Ancora sulla Val Cénis

Oggi ho guardato le webcam sul sito della Val Cénis e ho pensato, la mia solita sfortuna. Era una splendida giornata, le foglie rosseggiavano, le montagne del Parco Nazionale della Vanoise nitidissime. Qui questa mattina mattina alle otto, ora ormai solare, guardavo un muro di nebbia, che faceva molto Val Padana d’antan ( pare che neanche la nebbia sia più quella di una volta). Adesso uguale, la nebbiolina è scesa piano piano, e tra un’ora sarà diventata una bella nebbiaccia. La strada del Moncenisio è ancora aperta. Probabilmente la chiuderanno alla prima nevicata: lo scorso anno, al 22 ottobre era già tutto fermo. Mi rendo conto che le esigenze  della fruizione collettiva della montagna (ma lo è poi?) sono sicuramente economicamente più redditizie del tenere aperta una strada che ai tempi di Napoleone era sempre percorribile; mi rendo anche conto che la strada suddetta fa da sola un bellissimo tracciato di pista da sci, senza dover sbancare alberi e colline (dovrei dire altri alberi e colline). Probabilmente ci sono anche esigenze di sicurezza: quando ho comperato le mie racchette da neve nuove, in un negozio di Lanslebourg, il  commesso che stava valutando il rapporto mio peso (sigh) –  modello di racchetta, come prima cosa mi ha avvisato che i versanti intorno alla diga erano a rischio valanghe alto. Quest’anno, con la strettoia a Bar Cenisio, dove la mia auto che non è un Suv passava a malapena, non c’è nemmeno bisogno di mettere un diveto di transito ai Tir, che notoriamente vanno in giro senza catene e si piantano alla minima nevicata.

Secondo me, se sono le esigenze del turismo di massa a prevalere, tenere aperta la strada avrebbe senso ( e non riguarderebbe nemmeno noi, il problema si pone dalle Echelles in là, perché sino lì la strada è sempre più o meno percorribile – le vecchie panda, l’ho visto fare, si infilavano sotto la galleria della Ferrovia Fell in basso dove c’è la prima diga dell’Edf.

La Ferrovia Fell è un altro punto dolente (nostro). I cartelloni, il display, sono ormai in condizioni pietose. E invece tutta la storia era interessante, specie se si pensa alla questione val di Susa – ferrovie. Sarebbe bene fare una eutanasia, o ripristinarle? I soldi della meritoria impresa Memoria delle Alpi non potevano finire anche lì?

In ogni caso, date un’occhiata – alla Val Cénis, per ora.www.valcenis.com

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Ho di nuovo l’influenza…

Ho promesso a me stessa che avrei scritto, senza fallo, due post a settimana. Eccolo. Ho di nuovo l’influenza e sicuramente il mio cervello non funziona correttamente. Così vi accludo una visione pacificatrice, quella della mia principessina, che è taumaturgica e zen al tempo spesso (e se è sfuocata è solo perché si ostina a non volersi mettere in posa). Quando starò meglio, se starò meglio, continuerò con il discorso sulla Val Cénis. Per adesso, scusate tutti.

la mia principessina

la mia principessina

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Meteo France ha toppato !

Giovedì, per varie ragioni, avevo la mia ora d’aria, anziché come di consueto nel week – end.  E così, dovendo scegliere e con tempo, se non incerto, strano, mercoledì sera  mi sono fatta un giro di previsioni meteo sulle Alpi  Occidentali per vedere quale fosse la destinazione migliore tra Chamonix, la Valle d’Aosta in generale, la Val Cénis. Su Chamonix dava pioggia certa, sulla Val d’Aosta così così, sulla Val Cénis dava nuvoloso la mattina con ampie schiarite nel pomeriggio.

Secondo voi cosa ho scelto?

D’accordo, io adoro la Val Cenis, che ho scoperto anni fa per caso su Alp (vedi)
Da allora la frequento regolarmente, anche perché al lago del Moncenisio ci sono così tante marmotte che bisogna stare attenti a non investirle sulla strada, e io adoro le marmotte. Pensavo, se il tempo si manteneva stabile, di salire al Fort de la Turra, l’unico che ancora mi manca delle fortificazioni che si affacciano sul lago.
In bassa val di Susa, verso le quattordici, era nuvoloso, ma il sole faceva capolino in mezzo alla foschia.
Alla diga del Moncenisio, le marmotte dormivano, le nuvole erano così basse che scivolavano sulla carrozzabile per il colle del Piccolo Moncenisio, e piovicchiava. Addio, Fort de la Turra. Fine stagione. Tra un restringimento di carreggiata e l’altro, a Lanslebourg pioveva decisamente e la Dent Parrachée nemmeno pareva esistere. In bassa stagione il villaggio sembrava deserto: solo gli addetti alla manutenzione delle piste da sci stavano lavorando e c’erano cartelli di attenzione dappertutto. Ho preso le Chemin du Petit Bonheur, il sentiero balcone che percorre la tutta valle e che sto percorrendo pezzo a pezzo e ho camminato un’oretta e mezzo nella foresta, verso Termignon. Ho incontrato un bel po’ di fuoristrada della manutenzione piste che scorrazzavano su quello sterrato come se fossero stati ad Indianapolis (ma c’erano i cartelli di attenzione…) e un gruppo di scolari di prima media, direi, che facevano lezione sul campo con l’insegnante di scienze.
Il tempo si è mantenuto, se non proprio schifoso, di certo neanche bello, ed era proprio autunno, il vero autunno dei morti, quello che lo strano tempo un po’ caldo un po’ freddo che c’è qui ci nasconde – peccato che ci faccia ammalare alla grande.
Meteo France ha toppato come un qualunque Giuliacci; la prossima settimana, come quasi sempre, chiuderanno la statale 25 (per dire, ai tempi di Napoleone la strada era sempre aperta, ma lui non andava a sciare) e tanti saluti.

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Sola

Ho scritto: anche chi non cammina con me: perché io, in montagna, ci vado da sola. Per lo più. Diciamo al 99%.

Perché non ho una compagnia di gente che cammina. Perché mio marito non viene con me, di solito (solo in estate, solo in vacanza).  Perché mettersi d’accordo implica preparazione, programmazione, coordinamento e di solito giorni festivi. Io ho sempre gli scarponi in macchina e le racchette da neve in inverno, insieme alle catene e spesso parto dopo aver sommariamente nutrito il consorte (che si lamenta) dopo aver controllato le previsioni del tempo e il bollettino della neve.

Lo so, non si può, non si deve, è pericoloso, specie in inverno (e non ho nemmeno l’Arva, che tanto andando da sola a che servirebbe?)

MA:

seguo solo itinerari battutissimi, dove solitamente incontro persone (per lo più straniere, ma le lingue non sono un problema). Il che contraddice quel che ho  scritto nel post precedente, ma non si può essere sempre così fortunati.

in inverno se il rischio valanghe è superiore a 1/2 lascio perdere, anche se ormai i pendii più pericolosi li so identificare.

non sono così misantropa da non apprezzare una buona conversazione, se mi capita di portare qualcuno.

alle corte MI PIACE andare da sola, è la mia ora d’aria, il mio sfogo, la mia terapia per l’ansia, se non vado in montagna per più di due settimane sclero.

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A ritroso : nella valle del Gran San Bernardo

A causa dell’influenza (che non è influenza perché ancora non c’è l’epidemia e però io avevo la febbre lo stesso) questa settimana non sono andata in montagna. Non sono andata da nessuna parte, veramente: non al lavoro numero uno, quello che ha pagato un mutuo e che ora non arriva a pagare le bollette, non al lavoro numero due, che dovrebbe appagare la mia ambizione. Insomma sono stata a casa nel letto. Così per quello che è il mio post domenicale, sono costretta ad andare indietro, a riprendere un’ escursione fatta in passato, per la precisione due settimane fa.

La Valle del Gran San Bernardo, ultimamente, non è stata una delle mie mete preferite. In realtà, se si esclude la zona del passo in estate, le mie ultime frequentazioni risalgono a quando ho fatto l’animatrice alla casa Alpina Sacro Cuore di Etroubles, due guerre irachene, due o tre guerre jugoslave e  qualche muro caduto fa. Tanto tempo fa, cioè ( e così riveliamo subito anche l’oscuro segreto delle mie frequentazioni clericali).

In realtà pensavo fosse lunga da raggiungere in auto (per me la ragionevolezza del tempo di percorrenza è purtroppo una necessità.) Invece in neanche due ore ero alla base della mia escursione, oltre le case di  San Leonardo a Bosses, ai piedi di un sentiero scelto un po’ a caso sul libro di Stefano Ardito. All’imbocco c’è un grande cartello bianco e uno slargo abbastanza confortevole per parcheggiare (tenuto conto ovviamente che in un giorno feriale all’inizio di ottobre non c’era in giro assolutamente nessuno). Sulle carte il bivio dovrebbe essere segnato come quota 1464, direzione Fons Citrin, una fonte di acqua solforosa – mio padre avrebbe detto acqua marcia.

Il sentiero si sviluppa tutto nel bosco, dove ancora si trovavano cespugli di lamponi pieni di bacche mature e dolci, un segno sicuro che non è  un itinerario troppo frequentato, oppure che le conoscenze botaniche mediamente rilevabili sono anche peggiori delle mie. La salita per un tratto si sviluppa accanto al torrente, e non mi è sembrata così selvaggia come suggeriva la guida, ma certo un po’ trascurata per via dei cavi e dei tubi di gomma che probabilmente sono legati all’elettrodotto. In ogni caso non è particolarmente faticosa, il sentiero è ben evidente e in un’ora e dieci minuti, causa soste more e lamponi, sono arrivata all’alpe nei cui pressi si trova la famosa sorgente.

In discesa, verso le cinque del pomeriggio, il tempo che era stato fresco ma stabilmente bello ha subito un repentino mutamento. Dal colle, come ho letto che è frequente, si è levata una vera e propria bufera che ha fatto cadere una sorta di pulviscolo ghiacciato, che non era pioggia e nemmeno neve, il tempo  nella comba Citrin si manteneva sereno e con il sole visibile ancorché tramontante. Bellissimo a vedersi – oddio non vorrei fosse questa la causa dell’influenza.

Tornando mi sono fermata ad Etrouble a comperare il prosciutto di Bosses ( perché anche chi non cammina con me vuole la sua parte…)

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Sul Monte Antola non c’è ancora la neve

Domenica, in uno stato d’animo e di salute non particolarmente brillante e di cui mi sono pentita in questi due ultimi giorni di tosse convulsa (altro che la Boheme), sono andata al Santuario di Cà del Bello sopra Persi in Val Borbera. Ho lasciato l’auto sulla statale, ho messo i miei nuovi Tecnica, di sicuro non adatti alle circostanze, ma sono ancora in rodaggio. La strada da Persi è asfaltata e bella ripida, e però non sono venute giù (o su) auto nonostante fosse domenica. Ho incontrato solo persone che portavano a spasso varie tipologie di cani. La più simpatica è stata un’anziana signora in compagnia di una spaniel che aveva evidentemente voglia di correre, ma che – mi ha confidato -“se la lascio andare e lei corre, è una stupidina e poi si perde”. Certamente, visto che si faceva grattare in mezzo alle orecchie da una perfetta sconosciuta, non era una cagna diffidente. Al santuario il panorama era limpidissimo, il cielo striato di nuvole viola e gli alberi sui calanchi intorno al santuario facevano un servizio da National Geografic sul fogliage, senza andare nel New Hampshire. In fondo, sul Monte Antola, non c’era ancora neve.

Ho fatto una notevole sudata e ahimé le conseguenze si vedono e si sentono. Però ho sopportato le scarpe.

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Ho seppellito i miei scarponi

Addio vecchi scarponi SanMarco. Mi è rimasta in mano, letteralmente, la suola mentre tornavo dall’Alpe Baranca, in Valsesia. Non potrei dire da quanto tempo li avevo, sicuramente da prima del ’92 P.M. (Prima del Matrimonio). Non è che sia particolarmente sentimentale riguardo alle cose (non a tutte), ma questi scarponi erano un guanto, gli unici, nel rapporto molto tormentato che ho avuto con gli scarponi da montagna – e con molte altre cose importanti – che non mi abbiano mai, dico mai, fatto neanche una ciocchetta, una piccola vescica. E sì che ho dovuto sbarazzarmi di scarponi anche di marche note, che mi riducevano le estremità ad un’unica screpolatura purulenta. Per la verità già questo inverno avevo temuto che fosse venuta la loro ultima ora, una piccola crepa nella tomaia laterale di ritorno da un’escursione con le racchette. Così, approfittando dei saldi, ho comperato un paio di Tecnica, che dopo un certo numero di prove, e giri in negozi specializzati e outlet, mi sembravano morbidi e sostenuti allo stesso tempo, sebbene forse un po’ troppo rigidi sulla caviglia. Purtroppo, come accade secondo il metodo degli universali di Hume, la bontà di uno scarpone, o dovrei dire la sopportabilità, si può verificare solo a posteriori e dopo un’escursione di parecchie ore (in cui, per non dover patire medievali torture, si appesantisce lo zaino con un altro paio di scarpe rodate).  Ma il mio vero problema è che la SanMarco è scomparsa dai negozi, almeno qui, e forse dalla storia dell’attrezzistica sportiva. E questo è tragico. Ricordo di aver passato vari spezzoni di escursioni solitarie facendo l’apprezzamento di questi scarponi con perfetti sconosciuti. La SanMarco era un must per gli escursionisti con piedi problematici.

Così ho deciso di dare loro una degna sepoltura, magari riportandoli a Courmayeur dove li avevo comperati. Ma quest’anno, per varie ragioni tutte materiali, non sono riuscita ad andare a Courmayeur, e così i miei scarponi hanno dovuto accontentarsi del lago di Meugliano, in bassa val Chiusella. Meglio così che nel cassonetto dell’indifferenziato sotto casa. I Tecnica sono ancora in rodaggio, e per dire che neanche gli scarponi sono più quelli di una volta, quest’estate ho dovuto seppellire dopo solo cinque anni anche i miei Salomon exit low, quelli che uso per le cose leggere. Sono finiti a Meugliano anche loro.

P.s. per i miei cinquanta futuri lettori: fondiamo un club di San Marco Trekkers?

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Zusammen und zu Fuss

Un titolo in inglese, un sottotitolo in tedesco, e lo scrivo in italiano, almeno per ora. Benvenuti nel mio blog, che parla di camminare – in montagna, per lo più, ma non solo. Camminare, viaggiare, condividere solitudini.

Anche cose più prosaiche , itinerari, immagini, indirizzi, inclinazioni.

Visioni fiosofiche….Ecco, non riesco a scrivere nemmeno due parole senza fare un refuso, ma tant’è, è l’emozione del mio primo giorno di blog.

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