Per quanto Tobia sia più un cane da caccia ( la mamma era una bassethound, e infatti lui ha le gambe corte, e il padre un cane da caccia di genere ignoto), nella sua testa siamo un branco. Per cui a intervalli regolari controlla che siamo tutti nel suo campo visivo..
Per lo più controlla che ci sia io, che sto alla larga dal suo guinzaglio lungo per quella invincibile attitudine alla caduta repentina. Perché lui, per parte sua, non ha mai imparato a procedere in linea retta a fianco del suo umano ( o meglio non gli è stato adeguatamente insegnato), e se con l’età ha per fortuna smesso di tirare come un forsennato, non ha mai smesso di procedere a zig zag seguendo gli odori. E intorcinarsi in un guinzaglio è facilissimo, almeno per me.
Il povero Tobia, suo malgrado , è un vero cane da montagna, e non protesta troppo quando lo portiamo in giro, dato che poi si spiaggia sul primo divano che vede ( sorry signora Michela, ma abbiamo rivestito tutto quanto il suo divano e non troverà neanche un peletto, perché più che un cane da montagna, questo è un cane da sofà, che occupa con la strategia del “fatti più in là”: cioè ti spinge).
Comunque, come dicevo abbiamo fatto base in una frazione di Caraglio, dove la signora Michela ci ha affittato un alloggio spazioso e con una grande terrazza, che è esattamente equidistante dalla Val Grana e dalla Val Maira – è un caso, perché per quanto io sia notoriamente una control freak non arrivo a tanto.
Forse
Comunque abbiamo cominciato dalla Val Maira è finito più o meno subito. Acceglio ci è piaciuta e abbiamo fatto una bella camminata lungo il torrente sin quasi a Ponte Maira ( dal parcheggio, si attraversa il torrente si passa dietro la palestra di roccia e l’imbocco è subito lì, e la prima parte del sentiero è anche didattica). Una volta riattraversato il torrente o potete risalire dalla strada asfaltata alla provinciale e al paese, oppure potete passare a fianco del campo sportivo e continuare lungo il fiume con belle vedute sul medesimo e molta vegetazione
Appunto, molta vegetazione
Posto che Meggie comincia a perdere colpi ( il che è abbastanza terrorizzante se ti capita in salita) e che quindi la strada di Elva e molte altre sono decisamente off limits abbiamo trovato la Val Maira piuttosto opprimente. Ovviamente quando lo abbiamo detto ad amici e conoscenti siamo state giustamente blastate.
Perché quest’anno, forte dell’ aver letto il libro Faggiani ho portato la mia controparte ( e il cane) nelle valli piemontesi non ancora esplorate. Proprio perché prima di andare alle Maldive, che poi non mi interessa più di tanto, forse è meglio conoscere casa nostra.
E infatti già a febbraio abbiamo prenotato questo delizioso e molto grande appartamento a Caraglio, in una frazione, veramente; per sentirmi poi dire “ma è in pianura”: peccato che alla sera ci siano tredici gradi e la coperta vada benissimo ( dovevamo venire in luglio, forse). È in pianura, ma ai margini della Val Grana, in un punto perfetto per fruttare le temperature più miti dei Monti.
E così possiamo sfruttare la possibilità di vedere piccoli tesori piemontesi che altrimenti non avremmo mai visto – e sì andremo anche a Cuneo perché Lulù e Tobia non ci sono mai stati.
Quali sono i piccoli tesori nascosti? In primo luogo, Fossano, che come Pinerolo è stata un città militare importante. Si può passeggiare sotto i portici, che sono un must in tutto il saluzzese ( qui c’ erano appunto i Saluzzo e i principi di Acaja , che i Savoia li vedevano più o meno come il fumo negli occhi. A Fossano degli Acaja c’è ancora un castello a pianta quadrata con quattro torrioni angolari, che ora è sede della biblioteca e un duomo barocco molto imponente . E poi dato che questo è il Piemonte dei piaceri gastronomici, abbiamo cenato alla Vineria della Piazzetta, nei pressi della Fondazione Fossano Musica ( sì perché eravamo anche andate a un concerto)
Fossano in collage
Il secondo piccolo tesoro è Dronero, la porta della Val Maira . Lo so Dronero anziché Gallipoli, ma pure anziché Cortina o Courmayeur: cammino, mi abbronzo lo stesso e c’è molta meno gente, e lo sapete io sono asociale da tempi non sospetti. Ci sono i portici, alcuni bei palazzi restaurati con gusto , qualche mostro ( una scuola – fatelo, quel giochino di scovare l’edificio più brutto del posto in cui siete, che sia Gallipoli o Santa Teresa di Gallura*. Tra l’altro, se volete, potete rivendervi la citazione letteraria: ne La donna della domenica di Fruttero e Lucentini c’è tutta una disquisizione sullo squallore di Torino e dove trovarlo)
A Dronero c’è un ponte del diavolo, costruito dai marchesi di Saluzzo in realtà per unire le due sponde del torrente. In Piemonte il diavolo doveva avere una laurea in ingegneria perché ha costruito ponti dalle valli di Lanzo a Cuneo, e nessuno di questi ha particolare odore di zolfo. C’è anche un Mulino, ben conservato e c’è anche (spoiler : qui parla l’operatore culturale) un museo diffuso che racconta la storia di una città in guerra. Cercate le lapidi sui muri di tutta la città, dall’archeologia industriale all’edificio del teatro, dove ora sotto i portici c’è un panoramico caffè . Solo in centro ne ho contate almeno cinque. E a pochi chilometri, e qualche ora di strada a piedi, c’è la borgata Paraloup, dove Nuto Revelli aveva la sua sede di brigata.
Il mulino , il ponte e il diavoletto
* Ho messo posti assolutamente a caso, che qui ormai si incazzano pure le bisce per qualsiasi cosa
Sebbene nel natio Mandrognistan non stia ancora avanzando il deserto – me ne rendo conto perché il parcheggio intorno a casa mia è ancora quello normale, ossia non trovi un buco nemmeno morire dopo le nove . Siamo in agosto e l’italico pueblo va al mare. Cosa che non faccio di solito nemmeno sotto tortura, ma siccome so che tra i miei lettori ci sono molti amnti del mare, ecco a voi…il mare della Toscana.
Caveat: io adoro il mare, essendo nata sotto il segno dei pesci: datemi una pozza e se non è proprio a temperatura “due minuti di sopravvivenza e poi schiatti” cercherò di buttarmici dentro. Quindi al mare ci vado, cercando posti e tempi in cui è deserto. Specie adesso che posso (posso perché se chiedo un giorno di ferie, a meno che non sia proprio in un’emergenza assoluta la direttrice non dice mai di no – d’altro canto io non chiederei mai ferie in un momento di emergenza assoluta, essendo figlia e vedova di persone che avevavo un senso del dovere molto molto sviluppato)
Prima di capitare sull’Argentario, conoscevo soltanto Viareggio e tutti i miei amici amanti della Toscana (e nel mio piccolo giro ho scoperto sono parecchi, al punto che qualcuno sta pensando di passarci la pensione, se riusciamo ad arrivarci vivi alla pensione) di solito inorridivano: <<ma quello non è il vero mare della Toscana>> Ok adesso sono andata nel vero mare della Toscana e in effetti è vero, anche se keep in mind che io ci sono stata fuori stagione, e ho visto i bellissimi dintorni della laguna di Orbetello praticamente deserti
Una distesa ininterrotta di lingue di sabbia e pini marittimi, in una giornata talmente tersa che verso sera da Grosseto l’isola d’Elba pareva davvero a portata di mano.
Per contro Porto Santo Stefano non mi ha impressionata più di tanto. Se cercate qualcosa di pittoresco , la Liguria tanto bistrattata ha scorci molto più belli. Naturalmente ciò non si applica alle ville sul promontorio…Però abbiamo trovato una deliziosa caletta vicino alla capitaneria di porto, piena di bambini che si tuffavano, con un’a qua cristallina e quindi la mia voglia di mare è stata soddisfatta e quella di Amica Giovane pure di più ( e no quest’anno niente carnaio di Arenzano, almeno per ora)
La lagunaCaletta e bagnante…
Lo so, è un post molle poco divertente ecc. ma voi sarete in vacanza e io sto qui rilassata a scrivere al sole e al vento ( che di tanto in tanto una scemenza domenicale ci sta- la vedete nelle stories di Instagram, se interessa)
Delle mille mila necropoli etrusche che ci sono in Italia ce ne mancano tantissime, anche perché gli etruschi vivevano in luoghi insospettabile dalla Toscana all’Emilia Romagna. Ad esempio abbiamo provato a visitare anche Vulsci, ma alla fine il caldo ci ha abbattute prima ancora di cominciare (è tutta al sole). Ho scoperto, a posteriori, che ci sono molte parti della necropoli di Tarquinia che sono chiuse, non visitabili o visitabili solo su appuntamento; che se guardi con attenzione ci sono tumuli un po’ ovunque… In più, sulla collina proprio di fronte alla necropoli c’è il grande tempio da cui provengono i cavalli che ho fotografato e anche quello (ma forse mi sbaglio) non è visitabile e comunque ci vai, credo, a piedi o in bicicletta, che è in mezzo al nulla.
Quindi: torneremo a Vulsci in un momento meno rovente, andremo a Populonia, a vedere i fenicotteri rosa alle saline di Taquinia (Aigues Mortes, tiè), e pure alle Terme di Saturnia, che Amica Giovane non ha mai provato l’ebbrezza della cosa.
Il nostro finale, almeno per adesso, è stato a Pitigliano, un altro posto meraviglioso, che conoscevo, per i miei studi di ebraistica, per il fatto che esisteva una fiorente comunità nata a fine Cinquecento grazie agli ebrei espulsi dagli stati della Chiesa. La “Piccola Gerusalemme” non esiste più, come comunità. La decadenza è iniziata con l’unità italiana e la maggior attrattiva esercitata dalla vicina Livorno; la Shoah ha dato il colpo di grazia alla comunità, perché 22 ebrei del posto sono stati deportati e non hanno fatto ritorno: ma una associazione locale mantiene in vita il ghetto e il Museo, la cui direttrice Elena Servi è (e spero sia ancora tra noi, perché non ho trovato testimonianze del contrario) l’ultima ebrea rimasta a Pitigliano. Qui ci sono gli orari di apertura del museo e della sinagoga, che è ancora utilizzata per cerimonie religiose come matrimoni e Bar Mitzvah, e possiede arredi molto antichi, che risalgono al Cinquecento. Sono visitabili: le cantine, la conceria, e il forno kasher, tutti scavati nel tufo.
Oltre al ghetto la città, come Civita, è appollaiata su uno sperone di tufo: alla base ci sono diversi itinerari nelle vie Cave, antiche strade scavate nel tufo alcune delle quali esistenti già in epoca etrusca (appunto, etruschi in ogni dove). Il centro storico è pedonale (semplicemente perchè di motorizzato spesso ci passa a malapena un’ape) ed è pieno di gatti. Ci sono angoli con ciotole piene che mi fanno pensare che in un modo o nell’altro anche loro siano un’attrazione turistica. La cucina locale anche, noi siamo finiti al Tufo Allegro, che era vicino a casa nostra e al ghetto, consigliatoci dal nostro Host di Casa Messi, e che dire, una favola. Ho comperato il souvenir migliore che potessi trovare (nella città vecchia ci sono molte eleganti botteghe), e naturalmente ho portato un dolce ebraico per la mia cugina catsitter (in tutto questo loro non erano felicissimi).
Protips: il problema di dove collocare la propria vettura si pone. Il nostro host ci ha suggerito di chiedere al comune di Pitigliano l’autorizzazione all’accesso per l’eventuale carico-scarico dei bagagli nell’unica piazza accessibile. Basta una mail a ztl@comune.pitigliano.gr.it, indicando il giorno dell’accesso, le proprie generalità e la targa dell’auto. A me hanno risposto molto presto. Ci sono diverse zone di parcheggio, la maggior parte a pagamento subito al di la della provinciale. Il parcheggio è accessibile da app EasyPark e tra le opzioni c’è un giornaliero turistico a 6 euro, valido per 24 ore dal momento del pagamento, che è molto utile e conveniente.
Pitigliano è un posto fantastico e ci torneremo (o almeno io voglio tornarci e secondo me Amica Giovane dovrebbe portarci Fidanzato Scozzese, perché il posto è romanticissimo – ci sono belvederi che la notte si illuminano solo di stelle (non scherzo, una sera abbiamo fatto lo slalom tra le coppiette…)
Sapete che interrompo una serie di articoli monotematici se devo dare qualche notizia interessante: ve ne do subito due, una per questo weekend e l’altra per il prossimo, così siamo, praticamente, a posto sin da subito.
Ho passato qualche giorno dalla mia amica Ornella e da suo marito nel Parco nazionale del Gran Paradiso (leggi: mi sono autoinvitata per sfuggire al caldo: ma sono un’ospite che non dà fastidio, almeno spero, porta generi di molto conforto, e gira la polenta). In questo caso non voglio raccontarvi le escursioni che (non – è stata una vacanza davvero tranquilla e rilassante) ho fatto. Piuttosto rendervi noto che questo week end ci sarà un ultratrail , la Royal Ultra sky marathon Gran Paradiso.
(lo so, la foto presa a Noasca fa schifo e non l’ho nemmeno modificata- fa schifo di natura)
Non so quanti, oh voi che correte in montagna, abbiano perfezionato l’iscrizione entro il 15 luglio (quindi adesso è troppo tardi) però mi dicevano che in valle non c’è più un letto libero proprio per la gara. Partenza dal lago di Teleccio, sopra Locana, e arrivo al lago di Ceresole . I primi concorrenti d’élite sono attesi dopo quattro ore dalla partenza… Comunque trovate qui tutti i dettagli.
Seconda cosa, per la prossima settimana (che se questa settimana sono abbastanza incasinata in cose varie, la prossima sarà…peggio): la Foire d’été ad Aosta, il 5 agosto, figlia minore della Fiera di Sant’Orso invernale.
Sul sito dicono: Per chi adora lo sbocciare dei fiori di legno, i colori variopinti delle bancarelle artigiane, il chiasso festoso dei campanacci che suonano. Per chi non può vivere senza le danze notturne, l’intonare dei canti, la tiepida brezza che porta risate e tintinnii lontani. Molto poetico. Ma anche vero: se non è troppo caldo (ricordo fiere ante covid abbastanza roventi) la città di Aosta è deliziosa. Il rovente si giustifica con il fatto che gli artigiani espongono in una tensostruttura in piazza Chanoux…
Per chi viene dalla Svizzera, il ritorno attraverso il Gran San Bernardo è gratuito: peccato che lo stesso non accada sull’autostrada più cara d’Italia (ormai andare a Courmayeur è come passare un giorno al Twiga a Forte dei Marmi, e non c’è nemmeno lo champagne).
Tra l’altro sul sito trovate tutto il programma delle varie attività anche quelle con i bambini.
Terza cosa (così sistemiamo anche i consigli di lettura). Sto finendo di leggere due libri, uno non nuovo, ma che erano anni che si trascinava nella pila dei libri da leggere nell’ingresso e uno che ho acchiappato al volo alla Libreria Esoterica Arethusa (Igor, il mio libro sui tarocchi non è ancora arrivato e tu sei in ferie – ma tornerà per una settimana da lunedì in via Giolitti a Torino, dalle 11 alle 18, e sì questa è una captatio benevolentiae. Del resto i librai indipendenti sono talmente rari che bisogna aiutarli in ogni modo, in particolare quelli specializzati come lui)
Primo libro Bora. Istria, il vento dell’esilio di Anna Maria Mori e Nelida Milani, (Feltrinelli 2021), che come potete immaginare è stato sottratto al suo di esilio nel cesto dei non letti dopo il viaggio a Trieste. Avevo già letto, della Mori, Nata in Istria: questo è altrettanto bello perché, nel rapporto epistolare con la Milani si confrontano due esperienze: chi è partito (da Pola, come la famiglia Mori) e lori , gli italiani che sono rimasti. Bellissimo per capire cosa è stato l’esodo istriano partento dal basso.
Secondo libro Itinerari del mistero Piemonte, Liguria e valle d’Aosta di Marco Mietta (Yume, 2021) Scrive l’autore: A chi, passeggiando tranquillamente con la testa sprofondata nei propri pensieri, non è mai capitato di sentirsi avvolgere da una strana sensazione, magari accompagnata da un brivido lungo la spina dorsale causato da chissà quale strana energia? I più scettici potrebbero accusare l’influenza, o anche il classico colpo d’aria portatore di starnuti, tuttavia, è innegabile che, complice forse la suggestione ma anche qualche forza di cui ignoriamo ancora l’origine, alcuni luoghi abbiano il potere di irretirci con il loro alone misterioso. L’ho comperato eminentemente perché l’autore è un confratello mandrognistano, perché racconta di alcuni posti che non conoscevo (altri sì, tipo i Cromlech al Piccolo San Bernardo e a Cavaglià), e perché tre regioni insieme costituiscono un bel po’ di suggerimenti. Le descrizioni sono un po’ striminzite, ma pazienza. Unica grossa pecca: non parla degli avvistamenti ufologici, in particolare quelli al Musiné (ma anche in provincia ne abbiamo avuti). Come sapete, qui si batte la fisica da parecchie generazioni…
(come potete vedere le foto ai libri le ho fatte bene, e senza peli di gatto, stavolta)
Abbiamo prenotato un delizioso bilocale nel centro di Tarquinia, a due passi dal Duomo. Claudia la proprietaria ci ha mandato istruzioni dettagliate su dove parcheggiare , dicendoci anche il prezzo del giornaliero
Peccato che al parcheggio le auto fossero appollaiate anche sugli alberi. C’era una corsa (il trail dell’Etruria, o qualcosa del genere- che già vedere l’arrivo degli atleti stravolti abbiamo provato tanta tanta stima): e pure la sagra della lumaca con tanto di street degustazione di lumache in vari modi e per pagare il parcheggio c’è voluto un conciliabolo di persone che come noi non riuscivano a capire come ottenere il biglietto. A momenti si sono intrecciati dei flirt (peccato che il signore più promettente avesse accompagnato una runner). Nonostante questo piccolo inconveniente ( a fine serata siamo riuscite a riportare l’auto sotto gli alberi, giusto per evitare una multa per sosta vietata) l’approccio alla città è stato davvero suggestivo, specie al tramonto sulle mura – dove si trova, appunto il comodo e poco costoso parcheggio)
In ogni caso Tarquinia merita una visita, non solo perché la città è armoniosamente disposta, e si mangia molto molto bene – e perché no. Abbiamo scelto (leggi nel primo siamo capitate assolutamente per caso, mentre l’altro lo avevamo adocchiato la sera prima) due posti molto simpatici. Quello in cui siamo capitate per caso e in cui abbiamo trovato l’unico tavolo libero (di sabato), è il ristorante Il pesciolino, in via Menotti Garibaldi, in cui ho mangiato il tonno porchettato, cioè un tonno fatto cuocere come se fosse una porchetta, incredibilmente buono. Il giorno dopo invece, abbastanza sconvolte dopo la visita alla necropoli e in procinto di visitare il museo archeologico, abbiamo mangiato un super panino da Boca un negozio di alimentari con annesso dehor che ha ingredienti sceltissimi è una scelta di bevande inusuali.
Il museo archeologico vale da solo la visita alla città. Non solo è ospitato in un palazzo rinascimentale, ma l’interno consente di farsi un ‘idea sulla scultura etrusca, sui modi di vivere, sugli affreschi (ci sono altre pitture murarie , sull’oreficeria e sulla ceramica. Non saremmo mai uscite. Il top, i cavalli del tempio dell’Ara, che è a poca distanza da Tarquinia, sapientemente restaurati
Sul perché siamo andate a caccia di necropoli etrusche ho già dato. Sul perché si debbano vedere se non tutte che non so quante sono ma almeno le tre principali di Cerveteri Tarquinia e Populonia (spoiler: ce ne manca una) ho una mia opinione: noi deriviamo, in forme artistiche e convincimenti, tanto dagli etrusci quanto dai romani (che infatti hanno avuto una sorta di assimilazione reciproca). Non sono Barbero e non parlo di quello che non so non essendo un’antichista, ma la cosa che più mi ispira vicinanza sono i cimiteri di campagna inglesi (Avete presente Elegy written in a country churchyard?- se no andate a leggerla – sì in inglese, perché sono una snobbona)
Altro spoiler: se soffrite il caldo, non credo che questo sia il momento migliore: la necropoli di Tarquinia, specialmente, è totalmente sotto il sole. noi siamo state graziate da un po’ di vento, ma non provo nemmeno a immaginare il calore: la barista di Tarquinia che diceva tranquillamente che la temperatura non saliva oltre i 30° ed era già moltissimo (dalle mura si vede il mare a pochissimi chilometri) temo sia stata smentita.
La necropoli di Tarquinia si trova appena fuori dalle mura della città (dove si trova anche il parcheggio più ampio nelle vicinanze. Dal centro della città è una passeggiata di circa venti minuti, che alle nove del mattino è stata piacevolissima, a mezzogiorno già un po’ meno. A seconda del vostro ritmo (alcuni dei tumuli sono chiusi ci vogliono almeno due ore di visita. L’itinerario è numerato e prevedete, a Tarquinia come a Cerveteri di salire e scendere un bel po’ di scale, naturali e non. La particolarità di Tarquinia sono le cappelle riccamente affrescate, che si possono ammirare solo dietro vetri protetti, perché la semplice umidità del respiro potrebbe alterare e poi distruggere gli affreschi. La necropoli di Tarquinia, conosciuta anche come Monterozzi, contiene 6000 sepolcri scavati nella roccia. Con i suoi 130 ettari, è il complesso più esteso che si conosca. Tarquinia è conosciuta per le sue 200 tombe dipinte, della quali la più antica risale al settimo secolo a.C. Questi dipinti sono l’unica importante testimonianza di arte classica del periodo pre-romano esistente nel bacino del Mediterraneo, hanno influssi greci soprattutto della civiltà cretese, e colori ancora assolutamente brillanti. Quella che mi è piaciuta di più e la tomba cosiddetta della caccia e della pesca (cercate il tuffatore). Oppure cercate…il gatto etrusco (che è una pantera, in realtà)
La necropoli di Cerveteri si trova invece a qualche chilometro dall’abitato (la strada per arrivarci è ben segnalata), ed è completamente diversa (cercate di parcheggiare all’ombra degli alberi a fianco dell’ingresso principale sotto l’alberata, come ci ha detto il custode – per non ritrovarvi in un forno a fine visita). La necropoli vicino Cerveteri, nota come la Banditaccia, contiene migliaia di sepolcri organizzati in modo simile ad una pianificazione urbana, con strade, piazzette e quartieri. Il sito, vasto 20 ettari, risale al nono secolo a.C. e contiene tipologie disparate di sepolcri: trincee scavate nella roccia; tumuli, spesso contenenti più di una tomba; ed altri, sempre scavati nella roccia, a forma di capanne o casette, con strutture riccamente dettagliate. La necropoli della Banditaccia, una della più grandi dell’antichità, è una riproduzione della “città dei vivi”. La città dei morti e la città dei vivi erano vicine, quasi fianco a fianco, come se vita e morte si allungassero l’una nell’altra. Qui è possibile entrare direttamente nei sepolcri, che sono composti spesso da diverse “stanze” nelle più ricche ci sono tavoli e sedie scolpite nel tufo. Anche qui preparatevi a molti aerei saliscendi. E a coccolare i gatti della numerosa colonia. Per fortuna la maggior parte del percorso si svolge sotto gli alberi
Pro tip: gli insegnanti (anche quelli in distacco!) entrano gratuitamente: occorre avere il foglio firmato dalla scuola. Il mio foglio era firmato dalla direttrice dell’istituto storico e nessuno ha avuto nulla da obbiettare: solo a Tarquinia alla cassa del museo mi hanno chiesto un documento (il che a pensarci bene è la richiesta più sensata). Per gli altri, c’è un biglietto combinato che costa 19 euro, con il quale si possono visitare le due necropoli e i musei di Tarquinia e Cerveteri: ce lo hanno proposto a Cerveteri e Amica Giovane (che essendosi laureata non gode più dei vantaggi degli studenti) lo ha giudicato una soluzione conveniente e interessante (e moderna) per dir così.
Entrambi i siti hanno itinerari ben organizzati che permettono di vedere tutti i luoghi di interesse, con spiegazioni dettagliate (anche questo non scontato). E il personale è stato davvero cortese e disponibile, cosa anche questa non scontata. Portatevi dietro dell’acqua, in qualunque stagione.
Interrompo la serie “ meridionale” – Okkio che per noi Mandrognistani anche Genova è profondo sud, con quel mare scuro ecc. – per una notizia di tipo montano.
Sabato 15 luglio, alle ore 16, sul sagrato della chiesa di Boschietto, in Valle Soana, l’attore Giuseppe Cederna parlerà del progetto “Monveso di Forzo, Montagna Sacra del Gran Paradiso”.
Non si tratterà di una performance teatrale, ma di un incontro aperto a tutti gli interessati. Cederna, grande amante e conoscitore della montagna, intrattiene spesso il suo pubblico con letture profonde, in prosa e in poesia, capaci di allargare la mente. Lo farà anche a Boschietto per favorire la riflessione sul tema della “Montagna Sacra”, imbastendo un dialogo sereno con gli escursionisti presenti.
In caso di condizioni meteorologiche non favorevoli l’incontro si svolgerà nel salone Polivalente di Ronco. Non occorrono prenotazioni.
Ultima precisazione importante , perché l’anticiclone pare voglia lasciarci dopo averci arrostiti per bene – Mandrognistan Ville e dintorni sempre primi per temperature ozono e altre sgradevoli situazioni, almeno secondo l’Arpa Piemonte. Io sarò forse in giro con Amica giovane, chissà.
Tra l’altro Cederna sarà a Ceresole venerdì sera (cioè sstasera, con il suo spettacolo itinerante.
Per chi si è iscritto solo adesso o ha perso lo sviluppo della questione, ci sono due articoli , del 2021 e del 2022
Aderire è semplice. Si va sulla pagina web del progetto, si compila il modulo e si conferma poi con mail. Oppure si scrive a montagnasacra22@gmail.com dicendo semplicemente aderisco al progetto Montagna Sacra indicando, se si vuole, con quale qualifica si vuole apparire in elenco.
Il bello di andare a zonzo tra gattare è che se una si ferma a cottolare un gatto per strada l’altra non si scombussola o si scazza. E in giro per la Tuscia (chiamiamo gennericamente così tutta la zona che sta a cavallo di tre regioni -Lazio Umbria e Toscana- e no, non voglio ingaggiare una disputa geografica quando i tre quarti delle persone che conosco hanno difficoltà con i punti cardinali, e persino con la destra/sinistra, intese come lati, non si sa mai).
Comunque questa zona è piena di gatti: per lo più danno l’impressione di aver una casa e un padrone, o comunque di essere colonie controllate e gestite ( alla necropoli di Cerveteri, al mio oh, un gatto, di lì a poco abbiamo scoperto ciotole per l’acqua e le crocchette ben ancorate ai cancelli, segno che i gatti erano amati e seguiti, sospetto dal personale della necropoli, perché ciotole e cibo erano dentro l’area cintata).
La città dei gatti per eccellenza però, è Civita di Bagnoregio, la città che muore di Bonaventura Tecchi e patria di San Bonaventura da Bagnoregio (ci sono ancora tracce della casa natale), grande teologo medievale e dottore della chiesa, una delle voci più importanti dell’agostinismo francescano – nel suo Itinerario della mente in Dio filosofia e teologia si affiancano sino alla perfetta visione di Dio ( ma dato che non intendo farvi una lezione di filosofia medievale, leggete la Treccani). Vi basti comunque sapere che Dante lo colloca in Paradiso – se a suo tempo avete studiato ricorderete l’elogio incrociato che Bonaventura e Tommaso fanno dei rispettivi ordini.
In ogni caso, Civita, che conta 11 abitanti fissi (i gatti sono molti di più – almeno noi ne abbiamo visti più di 11 in ogni caso) ha cominciato a morire già ai tempi degli etruschi. Si trova su uno sperone di tufo nella zona dei calanchi dell’Alto Tevere e ha dovuto combattere contro le frane già nell’antichità. Adesso le strade che risalivano, immagino, i fianchi dello sperone roccioso sono stati sostituiti da una passerella di cemento che sale verticale sino alla porta di Santa Maria, quella con i leoni.
Vi assicuro, sembra lunghissima, ma in realtà l’abbiamo percorsa tranquillamente in una ventina di minuti, scarpe con i tacchi assolutamente sconsigliate. In alternativa, biciclette, meglio se elettriche e scooter, al più un’ape, ma in auto non si sale. Arrivati in paese si ha sicuramente molta più voglia di mangiare.
La vista su e da Civita è meravigliosa, specie al tramonto. Anche senza la canicola, abbiamo convenuto che arrivare nelle ore più calde aiuta sicuramente il misticismo: se non la madonna, San Boventura lo puoi magicamente incontrare in qualche piazzetta.
Si vede tutto
Pro tip: l’ingresso alla passerella costa 5 euro ( dal 2013 – giudicare dal commento che abbiamo letto su un cartello non tutti l’hanno presa bene): tra l’altro noi abbiamo pagato lo stesso arrivando dopo le sette di sera. Ci sono parcheggi a pagamento tra Bagnoregio e Civita, piuttosto grandi (ex cantina didattica e Alberto Ricci) Noi abbiamo dormito a Bagnoregio da Maurizio che abbiamo trovato su Airbnb, in un posto tranquillissimo, con una bella terrazza, dove si sentivano solo i suoni della natura (e con un letto comodissimo). Maurizio è davvero un host gentilissimo, e ci ha dato una serie di indicazioni sui locali gatronomicamente interessanti. Alla fine abbiamo scelto Il forno di Agnese e abbiamo fatto bene.
Amica Giovane parte presto: molto presto. Quando ero giovane come lei anch’io facevo notte, ma poi il giorno dopo ero una zombie a prescindere, lei invece no. Siamo partite alle sette del mattino . Ricordatevelo per quando Lulù mi dirà, ma possiamo partire anche noi presto. Come no.
Siamo partite presto , io mi sono abbioccata, abbiamo preso la Variante di Valico (il primo giorno del week end scordatevi di passare dalla Liguria) e più o meno alle 11 e mezzo eravamo parcheggiate semi al sole in un parcheggio gratuito ai piedi della cremagliera per salire in città. Trenino che si paga, come un biglietto di autobus urbano, valido per un ‘ora e mezza. Il tabaccaio che vende i biglietti parla inglese. Al nostro no no siamo italiane pare stupito. Ora Amica Giovane non solo ha un Fidanzato Scozzese, ha un ‘armocromia (dico bene?) decisamente anglosassone (merito degli antenati di Rossiglione, probabilmente), per cui la scambiano per un’Inglese/scozzese abbastanza regolarmente – risulta utile quando va a trovare il Fidanzato Scozzese a casa sua.
Ma lo stupore del tabaccaio aveva un perché: arrivati in cima alla rocca, abbiamo scoperto, più o meno, di essere gli unici turisti italiani a Orvieto. E non scherzo: un’invasione (per lo più di americani, di ogni parte degli States). Se ci sono prelibatezze gastronomiche a Orvieto non saprei, perché abbiamo mangiato i nostri panini nel parcheggio. Il centro storico di Orvieto è bellissimo, una rocca di tufo che gli etruschi hanno scavato e poi i romani, il Medioevo. Di stradina in salita di stradina in salita si arriva alla piazza del Duomo, una delle bellezze per cui Orvieto è giustamente famoso. Progettato forse da Arnolfo di Cambio in forme romaniche , è stato completato in forme gotiche nel Trecento da altri. La facciata, alla fine è stata completata solo nel Seicento.
Sulla facciata sono bellissimi i bassorilievi che illustrano il destino dell’uomo dalla Creazione al Giudizio Universale; il magnifico rosone dell’Orcagna, e i mosaici, che sono iniziati nel Trecento e poi pesantemente restaurati nei secoli successivi. Se la visione d’insieme è uniforme e armonica, è molto interessante avvicinarsi e osservare i particolari delle decorazioni e delle cornici.
L’interno è lineare e liscio come accade nelle basiliche gotiche, e naturalmente nasconde un capolavoro pittorico, che è la cappella di San Brizio, il santo patrono di Orvieto, affrescata in più riprese tra la seconda metà del Quattrocento e la prima metà del Cinquecento. Hanno iniziato Beato Angelico e Benozzo Gozzoli, che partirono dalle volte a crociera; poi intervenne Luca Signorelli (che costava meno di Gozzoli, letteralmente), che terminò le volte e fece anche parte della decorazione inferiore dei poeti dell’antichità e Dante. E naturalmente dipinse anche le grandiose scene apocalittiche dedicate alla Venuta dell’Anticristo, alla Fine del mondo, alla Resurrezione della carne e al Giudizio universale (ok, i titoli li ho cercati sulla guida)
La fine del mondo
(Pro tip: il Duomo è a pagamento. La biglietteria si trova sulla piazza, di fronte all’ingresso principale: sul sito orari, costo dei biglietti e anche biglietteria online. Nonostante l’orda di turisti, forse perché ora di pranzo non abbiamo trovato molta gente. L’ingresso alla cappella dedicata al miracolo di Bolsena, che ho dovuto cercare su Wikipedia perchè non ricordavo più cosa fosse, è esterno, perché è considerata unicamente un luogo di culto)
Ma Orvieto non è solo il Duomo, e nemmeno la porchetta – non è un posto per vegani e rimpiango di non aver comperato il pelouche del cinghiale alla bigliettria. Passeggiare per la città è piacevolissimo, anche se in un modo o nell’altro siamo finite per tre volte di fronte al locale liceo. Un modo molto bello e panoramico è quello di percorrere, almeno per un pezzo, le mura. Da via Filippelli, un prolungamento della via principale che è corso Cavour si arriva alla bellissima chiesetta di San Giovenale, che in origine era il duomo di Orvieto, un edificio romanico che conserva al suo interno tracce di bellissimi affreschi, ed è proprio ai margini della rupe di Orvieto: dal piazzale si gode una vista molto ampia ed è possibile farsi un’idea di come sia la rocca di tufo su cui è costruita la città. Da lì si scende lungo le mura sino alla Porta maggiore, e poi si risale per via della Cava sino al Pozzo della Cava (hanno anche un sito ufficiale con tutte le informazioni e le tariffe) Il pozzo è profondo 36 metri e ha una storia lunga e complicata. Gli scavi originari risalgono agli etruschi, la struttura è rinascimentale (serviva come sorgente d’acqua e poi come cantina e struttura di rinforazo per la produzione di ceramica), fu chiuso per secoli (e divenne anche un posto dalla fama sinistra) poi è stato riscoperto per caso durante lavori di ristrutturazione e riportato alla profondità originaria. La visita è molto divertente (e fresca, date le temperature esterne) e vale davvero la pena di spendere 5 euro: Non è la sola grotta visitabile: c’è il cosiddetto pozzo di San Patrizio, vicino alla stazione della funicolare e poi Orvieto Underground (qui) una vera e propria città sotterranea, scoperta negli anni Settanta da un gruppo di speleologi locali quando una grossa frana nei pressi del Duomo fece preoccupare il mondo intero
La leggenda diceva che Orvieto è “vuota, sotto”, e in effetti è vero: la ricerca ha portato alla luce una vera città sotterranea, in alcuni casi risalente al periodo etrusco, e un frantoio medievale per le olive proprio vicino al Duomo. In entrambi i casi, valgono una visita.