Come avete visto, nella mia bullet list c’è il Massif de l’Esterel, che ho scoperto, abbastanza casualmente, quest’inverno.
Io e Lulù siamo state a Saint Raphael, che è un luogo piacevolissimo, elegante, con un piccolo centro storico medievale e molti edifici (e ville) liberty sparse lungo la costa e sulle colline, buen ritiro famoso di artisti e pittori. (tra l’altro, all’azienda autonoma di soggiorno ci sono itinerari di scoperta dei vari quartieri).
Ma quello che mi aveva impressionato a gennaio erano i calanques lungo la costa verso Agay, di pietra rossa, come le gorges di Daluis e probabilmente con lo stesso tipo di composizione ferrosa.
E con molte calette bellissime ma immagino inavvicinabili d’estate.
Siamo partite io eAmica giovane con l’intento di scoprire un po’ di quell’entroterra, dato che in primavera è il momento migliore: colori splendidi, poche persone, maggior facilità in accesso, perché in estate parecchie zone della foresta demaniale dell’Esterel sono spesso chiuse al pubblico per il pericolo di incendi. Ci siamo fermate a Les adrets de l’Esterel, un delizioso paesino nell’entroterra, ospiti dello studio di Marie Laure, del suo giardino, della sua gatta Minette, una vera regina. E faceva abbastanza caldo da stare fuori in pigiama e felpa la mattina a far colazione. Il nostro viaggetto è stata una combinazione di artistico e escursionistico, c’è mancato solo il mare, ma per quello era troppo presto.
I calanchi in inverno e in primavera.
Alle splendide calette è sempre o quasi possibile accedere, preparatevi a lunghe discese e risalite di gradini spesso intagliati nella roccia (perfetti sotto il sole a picco estivo…), ma il panorama è irripetibile. Si trovano lungo il tratto di costa tra Saint Raphael e Cannes, lungo quello che è , con i Calanques di Marsiglia, il tratto più selvaggio della costa.
Lo confesso, ho desiderato vedere SaintTropez da quando i miei vicini di tre case fa, molto posh, andavano sempre a Saint Tropez per Capodanno e poi si lamentavano che pioveva. E naturalmente Saint Tropez in un momento diverso dalla bassa stagione (idealmente in novembre) non è nemmeno concepibile- non solo perché potrei incontrare i miei ex vicini.
Pittoresco è pittoresco, non c’è che dire, a cominciare dalla place des Lices, dove al sabato c’era mercato, finire nel dedalo di viuzze dietro la chiesa con le case gialle e arancio
Poi arrivi al porto e vedi gli yacht lunghi sessanta metri. Amica giovane, che tra qualche anno potrebbe comprarsene uno, preferisce i vecchi velieri (ne abbiamo visto uno a Saint Raphael perfetto): invece, abbiamo deciso di investire i nostri soldi in un drink al porto per trovare una toilette decente. Investire in un pranzo no (Saint Tropez non è rinomato per la gastronomia ma per i prezzi, anche se un paio di ristoranti sembravano davvero eleganti). Il drink era buono, il prezzo tutto sommato decente data la posizione, la toilette di serie A ( sì ho anche una classifica delle toilette, e la peggiore, da anni, resta quella di Zara a l’inizio di via Torino a Milano, che sembra uno scioglilingua ma non lo è)
Tutto sommato è grazioso, ma tutto questo hype non lo capisco (perché i miei ex vicini posh andassero è ovvio). Come avrete capito io e Amica giovane siamo in ferie
La prossima volta che andiamo a Boccadassi potremo sempre dire : fa tanto Saint Tropez.
Piove, non credo che qui al nord si possa andare da qualche parte, al sud pare si possa andare al mare (beati voi), il rischio valanghe in Piemonte sta tra quattro e cinque, quindi non fate scemenze e mangiate i fagiolini , li mangia anche Cinorosino, e intanto manteniamo l’economia del Senegal- vengono da lì, i miei.
(servono per fare il polpettone genovese della mia prozia che veniva dagli Appennini, quindi se pensate che a Genova non si fa vi blocco subito – questo appartiene al ramo di Montaldeo della mia famiglia e sarà servito a pranzo al solito gruppo multi religioso – a religioso della mia famiglia acquisita.)
Gli amici di Bressanone mi girano questa proposta interessante che si svolgerà a Bressanone e dintorni dal 24 aprile al 12 maggio (periodo di pontoni, appunto.)
La sera Bressanone
Sono 15 le installazioni di light art negli spazi pubblici di Bressanone, che possono essere ammirate la sera dalle 21.00 a mezzanotte. L’arte nello spazio pubblico ha il potere di trasformare l’ambiente, di renderlo vivo e di offrire alle persone nuovi modi di vivere e comprendere l’ambiente circostante. “Attraverso l’arte nello spazio pubblico possiamo anche affrontare importanti questioni sociali e ambientali, unire le comunità e rendere lo spazio pubblico un luogo dove la creatività, il dialogo e lo scambio possono fiorire”, afferma Werner Zanotti, direttore della Bressanone Turismo Società Cooperativa e responsabile del team curatoriale dell’evento.
Uno delle opere del festival da non perdere è senza dubbio la presentazione dello studio multidisciplinare d’arte e design spagnolo Onionlab. Sull’imponente facciata del Duomo di Bressanone, presenta l’accattivante opera “Climate”. Questa opera audiovisiva di nove minuti pone lo spettatore di fronte a un dilemma: quale mondo vogliamo abitare? Un mondo cupo, arido e grigio, segnato dalle conseguenze della catastrofe climatica, o un futuro luminoso e armonioso? Un’impressionante proiezione incoraggia i visitatori a decidere a favore della speranza.
Un’altra opera sorprendente è quella dell’artista tedesco della luce Tom Groll del collettivo TENTAKULUM. La sua opera “Green Washing” di fronte all’edificio dell’ufficio turistico presenta un’installazione affascinante sia di giorno sia di notte. Due lavatrici e due serbatoi d’acqua IBC, collegati da una rete di tubi, simboleggiano il lavaggio verde facendo circolare acqua verde chiaro arricchita di uranio. Questa metafora visiva del perfetto funzionamento dell’economia ci spinge a riflettere sulla realtà del greenwashing.
Anche il compianto artista italiano Piero Gilardi sarà omaggiato postumo con la sua installazione “Migration (Climate Change)” nella piazza Hartwig. Quest’opera, creata originariamente nel 2015, mostra le sagome di pellicani in volo, simbolo delle migrazioni animali causate dal riscaldamento globale.
Durante il festival di quest’anno, lo studio internazionale OCUBO del Portogallo presenta l’installazione interattiva “Human Tiles” nella Biblioteca Civica di Bressanone. L’installazione consente al pubblico di interagire con il motivo grafico sulla facciata utilizzando i colori dei loro abiti. Questo motivo ricorda i tradizionali “azulejos” portoghesi. L’installazione non solo sottolinea la gioia e la curiosità attraverso un approccio ludico a culture e tradizioni diverse, ma pone anche le persone al centro di un processo high-tech che supera i confini tra uomo e macchina.
Grazie anche al supporto dell’Ambasciata e Consolato Generale del Regno dei Paesi Bassi, l’opera “Firefly Field” dello Studio Toer incanta i visitatori del Giardino dei Signori con innumerevoli punti luminosi che fluttuano sopra il suolo, ricordando il movimento delle lucciole notturne. I punti luminosi, mossi da bioluminescenza riflessa su aiuole e arbusti, creano un’atmosfera coinvolgente, esprimendo il fascino dello Studio Toer per gli animali luminosi attraverso punti luce LED appositamente sviluppati. La composizione unica dei punti crea un movimento naturale e imprevedibile, arricchendo l’esperienza dei visitatori.
Di giorno invece a Novacella
Nella vicina Novacella , nelle sale espositive dell’Abbazia si possono ammirare, invece installazioni luminose di artisti che lavorano e hanno lavorato con la luce. E poi, dopo l’arte, potete sempre andare a bere nella stessa Abbazia- intendiamoci, non è che qui si sia alcolizzati, alla fine io stessa bevo molto moderatamente, come sa il St Emilion che ho dovuto mettere in frigo per non tenerlo fuori troppo a lungo. Ma il vino è amicizia, gusto e cultura (e storia, tra l’altro). E a me piace bere bene.
Brixen Water Light Festival 2023
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(foto Brixen Tourismus)
Il Water Light Festival 2024 non è solo una mostra d’arte, ma anche un richiamo all’azione. Attraverso la combinazione creativa di acqua, luce e arte, vengono evidenziate importanti questioni sociali e i visitatori sono incoraggiati a riflettere sul loro ruolo nel plasmare un futuro sostenibile.
Ne ho già parlato (qui ), ma sono tornata a vedere Mercante in Fiera a Parma, perché domenica scorsa ero stufa, veramente stufa della pioggia e di stare in casa. E’ un suggerimento non per la primavera ma per il prosssimo autunno, quando ci sarà la prossima edizione: la fanno due volte l’anno, la prossima sarà dal 10 al 20 ottobre 2024, tenete d’occhio il sito https://www.mercanteinfiera.it/ perché almeno due giorni sono dedicati agli operatori professionali, e ricordate, sin da ora, che acquistare il biglietto online è meno costoso, così come pagare il parcheggio giornaliero, e si può anche mangiare comodamente, se evitate proprio l’ora di punta come abbiamo fatto noi.
In realtà però una gita a Parma è perfetta per una giornata primaverile (magari non quando fa proprio caldo, perché la Pianura Padana come si sa diventa un forno). Potete naturalmente andarci per ragioni gastronomiche, che già da solo mi sembra un ottimo motivo: la mia prima volta era stata una Pasquetta con mio marito, e dopo aver visto la città eravamo andati al cinema e poi a cena – probabilmente nell’unico ristorante aperto la sera di Pasquetta.
Cosa vedere: Duomo e battistero (quest’ultimo è a pagamento informazioni sul sito Piazza Duomo). Espressione del passaggio tra romanico e gotico e opera dell’Antelami è una delle opere più famose e interessanti d’Italia, in particolare per i suoi cicli scultorei. Il portale della Vergine, verso nord, da cui entrava l’arcivescovo , è una meraviglia che non ha bisogno di commenti.
All’interno della Cattedrale, con le sue sovrapposizioni di stile, un altro rilievo di Antelami, la Crocifissione, con la sua data e firma dell’autore. E naturalmente la volta del Correggio. Scusate, io ho un atteggiamento molto laico e se vogliamo sentimentale verso le opere d’arte: se non devo fare lezione , me ne sto semplicemente a guardarle – in questo caso , a testa in su. E sempre a testa in su, ma un poco più comodamente, il piccolo, nascosto tesoro del Convento di San Paolo, con le stanze della badessa, a poca distanza dal duomo, in un edificio del XVI sec. Sono la prima commissione di Correggio a Parma, anche se nel convento non ha operato solo lui, e gli affreschi sui soffitti divisi a spicchi con angioletti e un meraviglioso cielo stellato varrebbero da soli una visita alla città.Tra l’altro non li conosce quasi nessuno e come ho detto avere un’amica ricercatrice di storia dell’arte aiuta.
In tutta la città, ci sono poi chiese e santuari con affreschi vivaci, la Basilica di Santa Maria della Steccata, altrimenti l’alternativa è il Complesso Monumentale della Pilotta, sede della Galleria Nazionale, del Museo Archeologico, e del teatro Farnese, bellissimo e monumentale, con cui inizia la visita. Nei giorni feriali c’è pochissima gente, e le persone che lavorano dentro o fanno volontariato sono abbastanza entusiaste. Il biglietto a prezzo pieno costa 18 euro. Alle spalle, se si è stanchi, c’è il parco ducale.
Per mangiare, beh siamo a Parma, che ve lo dico a fare… In centro c’è persino una boutique – non potrei chiamarla altrimenti – della Barilla.
Siccome sono abbastanza morta e di andare in giro non se ne parla o quasi, vi lascio un suggerimento che ha a che fare con il mio lavoro. Se non lo avete mai visto, vi consiglio di visitare il Memoriale della Shoah – Binario 21 a Milano. Si trova su un fianco della stazione Centrale, che è un edificio molto particolare di suo, e al di là del significato storico, la storia del luogo e del suo utilizzo prima di diventare, proprio per la sua particolarità tecnica, il luogo di partenza delle deportazioni, è assolutamente affascinante ( se siete in gruppo, lo spiegheranno le guide, altrimenti con un Qr code è possibile anche la visita individuale): era il luogo dove veniva smistata la posta – l’ufficio centrale, un bell’edificio neoclassico molto simile nell’ aspetto al Teatro alla Scala, si trovava giusto al di là della strada- grazie ad un elevatore che permetteva ai vagoni di salire dal livello stradale a quello superiore dove si trovavano i binari . Lo stesso che permetteva di caricare i treni dei deportati lontano dagli occhi dei viaggiatori normali.
Per visitarlo quindi non si deve entrare in stazione, ma aggirarla, o circumnavigarla, o anche abbandonarla, a seconda di dove siete arrivati. Vi assicuro che i treni che partono o arrivano sopra alle vostre teste fanno tremare i muri, che sono di cemento.
Potete anche entrare in alcuni di quei vagoni, che provengono dal deposito e sono stati restaurati, come il Carro dei deportati che si trova a Mandrognistan Ville.
Sul sito si trovano tutte le informazioni necessarie.
Il muro con i nomi…
Tra l’altro nell’edificio si trova la Biblioteca del Cdec, e mi sono portata a casa alcuni dei loro doppioni, sempre una buona cosa , far circolare i doppioni
Dato che ormai è diventato ufficiale, ed è stato pubblicato in tutti i luoghi e in tutti i laghi ( cit.) – il quasi bi settimanale di Mandrognistan Ville mi ha intervistato e grazie Alberto per la bella fotografia ( in foto vengo bene solo grazie alla bravura del fotografo , e quindi solitamente ho foto abbastanza orrende in cui sono peggio di come sono in realtà)- ecco la giravolta che ha cambiato la mia vita : sono stata nominata direttrice dell’Isral, che è l’istituto per cui lavoro ormai dal 1991, prima come ricercatrice, poi responsabile della sezione didattica, sempre a fianco del mio lavoro di docente, e poi incardinata grazie al distacco dal Miur, che il Ministero confermerà anche quest’anno VERO? La direttrice precedente ha deciso di dedicarsi finalmente alla ricerca, e anche un po’ alla sua famiglia ( sta per diventare nonna ed è felicissima). Ed io, per la mia storia, e perché, diciamolo, non faccio proprio schifo nel lavoro che svolgo, sono stata scelta dal presidente e dal CDA a succederle. Tra l’altro il nostro Istituto ha praticato la parità di genere : di quattro direttori abbiamo avuto due uomini e due donne. Oddio, per il nostro fondatore noi, anche io che ero arrivata dopo, eravamo le “ragazze”, anche se eravamo laureate e abbiamo avuto carriere al di là e al di fuori dell’Isral. Ma si adoperava perché le sue ragazze ci rimassero all’Isral, anche finanziando le loro ricerche (Bottaaa *dobbiamo dare dei soldi a queste ragazze )
Quindi questo è un post dedicato a tutte le ragazze che si arrabattano per riuscire, specie in ambienti molto maschili ( questa è per Amica Giovane). Pensavo che la mia generazione sarebbe stata quella che avrebbe fatto da apripista e sfondato il magnifico soffitto di cristallo. Mi sbagliavo, ovviamente. Le cose ora vanno molto peggio. Se ve lo state chiedendo, sì, i professori allungavano le mani anche negli anni Ottanta, e so di almeno un paio di compagne che il ceffone lo avevano tirato, e non avevano avuto problemi a laurearsi. I compagni maschi mai. Se facevano avances era perché come dire immaginavano che sarebbero state bene accette ( o mettevano in conto il due di picche). Sono andate storte un sacco di cose…
In tutto questo, niente montagna, perché il tempo è sempre brutto, piove, ci sono le valanghe, e quindi almeno questo non è colpa del lavoro ( ma il prossimo week end ho un evento – tra l’altro se capitate a Mandrognistan Ville potete Farci un salto quindi in caso di meteo splendido farò finta di niente)
Mentre questo anno bisesto anno funesto si sta mostrando all’altezza delle sue aspettative e pure di più, sabato con la tosse in via di remissione (grande il mio doc, anche se io sono per la chimica dura, la sua soluzione sta egregiamente lavorando e siamo passati da due ore di tosse ininterrotta a un occasionale colpo di tosse qui e là), ho deciso di fare un giretto per provare un paio di scarpe da hiking leggero di Cmp che non avevo ancora sperimentato .
A Masone, dove se no
Anche perché le previsioni davano pioggia a partire dalle 18 e quindi pensavo che un’oretta avrei potuto camminare senza bagnarmi.
Pensavo male: a Masone diluviava già e fatti cento metri ho deciso che non era il caso di rischiar la salute e sono tornata in auto.
Ho pensato di fermarmi a Campo ligure, e andare sino al Castello, dove però il parco era chiuso per rischio idrogeologico. Ho girovagato sotto l’acqua per una mezz’ora, più per tigna, poi ho comprato i pansoti.
A dimostrazione che le giravolte della vita sono belle ma un po’ stressano mi sono presa (di nuovo) un malanno. Come, è arduo dirsi: una botta di freddo in ufficio (il magazzino è freddo per molte ragioni, ma se devi dare un libro a un utente non sempre ti metti il cappotto per cercarlo – specie se devi arrampicarti sugli scaffali più alti)? una botta di freddo quando ho cambiato il contatore vetusto? una botta di freddo e basta? il viaggetto nella ridente Lomellina per salvare un amico approdato per sbaglio a Mortara ? (visti: una cicogna, svariati aironi, e una nutria grande come un cane di media taglia) In più ho potuto spiaggiarmi a intermittenza e questo ha rallentato il mio recovery – vi basti sapere che ho tossito per tutto lo spettacolo di Marco Paolini Boomers (due ore di fila, praticamente) e con questo mi scuso con chi ha sopportato, tra cui un paio di conoscenti che erano nelle vicinanze. Per altro andare a teatro in città, a vedere la prosa, e vedere il teatro gremito fa molto piacere, tosse o non tosse.
Comunque, visto che sono stata a casa, ho letto un libro sulla casa, ossia My Hygge Home di Meik Wiking (che vi potete comprare dove volete), perché avevo letto già uno dei suoi libri sulla Hygge, che è grosso modo, quell’ingrediente che consente ai danesi di essere consistentemente in cima alle classifiche mondiali dei popoli più felici, questo a dispetto del fatto che il clima danese è quello che è (ma qui siamo a Mandrognistan Ville e non può essere peggio) e anche del fatto, e lui lo dice abbastanza esplicitamente in un paio di suoi libri, che la società danese è poco aperta verso gli stranieri e integrarsi è molto difficile. D’altro canto hanno scuole gratuite sino all’università, un ottimo sistema sanitario e un notevole sistema di welfare pubblico e privato: direi che ragioni per essere felici ne hanno.
Ora, io non so se casa mia segue i canoni tradizionli della hygge. Ad esempio, ai danesi piacciono molto le candele e anche a me, ma non sono l’ideale se in casa hai tre gatti che saltano dappertutto (una volta Fanny si è accidentalmente seduta su una candela con tanto di puzza di pelo bruciaticccio – non si è fatta niente ovviamente, non se n’è nemmeno accorta perché era una candelina da the – ma questo ha ucciso le mie candele per così dire) Poi lo stile scandinavo non è esattamente applicabile in un alloggio dove ci sono le tracce di tre famiglie e quattro case (e dove c’è sin troppa roba, ma questo è): ma ci sono molti suggerimenti fattibili e interessanti , anche per la conviviavilità (no, il club di cucina nella mia cucina no). Però adoro i vasi scandinavi (la Danimarca è la madre delle porcellane di design e delle luci soffuse).
Però hygge è hygge, almeno per qualcuna (non so nemmeno come si pronuncia). In ogni caso hygge senza gatto non esiste. ( non dovrebbe essere lì naturalmente, ma adoro la sua faccetta- e le zampone. Ha avuto il suo primo calore, ha fatto pipì nel bidet, e Cinorosino ha provato a sedurla ma ahimé alle sue palline abbiamo fatto zac zac a suo tempo. )
Sabato sono andata a camminare, ma mentre Amica Giovane in due giorni faceva due delle cose che stanno sulla mia bullet list, io ho fatto sei km in piano e mi è tornato male al ginocchio. Colpa mia, che devo rendermi conto che devo mettermi sempre le scarpe giuste quando cammino e non le sneakers fighe anche se apparentemente comode (seguitemi per altri saggi consigli, mannaggia a me). In ogni caso ho tamponato con il solito brufen (ok andrò da un ortopedico, prima che le mie lastre siano da buttare, probabilmente lo sono già ma amen), e oggi sono uscita di nuovo, con qualche sospetto, ma HO SCELTO LE SCARPE GIUSTE (olè)
Da un po’ volevamo vedere la mostra di Artemisia Gentileschi a Genova, quella delle polemiche, per intenderci, e mi sono aggregato a un gruppo di amici di Lulù, tutti giudici (i laici, per così dire, eravamo io e il marito di uno di loro – devo anche dire che conoscendoli quasi tutti un po’ mi è tornata la fiducia nella nostra disastrata giustizia).
Allora la mostra: diciamo meh. O meglio. Il titolo Artemisia Gentileschi, coraggio e passione, in effetti è un po’ fuorviante. Di una cinquantina di quadri, una ventina sono di Artemisia, compresi quelli di recente attribuzione, alcuni del padre (pochi per la verità) cinque o sei dei caravaggeschi liguri di cui sinceramente potevamo fare a meno, il resto sono di contemporanei che hanno trattato gli stessi temi. L’altro punto debole è l’allestimento: oscilla tra il criterio cronologico e quello tematico, li usa tutti e due e tu pensi ah questo è del periodo toscano, poi leggi le didascalie (tutte interessanti e ben argomentate, o l’app, ben fatta) e scopri che lo ha dipinto a Napoli. Di Giuditte e Oloferni ce ne sono almeno quattro. C’è da dire però che i quadri di Artemisia sono per la maggior parte davvero splendidi.
Dopo il lauto pasto all’Archivolto Mongiardino (nel vico omonimo – buonissimo, ma ovviamente gli amici genovesi avevano prenotato un ristorante tipico) ci hanno portato in giro per i vicoli, al Duomo, a San Luca e a San Sisto, ai giardini Luzzati, a vedere la vista sul porto preda della caligo, alla facoltà di architettura che è in una splendida chiesa sconsacrata, a occhieggiare palazzi che non avevamo potuto vedere durante la visita ai Rolli, e la deliziosa chiesa di San Pietro in banchi.
Ho fatto più strada del giorno prima e nemmeno ero stanca (già da Mandrognistan Ville si sente il mare come dice la canzone- in effetti, il nostro mugugno è molto più genovese che lombardo)
Artemisia, la caligo, e il leone del duomo, che mi fa morire con la faccia triste