)
Pepita, quasi due chili di preziosità
L’ho vista in foto (me l’ha girata Lulù dicendo che carina somiglia a Pipisita- se vi suona cringe la cosa avete probabilmente ragione, ma è andata così). E ci ho messo tutto il week end trascorso nell’Ubaye a decidermi – quanto sono paranoica da zero a infinito lo so solo io.
Così la mia amica ha contattato l’associazione Pandora che ha contattato me e ha mandato una volontaria a verificare casa mia: dove ha verificato che non ho la rete di protezione a soffitto e anche che mettercela sarebbe probabilmente impossibile oltre che molto pericoloso per l’umano operaio. D’altro canto sono competente, informata e soprattutto ho due splendidi altri gatti che hanno fatto i compagnoni senza sapere bene cosa li aspettava.
I compagnoni
Al di là di voler salvare un gatto (avessi i soldi di Keanu Reeves, che è un noto gattaro, farei come lui, che ha credo comperato un ranch per tenere i randagi che adotta) ho pensato che se i due compagnoni invecchiavano troppo, poi non avrebbero accettato un altro gatto esattamente come Pipisita non aveva accettato loro.
Come vedete Pepita non somiglia affatto a Pipisita (lei è European SH brown tabby- cioè un gatto europeo tigrato marrone, ma in inglese pare di sicuro più nobile), ma dalla sua espressione già si deduce che sa quello che vuole. In altre parole, è una piccola teppista, che pianta le zampe nel piatto per rubarmi il pollo, e ringhia pure (ecco, questo ce lo ha in comune con Pipisita) e ieri mattina facevva ekekekek ai piccioni sul tetto: ai. piccioni. sul tetto.
Comunque, dopo una settimana, ha già imparato a far filare tutti quanti, da vera piccola teppista di strada qual’ è – è stata trovata nel cofano di un’auto a Codevilla – casa mia è abbastanza un disastro e lei mangia a quattro palmenti. Commento della veterinaria mentre mentre lei si preparava a vendere cara la pelle: dì sarai mica come la Pipisita tu? A dimostrazione che l’altra, almeno nello studio associato più famoso della città se la ricordano tutti.
Non scriverò niente su quello che sta accadendo in Israele attualmente. Non solo perché ero decisamente preoccupata per i parenti di mio marito che vivono lì, ma perché, pur essendo questo il mio lavoro, questo non è il luogo adatto per farlo.
Ma come sempre ci sono molti modi per mostrare solidarietà e supporto e io lo faccio nei termini propri di questo sito, ossia consigliandovi un itinerario della memoria che è stato recentemente inaugurato grazie anche all’apporto dei colleghi dell’ISRN di Novara -VCO per gli Ottant’anni dalla strage di Meina. L’itinerario si intitola Zakhor (ricorda, in ebraico) percorsi della memoria sulla prima strage di ebrei in Italia tra novarese e Verbano Cusio Ossola., e collega mediante totem multimediali i luoghi, sul lago Maggiore, teatro di stragi di ebrei all’indomani dell’ 8 settembre.
“Ogni totem contiene le informazioni essenziali e corrette dal punto di vista storiografico relative alla strage con riferimento agli ultimi studi condotti in materia della vicenda storica nel suo complesso, che si ripetono identiche in ciascuna località nella parte superiore del pannello, mentre nella porzione inferiore si descrive brevemente il fatto locale. Seguono dei QR che rimandano a contenuti multimediali: la mappa che permette di raggiungere attraverso percorsi che si vogliono proporre come veri e propri itinerari della memoria gli altri totem, approfondimenti sulla vicenda locale, con riferimento a siti istituzionali, la traduzione nelle principali lingue straniere del contenuto del pannello. Con il tempo i contenuti multimediali potranno essere ampliati ed aggiornati oltre che essere calibrati per diversi tipi di utenze, ad esempio attraverso dei file audio.
Le celebrazioni, che si svolgeranno il più possibile seguendo le tappe con cui si consumarono arresti, eccidi e deportazioni, [sono iniziate] il 14 settembre a Stresa e Baveno e si concluderanno il 13 ottobre a Fondotoce. Ci saranno due ulteriori eventi il 14 e il 28 ottobre a Meina, data conclusiva del progetto nel suo complesso.” (dal sito https://www.isrn.it/)
( la cerimonia religiosa a Meina, con l’Associazione per l’ebraismo progressivo Lev Cadash di Milano, lo scorso 26 settembre)
Comincio a leggere articoli, sulle riviste specializzate, il foliage le castagne ecc.Io ho in effetti in programma un’escursione per castagne)/=i’8zl09 a k ( scrivere con un soldo di gatto pervicacemente appallottolata sullo sterno non è facilissimo, specie se allo stesso tempo cerca di succhiarti il dito, ma come vedete ha lasciato già la sua impronta- anche su di me , mi ha fatto a strisce le gambe) Ho in programma dicevo un’escursione per raccogliere castagne, perché diceva stasera Amica Giovane, questo è in effetti il momento migliore, la metà di ottobre .
Ed è vero, perché con mia mamma andavamo in questo periodo in Valchiusella o a Arnad a raccogliere le castagne, perché l’ultima settimana di ottobre è tutto finito. E comunque, è venuta a portarmi, zucche zucchini pak choy e udite udite , melanzane. A metà ottobre.
Se possiamo mangiare melanzane a ottobre, possiamo andare al mare. Che è quello che ha fatto Amica Giovane con Fidanzato Scozzese, salvo rendersi conto che la temperatura era quella di agosto.
Questo in pratica (Piani d’Invrea)
Mi è capitato di fare il bagno in ottobre, consigliata da amici, che mi avevano ingiunto di portarmi il costume per un convegno a Paestum. E avevano pure ragione, nel senso che nei tempi morti mi fiondavo in spiaggia a fare il bagno e a prendere il sole. Solo che da qui eravamo partiti in soprabito. Ma , ecco, mai north of Rome, per così dire. Ma siccome siamo un popolo di naviganti. Andiamo al mare, come ho intenzione di fare anch’io.
In tutto ciò Fidanzato Scozzese ha detto vado a fare una nuotata ed è sparito per due ore, nuotando da Noli spiaggia sino a Bergeggi per vedere una caletta. Nel frattempo Amica Giovane ha seriamente pensato di chiamare polizia carabinieri guardia costiera. E lui non è un grandissimo nuotatore: gli scozzesi fanno ottimi himalaysti, ma in generale nuotano poco (però tirano per aria tronchi in kilt, vi ricordo, quindi il suo unico commento è stato what?)
Edit: ho fatto il bagno. A Chiavari. L’8 ottobre. Acqua fresca, spiaggia semi deserta, niente meduse, temperatura da fine agosto (nel natio Mandrognistan, oltre i trenta gradi)
Come ho detto, ho avuto una influenzina la scorsa settimana e quindi ho letto.
E ho letto l’ultimo Rocco Schiavone. Lo so è uscito mesi fa ed è rimasto sulla pila dei non letti sino adesso, ossia a far bella mostra di sè nell’atrio di casa. Perché non è un obbligo leggere i libri quando escono, e io di solito – ma non è una cosa tanto strana neh – compro e impilo. Il passaggio dalla pila a un posto nella libreria avviene secondo un tempo variabile che può essere di pochi mesi (come nel caso di Rocco) un anno (Il nome della Rosa, ai suoi bei tempi), dieci anni : il recordman per così dire è Philosophical explanations di Robert Nozick che a onor del vero è un libro complessissimo e forse dovrei rileggerlo. Forse.
Ma nella pila c’è un romanzo che è lì già da qualche anno, chissà che quel record non sia battuto.
Dunque. Schiavone. Ci sono almeno tre sottotrame connesse: le vicende di un gruppo di giovani ecologisti, con cui Schiavone sottosotto solidarizza, l’omicidio di un industriale in odore di inquinamento, che non è quello che sembra, le consuete storie personali dell’eterogeneo gruppetto di poliziotti che circondano Schiavone (questa volta, in particolare, d’Intino ) e lo stesso Schiavone, che si scaglia contro un marito violento salvo poi ritrovarselo morto poco dopo.
Rispetto al penultimo è strutturato in maniera molto più armonica, più “narrativa” per così dire . Il personaggio di Schiavone, poi, invecchiando diventa sempre più disincantato e malinconico. (E poi stavolta c’è pure Courmayeur.
Credo di aver aggiunto un nuovo tassello alla mia lista di “quanta pioggia si può prendere in una botta sola”: una lista per la verità non troppo nutrita ( devo dire che sono più le volte in cui ho rischiato l’ insolazione)
La prima volta in cui ho preso un temporale avrò avuto cinque/sei anni (più probabilmente sei, perché mi ricordo che abitavamo già nel secondo monolocale dei Salluard, quello con il balcone. Monolocale è il termine che useremmo ora, allora erano stanze con uso cucina in mansarda: in ogni caso, sono stata in monolocali molto più piccoli di quelli, in anni recenti). Non so bene cosa dovesse fare mia madre da aver deciso di sbolognare la pargola a mio padre che era normalmente slacker, a quel tempo, sui suoi doveri paterni (poi man mano che io crescevo le proporzioni si sono invertite, mia madre mi lasciava – abbastanza – andare mentre mio padre diventava apprensivo). Il temporale ci ha sorpreso a metà della circonvallazione di Courmayeur e nel tempo in cui siamo tornati in via Roma eravamo zuppi, perché mio padre non prendeva mai l’ombrello e se lo aveva, finiva per dimenticarselo da qualche parte. Le urla di mia madre probabilmente si sentono ancora dall’aldilà.
Seconda volta, quello che un giorno racconterò alla mia pronipotina, quando con un nutrito gruppo di gente ci prendemmo un grosso temporale al fondo della Val Ferret, in quel tempo felice in cui potevi salire a toccare la lingua terminale del ghiacciaio di Pré de bar, che era la cose che facevi se avevi un mezzo pomeriggio di passeggiata. Finimmo in mutande nelle auto parcheggiate all’Arnouva. Molto pericoloso, questo, perché lampi e terreno scoperto non vanno necessarimente d’accordo, ma tant’è. Quella è stata la prima delle diverse volte in cui il mio non ancora marito mi accusò di volerlo assassinare.
Terza volta Bregenz sul lago di Costanza. Dalle nove del mattino sino a sera, quando miracolosamente ero riuscita a evitare un deficiente polacco in testacoda con l’auto all’uscita del tunnel dell’Arlberg. Un diluvio costante: sul lago, in centro, alla chiesa parrocchiale, solo dentro al Museo di arte moderna non pioveva. Il giorno dopo ci fu un’alluvione. Dopo dieci gioni in cui era piovuto tutti i giorni, tranne che a Ferragosto a Salisburgo e a Kietzbuhel avevamo incontrato un signore in loden.
La Provenza di settembre. Se a Digne, dove siamo andate per il piacere congiunto di Jean Giono e Victor Hugo (il monsignor Myriel dell’inizio de I Miserabili , ispirato a un prelato in odore di santità realmente esistito), il sole facevo capolino tra le pozze, a Sisteron, di gran lunga la più bella delle due, non siamo riuscite a vedere nulla tanto eravamo zuppe e io per fortuna avevo la mia ultrafidata Patagonia che ha retto a un intera giornata di pioggia senza farmi bagnare, per lo meno dalle cosce in su, perché i pantaloni si sono bagnati eccome. A Sisteron rimangono ampie tracce delle mura e delle torri, una bella chiesa romanica (la cattedrale di Nôtre Dame des Pommiers) e la cittadella, che è raggiungibile e visitabile, peccato che le nuvole fossero talmente basse che nemmeno si vedeva. Abbiamo raggiunto un punto panoramico, in auto perché eravamo stufe di tutta quell’acqua, e per fare una sola foto decente ne ho buttate moltissime, perché non si vedeva nulla. In compenso c’erano molte lumache, e le abbiamo tolte dalla strada per non fare una strage.
In entrambi i casi abbiamo constatato come le piccole città o riescono a vivere di turismo, se non hanno una vocazione industriale , o sono destinate alla decadenza e alla morte, qui come là.
La cittadella nella nebbia.
Ah, abbiamo trovato un ristorante favoloso, Il était une fois… dove abbiamo mangiato benissimo, all’asciutto (era pieno di gente più o meno bagnata e/o intirizzita)
Con grande sprezzo del pericolo (per le mie giunture) sono andata in montagna con Amica Giovane. Con grande sprezzo del pericolo perché Amica Giovane, essendo giovane, si spara 1200 metri di dislivello in una botta e poi vien giù con le ginocchia doloranti ma felice. Io ehm, meglio che non ci provi. Avevamo fatto delle prove di escursione, andando in giro senza scopo di raggiungimento di una meta (nel caso del Penice, la meta proprio aveva deciso di non farsi vedere), ma non avevamo mai pianificato una vera e propria escursione sino allo scorso week end.
A me piacciono i laghi, a lei piacciono i laghi, e così da un po’ mi diceva di voler andare al lac du Lauzanier, che è subito dopo la frontiera del colle della Maddalena, Col de Larche, in una valle laterale. Ho cercato online la descrizione ne ho trovato due o tre, il dislivello era accettabile, circa 500m . Tutte dicevano, adatto ai bambini, e questo avrebbe dovuto mettermi sull’avviso, perché già una volta mi ero presa per così dire una fregatura (ci farò un post, sull’ “adatto ai bambini”). Va bene che all’estero i figli sono di solito gettati nel mondo con meno paracadute rispetto all’italico suolo, ma direi che c’è un limite a tutto (non in Scozia dove i bimbi si arrampicano felici ovunque, ma dove lo sport nazionale è pur sempre lanciare in aria tronchi d’albero in kilt)
Anyway. Siamo partiti con una logistica minimale: ho stoppato un tentativo di dormire due notti in due posti diversi e venerdì pomeriggio per tempo sono partita per Leinì per lasciare l’auto sottocasa di Amica Numero tre ed evitarmi così la ricerca di un costoso parcheggio a Torino di venerdì sera. Sono partita con il patema e lo stomaco in subbuglio (non per il patema, ma perché girano dei germi strani): quello che Google mi facesse girare nella ridente cintura industriale di Torino. Invece no. Mi ha portato, quasi logicamente, davanti a casa di Dany persino in arrivo sull’ora prevista (perché ormai, battere il tempo di Google è un punto d’onore) e da lì Dany mi ha portato armi e bagagli davanti all’Irenemobile, giro turistico nei peggiori bassifondi di Torino compreso (Corso Vercelli era un ghetto negli anni ’80 e lo è ancora adesso). Io non lavoro il venerdì pomeriggio, ma la Banca di Amica Giovane sì, quindi siamo arrivate al colle della Maddalena che era buio pesto, e parecchi ridenti paesini avevano una illuminazione degna di Incontri ravvicinati del terzo tipo (per la cronaca, 20 tornanti a salire, e altri dieci a scendere dall’altra parte, e per fortuna essendo venerdì non transitavano i tir – i tir ).
Abbiamo dormito in un castello a Jausiers, sì è su Airbnb, non abbiamo trovato le chiavi, poi le abbiamo trovate e sì siamo andate a letto senza cena, perché era troppo tardi per tutto. In più qualcuno sparava tecnazza al piano di sopra (io ho dormito lo stesso, devo dire, ma il giorno dopo Amica Giovane ha chiamato la nostra host e forse li hanno fisicamente rimossi perché a sera non volava una mosca). Il sabato comunque diluviava e ha diluviato praticamente tutto il giorno.
Domenica mattina era ancora nuvoloso. Io avevo qualche dubbio relativo al meteo, ma boh, proviamo. Per arrivare al punto d’inizio del sentiero occorre percorrere una stradina larga un palmo che però porta alla base dell’itinerario , se no ai 19/15/16 km – non c’è un descrizione che concordi- bisogna aggiungere altri tre km o più.
E poi si va, prima in falsopiano, poi in salita , poi decisamente in salita.
E io ho avuto un momento di crisi (capita eh, avendo una certa, probabilmente mi sarebbe bastato fermarmi una decina di minuti, invece volevo fare bella figura. Ve l’ho detto, ce l’ho nel dna) In realtà è successo proprio così. Abbiamo incrociato un po’ di gente fatto due parole scoperto che mancavano una ventina di minuti al lago – ed era così. E io sono salita molto meglio.
E poi c’erano le marmotte (non date cibo alle marmotte diceva il cartello): che vengono a rubarti i panini di mano. Si fanno accarezzare se siete accorti ( e no non cercate di prenderle in braccio) Mentre Irene correva al lago Derrière la croix (un ‘altra oretta) io ho fraternizzato.
Ne vale la pena? Assolutamente. Mi sono gasata molto? Moltissimo.
Il lago
Un’unica strada, ben segnalata, che abbiamo percorso in due ore e quaranta ( Amica giovane ha calcolato che comunque non ci avrebbe messo meno di due ore/ due ore e un quarto)
I bambini, che c’erano, sono arrivati una ora e mezza dopo. Fate i vostri conti.
Due ore a scendere.
Il tempo era nuvoloso e per fortuna perché è tutto al sole tutto il giorno. Ustione assicurata
Acido lattico sparito dopo una doccia calda e un buon massaggio (ve l’ho detto, gasatissima. Sto cercando altri laghi)
Su “Il Piccolo” di oggi, che guardavo stamattina mentre facevo la rassegna stampa (non perdo tempo al lavoro, neh) ho trovato una piccola chicca che non conoscevo: un mandrognistano al Tor : qui sperando che il link funzioni (con gli amici del giornale più letto in città us sa mai , e l’articolo è a pagamento).
In ogni caso sintetizzo: Federico Aprea, diplomato al liceo scientifico Galilei e ora iscritto a Ingegneria biomedica al Politecnico di Torino, è un finisher al TOT dret, che non è la verione corta del Tor, mannaggia informarsi un po’meglio, no. Come ho già detto, 12000m di dislivello positivo da Gressoney a Coumayeur non sono una passeggiata, e infatti il nostro ha ammesso, come molti, che il vero problema è gestire il sonno, e che in discesa è più pericoloso che in salita. Se cadi, infatti, cadi sempre in discesa, perché sei stanco, inciampi, è buio ecc.
Ha vent’anni e pochi mesi, che è l’età minima per iscriversi e quindi al momento è pure il più giovane ad aver finito la gara, che come vi ho detto più volte, non è faccenda per ragazzini.
In ogni caso, chapeau.
(foto che credo venga da lui, dal fb del Tor, dal Piccolo, non so)
Ne parlo tutti gli anni o quasi (qui il 2021 e il 2022 ) ma in realtà lo seguo da parecchi anni – da quando ho sentito Giovanni Storti parlarne a “Ring!” l’ormai defunto festival di critica cinematografica (è risorto con un altro nome per fortuna e ci sarà anche quest’anno con Marco Bellocchio ospite d’onore).
Al Rifugio della Barma sono in testa Romain Olivier e Franco Collè, il terzo è fra il Coda e la Barma, e poi c’è il resto del mondo – ricordate dei1087 o giù di lì runners di quella che è, diciamolo, una delle corse più famose in assoluto, i potenziali vincitori sono una manciata, che arrivano di solito più o meno nella notte di mercoledì; tutti gli altri camminano per fare l’esperienza della vita o sono drogati di Tor come il giornalista Giorgio Macchiavello, che non ho idea di dove si trovi (trovato, viaggia intorno alla trecentesima posizione o giù di lì). La prima delle donne è un’inglese, Emma Stuart, quattordicesima, ma io seguo la fortissima padovana (valdostana? chissà) Lisa Borzani, che è ventiduesima (a metà pomeriggio, il gruppetto delle tre prima era a Perloz, quando Lisa usciva dalla base vita di Donnas).
Se andate qui e cliccate su un atleta a vostra scelta vi fanno vedere dove si trova.
Qui c’è anche la mappa:
(modificherò questo post durante la settimana per rendervi partecipi dei miei pensieri intanto che lavoro e finisco di dare il bianco al bagno – che almeno è un lavoro atletico)
Update di martedì: Lisa Borzani si è ritirata (la sfiga che porto a quelli/ quelle per cui tifo è leggendaria) e Franco Collè è al comando, ma lo dico sottovoce. I primi quattro, a giudicare dal tracker, sono piuttosto vicini e stanno saliscendendo verso Oyace. Le ragazze sono sempre quelle, al Tor des Glacier stanno andando a tutta (è quello celeste).
Giorgio Macchiavello è 372°: sta salendo, stando al tracker, verso il rifugio Coda, che è sopra Lillianes, ed è uno dei punti caldi del Tor (pure Collè detesta la salita al Coda che un’affare spaccaginocchia). I primi, ripeto sono a Oyace. Mi sbaglierò, ma domattina presto qualcuno arriva.
Mi correggo oltre Oyace
Update di mercoledì: Franco Collè è arrivato alle quattro del mattino e io dormivo zampetta zampetta con Cinorosino, e me lo sono perso, il secondo, Olivier, mentre stavo prendendo il caffè, più di tre ore dopo.
Facebbok Tor des Géants
Però guardatevi l’arrivo sul sito o su Facebook: vedrete un atleta abbastanza stravolto, provatissimo dopo la discesa da Malatrà, a riprova che in quel tipo di gare niente è scontato e averne vinte quattro non significa farla facile. Olivier è stato in testa per un bel po’ poi ha dovuto fermarsi e riposare, il terzo, il canadese Reynolds Galen, è appena arrivato, il quarto e il quinto sono ancora in giro…
Al Tor des Glaciers, Reichon va da solo…
Update di giovedì: E’ arrivato Raichon, le donne del Tor, il primo del Tot Dret, che è una roba di quelli che gli inglesi definiscono grueling: 12000 metri di dislivello tra Gressoney e Courmayeur, dove infatti sono più quelli che defungono per strada (metaforicamente parlando) che quelli che arrivano. Quest’anno più del 50%, più che al Tor des Glaciers, dove il discrimine è il tempo.
Arrivi: Sebastien Raichon (foto Facebook Tor des Géants)
Adesso, in tarda mattinata, ci sono i bambini dell’asilo di Courmayeur che si divertono sulla linea del traguardo. Tra l’altro è arrivato, non so più in quale delle tre, anche un insegnante del Liceo di Courmayeur: chissà se si è sbrigato per non perdersi il Collegio docenti o la riunione di dipartimento: conoscendo certi dirigenti non mi stupirei.
Nel frattempo stanno arrivando le “persone comune”, quelle che non hanno un team, ma mogli mariti papà mamma figli e nipoti che arrivano nei rifugi più raggiungibili e alle basi vita (sì ce li ha pure Collé, ma questa è tutta un’altra cosa) Tra l’altro, l’ignoto atleta giapponese che stavo guardando prima non deve essere proprio poverissimo per venir sin qui a gareggiare… chi non ha sponsor, nemmeno la cartoleria sotto casa, si paga tutto.
E questa è Enrica Demattei che ha vinto il Tot Dret femminile (sempre Facebook del Tor) – ho messo la foto per il simbolo del mondo Occitano e perché come dicevo il Tot dret è proprio tanta roba.
Ah, Macchiavello è ancora in giro, sempre intorno alla trecentesima posizione (lui dorme , di tanto in tanto, mentre gli extraterrestri nemmeno lo fanno), sta scendendo verso la Valpelline.
Ah il professore di Courmayeur è Gael Jeannet, ed è arrivato terzo al Tot Dret ieri sera alle 20, ed è stato festeggiato dai suoi studenti (il Collegio docenti ci sta tutto, direi)
Ultimo aggiornamento di lunedì : e così chi è arrivato è arrivato, chi non ce la fatta è tornato mestamente sui suoi passi. E ieri hanno premiato tutti i finisher. Se volete sapere com’è andata a Giorgio Macchiavello ecco qui il suo tweet o x o quel che è, che rimanda all’articolo per la Stampa Edizione di Aosta (non so se è a pagamento o no, ma se leggete online il quotidiano sabaudo lo potete trovare facilmente). Sette volte finisher è un bel record credo. Io correre non corro ormai più, ma nel week end ho macinato un po’ di km con Amica Giovane e vi racconterò (spoiler: ho accarezzato le marmotte, le mie ginocchia sono state zitte e l’acido lattico è andato via con una doccia calda e un bel massaggio di crema tonificante)
Eh sì, ho fatto una ulteriore puntata in Val Grana, approfittando del fatto che ci vogliono un paio d’ore ad arrivarci (ma senza dover pagare cara e salata l’autostrada come in Valle d’Aosta – lo sto dicendo da così tanto tempo che magari qualcuno ascolta, ma lo so, per dirla in modo elegante, è pia illusione).
In val Grana ci sono diversi itinerari ad anello in quota, il più noto dei quali è la Curnis Auta che si può percorrere a piedi o in mtb, con punti di accesso in diversi paesi della valle, e collega la valle stessa con la Val Maira a nord e la valle Stura a sud. Io ho percorso uno di questi punti di raccordo partendo da Pradleves.
(Sembra tutto molto aulico, ma in realtà sono arrivata a Pradleves, ho mollato la macchina in centro vicino alla chiesa, con l’idea di buttarmi sul primo sentiero che sembrasse promettente. Il ragionamento su dove sono stata è arrivato tutto a posteriori. In realtà avevo anche il caveat del meteo, perché era il sabato dove si annunciava tregenda in tutto l’arco alpino a partire dalle 15.00. E poi non c’è stato).
Comunque, mi sono avviata verso uno dei sentieri di accesso alla curnis, che portava alla cappella della Madonna dell’Angelo e ad una o due frazioni nelle vicinanze, perché in un’oretta pensavo di farcela. E infatti, in un’ora e un quarto comprese le soste per fare due foto e fermarmi a far due parole con le persone (una vera folla, 13 persone e un cane svogliato) Problemino: a parte una spruzzata di gocce poi subito passata faceva un caldo infernale. E la mia maglietta tecnica era zuppa. In ogni caso sono arrivata al bivio, ho girato in tondo nel bosco per cercare la chiesetta, meditando come suggeriva il cartello (comunque, ragazzi se dovete farci girare in tondo dentro al bosco senza vedere più un segnavia, poi sentirete le Madonne volare…) comunque alla fine sono arrivata alla chiesa, e girandomi ho scoperto che c’era pure una panchina gigante, che ormai sono come i nani da giardino, solo molto più ingombranti.
Dopo mi sono spinta sin verso Cugn, ma sono tornata indietro dall’itinerario dell’andata, senza spingermi oltre le case per riprendere una interpoderale asfaltata e completare l’anello.
Mi sono cambiata la maglietta zuppa davanti ai vecchietti che prendevano il caffè nell’unico bar di Pradleves che mi è sembrato aperto e poi sono andata a comperare il formaggio alla Pojana. Poi Maps mi ha portato in giro per la ridente campagna piemontese. Mai che si faccia due volte la stessa strada.
Allora, in realtà l’itinerario è su strada asfaltata abbastanza bella anche se stretta, perché ci sono frazioni molto belle e ordinate e deserte. Solo dal bivio a Cugn diventa sterrato. Però non barate e andate a piedi, che se incontrate un’auto a scendere poi chiamate di nuovo la Madonna. Oltretutto, là strada sale comoda e a tornanti e la vista è piacevole sempre.
Ah, devo smettere di chiamare vecchietti quelli che ormai potrebbero essere potenziali fidanzati.
Ve l’ho detto che c’era la panchina ( e pure lo zaino)
Mentre sono andata a lavorare nel bel mezzo della Pianura Padana, senza lo straccio di una collina intorno e scoprendo tuttavia che senza ripetitori internet non prende neppure lì (con qualche intermezzo comico e qualche patema per chi come me ha scritto “vai lì e fai bella figura!” nel DNA), ho lasciato indietro polemiche e rovine fumanti. E pensate, nemmeno le ho provvocate io.
L’ultimo giorno del nostro soggiorno caragliese lo abbiamo dedicato a Saluzzo e dintorni. Io a Saluzzo ho già passato del tempo (caldo: lo trovate qui l’articolo di un po’di tempo fa, gatto incluso, me inclusa con dieci chili in più e i capelli di un altro colore- so mimetizzarmi benissimo). Anche questa volta faceva caldo e dopo un pranzo decisamente poco estivo – almeno per me, ho mangiato una finanziera buonissima innaffiata di nebbiolo, appunto un pranzo prettamente estivo. Il ristorante era i Quat taulin e vi assicuro che merita tutte le recensioni osannanti su Trip Advisor – favoloso e a un prezzo decisamente onesto.
Comunque dopo, tra le varie possibilità che ci si presentavano per digerire il non leggerissimo pranzo (che, tra l’altro, ho perfettamente digerito), siamo andate all’Abbazia di Staffarda. Ora quello era uno dei posti che io e mia madre volevamo visitare (insieme a molti altri ben più lontani). Così io ero piena di aspettative e anche un po’ di nostalgia. Poi a Staffarda c’è una colonia di gatti (ci sono gatti un po’dappertutto), che sono persino menzionati nell’app con cui si segue la visita: quindi Luisa ha dovuto riportare indietro il cane, proprio nell’unico posto in cui poteva entrare in realtà – infatti c’erano altri cani che non facevano una piega né ai gatti, né alle persone.
Io ho trovato bellissima la chiesa, che è in effetti uno dei monumenti romanico -gotici più significativi del Piemonte, e contiene una crocifissione lignea, con San Giovanni e la Vergine, la grande macchina cinquecentesca (che se siete stati a Boscomarengo vi darà un’idea di come poteva essere la macchina del Vasari a Santa Croce, che è stata dispersa – sempre furbi noi). L’altro punto forte è il chiostro, anche se rimaneggiato come molta parte degli edifici intorno alla chiesa, che oggettivamente dovrebbero avere una manutenzione miglioreu8pò (è passata Fanny , ma è molto leggera).
Tornando Luisa ha continuato a dire che era brutta mal tenuta e cara (il biglietto costa 6 euro, ridotto per gli insegnanti e gli studenti, e fa parte del circuito Musei Piemonesi). Lo ha scritto sulla loro pagina fb, dicendo che la chiesa era bella, ma il resto andrebbe tenuto meglio. La seconda cosa è effettivamente vera e sarebbe necessaria molta più cura. Apriti cielo: è stata accusata di ignoranza e di non “capire la bellezza”. Commento mio: la gente è fuori. A me è piaciuta moltissimo, perché il gotico è la mia passione, pensavo a mamma e c’erano i gatti. Ma oggettivamente il nostro patrimonio andrebbe valorizzato meglio. Almeno, l’app con cui seguire la visita è interessanta e fatta bene (ma a Staffarda l’unico punto in cui puoi scaricarla è accanto alla porta della biglietteria, altrimenti sei in un buco nero; e quindi, avrei dovuto saperlo, che la pianura Padana è un grande gorgo).
Ah, se volete vedere una grande, bellissima Abbazia, tardogotica, con meravigliosi affreschi del ‘400 benissimo conservati, fate un salto di domenica a Rivalta Scrivia, dove i volontari vi faranno fare un viaggio nel tempo (la diocesi locale se ne disinteressa abbastanza, tra l’altro). Non la conosce quasi nessuno.