Si può anche camminare se proprio vi viene la voglia

A inizio agosto è venuta a trovarmi Amica Giovane per un week end e mentre in acqua siamo state a mollo praticamente tutto il giorno, un pomeriggio di canicola mentre stavamo tutti a boccheggiare ha riportato l’attenzione al Santuario delle Grazie che si vede dal basso proprio da dietro la Torre Fara

Ricordavo di esserci stata da bambina, a piedi (e come se no, i miei non avevano l’auto) e che il sentiero partiva dal soprappasso alla fine di corso Buenos Aires. Una breve ricerca su internet (il tutto lo trovate qui) ha confermato che ricordavo bene. Io ho fatto ciao ciao con la manina e lei è partita in tromba (tutte abbiamo l’attrezzatura in auto, la mia ormai giace negletta).

Il sentiero parte effettivamente da corso Buenos Aires e sale nel bosco attraverso una ripida scalinata che fa guadagnare un’ottantina di metri di dislivello in pochissimo tempo- leggi è una scalinata ripida- ma almeno il bosco di faggi e ulivi abbassa drasticamente la temperatura.

A metà però, ed è una cosa a cui prestare attenzione, ci sono bunker militari dismessi (ce ne sono parecchi sparsi per il Tigullio), e uno aveva la cancellata divelta ed era sicuramente utilizzato come rifugio o abitazione da qualcuno. Fortunatamente ha incrociato due escursionisti di passaggio ma siccome sono prudente non consiglio di andarci da soli (maschi o femmine). Ed è un peccato

Il santuario

L’edificio romanico è un luogo del Fai e merita una visita (in altro modo , parcheggiando precariamente lungo l’Aurelia come sempre in Liguria e facendo l’ultimo tratto di sentiero, cioè la scalinata di pietra) sino all’edificio del Trecento. Tutte le informazioni sul sito della diocesi di Chiavari

Rispetto all’ itinerario descritto, la seconda parte che parte dall’Aurelia e arriva al quartiere Campodonico (dove passa la navetta dei pensionati tra l’altro) non è praticabile (l’ingresso è bloccato). Tempo di salita ufficiale 45-50 minuti, Amica Giovane l’ha fatto in 23 senza morire (ricordate le temperature dei primi di agosto). Io ho già dato

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Sintesi delle vacanze estive anche se non sono ancora finite

Ma è meglio essere in vacanza che dover tornare in ufficio prima del dovuto ( già l’ho fatto).

Sono in vacanza al mare. E sì non sono andata in montagna con Lulu come previsto, e l’ho offesa, questa volta molto più giustamente, tanto che , come dire, le porgo pubbliche scuse ( ma pure in privato). Non me la sono sentita, e se leggete da un po’ questo blog capirete anche aver rinunciato alla montagna, a qualunque montagna, vuol dire che la faccenda è seria. Il perché è scritto in un post precedente Qui, la parte delle lamentazioni, e come sapete non mi lamento mai troppo, perché nella scala di valori o meglio di disvalori di mio padre chi si lamentava stava tra i fascisti ( il massimo) e i disonesti, quindi al secondo posto.

Che sia andata al mare è una notiziona, non perché non vada mai al mare, ma perché di solito ci vado fuori stagione, a maggio/ giugno, o a settembre/ottobre – ricorderete forse che lo scorso anno avevo fatto il bagno a fine ottobre a Chiavari, non un buonissimo segno, e quest’ anno l’ho fatto a inizio maggio, e in entrambi i casi l’acqua era freddina ma accettabile. Al mare in agosto credo di esserci stata l’ultima volta e non in Italia tipo nel 1985, e a quell’epoca risale anche l’ultima volta che mi sono tuffata in acqua di sera, poi mi sono messa con uno che al mare non ci andava mai e addio.

E invece

Tutto è partito dal fatto che la cugina di mio marito ha avuto a sua disposizione un alloggio a Chiavari per tutto il mese di agosto. Ah allora vengo su un week end, e poi visto che nuotare mi fa bene, e da casa alla spiaggia , quella dei pescatori, sono cento metri scarsi e il sottopasso ha anche lo scivolo per disabili/ biciclette, non faccio nessuna fatica, insomma ho finito per far su e giù un po’ tutto il mese. Quando invece faccio della strada ( per andare in centro, o al venerdì al mercato) eh vedo che il mio tendine ha una scadenza in chilometraggio. Adesso però abbiamo scoperto che dietro casa passa la navetta gratuita che fa capolinea alla Torre Fara, siamo a posto (anatra zoppa, in disarmo e boomer: perfetto) Mia cugina ha portato diverse persone, l’atmosfera fa un po’ comune anni settanta e le giornate si articolano in colazione al bar del quartiere, spiaggia, pranzo, ore calde passate a leggere scrivere chiacchierare , spiaggia al tramonto sino a notte, magari mangiando la focaccia in spiaggia. La sera di ferragosto, quando in giro c’era gente tappatissima e ingioiellata, noi ci siamo trascinate in ciabatte col copricostume senza degnarli di uno sguardo, ancora con il capello umido e spettinato, insomma il contrario delle vacanze Instagrammabili. Insomma quasi un detox digitale.

La mattina di solito incontriamo il gruppo delle signore chiavaresi, di una certa età, che si vedono tutti i giorni, si mettono in acqua, rigorosamente con la testa fuori e una anche con il cappello e chiacchierano, di solito parlando male dei mariti, quelli vivi, che arrivano molto dopo ( quasi tutte si lamentano del fatto che non vogliono mai uscire) Se ne vanno quando arrivano le famiglie con bambini, a meno di non essere nonne on duty . Devo dire che a parte il week end di ferragosto in spiaggia rigorosamente libera non abbiamo mai avuto difficoltà a trovare posto. E se ti capita qualcosa – una bambina è stata colpita in viso da una medusa ( c’è ne sono, e nuotando facciamo ogni giorno lo slalom) il bagnino dello stabilimento balneare a fianco l’ha raggiunta in un secondo e riportata a riva. Per me l’unico vantaggio dello stabilimento è che non ci sono i bambini che giocano a palla, ma considerato che sto quasi sempre in acqua e al largo non mi danno particolarmente fastidio. Al largo, specie a sera, non c’è nessuno.

Plastica dimostrazione del “ non c’è nessuno”
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Forse devo cambiare il titolo al blog

Buon ferragosto (con un tornado e male ai tendini alle ginocchia a una articolazione assortita che vi viene in mente ).

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Il Monviso degli altri

Mentre noi siamo al mare, c’è chi ha fatto seriamente dei trekking (indovinate chi?). In realtà il giro di Viso viene classificato come un trekking adatto anche ai boomer come me, e infatti due anni fa lo ha fatto una signora che conosco. Poi come sempre dipende tutto da molti fattori.

La variante che hanno fatto Amica Giovane e Dandyfunky ha il vantaggio di non passare da Pian della Regina e da Pian del Re, che in questi giorni sono preda dell’overtourism, in più su una strada che già normalmente è larga un metro.

Qui si parte e si arriva da Castello di Pontechianale, da quello stesso parcheggio da cui sono partita io per farmi male al tendine (a tutti e due)

1-Castello- rifugio Vallanta, che è una classica, in cui il sentiero non è quello del Bagnour , ma quello che parte subito dopo il ponte. (U9) Una tappa classica, dove si sale costantemente ma con regolarità. Le ragazze sono partite presto e salite a tutta, perché davano temporali nel primo pomeriggio, che si sono puntualmente scatenati, ma loro erano già al sicuro.

2 – Vallanta – refuge du Viso, dove si scollina in Francia attraverso il colle di Vallanta. Si scende attraverso tratti acquitrinosi al Lago Lestia e da lì al rifugio. La parte bella è costituita dalle praterie al di là del rifugio.

3- Refuge du Viso , Passage delle Traversette (il buco di Viso) , sentiero del postino, couloir del porco , rifugio Giacoletti. Probabilmente la tappa più dura. Il bello della variante è affrontare all’ombra la salita al Buco di Viso, e la discesa EE dal buco, e la risalita a pietraie del couloir del porco dove su un risalto si trova il rifugio Giacoletti che è una ex struttura militare.

4 – Rifugio Giacoletti – Rifugio Quintino Sella – Viso Mozzo. Il primo tratto è in falso piano, poi si costeggiano i laghi e al lago Chiaretto al bivio sono salite per un sentiero molto panoramico che finisci guess what in una pietraia che porta al colle di Viso e al rifugio Quintino Sella

5- Quintino Sella – Passo di Gallarino- Passo di San Chiaffredo, Castello (cioè 1400 m. di dislivello in discesa, un po’ pesante sulle ginocchia) , riprendendo l’itinerario iniziale all’alpe Gheit (le ragazze hanno deviato per il Bagnour e finalmente hanno potuto mangiare al rifugio Alevè).

Nota: i rifugi vanno prenotati con (largo) anticipo. Il rifuge du Viso non ha corrente elettrica, quindi non funzionano i telefoni e non c’è possibilità di ricaricarli: occorre portarsi dietro una batteria. E contanti (tanti).

Questa variante consente di vedere il Monviso da tutti i lati, sino ad averlo incombente e vicino al Giacoletti e al Sella.

Per il Viso Mozzo, che è una vetta panoramica di fronte al Monviso verso cui salgono le nuvole della pianura occorre contare un’ora , un’ora e mezza di salita diritta.

La vetta del Viso Mozzo

(Tutte le foto di Irene Martini)

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Mare a ovest

( se il titolo vi sembra così così, pensate che ho ancora male a un tendine, e l’altro è stato preso a onde d’urto, che non sono piacevolissime. E ho i giorni buoni e quelli meno buoni, che non è chiaro quando arrivano, così sono un’anatra zoppa in cura e in effetti un filino incazzata, anche se hei tutti dicevano di andarci piano e in effetti sto andando non piano, pianissimo. Ok finita la lamentazione)

Dopo il bagnarsi a est, all’alba, all’ovest si fa il bagno al tramonto, che è una cosa bellissima, specie se sino alle 18 e trenta e oltre la spiaggia rimane al sole, ma non c’è più la canicola del primo pomeriggio, quando, ricordiamocelo, è meglio non stare al sole nemmeno con la protezione cinquanta e più. E per favore non date retta ai cretini, la protezione solare è necessaria, e lo dice una che da giovane si è ustionata abbastanza da aver sicuramente rischiato il melanoma -quando mai si usava la crema solare andando in montagna?

Comunque… questa volta restiamo in Liguria, al di qua del confine. Premesso che non amo molto il mare di Sanremo, abbiamo trovato una bella spiaggia mista di sassi e scogli (come piace ad Amica Giovane) proprio ai bordi di Oneglia: si chiama Papeete Beach, è un pezzo di spiaggia libera con un chiosco e ristorante che ha anche sdraio e ombrelloni (se superate gli echi del passato il posto è davvero carino. Non garantisco però che adesso non ci sia la solita musica a palla). Tra l’altro nelle vicinanze ci sono diversi parcheggi (in agosto ci vuole fortuna ovunque).

Un po’ più a destra, pardon a est si arriva alle spiagge di Finale e dintorni. Finalmarina ha una lunga lingua di sabbia e proprio davanti all’arco monumentale c’è una spiaggia attrezzata comunale gratuita, con tanto di bagni e docce. La mia preferita, che diventa in ombra verso le 17, e quindi permette di godersi tramonti spettacolari, è la spiaggia dopo la Colombara, anche questa libera. Unico caveat: scordatevi di parcheggiare l’auto. Ma ci arriva l’autobus comodamente, che ha la fermata subito prima della galleria . Quella dovete farla a piedi , non c’è santo. Un altro tratto bello, lungo l’Aurelia dopo il porto turistico di Finale, è la spiaggia di Selva, prima di Varigotti dove nemmeno mi avvicino (è un altro di quei posti di cui non ho mai capito tutto lo hype, linciatemi pure). Abbiamo provato ad andare alla Baia dei Saraceni, dove il mare è bellissimo – il mare nella zona di Finale è per fortuna tutto bellissimo. In una domenica di giugno è stato impossibile. Non oso pensare a ferragosto.

La mia spiaggia del pomeriggio è a Cogoleto, quasi in fondo al paese, perfetta per il pomeriggio perché rimane al sole sino alle 18, specie per il tardo pomeriggio quando la temperatura smette di essere canicolare. Vicino c’è possibilità di parcheggio anche adesso.

Passata Genova, vi lascio due ricordi d’infanzia: la spiaggia libera di Chiavari vicino alla piazzetta dei pescatori, che adesso è colonizzata dai dehors dei ristoranti postcovid. Sassi come sempre in zona. Poi la spiaggia di Riva Trigoso (Riva Ponente): niente barriera frangiflutti, mare più aperto, acqua splendida.

La spiaggia dei pescatori
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Mare a est

Non sono una fan del mare adriatico. Le due volte in cui mi ero bagnata , a Rimini nel 1971, e a Grado molti anni dopo mi avevano dato un’impressione un po’ stagnante. Insomma se per nuotare devo camminare sino in Croazia, tanto vale che vada direttamente là.

L’Adriatico delle Marche si è un po’ risollevato. D’altro canto chi va a Rimini non ci va per nuotare, il che va benissimo per carità, probabilmente anche chi va ad Alassio non ci va per la spiaggia, perché l’ultima volta che ci sono stata non c’era praticamente più una spiaggia.

Comunque, se tutti vanno al Conero, c’è sicuramente una ragione, perché le insenature nascoste tra le pareti a picco sono meravigliose e finalmente si può nuotare che il fondo scende subito profondo. Quelle di Sirolo sono specialmente e giustamente famose e preparatevi a fare tanta strada a piedi per raggiungerle, o a fare tanta coda per utilizzare le sacrosante navette gratuite. Si scende prima e si sale al ritorno.

La vista dalla piazza di Sirolo

Anche porto San Giorgio alla fine non ha deluso. Lunghissime spiagge di sabbia su cui camminare, troppo dure per i miei tendini ma pazienza, acqua pulita, abbastanza profonda , con qualche banco di sabbia, possibilità di nuotare al largo oltre gli scogli frangiflutti in mare aperto, con correnti anche intense. Insomma del grazioso paese abbiamo visto praticamente solo la spiaggia e il ristorante. In entrambi i casi, spiagge libere a profusione, e bar , chioschi e ristoranti, in cui potevi andare a bere mangiare e sì usare le facilities (insomma capite) tranquillamente. Prezzi più cari a Sirolo, popolari sulla costa, adesso sicuramente levitati perché è altissima stagione, ma una qualità di vita decisamente notevole. Se vi chiedete come ho fatto a metterci tanto tempo a scoprirlo, ricordatevi di mio marito.

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Il top

Lo so, vorremmo tutti essere al mare/ in montagna/altrove perché ci sono quaranta gradi ovunque, ma almeno per me no ferie in arrivo -d’altro canto le ho già fatte, e cosa c’è di meglio che farle quando ancora non c’è in giro nessuno? E’ una delle cose per cui sono davvero grata al nuovo lavoro, che è nuovo perché l’altro l’ho fatto per più di trent’anni. Perdonate eh, sono seduta sulla bocca dell’inferno e l’unica cosa che allevia le nostre sofferenze è l’aria condizionata. Vi dico solo che la mia cucina dove di solito vivo (sono italiana dopo tutto) è esposta a sud. E tanto basta. E anche facendo un giudizioso uso delle correnti e avendo per fortuna dei gatti privi di aspirazioni suicide (ho le zanzariere, quindi zitti) per avere refrigerio in questo modo bisognerebbe che ci fosse un minimo refolo di vento. Appunto, no. Ieri ero per lavoro nella ridente Lomella e il mio corelatore abituato ad un ambiente in cui la cravatta e la giacca sono di rigore – la Camera dei deputati – sciogliendosi sulla sedia ha detto no ma scusate, io però mi tolgo la giacca. Io e Chiara Colombini che già eravamo stramazzate, e tutto il pubblico, a cui faccio per altro tanto di cappello per esserci stato, abbiamo gridato praticamente in coro, ma figurati.

Quindi pensatevi al fresco sul mare Adriatico e deliziatevi con i nostri suggerimenti. Il primo, l’osteria Lu Mantì, a Porto San Giorgio, dove abbiamo assaggiato eccellente cucina marchigiana, con porzioni ragguardevoli. Non posso dire nulla sul vino, perché già faceva un po’ troppo caldo, ma abbiamo mangiato davvero ottimamente (io ho preso le spuntature, una specie di trippa gratinata buonissima che ho perfettamente digerito – a chi ha una certa età il giudizio di cosa si mangia è dato anche da questo, perché significa qualità degli ingredienti). A Sirolo, volevamo mangiare olive ascolane e abbiamo trovato questo buchetto stile street food che faceva panini particolari e olive ascolane da urlo: Pà- Sirolo, nella via principale. Il panino al polpo una favola, e i ragazzi super gentili.

A Norcia, la norcineria Ansuini Mastro Peppe ha una sede in centro, una una più grande lungo la statale , ma lì c’era troppa gente. L’Umbria è l’apoteosi degli insaccati, ma che ve lo dico a fare? Il colesterolo ringrazia, ma è tutto buonissimo, formaggi e salumi.

A Montemonaco poi c’è la bottega della Cuccagna che è un gruppo di botteghe (ce ne sono, se non ricordo male, aCivitanova Marche, ad Amandola e pure a San Benedetto del Tronto) che vendono i prodotti dei monti Sibillini. Noi siamo stati indirizzati (noi, le ragazze) dal gruppo del Cai di Fermo che hanno trovato al lago di Pilato, e ovviamente avevano ragione: un posto a metà tra la bottega, il bar e la pro loco, di persone simpaticissime, che hanno una serie infinita di squisitezze, in particolare il ciauscolo che è DROGA ( hanno anche un sito, https://www.bottegadellacuccagna.it/). Quello di Montemonaco è per così dire la casa madre. Se siete vegani girate al largo, però potete sempre comprare tartufi marmellate , o bere. Sono sulla piazza principale di Montemonaco, dopo la strettoia che di solito è occupata da gente che fa conversazione (portate pazienza che non vi corre dietro nessuno).

E in fine a Castiglione sul lago Trasimeno, nella parte medievale, il ristorante l’Acquario vi darà dell’ottimo pesce di acqua dolce.

Dappertutto, tra l’altro, prezzi adeguati ma non paragonabili ai nostri.

Il menù del Lu Mantì sulla lavagna
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Leopardi tutte quante

Inevitabilmente, essendo nella terra di Leopardi, siamo andati a cercarlo, forse in una giornata abbastanza afosa, per cui , probabilmente, non nella miglior disposizione d’animo.. prima di tutto, siamo partite con un bel bagno rinfrescante nelle acque del lago di Fiastra.

Le acque, ecc.

Come si vede, il lago è perfettamente balneabile, in questo periodo c’è la possibilità di affittare canoe e pedalò, ed è evidentemente un polmone fresco all’interno del parco. È perfettamente attrezzato con bar, parcheggi, sentieri ciclopedonali, panchine e zone picnic all’ombra. E l’acqua è perfetta. Tra l’altro, da una estremità del lago partono itineri escursionistici interessanti, in particolare al canyon delle Lame rosse, quindi è possibile combinare l’escursione a un bel tuffo ristoratore dopo (specie ora con la canicola). Così anche il lago di Fiastra è finito nella mia lista dei laghi balneati (io come sapete sono un’amante del nuoto di lago, più ancora che del mare: diciamo che l’unica cosa che mi piace di meno è la piscina, ma vado anche lì). Dopo avevamo in mente una combo micidiale: Loreto – Recanati.

A Loreto non c’è molto da vedere se non la basilica, che comunque architettonicamente è molto bella (ci hanno lavorato Vanvitelli e molti altri nomi importanti). Sono stata in luoghi spiritualmente molto potenti, e Loreto non è uno di essi: mi è sembrato un baraccone della fede (è una delle ragioni per cui non ho mai messo piede a Lourdes). In più ho questionato con un laico che ha trovato la mia maglietta troppo scollata. Non potendo mandarlo a quel paese, data la santità del luogo, mi sono spostata più in là e ho continuato la visita anche all’interno della Casa della Vergine (il cui trasferimento da parte dei crociati a Loreto è di per sè un’impresa decisamente straordinaria – no non sono stati gli angeli come vuole la leggenda, ma secondo me la versione “umana” è una storia anche migliore, se pensate che cosa significava nel Medioevo smantellare un edificio, trasportarlo via mare e ricrearlo altrove). In ogni caso, potete entrare nella basilica in shorts, ma non in canottiera, e non scherzo: però ho portato un oggetto al frate che li benedice, un regalo per Lulù che ama molto quel luogo, e il frate non ha fatto una piega, anzi abbiamo parlato almeno per me piacevolmente. Come diceva Manzoni, omnia munda mundis. (Lulù poi mi ha confermato che i frati sono molto più aperti e disponibili all’ascolto dei laici bacchettoni).

La vasta piazza

E no, non ho fatto foto all’interno della casa, per non disturbare le molte persone che pregavano fervidamente.

A Loreto faceva molto caldo, a Recanati pure di più, e la pianura alla base delle due alture (Loreto e Recanati sono praticamente sulla stessa linea di colline) era immersa nella prima afa. Abbiamo scartato il colle dell’infinito e siamo andate a caccia dei luoghi Leopardiani. Casa Leopardi è in effetti molto bella, e ci ha confermato che essere infelici in un palazzo con i soffitti affrescati non è la stessa cosa che esserlo in 4 in sessanta metri quadri, sorry Giacomo, così è. Tra l’altro, nell’ingresso laterale potete farvi un selfie con Leopardi, cosa che abbiamo prontamente fatto. Se a Leopardi Recanati che è un borgo assai grazioso stava stretto, forse doveva venire in Mandrognistan. In ogni caso è una cittadina medievale molto piacevole e ricca, ma probabilmente senza Leopardi non ci andrebbe nessuno. A Recanati c’è una delle due librerie che che ho incontrato in tutto il viaggio (l’altra l’ho vista a Narni, a Spoleto mi rifiuto di credere che non ci siano).

La piazza su cui si affaccia Casa Leopardi, così all’impronta, infatti c’è anche un segnale stradale e un pezzo di Amica giovane.
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Il re degli Appennini

Siamo capitate in Italia centrale durante la prima ondata di calore (in realtà non ha mai smesso dopo, purtroppo) . La nostra idea in ogni caso è stata di andar a cercare un po’ il fresco e nel frattempo vedere quello che non avevamo mai visto, ossia la montagna più alta dopo le Alpi.

Così ci siamo messe in strada e abbiamo guidato (questa volta è stata una cosa collettiva , e io ho mancato di tanto così il cordolo di una rotonda e probabilmente le ragazze hanno visto davanti agli occhi tutta la loro giovane vita – le rotonde tra Marche e Abruzzo sono really a thing, perché il giorno dopo un motociclista su un ‘altra rotonda ha rischiato la nostra stessa fine).

Non avevamo moltissime speranze, una vasta foschia da calore gravava sin dal mattino, e arrivati nei pressi di Roccacamela ci è partito un collettivo “sembra Isola del cantone”, perché la valle è stretta e verde – siamo Mandrognistani, con ci impressione quasi nulla. I prati di Rivo con i suoi alberghi anni Sessanta sembrava abbastanza deserta, ma il Gran Sasso, a dispetto della foschia era lì sovrastante e ben visibile

Appunto

Poi, con l’idea di trovarci un posto per bivaccare in qualche modo, dato che era l’ora di pranzo, abbiamo dato retta a Maps Me e abbiamo preso una strada secondaria, indecisa se essere tutta a buchi o sterrata, che è finita al di sotto del rifugio Cima Alta. Hey, polenta. ( sì anche con 30 gradi) e poi sono riuscita a camminare venti metri in salita senza piangere. Il rifugio Cima Alta è grazioso, la gente che lo gestisce molto molto simpatica, abbiamo mangiato benissimo e poi c’è stato il classico andiamo a vedere dove finisce la strada. Io ho fatto ciao ciao e mi sono messa a scrivere, quando mi è squillato il telefono e mi è stato detto, vieni adagio e fai uno sforzo, perchè è bellissimo. Così ho fatto uno sforzo, non eccessivo in verità, e poche centinaia di metri di salita comoda dopo mi sono trovata su una vasta sella erbosa, con pecore, pastori, un cavallo, una croce, e il Gran Sasso

La sella erbosa e il Gran Sasso

Se si percorre verso sinistra la sella erbosa si arriva alla croce e poi alla Cima Alta. Noi siamo rimaste in contemplazione un bel po’. Il Gran Sasso è bellissimo- e grande in effetti.

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L’anatra zoppa ha zoppettato, ma qui si cammina comunque.

Amica Giovane e Dandyfunky avevano un’idea, almeno, in mente, e devo dire che l’hanno portata avanti sino alla fine. Io non sono certa se ce la farei in circostanze normali, ma essendo le circostanze non normali non faccio congetture e amen – in ogni caso ho acquistato ex post la più recente guida al Parco dei Monti Sibillini, e c’è un’altra voce nella mia bullet list, per quando guarisco.

Quello che hanno fatto le ragazze, è l’itinerario del lago di Pilato, probabilmente la gita più classica all’interno del parco in uno dei suoi luoghi più iconici. Ci sono molte leggende che circondano questo luogo, inclusa quella che lì sarebbe morto, a causa di una maledizione Ponzio Pilato (appunto). Non solo il lago aveva un’aura maledetta, ed era un luogo dove stregoni e negromanti locali andavano a “fare pratica”, al punto che il vescovo locale, di Ascoli Piceno, se non ricordo male dovette minacciare di scomunica, e pure della forca gli abitanti di Montemonaco e di Foce, che facevano da guida ai forestieri per raggiungere il posto.

Perché è remoto adesso e figuratevi allora (e tra l’altro, mi è stato detto, il lago è ancora luogo di rituali). Però putroppo, le fotografie che per la maggior parte troverete in rete non sono coerenti con la situazione attuale del lago, ormai ridotto a due piccole pozze a causa della siccità e della mancanza di neve che ha caratterizzato l’inverno al Centro Italia: perché noi su al nord stiamo al momento bene al fresco, ma non dobbiamo dimenticarci il caldo e la siccità che stanno devastando il sud.

Questo comunque è l’itinerario che mi hanno raccontato. Si parte da Foce, che è l’ultimo paese della Valle, dove c’è un posto tappa che ha copertura di telefono e internet (al di fuori di quello tutto tace). In fondo al paese, accanto alla chiesa, c’è una fontana e da lì parte una bella mulattiera che risale in falsopiano il fondovalle (Piana della Gardosa), poi entra nel bosco, e il sentiero inizia costantemente a salire. Usciti dal bosco, ci si ritrova in un vasto solco prativo (se guardate le foto su internet, noterete che in questo inizio di stagione era ancora possibile trovare tratti di neve residua, ma a fine giugno quest’anno non c’era più nulla) al sole; la mulattiera è ora sentiero e prosegue in salita sino allo sbocco del vallone dove diventa pietraia, si appoggia al lato destra della valle e risale sinoal ripiano noto come Fonte del Lago da dove si ha la visione dei laghetti poco più in basso e della montagna che li sovrasta, il Pizzo del Diavolo. Dall’altro lato, il Monte Vettore che è la cima più alta dei monti Sibillini. Nelle acque del Lago vive un piccolo crostaceo che è specie autoctona e protettissima, ed è abbastanza resiliente da essere sopravvissuto anche quando il lago è andato completamente in secca (sì è già capitato).

La palina dal basso dice 3 ore e cinquanta e sono più di 1200metri di dislivello a salire e a scendere. Quattro ore a salire, e due a scendere per le ragazze, che marciano. Io le ho guardate partire, sono andata a prenderle nel pomeriggio, e sono arrivate un’ora dopo rispetto all’ora prevista, quando già stava per prendermi un attacco di ziite. Nel frattempo, io sono salita alla Bolognola, da cui partono bei sentieri che non ho fatto, e sono stata a guardar delle lepri (e dato che lì il telefono prende, mi è anche toccata una telefonata di lavoro)

Attenzione: non ci sono punti in cui rifornirsi d’acqua, quindi almeno due litri a testa nello zaino sono necessari: i tre quarti dell’itinerario si svolgono su prati e pietraie al sole, e le ragazze sono state fortunate abbastanza da avere una giornata parzialmente nuvolosa; inoltre il lago è piuttosto ventoso, quindi pensate anche ad una giacca antivento. Scarponi assolutamente necessari.

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