Sola

Ho scritto: anche chi non cammina con me: perché io, in montagna, ci vado da sola. Per lo più. Diciamo al 99%.

Perché non ho una compagnia di gente che cammina. Perché mio marito non viene con me, di solito (solo in estate, solo in vacanza).  Perché mettersi d’accordo implica preparazione, programmazione, coordinamento e di solito giorni festivi. Io ho sempre gli scarponi in macchina e le racchette da neve in inverno, insieme alle catene e spesso parto dopo aver sommariamente nutrito il consorte (che si lamenta) dopo aver controllato le previsioni del tempo e il bollettino della neve.

Lo so, non si può, non si deve, è pericoloso, specie in inverno (e non ho nemmeno l’Arva, che tanto andando da sola a che servirebbe?)

MA:

seguo solo itinerari battutissimi, dove solitamente incontro persone (per lo più straniere, ma le lingue non sono un problema). Il che contraddice quel che ho  scritto nel post precedente, ma non si può essere sempre così fortunati.

in inverno se il rischio valanghe è superiore a 1/2 lascio perdere, anche se ormai i pendii più pericolosi li so identificare.

non sono così misantropa da non apprezzare una buona conversazione, se mi capita di portare qualcuno.

alle corte MI PIACE andare da sola, è la mia ora d’aria, il mio sfogo, la mia terapia per l’ansia, se non vado in montagna per più di due settimane sclero.

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A ritroso : nella valle del Gran San Bernardo

A causa dell’influenza (che non è influenza perché ancora non c’è l’epidemia e però io avevo la febbre lo stesso) questa settimana non sono andata in montagna. Non sono andata da nessuna parte, veramente: non al lavoro numero uno, quello che ha pagato un mutuo e che ora non arriva a pagare le bollette, non al lavoro numero due, che dovrebbe appagare la mia ambizione. Insomma sono stata a casa nel letto. Così per quello che è il mio post domenicale, sono costretta ad andare indietro, a riprendere un’ escursione fatta in passato, per la precisione due settimane fa.

La Valle del Gran San Bernardo, ultimamente, non è stata una delle mie mete preferite. In realtà, se si esclude la zona del passo in estate, le mie ultime frequentazioni risalgono a quando ho fatto l’animatrice alla casa Alpina Sacro Cuore di Etroubles, due guerre irachene, due o tre guerre jugoslave e  qualche muro caduto fa. Tanto tempo fa, cioè ( e così riveliamo subito anche l’oscuro segreto delle mie frequentazioni clericali).

In realtà pensavo fosse lunga da raggiungere in auto (per me la ragionevolezza del tempo di percorrenza è purtroppo una necessità.) Invece in neanche due ore ero alla base della mia escursione, oltre le case di  San Leonardo a Bosses, ai piedi di un sentiero scelto un po’ a caso sul libro di Stefano Ardito. All’imbocco c’è un grande cartello bianco e uno slargo abbastanza confortevole per parcheggiare (tenuto conto ovviamente che in un giorno feriale all’inizio di ottobre non c’era in giro assolutamente nessuno). Sulle carte il bivio dovrebbe essere segnato come quota 1464, direzione Fons Citrin, una fonte di acqua solforosa – mio padre avrebbe detto acqua marcia.

Il sentiero si sviluppa tutto nel bosco, dove ancora si trovavano cespugli di lamponi pieni di bacche mature e dolci, un segno sicuro che non è  un itinerario troppo frequentato, oppure che le conoscenze botaniche mediamente rilevabili sono anche peggiori delle mie. La salita per un tratto si sviluppa accanto al torrente, e non mi è sembrata così selvaggia come suggeriva la guida, ma certo un po’ trascurata per via dei cavi e dei tubi di gomma che probabilmente sono legati all’elettrodotto. In ogni caso non è particolarmente faticosa, il sentiero è ben evidente e in un’ora e dieci minuti, causa soste more e lamponi, sono arrivata all’alpe nei cui pressi si trova la famosa sorgente.

In discesa, verso le cinque del pomeriggio, il tempo che era stato fresco ma stabilmente bello ha subito un repentino mutamento. Dal colle, come ho letto che è frequente, si è levata una vera e propria bufera che ha fatto cadere una sorta di pulviscolo ghiacciato, che non era pioggia e nemmeno neve, il tempo  nella comba Citrin si manteneva sereno e con il sole visibile ancorché tramontante. Bellissimo a vedersi – oddio non vorrei fosse questa la causa dell’influenza.

Tornando mi sono fermata ad Etrouble a comperare il prosciutto di Bosses ( perché anche chi non cammina con me vuole la sua parte…)

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Sul Monte Antola non c’è ancora la neve

Domenica, in uno stato d’animo e di salute non particolarmente brillante e di cui mi sono pentita in questi due ultimi giorni di tosse convulsa (altro che la Boheme), sono andata al Santuario di Cà del Bello sopra Persi in Val Borbera. Ho lasciato l’auto sulla statale, ho messo i miei nuovi Tecnica, di sicuro non adatti alle circostanze, ma sono ancora in rodaggio. La strada da Persi è asfaltata e bella ripida, e però non sono venute giù (o su) auto nonostante fosse domenica. Ho incontrato solo persone che portavano a spasso varie tipologie di cani. La più simpatica è stata un’anziana signora in compagnia di una spaniel che aveva evidentemente voglia di correre, ma che – mi ha confidato -“se la lascio andare e lei corre, è una stupidina e poi si perde”. Certamente, visto che si faceva grattare in mezzo alle orecchie da una perfetta sconosciuta, non era una cagna diffidente. Al santuario il panorama era limpidissimo, il cielo striato di nuvole viola e gli alberi sui calanchi intorno al santuario facevano un servizio da National Geografic sul fogliage, senza andare nel New Hampshire. In fondo, sul Monte Antola, non c’era ancora neve.

Ho fatto una notevole sudata e ahimé le conseguenze si vedono e si sentono. Però ho sopportato le scarpe.

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Ho seppellito i miei scarponi

Addio vecchi scarponi SanMarco. Mi è rimasta in mano, letteralmente, la suola mentre tornavo dall’Alpe Baranca, in Valsesia. Non potrei dire da quanto tempo li avevo, sicuramente da prima del ’92 P.M. (Prima del Matrimonio). Non è che sia particolarmente sentimentale riguardo alle cose (non a tutte), ma questi scarponi erano un guanto, gli unici, nel rapporto molto tormentato che ho avuto con gli scarponi da montagna – e con molte altre cose importanti – che non mi abbiano mai, dico mai, fatto neanche una ciocchetta, una piccola vescica. E sì che ho dovuto sbarazzarmi di scarponi anche di marche note, che mi riducevano le estremità ad un’unica screpolatura purulenta. Per la verità già questo inverno avevo temuto che fosse venuta la loro ultima ora, una piccola crepa nella tomaia laterale di ritorno da un’escursione con le racchette. Così, approfittando dei saldi, ho comperato un paio di Tecnica, che dopo un certo numero di prove, e giri in negozi specializzati e outlet, mi sembravano morbidi e sostenuti allo stesso tempo, sebbene forse un po’ troppo rigidi sulla caviglia. Purtroppo, come accade secondo il metodo degli universali di Hume, la bontà di uno scarpone, o dovrei dire la sopportabilità, si può verificare solo a posteriori e dopo un’escursione di parecchie ore (in cui, per non dover patire medievali torture, si appesantisce lo zaino con un altro paio di scarpe rodate).  Ma il mio vero problema è che la SanMarco è scomparsa dai negozi, almeno qui, e forse dalla storia dell’attrezzistica sportiva. E questo è tragico. Ricordo di aver passato vari spezzoni di escursioni solitarie facendo l’apprezzamento di questi scarponi con perfetti sconosciuti. La SanMarco era un must per gli escursionisti con piedi problematici.

Così ho deciso di dare loro una degna sepoltura, magari riportandoli a Courmayeur dove li avevo comperati. Ma quest’anno, per varie ragioni tutte materiali, non sono riuscita ad andare a Courmayeur, e così i miei scarponi hanno dovuto accontentarsi del lago di Meugliano, in bassa val Chiusella. Meglio così che nel cassonetto dell’indifferenziato sotto casa. I Tecnica sono ancora in rodaggio, e per dire che neanche gli scarponi sono più quelli di una volta, quest’estate ho dovuto seppellire dopo solo cinque anni anche i miei Salomon exit low, quelli che uso per le cose leggere. Sono finiti a Meugliano anche loro.

P.s. per i miei cinquanta futuri lettori: fondiamo un club di San Marco Trekkers?

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Zusammen und zu Fuss

Un titolo in inglese, un sottotitolo in tedesco, e lo scrivo in italiano, almeno per ora. Benvenuti nel mio blog, che parla di camminare – in montagna, per lo più, ma non solo. Camminare, viaggiare, condividere solitudini.

Anche cose più prosaiche , itinerari, immagini, indirizzi, inclinazioni.

Visioni fiosofiche….Ecco, non riesco a scrivere nemmeno due parole senza fare un refuso, ma tant’è, è l’emozione del mio primo giorno di blog.

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